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IMMIGRAZIONE È UNA COSA, IMMIGRAZIONE DI COLORE UN'ALTRA


di Daniel Gunàr 


Il problema 'immigrazione', del quale si vuole trattare in questa successione di presentazioni, è volutamente travisato da chi ha interesse a confondere le idee al pubblico. Diciamolo subito: ciò che rende l'immigrazione, in Italia e in Europa, un problema e non semplicemente un 'fenomeno', non è il fatto 'immigrazione' in sé e per sé, ma che si tratta spesso e volentieri dell'immigrazione di genti razzialmente allogene.

Gli imbonitori di cervelli hanno un bel dirci che le migrazioni umane sono un fenomeno di antichità immemorabile del quale stiamo adesso presenziando soltanto una nuova edizione. È vero che le migrazioni umane ci sono sempre state, ma è anche un fatto storico che, almeno in Europa, i movimenti di popolazioni sono stati fino a recentissimamente movimenti interni al continente. Adesso lo scenario è diverso, quantitativamente e qualitativamente: la tecnologia contemporanea rende possibile lo spostamento di enormi masse di popolazione; le quali sono quasi interamente costituite da elementi di colore, spinti da circostanze storiche perverse a venire a fare da parassiti nel mondo civile.

E il mondo civile - almeno quello di razza bianca; in estremo Oriente le cose stanno almeno parzialmente altrimenti - ammette supinamente l'invasione, castrato da complessi di colpa immessi nelle coscienze più deboli dai mass-media e dall'educazione scolastica, tutti in mano di centri di potere che sono
 succubi della grande finanza e delle multinazionali - su di ciò si riverrà più avanti.

Esiste una vera e propria ideologia, che è il cosiddetto 'terzomondismo', la quale celebra adesso i suoi fasti su scala mondiale. Fin dalle scuole elementari al bambino di razza bianca è detto che il Bianco è il responsabile della condizione di povertà del Terzo Mondo perché sono stati i Bianchi a sfruttarlo, a svuotarlo delle sue ricchezze e risorse (il che è né più né meno che falso) e che quindi la ragione della sua arretratezza è stata la colonizzazione europea (invece il contrario è vero: il periodo coloniale sarebbe stata l'opportunità d'oro per quelle popolazioni per mettersi al passo con l'Europa se ne avessero avuta la capacità e la volontà).

Viceversa, non c'é Negro, Papuaso, Australoide, Indocinese, che non sia convinto che la sua condizione di povertà non sia dovuta al fatto che per secoli la sua razza è stata 'sfruttata' dal satanico colonialista europeo. Quindi, da parte sua, la convinzione di avere il diritto a farsi risarcire - cioè: a farsi mantenere - lui e i suoi discendenti, per tutti i secoli a venire. Da parte, invece, del Bianco che abbia assorbito il lavaggio cerebrale massmediale, una forma acuta di masochismo, per cui egli risulta convinto di doverlo proprio mantenere; e anche di umiliarsi davanti al raazialmente allogeno.

Questo è il clima psicologico che prepara il discioglimento della civiltà europea - la quale, salvo totali o parziali inversioni di rotta, sarà una cosa del passato entro meno di un secolo. (Vale la pena di menzionare qui che molto spesso i fautori di questo tipo di progresso accusano i loro oppositori di essere motivati da paura del loro 'radioso mondo nuovo'. A costoro si potrebbe rispondere che si tratta di un caso analogo a quello di qualcuno che mi invitasse a saltare giù dal decimo piano di un caseggiato; e se io non mi dovessi mostrare interessato mi dicesse che non lo faccio per paura - a quello io direi che la chiami pure paura, se gli va).

Un'implosione della civiltà europea risulterebbe forse a tutto vantaggio del Giappone: la scomparsa di ogni contrappeso sul piano culturale darebbe il via all'insorgere di un ipertrofico Impero del Sol Levante che ben presto sarebbe padrone di tutto il pianeta - i Giapponesi, e i Nord-est-asiatici in generale, posseggono ancora una vigile consapevolezza razziale.

Ciò premesso, si vuol fare qualche esempio di ciò che significhino immigrazione di elementi di razza bianca e immigrazione di genti di colore.

L'esempio-principe che si può addurre è probabilmente quello della Prussia, con ragione definita la Roma della modernità, da Spengler fra altri. Della Prussia poté essere detto che essa fu un paese fatto di minoranze e che fu costruito grazie all'immigrazione. Effettivamente, su di una popolazione originale fatta di Balti e di Slavi occidentali si innestò una classe dirigente tedesca che favorì una massiccia immigrazione germanica, alla quale seguirono Polacchi, Lituani, Russi, Francesi, Scandinavi: tutte etnie di razza bianca che si fusero senza problemi e che contribuirono tutte a fare la grandezza del paese.

La Francia, prima della guerra, assorbì importanti quantitativi di immigrati fiamminghi, italiani, spagnoli, polacchi, al punto che adesso almeno un Francese su quattro ha almeno un antenato di una di quelle nazionalità: si trattò anche in questo caso di un'immigrazione che non snaturò razzialmente il paese e che non causò problematiche di rigetto o di degradazione sociale. Tutto il contrario successe dopo la guerra, quando la Francia divenne obiettivo di una massiccia immigrazione di colore.

Anche la Repubblica Veneta incamerò senza danno vasti quantitativi di genti balcaniche nella sua popolazione. - Si potrebbe parlare degli Stati Uniti, ma questo interessante argomento ci porterebbe troppo lontano.

Dovrebbe essere perciò del tutto chiaro che c'è immigrazione e immigrazione: finché l'immigrato è di razza bianca, di una vera problematica non è il caso di parlare, almeno in termini generali e a lunga scadenza: l'immigrato entrerà, di massima, a far parte della nazione ospite, anch'essa di razza bianca, senza degradarne il livello.

L'opposto è vero dell'immigrato di colore. Esso, per ragioni genetiche, è inassimilabile (salvo a cadere in quella forma di 'assimilazione' che è il meticciato generalizzato, su di cui più avanti si diranno due parole). Esso arriva né più né meno che a fare da parassita del tessuto sociale dei paesi civili. La sua presenza causa deperimento delle infrastrutture, diffusione di malattie, criminalità crescente (il 70 - 80% della criminalità nei paesi civili è adesso di importazione), deterioramento della compagine sociale e del tenore di vita dei paesi ospitanti - non a caso tanti industriali vedono di buon occhio l'immigrato di colore perché essa' fa da calmiere sul costo della
manodopera: la sua presenza mantiene basso il prezzo del lavoro causando nel contempo disoccupazione fra gli operai bianchi meno qualificati, spesso ridotti a essere dei paria nella loro propria terra.

In Francia, dove ci sono quasi sette milioni di immigrati di colore ('extracomunitari'), è calcolato che la loro presenza costi, per via indiretta, al contribuente francese, molte migliaia di miliardi di lire annue (cfr. volantino di Forza Nuova, agosto 1998) - ma, sempre in Francia, si è arrivati al punto che tasse addizionali vengono imposte per sussidiare le comunità extracomunitarie, la cui attitudine verso chi le ospita e le mantiene diviene sempre più ostile. Ma il dover contribuire alla manutenzione del parassita di colore, una volta che esso è incistito nel tessuto del paese, è qualcosa a cui non è dato sottrarsi, neppure in via teorica.

Anche se si potesse decidere che non una lira di ciò che ci viene tolto sotto forma di tasse venisse dirottata verso il parassita extracomunitario, a nessuno sarebbe dato di sottrarsi al carico di sussidiarlo se non diventando egli stesso un parassita o un criminale. E ciò perché ognuno che rispetti il vivere civile - il cd. 'contratto sociale' - contribuisce volens nolens alla manutenzione di quelle infrastrutture alle quali l'allogeno di colore si attacca a succhiare come da una mammella.

Nel contempo, a mano a mano che il suo numero aumenta e che le sue enclàves - veri ascessi dentro al tessuto sano dei popoli civili - acquistano in consistenza, l'allogeno si radicalizza psicologicamente e diviene in modo sempre più aperto un rabbioso nemico di colui che lo mantiene. Già adesso negli Stati Uniti e in Francia i gruppi rap inneggiano alla prossima vendetta dell'extracomunitario contro l'uomo bianco. Questo, non dovrebbe suscitare alcuna sorpresa: l'elemento di colore, convinto di essere stato uno sfruttato per secoli e consapevole - sia pure a livello subconscio - che sua condizione di paria - e quindi di maledetto (tous les malhéreux sont méchants) - è insormontabile - per ragioni genetiche - non può diventare se non un risentito della peggior specie e non desiderare se non la morte più atroce per colui che a lui è irremissibilmente migliore.

Non c'é dubbio che il risorgere e il rafforzarsi dell'Islàm, su scala mondiale, rappresenti per l'allogeno di colore di stanza in Europa un appoggio e un punto di riferimento straordinariamente forte. Ma non si insisterà mai abbastanza sul fatto che il problema dell'immigrazione extracomunitaria non è soltanto un 'problema islàmico'. Questo sembrerebbe essere invece il punto di vista di certi ambienti cattolico-tradizionalisti (per esempio, quelli facenti capo alle Edizioni Civiltà di Brescia) secondo i quali sull'immigrazione terzomondista si potrebbe chiudere un occhio se tutti i razzialmente allogeni fossero cristiani e preferibilmente cattolici.

Invece è vero che un'inondazione dell'Europa da parte di una marea di Negri e di Australoidi 'cristiani' avrebbe alla lunga, per meticciato, le stesse conseguenze di un'invasione islàmica, solo che forse in modo un po' più indolore. Un meticciato generalizzato porterebbe in ogni modo alla dissoluzione della civiltà europea in brevissima scadenza. Esempi storici del tutto pertinenti e perfettamente documentati che mostrano il processo di disfacimento di grandi civiltà per meticciato ce ne sono diversi. A noi particolarmente vicino è il caso del Nord Africa. Entrare in argomento, in questa sede, sarebbe troppo lungo: si faccia riferimento al libro di Silvio Waldner, La deformazione della natura, pubblicato dalle Edizioni di Ar nel 1997.

Se il presente sistema dovesse rimanere in piedi ancora per 20 - 40 anni, si prospetterebbe l'obliterazione dell'Europa e della razza bianca in generale come conseguenza dell'immissione di masse crescenti di razzialmente allogeni; che per meticciato o magari per eliminazione fisica procederebbero a distruggerci - mentre i Bianchi, in gran parte smidollati da un lavaggio cerebrale in senso 'umanitario' non opporrebbero nella loro maggioranza se non una debole resistenza. A questa situazione avranno portato da una parte le forze della globalizzazione, dall'altra le chiese cd. cristiane. I megaricchi, padroni della finanza internazionale, non avrebbero più niente da temere da
una massa amorfa e senza volto - dalla quale i nuovi preti pescherebbero anche le loro future greggi di 'credenti'. Ci si potrebbe prospettare un mondo dove qualche migliaio di Arpagoni deterrebbero ogni esistente ricchezza e vivrebbero in quartieri di stralusso continuamente guardati da eserciti privati, attorniati dalle bidonvilles dove vegeterebbe la subumanità senza volto, sprofondata in una miseria quasi inimmaginabile. Questo tipo di situazione si sta già delineando in vaste zone a popolazione prevalentemente di colore, tipo 1'Iberoamerica e l'Asia sud-orientale.

È mia opinione che a questo difficilmente si arriverà, perché l'accumularsi di processi catastrofici farà saltare il sistema molto presto. Sarà allora còmpito dei giovani ridare all'Europa un volto e di farla uscire dall'incubo nel quale si è trascinata negli ultimi decenni. Còmpito che dovrà essere affrontato presto: ai ferri corti si arriverà probabilmente entro i prossimi 10 - 15 anni (cfr. l'ottima conferenza di Guillaume Faye pubblicata sulla rivista "Orion", agosto e settembre 1998).

Noi, che prendiamo atto e siamo consapevoli della problematica razziale, che rifiutiamo il dogma egualitarista e che agiamo e giudichiamo guidati da questa consapevolezza senza fare la politica dello struzzo, siamo spesso e volentieri additati dai reggistrascico del sistema come fautori dell'odio fra gli uomini. Invece, in una conferenza data nel 1990, il prof. Johan Schabort ebbe a dire che non c'è odio più grandi di quello di colui che odia i suoi bambini. E quello è proprio l'odio dei segugi del sistema, i quali, se dovessero potere proseguire fino in fondo con il loro operato, destinerebbero ai loro figli un futuro che chiamare infernale sarebbe un eufemismo.



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Spesso,nei discorsi relativi all'immigrazione e alla società multirazziale,ci si sente dire che le correnti migratorie sono una cosa perfettamente naturale perchè sono sempre esistite e a meno che non siano causate da invasioni violente non comportano per il popolo ospite conseguenze negative.

Ci assicurano che la cultura e lo stile di vita degli indigeni non subiranno mutamenti indesiderati perchè i nuovi venuti sono una risorsa economica fondamentale e si adegueranno alle costumanze e alle leggi in vigore.

Nutro per questi discorsi una diffidenza istintiva.Un ostilità derivante dall'istinto che avverte un pericolo in questa mancanza di sana paura e di orgoglio.

Diffidenza accresciuta leggendo il bel libro dello scrittore Michener intitolato Hawaii.

Si tratta della storia delle isole Hawai dalla prima colonizzazione ai giorni nostri.

Una storia interessante perchè dimostra di come un popolo possa perdere la propria terra senza subire in precedenza una conquista militare o una vera e propria invasione violenta.

Guardiamo le tappe  con cui si è verificata questa sostituzione vera e propria di una popolo con altri.

Le isole furono colonizzate da polinesiani provenienti da Tahiti all'incirca all'epoca di Carlo Magno.

Per mille anni la loro stirpe prosperò e si diffuse con pochi contatti con il resto del mondo.

Nel 1778 furono scoperte dagli europei ad opera di capitan Cook che rilevò una popolazione di circa quattrocentomila persone retta da una monarchia ereditaria.

Era l'epoca quella della grande espansione dei missionari europei.Finanziati dalle loro chiese i missionari si recavano nei paesi esteri a convertire le popolazioni e prepararle ad una nuova mentalità.

Le Hawaii furono toccate dai missionari provenienti dalla Nuova Inghilterra ,quella zona degli USA abitata sopratutto da protestanti,con una forte presenza dei calvinisti.

Infatti furono proprio i congregazionalisti,seguaci di Calvino,ad essere inviati alle isole il primo settembre 1821.

Sbarcarono alle isole Maui e grazie alla preponderanza tecnologica degli americani ,che gli indigeni vedevano arrivare su grosse navi,il prestigio dei missionari e della loro religione crebbe notevolmente. E nonostante che essi subito presero a disprezzare i riti e i sacrari degli hawaiani la reazione non fu di rivolta ma di paura.I membri della classe dirigente hawaiana,chiamati Alii ,cercarono l'amicizia con gli estranei e un compromesso con la loro religione per accattivarsi il loro Dio,che essi erano disposti ad adorare,anche se assieme agli altri dei. Gli hawaiani erano gente semplice e primitiva,incapaci di dialettica contro la religione dei premi e delle punizioni. Erano superstiziosi e la loro pratica era quella di ingraziarsi tutti gli dei possibili.I missionari cominciarono ad aprire scuole e i figli dei nobili presero a frequentarle.   I missionari tra le altre cose instillarono negli indigeni nuovi bisogni e nuove vergogne.Per esempio fecero credere che il nudismo era una colpa grave e che vestirsi era necessario,possibilmente secondo le mode del New England. Da qui il bisogno di tessuti e stoffe.

Uno dei congregazionalisti,un certo Abner Hale ,progenitore di una famiglia destinata a grande successo nelle isole,organizzò un commercio  di tapa(materiale usato per calafatare),olona,maiali,manzo selvatico.Materiali portati dagli indigeni prestati come manodopera servile dalla nobiltà locale al reverendo.E da lui venduti alle navi di passaggio lungo la rotta del Pacifico.In cambio ebbe quantità di stoffe per vestire tutti i nudisti.

Da qui la religione e i buoni affari si unirono in una combinazione fatale agli indigeni.

Ma una minaccia ben più diretta arrivò dalle malattie importate dagli europei.

Nel 1828 un altro missionario,il dottor Whipple,rilevò che quando il capitan Cook scoperse quelle isole cinquantanni prima gli abitanti erano quattrocentomila e adesso si erano ridotti a centotrentamila.Morbillo ,sifilide e altri malanni decimarono gli indigeni.Nel 1832 il morbillo eliminò un terzo della popolazione. Nonostante ciò la popolazione non riuscì neppure a concepire un piano di riscossa contri i nuovi arrivati. La loro tradizionale ospitalità gli impediva tutto ciò.

Il loro modello familiare non prevedeva neppure una distinzione netta tra i propri figli e quelli degli altri,tra la propria moglie e le altrui. Uomini senza gelosia e avidità,generosi e amichevoli,sembravano l'incarnazione perfetta del buon selvaggio.  Ma tale liberalità li stava uccidendo.  Secondo la mentalità umanitaria hawaiana i figli erano di tutti non derivando tanto da legami di sangue ma di affetto e tenerezza.La causa della decadenza di quel popolo fu appunto la scarsa possibilità di stabilire un confine tra amico e nemico,tra tuo e mio.   Intanto i furbi missionari sposarono le donne nobili del posto divenendo comproprietari di estese porzioni di terreno.

La loro reazione di fronte allo spopolamento indigeno fu di .....importare manodopera dall'estero.

Nonostante l'estrema ospitalità ricevuta gli yankees disprezzavano le usanze hawaiane,puntando sopratutto sui punti che ad un occidentale sarebbero sembrati osceni tra cui il matrimonio tra fratello e sorella dei nobili e l'eutanasia dei neonati deformi. La coscienza era a posto e la morale tranquilla.

Nel 1830 nacque la prima ditta di navigazione,la  Janders & Whipple.I regnanti locali lasciarono fare.

Pensarono che in fondo gli americani non facevano niente di male con le loro ditte. Anzi creavano ricchezza ,senza toglierla agli indigeni tradizionalmente dediti alla pesca.

Nel 1865 la compagnia di navigazione  Hoxworth & Hale cominciò ad organizzare la grande migrazione cinese. Ingaggiati dapprima come lavoratori nelle piantagioni divennero grazie alle capacità lavorative e commerciali indispensabili all'economia locale.

Ben presto il dottor Whipple sul Mail di Honolulu affermò che quella era un'immigrazione di stanziamento vista la grande propensione al lavoro dei cinesi.E quindi al profitto dei propietari. Inoltre i cinesi,sposandosi con hawaiane disponibili cominciarono a possedere terre e proprietà immobiliari. E di fatto a far parte della comunità americana delle isole laddove gli indigeni ne erano sempre rimasti ai margini.Ciò perchè per l'economia erano più importanti.E ,caso strano,quegli stessi missionari che avevano combattuto gli dei pagani hawaiani ora accettavano  tranquillamente confucianesimo e buddismo. Ma si sa che anche Dio ama i buoni affari.

Nel 1878 gli indigeni rimasero in 44mila.Ormai erano minoranza. Ma si cullarono pensando che comunque a comandare erano loro perchè la nobiltà era sempre formata dagli alii e il re un puro hawaiano. Che poteva importare a loro se nelle città ormai erano esclusi ? E se nelle terre coltivabili lavoravano cinesi.       A cui nel 1880 si aggiunsero giapponesi e più tardi filippini.

I giapponesi sopratutto si rivelarono micidiali per gli indigeni poichè la loro propensione al lavoro e la fedeltà alle autorità era tale da rendere il loro ingaggio richiestissimo.

La situazione era matura per l'atto finale.

Che prese l'avvio da una decisione del governo USA del 1892.Bisogna sapere che nel 1876 un accordo conchiuso con gli Stati Uniti prevedeva l'esportazione di merci hawaiane senza dazio in cambio dell'utilizzo della base navale di Pearl Harbour da parte di navi da guerra americane.Ma nel 1892 i latifondisti della Luisiana e del Colorado fecero revocare l'accordo del libero scambio per fermare la concorrenza relativa al commercio dello zucchero,che le Hawaii esportavano in abbondanza.

I notabili delle grandi famiglie calviniste si accorsero allora che sarebbe stato opportuno fare a meno della monarchia "corrotta" per stabilire una democrazia il cui primo atto avrebbe dovuto essere l'unione con gli USA..Uno degli Hewlett ,il più forte proprietario di piantagioni propose:"dobbiamo cercare di tirare in ballo il concetto di democrazia,dobbiamo far credere che i liberi americani di queste isole sono stufi di vivere in una monarchia corrotta". Un soprassalto di orgoglio venne allora dal governo hawaiano .

A dire la verità la monarchia non era mai stata forte.Congiure e deposizioni di re erano un fatto abbastanza comune e i consiglieri delle famiglie ricche di origine missionaria detenevano di fatto le redini.Nel 29 gennaio 1891 andò al potere la regina Liliuokalani,donna forte e autoritaria,ammiratrice della regina Vittoria.Ma giunse al potere quando le esportazioni di zucchero divennero le vere fornitrici della ricchezza dell'isola. Cercò di guerreggiare contro di esse,contro i missionari e contro le idee repubblicane,ormai dilaganti nell'isola a causa delle lotte tra i nobili locali.Ma ormai era troppo tardi.Per troppi decenni ormai avevano lasciato che il potere economico finisse in mano a genti straniere.Il 15 gennaio 1893 le truppe americane sbarcarono dalle navi da guerra e occuparono Honolulu per "proteggere" i cittadini americani .Dopo un po di tergiversazioni da parte del Presidente americano,dovute più che a scrupoli alle pressioni dei concorrenti economici degli esportatori hawaiani,le isole divennero possedimento il 12 agosto 1898. Una nuova legislazione diede il potere ai ricchi anche ufficialmente in quanto il diritto di voto era stabilito per censo.

Quando il 12 marzo 1959 le isole divennero il cinquantesimo Stato dell'unione oramai gli indigeni erano dei poveri emarginati,ridotti a piccola minoranza costretta a vivere di espedienti. Buffoni per turisti,i più fortunati. E all'ultima regina non rimase che viaggiare per gli USA in una specie di esilio .

Non fu ne imprigionata ne eliminata.Non ce ne fu bisogno. Oramai era solo il simbolo di un popolo morto lentamente. Di indolenza.E ospitalità.

 

Certo,al termine di questo breve excursus sulla storia hawaiana direte che tra europei e isolani c'è una bella differenza. Ma pensateci bene. E'vero o che le ideologie maturate da tanti secoli a questa parte,chiedono la fine dell'istintiva nozione di CONFINE,tra un popolo e l'altro ?

In fondo è da San Paolo che la morale insiste su questo. Sul concetto di uguaglianza e di fraternità obbligatoria. Con l'implicita condizione che per essere fratelli bisogna adeguarsi alle idee del padrone.

Padrone che cerca di renderci sempre più mansueti,più "hawaiani" ,per quel che concerne la difesa della nostra identità etnica e culturale. In fondo il nemico peggiore non è tanto quello che si presenta come tale ma quello che i padroni dell'economia ci mettono accanto perchè lavori assieme a noi per il suo guadagno.      Non è vero che poi si finisca per essere tutti uguali. La storia soprascritta lo dimostra.    Si finisce per perdere tutto ciò che non è materiale. Ci si riduce a numeri ,a unità di produzione e consumo della grande macchina e se ci si ribella ci si scopre in pochi.

Deboli di numero e sfiduciati.

Pensate che a Torino o Milano o Genova sia possibile,anche solo per ipotesi,una ribellione degli indigeni alla colonizzazione meridionale ?  Ma quanti hanno almeno uno dei nonni indigeno ?

Tra qualche decennio ormai gli europei nelle città saranno minoranza. E tanto idioti,come i poveri hawaiani,da consolarsi dicendo che "comandiamo ancora noi"!

Finchè si risveglieranno un brutto giorno e scopriranno che non contano più nulla.

Datemi retta ,non fate i cretini,non cedete alle lusinghe ! IL VERO NEMICO È QUELLO CHE TI SCONFIGGE COMINCIANDO A TOGLIERTI IL CONTROLLO SULL'ECONOMIA.

La divisione in classi è sempre stata all'origine della rovina dei popoli. Nessuna difesa dell'identità è anche solo concepibile senza includere una guerra a quel sistema economico che sancisce il primato del profitto e dell'individuo contro l'interesse nazionale.E che ci rimbambisce dicendoci che il mescolamento è bello e ci fortifica e gli stranieri "purchè onesti" sono nostri amici.

Siate cattivi contro chi ci impone la bontà obbligatoria.

Ultimo aggiornamento: sabato 01 ottobre 2005