George W. Bush, soprannominato «Dubya»,
torna a bere
Maurizio Blondet
WASHINGTON
- Con gli indici di popolarità minati dalla palude irachena, e
devastati dall'uragano Katrina, il presidente Bush è tornato a
rifugiarsi nel suo rimedio preferito: la bottiglia. Lo rivela il
National Enquirer, che cita un familiare: «Bush sta crollando».
Alcoolista da sempre, arrestato nel 1976 per guida in stato di
ebbrezza, «Dubya» non si è mai curato seriamente: si è fatto
assistere da alcuni tele-predicatori, che lo hanno faticosamente
tirato fuori dal vizio, facendo di lui un «cristiano rinato».
Ma spesso ricade nel vizio, come è tipico degli alcoolisti
inveterati.
I segni della sua ricaduta sono penosamente visibili.
Spesso il presidente appare con la faccia tumefatta da ferite,
tipica faccia di un alcoolista all'ultimo stadio che beve fino a
rendersi incosciente, fino a cadere di peso sul pavimento o magari
contro un mobile, ferendosi al volto perché non sporge nemmeno
avanti le mani.
La Casa Bianca,
ancor più penosamente, attribuisce queste
ferite e tumefazioni di volta in volta a «cadute dalla bicicletta»,
a «un dolcetto andato di traverso», o persino a una caduta perché
«si era appisolato sul divano».
Altri hanno notato le sue lunghe, sempre più lunghe assenze dalla
scena pubblica: «vacanze» interminabili chiuso nel ranch, e
sorvegliato a vista dalla moglie (probabilmente, Bush nasconde
bottiglie qua e là).
E quando appare in pubblico, esibisce i tipici sintomi del beone «a
secco» e in crisi d'astinenza: è incoerente nel parlare quando non
segue il testo scritto, incapace di rispondere a tono e con spirito
a domande improvvise, è ossessionato da una sola cosa (l'Iraq) ad
esclusione di ogni altra; è vistosamente irritabile con chi lo
contraddice.
Ha perfino una mania persecutoria, per esempio non può sopportare il
tedesco Schroeder, al punto da abbandonarsi ad accessi di furia
quando lo sente nominare.
Si dice che alla Casa
Bianca abbiano paura delle sue sfuriate demenziali, che si scatenano
ad ogni pretesto.
I beoni a questo grado di decadenza sono spesso violenti e
irritabili, «piatti» nei sentimenti, mentitori, e hanno difficoltà a
focalizzare argomenti e temi.
Durante la visita ai luoghi devastati da Katrina, Bush non è
riuscito nemmeno a simulare emozione e compassione.
Selvaggi mutamenti d'umore, e un crescente isolamento, sono altri
sintomi tipici.
Di fatto, la Casa Bianca è spesso obbligata a cancellare all'ultimo
momento appuntamenti e riunioni perché il Presidente non è in sé o
capricciosamente si rifiuta; il numero degli assistenti che hanno
accesso diretto a lui diminuisce in modo preoccupante.
Da tempo, secondo fonti della Casa Bianca, è sotto psicofarmaci
antidepressivi.
E l'uso di alcool mescolato ad antidepressivi non può che peggiorare
gravemente la situazione.
Lo psichiatra
Justin Frank, della Georgetown University,
è convinto che Bush sia caduto di nuovo nel bere: «alcoolisti che
non sono sottoposti a un programma di riabilitazione, come il
Presidente, fanno fatica a tollerare uno stress forte e continuato.
E anche se non beve, mi domando: le sue condizioni psichiche fino a
che punto sono danneggiate dagli anni di sbornie? La stampa sta
circondando di silenzio questioni importanti».
In qualche modo, «Dubya» Bush fa pena.
Intellettualmente quasi un subnormale, innalzato a quel posto da
poteri forti, è un semplice patetico figurante: un vuoto che occupa
una carica, che altri esercitano dietro di lui.
A governare sono Dick Cheney, il cinico vicepresidente, Donald
Rumsfeld e i suoi neocon.
Lo fanno recitare, gli suggeriscono le frasi parola per parola; lo
tratteranno come un burattino in privato, disprezzandolo
apertamente.
Un povero Cristo.
O meglio, un povero anticristo.
Già. !
Sarà bene rileggere quello che René Guénon scrisse
dell'Anticristo: «questi…sia che lo si concepisca come un
individuo o come una collettività, sintetizzerà in se stesso tutte
le potenze della 'contro-iniziazione'. E potrebbe essere a un tempo
l' uno e l'altra, in quanto dovrà esistere una collettività che
rappresenti l'esteriorizzazione della contro-iniziazione, e dovrà
esistere altresì un personaggio che, posto a capo di quella
collettività, ne sia come l' incarnazione, non fosse altro che a
titolo di supporto di tutte le influenze malefiche […].»
«Sarà un 'impostore' (significato del termine «dajjal» con
cui viene denominato in arabo), e il suo regno non sarà altro che
la 'grande parodia' per eccellenza, l'imitazione caricaturale e
'satanica' della tradizione e della spiritualità vere; e tuttavia la
sua costituzione sarà tale, da essergli veramente impossibile non
svolgere tale funzione […] Questo essere, se appa! rirà sotto
forma di un personaggio determinato, sarà più un simbolo che un
individuo […]; egli dovrà essere, per così dire,
completamente 'falsato' da tutti i punti di vista…sicchè la sua
individualità […] si può dire già quasi annichilita, tanto da
realizzare la confusione nel 'caos' anziché la fusione nell' 'unità
principiale' […] Sarà paragonabile all'automatismo di
'cadaveri psichici', animati artificialmente e momentaneamente»
(1).
Qui si adombra
nell'Anticristo non una suprema intelligenza,
ma un vuoto mostruoso, la mediocrità più totale e invincibile.
Non una volontà attiva, ma qualcuno che «viene vissuto» da forze a
lui estranee. Forze straordinariamente «false», ossia - è lo stesso
- «artificiali», che portano all'estremo, dice ancora Guénon, «quel
carattere 'meccanico' che è presente in tutte le produzioni del
mondo moderno».
Gli Stati Uniti non coincidono con tale descrizione?
E il povero subnormale, alcoolizzato «cristiano rinato» Bush?
Maurizio Blondet
Effedieffe
Note
1) René Guénon, «Il regno della quantità e i segni dei
tempi», Torino, 1969, pagine 324-326, capitolo «La grande
parodia o la spiritualità a rovescio».