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La
signorina Fallaci ha scoperto, riprendendo una frase
del cardinale Joseph Ratzinger, non ancora Benedetto
XVI, che "Il progresso non ha partorito l'Uomo
migliore, una società migliore e comincia ad essere
una minaccia per il genere umano". Ne sono lieto,
perché è quanto mi affanno a scrivere, argomentando
e non semplicemente affermando come fa la Fallaci,
da una ventina di anni, da "La Ragione aveva Torto"
che è del 1981, seguita, sulla stessa linea, da
"Elogio della guerra" (1981), "Il denaro. Sterco del
demonio" (1998), "Il vizio oscuro dell'Occidente.
Manifesto dell'Antimodernità" (2002), "Sudditi.
Manifesto contro la Democrazia" (2004) e, da ultimo,
"Massimo Fini è Cyrano contro tutti i luoghi comuni"
(2005). Solo che la signorina Fallaci, come si dice
dalle sue parti, in Toscana, "apre bocca e gli dà
fiato". Perché non si possono avere perplessità sul
Progresso e, nello stesso tempo, essere schierate
appassionatamente e criticamente con gli americani
che di questo modello di sviluppo sono la punta di
lancia, pretendono di esportarlo ovunque e
combattono, anche con la violenza, le armi, le
bombe, tutte le realtà che ne vogliono restar fuori,
dal mondo islamico in generale alle società che sono
rimaste tradizionali o, a suo tempo, al khomeinismo,
o, oggi, all'Iran radicale di Ahmadinejiad fino
all'Afghanistan del mullah Omar e dei Talebani che è
stato l'unico, autentico, esperimento
antiprogressista di questi anni, il tentativo di
mantenere un popolo, lontanissimo dalla storia, dal
modello, dagli schemi mentali occidentali,
all'interno della propria cultura e di creare
un'alternativa, etica, sociale e o politica, che non
fosse nè capitalista nè marxista. Ma, lasciando
perdere la Fallaci, che non possiamo prendere sul
serio come pensatrice, credo che al teologo
Ratzinger interessasse e interessi, più che le
nevrosi, le assurdità, le sofferenze cui ci
costringe un modello di sviluppo paranoico, il
discorso morale: il Progresso non ha fatto diventare
migliore l'uomo. In questo il cardinale, poi
divenuto Papa, è in armonia col grande storico
italiano, Carlo Maria Cipolla, laico, che una volta
mi disse: "Non è che un greco dell'epoca di
Aristotele fosse moralmente peggiore di un uomo
d'oggi". Allo straordinario incremento materiale non
ha corrisposto alcun miglioramento etico. Io sono
anzi più pessimista di Ratzinger e Cipolla. Non
perché creda, come pensavano Esiodo ed Eraclito, che
l'umanità sia destinata a peggiorare costantemente
sotto questo aspetto. L'uomo rimane sempre lo
stesso, le sue pulsioni di fondo non cambiano ed è
per questo che tutti i tentativi di creare "l'uomo
nuovo", dal Cristianesimo all'Illuminismo, al
Marxismo per finire con Pol Pot, si sono rivelati
utopici e quasi sempre si sono risolti in spaventosi
bagni di sangue. Ma perché mutano le condizioni in
cui l'uomo opera. Nelle piccole comunità premoderne,
preindustriali, preglobali l'uomo era costretto a
osservare certi criteri di onestà, di lealtà, di
rispetto della parola data (che poi prendevano il
nome dimorale,ma che in realtà avevano a che fare
conl'utilità),se avesse sgarrato sarebbe stato
emarginato o addirittura espulso dal gruppo (è il
"perdere la faccia" dei primitivi).
Gliconvenivaessere onesto, leale, eccetera. Ma nel
"villaggio globale e tecnotronico", dove nessuno
conosce realmente nessun altro e, data la
complessità delle società moderne, i singoli
comportamenti non sono verificabili, non c'è alcun
vantaggio - anzi solo danni - a comportarsi secondo
criteri di moralità. Se oggi un uomo è "morale" non
lo è perché vi è costretto dal contesto sociale, ma
solo per un fatto squisitamente personale ed
interiore. Ma questo è molto più difficile. Ecco
perché nelle società contemporanee esiste una
immoralità diffusa o, per usare altri termini, manca
qualsiasi cultura della legalità. Per cui possiamo
legittimamente dire che l'uomo d'oggi è eticamente
peggiore di quello dei tempi di Aristotele |