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Alzo zero |
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COLONIZZAZIONE IN ATTO
Gli esperti anglosassoni hanno coniato un termine - soft power, traducibile in italiano come "potere morbido" o, per certi versi, con la proverbiale "carota" opposta al "bastone" - per designare quegli ambiti particolari d'una politica che s'affiancano al tradizionale esercizio della forza militare e della pratica diplomatica.
In
questo "potere" o "potenza morbida" rientrano la disinformazione, la
propaganda e la colonizzazione.
Laddove le potenze del passato - da Roma all'Unione Sovietica - si sono limitate ad esportare la loro cultura a fianco di quella dei popoli sottoposti, imponendo la propria lingua come veicolare e insinuando la propria visione del mondo nell'altrui cultura, gli USA per primi cercano di plasmare cultura, lingua e valori degli altri popoli - di tutti i popoli, non solo dei sottomessi - a propria immagine e somiglianza. Se l'Impero Romano, che pure nella storia fu tra i più omologanti, è storicamente noto come luogo di varietà linguistica, culturale e religiosa, l'imperialismo statunitense non ammette sgarri. Inizialmente l'americanismo s'insinua nelle varie culture in modo differente, cercando d'adattarsi ad esse di modo da risultare più attraente e accettabile, ma una volta che il processo di colonizzazione ha fatto il suo corso, allora esso non accetta alcuna eccezione: vi dev'essere un solo modo di pensare, agire, parlare, pregare, ecc. L'inglese oggi è ben più che una lingua veicolare. Esso s'è impossessato di svariati ambiti semantici, soprattutto quelli scientifici, imponendovisi come lingua unica. In passato, un abitante della Giudea poteva discutere in ebraico coi suoi compatrioti, ricorrendo al latino per comunicare con gli stranieri. D'altro canto, il fatto che oggi un italiano, un brasiliano, uno spagnolo, un arabo, un cinese, un congolese e un giapponese, per trattare di informatica, biologia o fisica debbano per forza utilizzare termini tratti dalla lingua inglese, sembra rispondere a un preciso piano d'omologazione culturale globale, per cui la cosiddetta "comunità scientifica" emargina brutalmente chi tenti di trovare o forgiare corrispondenti nel proprio idioma ai termini tecnici della sua materia. Sono forse i Francesi ad essersi resi conto, più di tutti, della minaccia portata da questa vera e propria colonizzazione linguistica; e infatti essi tendono ancora ad arricchire con nuovi termini il proprio vocabolario. In Italia, invece, l'ultimo innovatore della lingua fu forse D'Annunzio, dopo il quale il dizionario italiano è stato allargato (non me la sento di dire "arricchito") solo da termini anglosassoni. Potremmo citare un paio d'esempi noti: ciò che in Italia è definito "NATO" o "AIDS", ricalcando pari pari gli acronimi inglesi, in Francia è detto "OTAN" e "SIDA". L'omologazione linguistica è una minaccia formidabile, poiché nella lingua risiede un enorme potenziale di definizione del modo di pensare (si veda la "ipotesi di Sapir-Whorf"). Se la ragione è prima di tutto proprietà dialettica interna all'intelletto, noi sappiamo che buona parte dell'attività mentale s'esercita attraverso l'utilizzo di categorie linguistiche; potremmo dire attraverso un proprio "dialogo interiore". Noi ragioniamo attraverso le convenzioni linguistiche. Ecco allora che i tratti distintivi d'una lingua possono non dico forgiare, ma senz'altro influenzare in modo determinante i processi cognitivi e intellettivi di un individuo. A un livello più pratico, invece, l'omologazione linguistica conferisce un vantaggio decisivo ai madrelingua. Uno dei primi fattori che determinano il giudizio su d'una persona - oltre all'aspetto fisico negl'incontri diretti - è il suo modo d'esprimersi. Chi parla in modo ricco, disinvolto e fluente, fa un'impressione positiva; chi balbetta, arranca e rivela un vocabolario ristretto, un'impressione negativa. Si faccia caso: anche nel campo dei nemici dell'atlantismo e del neocolonialismo, i più noti pensatori sono di lingua inglese (Noam Chomsky, Naomi Klein, Ahrundati Roy, solo per citare quelli maggiormente famosi). Gli altri rimangono tagliati fuori dal grande circo mediatico globale, che sia nella sua versione ufficiale sia in quella "antagonista" mantiene purtroppo i caratteri di forgiatore del dominio mondiale statunitense. Ciò diventa tanto più grave se l'omologazione s'estende al campo culturale: il che è inevitabile. Infatti, anche se nelle scuole italiane (per esempio) non si studiasse letteratura inglese, i nostri giovani, per il fatto stesso di parlare correttamente e facilmente quella lingua straniera, sarebbero naturalmente inclini a leggere gli scrittori e ascoltare le canzoni anglosassoni (di cui capiscono i testi). I punti di riferimento culturali divengono sempre più circoscritti nell'area anglosassone, affermandosi anche sui propri ed escludendo completamente quelli appartenenti ad altre culture estere: così Popper o Hobbes sono più conosciuti di Croce o Nietzsche, Hemingway e Poe più letti di Voltaire e Dostoevskij. A "sinistra" Naomi Klein è più celebrata di Marx e Lenin, e a "destra" Tolkien più di Evola e Guénon. Tutte le coordinate basilari di cui ci serviamo per comprendere e valutare il mondo, sono state traslate dalla nostra tradizione alla modernità nordamericana e anglosassone.
Una
classe dirigente che fosse vera élite d'un popolo, si
prodigherebbe nel frenare e se possibile respingere questa vera e
propria aggressione colonizzatrice. Una classe dirigente
collaborazionista, che sotto la protezione dell'invasore abbruttisce
la massa e tiranneggia i singoli che le resistono, fa di tutto per
favorirla e potenziarla. Silvio Berlusconi, presidente del consiglio
fortunatamente prossimo al fine mandato, ha issato a
Gli effetti di questo colonialismo - che naturalmente non riguarda solo l'Italia, bensì gran parte del mondo - sono spesso sottovalutati, eppure gravissimi e perlopiù irrimediabili, s'esso fosse lasciato andare in porto. Rifacciamoci alla storia passata, per comprendere cosa ci aspetta. Alessandro Magno, conquistando l'Impero Persiano, non aveva alcuna intenzione di "ellenizzare" l'Oriente. Anzi, fu egli stesso a "orientalizzarsi" nel momento in cui si dichiarò successore dello sconfitto Dario III, attribuendosi molte delle prerogative e delle peculiarità proprie ai Gran Re; cosa che suscitò l'ostilità della cerchia aristocratica macedone, con i conseguenti attentati alla sua vita e, forse, anche un ruolo decisivo nella sua morte. Tutto questo, per dire che Alessandro non nutriva mire colonizzatrici. Eppure osserviamo il fu Impero Persiano pochi decenni dopo la conquista: i governanti erano tutti elleni, con l'eccezione di pochi indigeni educati in Grecia; la lingua comunemente parlata in ambito politico, diplomatico e culturale era una variante del greco; gli stessi popoli che si sottraevano al giogo ellenista, erano in fondo quelli più profondamente ellenizzati (si pensi ad esempio ai Parti, i quali svilupparono in quegli anni una coscienza nazionale per loro inimmaginabile fino a pochi decenni prima). Anche quando l'Oriente tornò in mano agli Orientali, esso non era più quello precedente Alessandro, ma una evoluzione diretta dell'ellenismo. Neppure Roma, in fondo, mirava ad omologare i suoi sudditi. Il suo imperium, pur fra tutti gli arbitri e le illegittimità della conquista, fu in seguito tollerante e sufficientemente aperto: pochissimi imperi giunsero, come Roma con Caracalla, a dare pari diritti politici e civili a conquistatori e conquistati, eliminando così tale dicotomia e forgiando una sola realtà sociale. Però, tutte le culture celtiche cadute sotto il giogo romano furono - seppur involontariamente - cancellate quasi interamente e sostituite da una versione "provincializzata" della romanità. Quando i barbari arrivarono, ad essi non si presentarono più Romani, Italici, Galli, Celtiberi, Illiri, Greci, Daci, Numidi, ecc.; bensì solo "romani", certo molto variegati nelle loro sfumature regionali, eppure riconducibili ormai ad una sola identità culturale. Di esempi se ne potrebbero fare altri, ma questi sembrano già sufficienti. Se Alessandro e Roma, che pure non desideravano colonizzare i popoli sottomessi, lasciarono dopo di sé una realtà sconvolta e omologata, dalla quale era oramai impossibile tornare indietro, cosa pensiamo potrà lasciare l'imperialismo anglosassone, una volta caduto, dal momento ch'esso ha apertamente dichiarato l'intenzione di "civilizzare", "democratizzare" e "liberare" tutti i popoli sconfitti? Sconfiggere l'America non sarà sufficiente, se nel frattempo non si sarà riusciti a sconfiggere anche l'americanismo.
Daniele Scalea |
Ultimo aggiornamento: venerdì 02 settembre 2005