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Enzo Caprioli
Il trionfo dell’idiozia
«Tsunami» ed altri accidenti Effetti «lobotomici» della cultura progressista
A fine gennaio 2005 il bilancio delle vittime dell'onda anomala «tsunami» (1) che il giorno di Santo Stefano ha colpito il Sud-est asiatico è complessivamente di 225.000 morti, ma può essere una stima largamente per difetto. Un sisma del nono grado scala Richter con epicentro al largo di Sumatra ha scosso l'Oceano Indiano, provocando onde che hanno devastato ben seimila chilometri di costa; sono state colpite sette nazioni, coinvolte isole e zone costiere molto lontane tra loro: dall'arcipelago delle Maldive allo Sri Lanka, dalla Thailandia al Bangladesh, dall'Indonesia alla Somalia. L'evento ha monopolizzato i mezzi di informazione per due-tre settimane ma si è avuto qualche commento non scontato, non retorico, qualcuno ha dato segno di aver imparato qualcosa da questa tragedia? I maremoti sono eventi molto poco frequenti che riguardano per lo più le regioni indo-pacifiche. Purtroppo si è registrata in anni recenti un’intensificazione del fenomeno, che rimane molto difficile da prevedere. Basti dire che nel quadriennio '92-'96 si sono verificati nel Pacifico ben 12 «tsunami», assai meno violenti dell'ultimo, ma per complessive 1600-1900 vittime. Col dovuto rispetto per le vittime e il dolore dei loro familiari, occorre riconoscere vari tipi di errori umani, riconducibili ad una distorta mentalità, che influenzano il bilancio di queste catastrofi naturali. Innanzitutto va citato il portavoce americano della US Geological Survey. Questi, in occasione del disastro di Santo Stefano, ha affermato di aver avuto tempestiva notizia dell'evento sismico ma di non aver saputo allertare le popolazioni costiere a rischio; le sue parole riportate da «OGGI» del 5 gennaio scorso sono: «Abbiamo tentato di avvisarli, ma nelle nostre agende purtroppo non c'era neanche un numero utile da chiamare in quella parte del mondo». Sappiamo che c'è già chi ha proposto ai Paesi colpiti di dotarsi di sofisticate e costose apparecchiature di rilevazione e sistemi di coordinamento delle informazioni. Un'altra osservazione, sfuggita ai commentatori, più o meno esperti, è che gran parte delle vittime sono decedute nei crolli, affogate in luoghi chiusi o colpite dai detriti. Sulle stesse coste che hanno visto sbriciolarsi sotto l'onda edifici in muratura ci sono alberi, per lo più palme, rimasti saldamente ancorati al terreno. Sono state le costruzioni umane, fatte spesso a ridosso della battigia, che hanno alimentato quell'enorme massa di detriti trascinata con violenza per centinaia di metri all'interno e divenuta strumento di distruzione per tutto ciò che trovava sul suo cammino. Le mangrovie ed il complesso della vegetazione costiera originaria costituiscono un efficacissimo sistema di assorbimento della violenza dei marosi, tale da rendere i territori «integri» quasi immuni anche da questo genere di estrema aggressione oceanica (2). Le popolazioni arcaiche, portatrici di una cultura millenaria di convivenza col mare, avrebbero costruito i loro villaggi a ridosso dell'oceano? È stato riportato da più fonti che, nella recente catastrofe asiatica, gli animali selvatici hanno in gran parte percepito il pericolo rifugiandosi sulle alture o comunque lontano dalla costa. Questa sensibilità animale, ancora non compresa dalla visuale scientifica di tipo organicista, potrebbe appartenere anche all'Uomo ma a quale tipo di uomo? Occorrerebbe anche un culto di questa sensibilità, che però è troppo lontana dalla mentalità occidentale ed anche dalla mentalità di popolazioni che vivono con ciò che trabocca dalle tasche degli occidentali. Traffico di bambini e di organi, iniziative di colonizzazione economica camuffate da aiuti... sono stati la scontata coda di questa immane tragedia. I paradisi turistici così duramente colpiti non sono ormai più dei veri paradisi, pur volendone conservare l'aspetto per fini commerciali. Dove arriva il modello di vita occidentale tutto diventa falso, corrotto e prima o poi incorre anche nel degrado ambientale. Il maremoto appare un evento non antropogenico di natura eccezionale che purtroppo si aggiunge ad eventi molto meno eccezionali, riconducibili all'azione antropica, ed il cui costo sta gravando sulla collettività umana ben oltre il sopportabile. I maggiori climatologi del mondo sono concordi nel ritenere che un mondo più caldo comporta perturbazioni atmosferiche più violente. È quindi certamente il riscaldamento la causa principale dell'intensificarsi di tifoni e uragani in Cina, Giappone, Filippine, India, Bangladesh, Stati Uniti, Caraibi e America Centrale. Secondo la Munich Re, società che riassicura le compagnie assicuratrici, le perdite causate da catastrofi naturali negli anni Sessanta erano quasi otto volte inferiori a quelle verificatesi negli anni Novanta. Le forti perturbazioni invernali nell'emisfero nord del pianeta, dal 1985 al 1999, sono state il doppio rispetto a quelle del cinquantennio 1920-1970; quelle recenti sono state anche più violente, con un picco nel 1999, anno in cui tre perturbazioni (Anatole, Martin e Lothar) hanno letteralmente messo in ginocchio parte dell'Europa. I costi delle catastrofi naturali stanno diventando ovunque nel mondo anche un grave problema economico; si pensi che nella sola Francia il mese di dicembre del 1999 ha portato danni per oltre 10 miliardi di dollari. Ma il complesso generale dei danni, più o meno direttamente causati dall'uomo, è di tale proporzione e di tale varietà da non poter essere quantificato; molti danni ambientali sono progressivi ma non così veloci da essere percepiti dalla breve prospettiva della vita umana. Ora è in Cina che si stanno verificando, causa l'industrializzazione neocapitalista, cambiamenti tanto repentini da poter apparire un autentico «collasso ecologico». Deforestazione, erosione delle terre coltivate, deterioramento dei terreni da pascolo (3), abbassamento delle falde acquifere (4) hanno contribuito al fenomeno delle «tempeste di sabbia» che ora si succedono con una frequenza ed intensità (5) che l'intera Asia non aveva mai conosciuto prima. È soprattutto la desertificazione il male che Pechino cerca di combattere, ma contro il quale spesso non bastano né soldi né tecnologie: i deserti esistenti si allargano a ritmo incalzante, se ne formano di nuovi, dune mobili di sabbia costringono all'esodo la popolazione di interi villaggi. Sia sul piano individuale che collettivo una «tragedia» non è altro che una verità della quale ci si accorge troppo tardi per porvi rimedio. La situazione cinese sarebbe ancora più grave se non fossero state adottate già da un cinquantennio drastiche misure per limitare l'espansione demografica: oggi in Cina ci sono 1,3 miliardi di persone, il che corrisponde all'intera popolazione del mondo intorno alla fine del 1800! Un tale numero è assimilabile al brulichio di un formicaio gigante: ciascun essere umano contribuisce a smantellare l'ecosistema un pezzettino alla volta. Oltre alla deforestazione ed allo sfruttamento improprio dei terreni, c'è oggi anche il riscaldamento generale del pianeta a favorire la desertificazione; si tratta di un processo estremamente subdolo e incontrollabile. Le tempeste di polvere degli immensi spazi cinesi sono in grado di rimuovere ogni giorno milioni di tonnellate di suolo; esso, portato via dal vento ed eventualmente dalle piogge, finisce negli oceani ed in piccola parte nei laghi. Il suolo eroso è il più superficiale, quindi il più fertile; per ripristinare uno strato superficiale di terriccio dello spessore di 2,5 cm possono occorrere dai 100 ai 2.500 anni a seconda del tipo di suolo; soltanto la vegetazione spontanea è in grado di fare questo lavoro. Dopo che il suolo fertile è stato rimosso, il vento può intaccare e sollevare particelle più grosse come i granelli di sabbia, la sabbia si accumula in dune mobili che coprono via via nuove superfici eliminando la vegetazione residua e rendendo il suolo ancora più erodibile. Soltanto la vegetazione spontanea (boschi, foreste, praterie) può impedire l'erosione eolica; l'agricoltura con la lavorazione dei terreni e la pastorizia intensiva sono le principali cause di innesco dei processi erosivi (6). In Cina il passaggio all'economia di mercato, con le riforme del 1978, ha dato l'avvio alla perdita del controllo governativo sul bestiame; gli attuali 128 milioni di bovini e i 290 milioni di ovini hanno largamente superato la carrying capacity del territorio e sono una causa non secondaria della desertificazione. Anche un'attività ritenuta dai più «ecologica» come il portare al pascolo un gregge è fonte di guasti se avulsa da una coscienza del contesto. L'ecologia non è che la «coscienza del contesto»: una scienza apparentemente recente e di pertinenza dei naturalisti che invece (intesa in quest'accezione più pregnante) è stata conosciuta e coltivata da sempre presso quei Popoli stanziali che amavano la propria terra da generazioni. La coscienza del contesto, rara anche per persone di elevata cultura in ambito occidentale, è addirittura impossibile nel mondo multietnico globalizzato. In questa dimensione è già impresa ardua, forse eroica, riuscire a mantenere una propria identità come persone ed agire in modo tale che questa identità (genetica e spirituale) possa perpetuarsi nelle generazioni successive. Il caso cinese è emblematico, perché sino a circa la metà degli anni '80 la Cina rappresentava nel campo agricolo un modello per il mondo intero. Grosse comunità agricole autosufficienti gestivano agro-ecosistemi consistenti in coltivazioni, allevamenti, impianti per la produzione energetica rinnovabile (biogas) ed impianti di fitodepurazione; la loro logica era che nulla andasse sprecato. Avendo a disposizione la più grande rete di irrigazione del mondo, la Cina produceva più di un terzo del riso mondiale; disponendo di abbondante forza-lavoro utilizzava pochi antiparassitari e molte cure manuali; coi terrazzamenti e con la silvicoltura proteggeva il territorio dall'erosione. La permeabilità al modello occidentale (le cui teste di ponte sono state Taiwan e Corea) dimostrata dai cinesi negli ultimi 10 anni ha intaccato il loro patrimonio di tradizioni, innescando sì una vertiginosa crescita economica ma anche un dissennato sfruttamento di tutto e tutti. I colonnelli del macrocapitalismo sono sbarcati in Cina ed altri sono cresciuti in loco, questi per lo più di estrazione burocratica o mafiosa; la loro funzione è quella di portare denaro alle centrali sovranazionali, che per ora si accontentano di poco. Questo processo dimostra che il comunismo è una forma molto imperfetta di nazionalismo, che fatalmente degenera nel capitalismo perché sorretto dalle stesse utopie. La cultura progressista, intesa nella sua classica accezione post-illuminista, abbaglia gli esseri umani tanto da renderli incapaci di capire il contesto, come se avessero subito una sorta di lobotomia. Rincorrere il «progresso» è ciò che spinge il grande capitale internazionale nel perseguire il profitto con qualsiasi mezzo, contemporaneamente rende il comune cittadino permeabile ad ogni cambiamento fatto a suo danno. La gente non percepisce la immensa rapina di cui è vittima ogni giorno, proprio perché confusa da novità tecnologiche gabellate per vantaggi sociali. In mano al mercato la tecnica non è più «guidata» da elites politiche illuminate, ma diviene arma di distruzione sistematica. Se vogliamo cambiare rotta, ed è questa la sfida recentissima (7) e sostanziale che ogni essere pensante deve attrezzarsi ad affrontare almeno sul piano culturale pena la perdita di senso, occorre anche rivedere radicalmente il concetto di «tecnica». L'essere umano diviene nocivo, infestante..... se non percepisce adeguatamente le esigenze del contesto nel quale vive (ambiente), altrettanto nociva è la tecnica che questo tipo di uomo coltiva. Una tecnica spesso non capace di migliorare la vita umana, né dal punto di vista individuale né da quello collettivo, ma strumento potente ed ingovernabile di cambiamento irreversibile delle cose. Ma a vantaggio di chi?! La tecnica, anche nelle sue manifestazioni più complesse e performanti, oggi non è altro che un «saper fare» misurato coi criteri del mercato e dell'economicità industriale. Occorre ridimensionare il fascino che la complessità della tecnica esercita su ciascuno di noi. Nessun condizionatore d'aria sarà mai perfetto come un albero; l'albero attraverso l'evaporazione dell'acqua dalla superficie fogliare raffredda l'ambiente circostante ma produce anche ossigeno durante il giorno, utilizza anidride carbonica per trasformarla in biomassa e si approvvigiona di energia direttamente dal sole; è in grado di assorbire dagli stomi fogliari e «digerire» inquinanti gassosi come il benzene e tanti altri, con le radici previene l'erosione del suolo... Se analizzassimo inoltre i danni ambientali per estrarre il metallo di cui è fatto il condizionatore, per produrre le sue parti in plastica, per sintetizzare il suo fluido refrigerante, per fornirgli energia, per smaltirne i costituenti dopo che la sua breve vita si è conclusa..... cosa potremmo dedurre? Nessuno psicofarmaco, per quanto efficace e poco tossico, sarà mai perfetto quanto la «soddisfazione» che ci pervade quando possiamo dirci orgogliosi di qualcosa che abbiamo fatto; ovviamente questa condizione implica chiarezza di idee e comporta cambiamenti psicologico-biochimici che una sostanza esogena può solo surrogare. Nessun campo coltivato produrrà mai tanta varietà e quantità di biomassa quanto ne produce, senza alcuno sforzo umano, una foresta integra. I pomodori geneticamente modificati (GM) che si conservano a lungo sono utili al commerciante nelle fasi di stoccaggio, ma al consumatore attento si svelano verdura stantia al prezzo di quella fresca; il miracoloso «golden rice» GM con le vitamine non è alimento più completo di un riso integrale, ne ha, al contrario, valori nutrizionali inferiori. L'automobile è più evoluta della bicicletta? Dipende dal punto di vista: un'automobile per pochi può essere un raffinato lusso e comodità, gli oltre 600 milioni di autoveicoli circolanti al mondo sono una catastrofe. Durante un terremoto può essere meglio una capanna di paglia di un palazzo. Un'edilizia concepita secondo criteri di eco-architettura potrebbe abbattere i consumi energetici del 50-80% senza intaccare la comodità degli ambienti (in relazione alla latitudine). Come ex direttore di un team di ricerca nel settore bio-agro-chimico, ho visto accantonare scoperte brillanti e promuovere innovazioni dannose. Ogni tecnicismo ha i suoi pro e i suoi contro; soltanto la valutazione complessiva dei bisogni umani in un quadro di corretta valutazione delle esigenze territoriali ci dice quanto quel tecnicismo sia più o meno buono. Che la fruizione della imperfetta tecnica occidentale venga estesa anche a popoli che mai la realizzerebbero autonomamente e che spesso non desiderano cambiare il loro sistema di conoscenze e le loro abitudini, è il crimine in assoluto più grave che sia possibile compiere. Corrompere l'identità, la cultura ed il rapporto tra gli individui ed il loro contesto può essere anche peggio che schiavizzare. Perché questo crimine che distrugge il mondo se non per gli interessi di chi ci specula? Connivenze ideologiche lo permettono: la cultura colonialista degli americani, un malinteso spirito evangelizzatore di certi ambienti cristiani e soprattutto il progressismo materialista. La tecnica oggi è sacra perché in essa c'è chi vede lo strumento del sogno di riscatto umano dopo la condanna divina, oppure dell'affrancamento da una natura matrigna. Come sottolinea con grande efficacia Stefano Vaj nel suo ultimo saggio «La rivoluzione biopolitica» è essenziale: «... rifiutare la visione linearista e provvidenziale della Storia... la visione «aperta» della Storia non dà certezze consolanti... Garantisce d'altronde... che ogni punto, ogni epoca possano essere assunti come il momento di una nuova origine, di una rigenerazione della Storia stessa». Questa rigenerazione è possibile nel momento in cui una elite consapevole sappia infiammare gli animi verso una nuova meta: un mondo sano e giusto che non ponga limiti all'eccellenza dei singoli ma ne ponga e di molto netti alla rapacità finanziaria. Enzo Caprioli
Bibliografia
Accordi B., Lupia Palmieri E., Parrotto M. - Il Globo terrestre e la sua evoluzione - Zanichelli, Bologna, 2000. Bright C. et al. (Worldwatch Institute) - State of the World 2004 - Edizioni Ambiente, Milano, 2004. Caprioli E. - Iperlogica: il cuore della ragione - La Goliardica Pavese, Pavia, 2005. www.lagoliardicapavese.it Checchi A., Giannella S., Penna A. - L'apocalisse nei mari delle vacanze - Oggi, 5 gennaio 2005, pp 18/25. EEA 2003 - Europès environment: the third assessment - European Environment Agency, 2003. FAO - www.apps.fao.org. French H. W. - Cina's growing deserts are suffocating Korea - New York Times, 14 aprile 2002. Munich Re - Topics annual review: natural catastrophes 2001 - Munich Re, Monaco, 2002. Vaj S. - La rivoluzione biopolitica - L'Uomo libero, settembre 2004, pp 37/135. Wackernagel M., Rees W. - L'impronta ecologica - Edizioni Ambiente, Milano, 1996. Wang Tao - The process and its control of sandy desertification in northern Cina - Accademia Cinese delle Scienze, Lanzhou, 2002. Yang Youlin, Victor Squires, Lu Qi (a cura di) - Global alarm: dust and sandstorms from the world's drylands - United Nations, New York, 2001.
NOTE
1) Lo «tsunami» si inquadra nel più generale fenomeno di «maremoto»; esso per lo più si verifica quando un movimento di faglia, associato a terremoto, fa sollevare o abbassare bruscamente un tratto del fondo del mare. Questa oscillazione provoca, nella massa d'acqua sovrastante, una perturbazione che si esprime anche a livello di superficie. In pratica si generano onde molto lunghe che in mare aperto si propagano ad una velocità tra i 500 ed i 1000 Km orari; l'altezza di un'onda di maremoto in pieno oceano è modesta (un metro o poco più) e può passare del tutto inosservata, diminuendo la profondità del mare diminuisce la velocità dell'onda ma ne cresce l'altezza. Quando l'onda di maremoto arriva sulla costa può raggiungere altezze di 20-30 metri: una gigantesca muraglia d'acqua che si abbatte sul litorale travolgendo tutto e spingendosi in profondità nell'entroterra. Il maremoto può essere provocato inoltre da grandi frane lungo una costa a picco o dall'impatto in mare di asteroidi, come pure dal collasso calderico di un vulcano sotto la superficie del mare; ciò accadde nel 1883 a Krakatoa, un'isola vulcanica nello stretto della Sonda. 2) Su un territorio integro le «catastrofi» naturali hanno un impatto enormemente più blando, possiamo anzi affermare che la maggior parte dei danni subiti da alcuni organismi si trasforma in opportunità per altri organismi. Ad esempio l'esondazione ciclica del Nilo in Egitto, dai Faraoni all'era moderna, portava qualche problema, ma era soprattutto attesa per il beneficio all'agricoltura. Piogge intense e prolungate su territori collinari densamente boscati si trasformano in riserve di umidità captate dal sottobosco, dalla falda acquifera, dai ruscelli; le stesse piogge su pendii a scarsa copertura vegetale o coltivati determinano erosione, frane, smottamenti, interramento dei corsi d'acqua e quant'altro. Alcune agenzie americane di stampa hanno avuto la sfrontata demenza di diramare la notizia, ripresa ottusamente da TV e giornali nostrani, che il maremoto di dicembre sarebbe da paragonarsi a 23.000 (diconsi 23.000!) atomiche del tipo sganciato su Hiroshima. È opportuno non dimenticare le 136.000 vittime della sola Hiroshima, di cui 64.000 morte subito o nei primi mesi e le altre avviate ad un calvario inenarrabile; la contaminazione radioattiva del territorio, che poi ha causato un strascico di malattie e neonati malformati, non si è ancora completamente esaurita a distanza di un sessantennio. 3) Nella prefettura di Axla il 60% degli oltre tre milioni di ettari a pascolo sono in fase di regresso vegetazionale: la produzione di foraggio nella regione è scesa del 43%, il peso corporeo medio di un animale erbivoro da lavoro ha subito la stessa riduzione. Una situazione simile si riscontra in numerose prefetture e contee della Cina settentrionale e occidentale. 4) Nel cuore della Pianura settentrionale cinese il livello della falda è sceso nel 2000 di 2,9 metri. Con l'abbassamento delle falde ed il prosciugarsi delle sorgenti anche torrenti e fiumi vanno in secca, i laghi spariscono. Dei 1.052 laghi della provincia di Hebei ne sono rimasti oggi 83. 5) Il giorno 5 maggio 1993 la tempesta di sabbia e polvere nella provincia del Gansu (Cina nord-occidentale) ha ridotto a zero la visibilità diurna ed il cielo era buio. Furono distrutti 170.000 ettari di raccolto agricolo, danneggiati 40.000 alberi, uccisi 6.700 capi di bestiame, devastati 27.000 ettari di serre, solo 49 le vittime umane e 278 i feriti. 6) L'agenzia di protezione ambientale della Cina riporta che il deserto del Gobi si è ampliato di 52.400 Km2 in soli 5 anni (rilievi fatti nel 1999) ed oggi esso dista da Pechino appena 230 Km. Più a occidente è in crescita il grande deserto del Taklimakan, così come lo sono i cinque deserti della Mongolia interna; numerosi i deserti in via di formazione. 7) Recentissima perché nel 1950 eravamo 2,5 miliardi contro i 6,3 miliardi attuali, recentissima perché solo 40 anni fa le foreste tropicali del Brasile, del Borneo..... erano ancora non intatte ma imponenti, recentissima perché lo scioglimento dei ghiacci perenni (polari e montuosi) si è reso evidente solo da 25 -30 anni. 8)
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Ultimo aggiornamento: sabato 02 luglio 2005