Alzo zero

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CRITICA AL FALLACISMO

 

di Daniele Scalea

 

Oriana Fallaci, dal suo soggiorno nordamericano, ha promesso (o minacciato): «Se dovessi guarire, potrei scendere in politica». Noi, naturalmente, le auguriamo davvero di guarire dalla malattia che l'affligge - poiché, per quanto il suo messaggio ci appaia disumano e offensivo, la Fallaci in prima persona non ha mai compiuto alcun male sufficiente a suscitare la ferocia di chi gode d'una grave disgrazia altrui. E certo non sono qui per sostenere che la Fallaci non dovrebbe candidarsi: è libera di far quel che vuole, e così rimarco la differenza che intercorre tra noi e chi, come molti suoi sostenitori, considerano l'avversario un "terrorista" da eliminare fisicamente, o come minimo da privare dell'agibilità politica. La maggior parte delle persone o delle categorie attaccate dalla signora Fallaci in nome della "libertà", sono quelle che nella Libertà credono davvero...

In vista di tale ipotetica discesa nell'agone politico di Oriana Fallaci, vorrei analizzare sinteticamente il pensiero contenuto nelle sue opere recenti, e sottoporlo a una breve critica.

Mi permetto di sintetizzare con mie parole le teorie fallaciane, per evitare il ricorso a numerose e lunghe citazioni, le quali potrebbero risultare noiose ai lettori (e pure per evitare che mi si accusi, come per l'articolo "Il piccolo breviario dell'odio", di «estrapolare singole frasi fuor dal contesto» - non ostante, in realtà, avessi colà citato solo interi paragrafi, e non certo frasi).

Il perno su cui ruota tutto il Fallaci-pensiero, è la concezione dell'Islam come ideologia nemica del progresso: vale a dire, come sostiene lei stessa, l'Islam sarebbe il nuovo Comunismo o il nuovo Fascismo che si contrappone al "mondo libero". Oltretutto, anziché starsene buoni e zitti a subire il neocolonialismo occidentale, gli Arabi e le altre popolazioni musulmane avrebbero (coscientemente?) deciso di fare più figli per "colonizzare" l'Europa. I dirigenti europei - che com'è noto (alla Fallaci e ai suoi accoliti, s'intende) sono tutti fascisti, nazisti e bolscevichi, e non certo bravi capitalisti - si sono arresi alla "invasione" senza combattere. Entrano allora in scena gli eroici Stati Uniti d'America i quali, dall'alto della loro superiorità culturale e morale, a sessant'anni di distanza sono decisi a sacrificarsi nuovamente per "salvare" l'Europa; per inciso: anche se l'Europa non volesse essere "salvata". Anzi, riconosce la Fallaci, non solo la "collaborazionista" classe dirigente europea ha aperto le porte al Musulmano, ma persino le popolazioni, indebolite dalla promiscuità razziale, che ha fatto dell'Europa una "Eurabia". Purgando le corpose opere della Fallaci da volgarità e insulti, rimane questa polpa teorica - o pretesa tale.

Innanzi tutto, va notato che la popolarità delle tesi fallaciane non è dovuta certo all'interpretazione suddetta dell'Islam - poiché faccio fatica a immaginare che i sostenitori della Fallaci abbiano anche solo una elementare conoscenza della dottrina e della religione musulmana - bensì all'enfasi posta sul tema dell'immigrazione, ch'è un problema reale e molto sentito dalla gente comune. La stessa Fallaci riconosce d'aver trovato il grosso dei suoi sostenitori nell'immenso bacino delle persone di basso censo, o con istruzione scarsa e cultura personale pressoché nulla: il che non è certo reato, ma ci aiuta a riflettere anche sugli errori che hanno permesso l'ascesa del fallacismo.

L'immigrazione di massa verso il nostro paese, dicevo, è un problema reale, dal momento che ha finito con l'intaccare il tessuto sociale sul quale poggiava il benessere delle classi inferiori italiane (il discorso vale naturalmente per tutta l'Europa). Una parte ingentissima della frangia contestatrice, o perlomeno riformista, del sistema, ha per decenni sottovalutato o taciuto questo problema, trastullandosi nel mito della "società multietnica" e del melting pot. Ma il popolo, che non può star chiuso in una torre d'avorio, ha patito in prima persona i problemi più o meno connessi all'immigrazione (disoccupazione, calo dei salari per gli impieghi umili, aumento della microcriminalità, tensioni interetniche), ed è andato a cercarsi qualcuno che gli fosse solidale in tali preoccupazioni. Inizialmente, esso ha trovato conforto nelle vecchie e ritrite teorie razziste: che pure, val la pena notare, ormai non sono neppure più teorie, bensì semplici slogans. Il fenomeno è però rimasto contenuto pel fatto che a propagandare tali idee fossero frange d'estrema destra, fortemente emarginate a livello politico e culturale. La situazione si è rovesciata dopo l'11 settembre, allorché la "guerra al terrorismo" nordamericana ha imposto ai media accondiscendenti una propaganda antimusulmana e antiaraba, la quale necessariamente doveva toccare pure la pericolosa ferita aperta dell'immigrazione. A coronare il tutto, è giunta la santificazione intellettuale donata da Oriana Fallaci, scrittrice di fama e soprattutto considerata campionessa dell'antifascismo e della cultura dominante. La "strategia del silenzio" non ha retto al contingente, ed ha lasciato campo libero alla xenofobia. Il fatto che ancora oggi chi dovrebbe opporsi alla Fallaci, tenda a negare l'esistenza di un problema immigratorio invece sentito dalla stragrande maggioranza della popolazione, palesa come la lezione degli anni scorsi non sia stata affatto imparata; altri, invece, l'hanno imparata "male", nel senso che con una buona dose d'opportunismo sono passati dal "politicamente corretto" all'estremismo antimusulmano. Noi, invece, dovremmo riconoscere il problema, mostrare le sue cause, e soprattutto dimostrare come la Fallaci ne offra un'ottica rovesciata, così da poter fornire a nostra volta delle reali soluzioni.

In un mondo che non è "villaggio", bensì "mercato globale", è giocoforza interpretare anche il fenomeno della massiccia immigrazione dal Terzo Mondo all'Europa secondo un criterio strettamente economico, ch'è quello dell'incontro tra domanda e offerta: nella fattispecie, tra la domanda di lavoro a basso costo in Europa, e l'offerta di manodopera da Africa e Asia. Più d'una volta ho affermato la falsità delle due proposizioni che oggi vanno per la maggiore: quella per cui «gl'immigrati tolgono il lavoro agl'italiani», e la rivale "politicamente corretta", la quale vuole che «gl'immigrati facciano quei lavori che gl'italiani non vogliono più fare». Queste due affermazioni sono opposte eppure complementari, poiché restringono la discussione a due frasi fatte assolutamente false, facendo sì che la gente ignori la vera problematica: i padroni tolgono il lavoro agli italiani per darlo agl'immigrati che, essendo più poveri e spesso disperati, sono disposti a lavorare anche con una paga da fame. La dicotomia così presentata non è più quella fasulla immigrati-italiani, bensì quella a mio parere corrispondente alla realtà tra datori e lavoratori. Il meccanismo dell'immigrazione di massa mi appare come un circolo vizioso: il sistema capitalista imperniato sulla struttura "centro (ricco) - periferia (povera)" genera la massa di disperati del Terzo Mondo pronta anche a fare da schiava nelle industrie e nei campi del Primo, dov'è accolta con gioia dagli industriali, i quali sfruttandola rafforzano ulteriormente quel sistema perverso ch'è alla base di tutta la faccenda. La miopia di certi intellettuali i quali persino rifiutano il problema, fa sì che i popoli, anziché richiedere un più giusto equilibrio nel sistema dei rapporti economici internazionali, si scannino l'un l'altro invocando la testa, a seconda dei casi, del "negro invasore" o del "bianco sfruttatore". Così reimpostando il problema, inoltre, si toglierebbe un valido punto d'appoggio alla teoria fallaciana, dimostrando come Arabi e Africani siano ben lungi dal voler invadere l'Europa, e semplicemente spinti dai morsi della fame; e che se il cosiddetto "Occidente" affascina molti, è prima di tutto per la sua incessante propaganda, e se è odiato da altrettanti, è per le sue continue nefandezze.

Allo stesso modo, affrontando il tema della microcriminalità in crescita, anziché ignorarlo snobisticamente, si potrebbe sfatare il mito della "innata cattiveria" di Arabi, Slavi, Africani, ecc., opponendovi invece una deduzione razionale: gl'immigrati sono più poveri e dunque più facilmente portati a rispondere alle sirene della criminalità (i cui capi sono, del resto, quasi tutti locali), ed inoltre sono perlopiù uomini adulti, cioè appartenenti a quella fascia che in genere commette più reati, e ciò falsa le statistiche tese a dimostrare la "cattiveria" di quelle stirpi. A ciò si potrebbe aggiungere che, se davvero tali popolazioni fossero congenitamente portate alla delinquenza, nei loro paesi d'origine si dovrebbe registrare un numero più alto di reati: invece è vero proprio il contrario, e ciò dimostra che sono la società e i costumi occidentali a corrompere gl'immigrati. Di certo non è, come sostiene la Fallaci, che gl'immigrati abbiano traviato l'Europa portandola su posizioni "naziste" o "bolsceviche", e ancora per una serie di buone ragioni. Gli elementi allogeni costituiscono, in media, circa il 5% della popolazione europea: vale a dire che ogni immigrato ha a che fare con diciannove europei, e dunque il confronto appare impari. Inoltre, l'immigrazione non potrebbe in alcun modo influire sulla mentalità e la volontà politica europea, non solo per lo svantaggio quantitativo, ma pure perché essa è generalmente emarginata, lontana dal sentire comune degl'indigeni, determinato invece dai media, nei quali quelle popolazioni non sono affatto rappresentate, ma dai quali sono anzi continuamente denigrate. A livello politico, gl'immigrati non hanno nessun ruolo e nessuna personalità che possa far sentire la loro voce. Non si capisce dunque come gli Arabi avrebbero "semiconquistato" l'Europa. Semmai, è la cultura (o pseudocultura) yankee ad esercitare una continua pressione sull'Europa; pressione ch'è al limite (se già non l'ha travalicato) della vera e propria colonizzazione. Inoltre, mentre i paesi arabi non godono d'alcuna posizione di potere in Europa - anzi fino a mezzo secolo fa erano sue colonie! - gli USA hanno dislocato un gran numero di soldati armati sul nostro continente, e godono dell'appoggio prezzolato d'una buona parte della classe dirigente. In effetti, facendo parlare la logica, dovremmo concludere che sono gli USA a tentare di conquistare e colonizzare l'Europa. E se oggi le popolazioni europee si sentono tanto vicine agli Anglosassoni e tanto lontane dagli Arabi, è segno che in parte quel piano è già stato realizzato.

Ad ogni modo, l'uomo della strada estimatore della Fallaci, a tutte queste argomentazioni e dimostrazioni logiche scrollerebbe le spalle, dall'alto della sua più inattaccabile ragione: «A me - direbbe - gl'immigrati rompono i coglioni!». Davanti a cotanta spiegazione, dovremmo forse voltarci dall'altra parte e lasciarlo nel suo brodo, a trastullarsi con le tesi fallaci di saggi rabbiosi e autointerviste in ginocchio? Potremmo, se non fossimo in una democrazia rappresentativa, per cui il suo brodo è anche il nostro!

Posta l'assurdità di qualsiasi tesi che volesse affibbiare una premeditazione alla suddetta e suconfutata "colonizzazione" araba dell'Europa, potremmo ben argomentare evidenziando la mancanza d'un nesso qualsiasi tra la politica estera statunitense e il problema immigratorio: anzi, se proprio un legame di causa-effetto c'è, è quello per cui più distruggi il loro paese, più loro emigrano nel nostro! Il sostenitore della Fallaci che odia gl'immigrati, deve rendersi conto che forse bombardare l'Iraq soddisfa la sua animalesca indole xenofoba, ma in alcun modo diminuisce il flusso migratorio in entrata nel nostro paese: tutt'altro. La politica estera americana verte su una serie d'interessi geopolitici e geoeconomici, che non è certo il caso di descrivere qui; senz'altro non risponde alla volontà di sottrarre l'Europa all'espansione demografica di popoli vicini. Nella teoria della Fallaci, non solo i presupposti sono falsi, ma gli stessi strumenti proposti sono assolutamente inefficaci; un giudizio sui propositi che la anima lo lascio alla soggettiva moralità di chi legge. Ciò che più mi preme sottolineare, è che la Fallaci non ha tutti i torti quando dice che le sue tesi sono state accolte dagli oppositori con insulti (che del resto usa anche lei abbondantemente) o sdegno, ma non con confutazioni. Di ciò non dovrebbe però lamentarsi lei, perché è proprio questa ritrosia al confronto che le dona il più grande sostegno tra le masse. Se davvero dovesse mantenere la sua promessa di cimentarsi nella politica, allora dobbiamo essere pronti a fronteggiare le sue, peraltro scarse e poco valide, argomentazioni. A meno che qualcuno non desideri vivere in uno stato razzista, pullulante di fast-foods, e completamente prono alla volontà del padrone di Washington...

 

Daniele Scalea,

 

27 giugno 2005

Ultimo aggiornamento: sabato 02 luglio 2005