Galoppini controbatte a
di Mauro de "Il
Manifesto"
In un articolo di Enzo
Di Mauro pubblicato su «il manifesto» del 1° dic. 2005 e dedicato
all’ultimo libro di P. Buttafuoco, trovo un riferimento al mio libro
«Il Fascismo e l’Islam» (perché citato nella bibliografia del libro
di Buttafuoco) espresso nei seguenti termini: «fonti (se così si
possono chiamare) […] di matrice fascista».
Sinceramente non
capisco questo Vostro modo di procedere. E Vi spiego il perché. Se
«il manifesto» vuol criticare duramente il libro di Buttafuoco (che
non ho letto) è certo liberissimo di farlo. Se però, per farlo, deve
coinvolgere anche altre persone mettendone in dubbio l’onestà
intellettuale e la serietà scientifica, questo è invece un modo di
fare disonesto, anche nei confronti dei Vostri lettori.
Punto 1: «Il Fascismo
e l’Islam» non è un libro «di matrice fascista». Conosco l’uso che
fate del termine «fascista»: «fascista» diventa per Voi tutto ciò
che detestate, che intendete presentar male. Esisterebbe un
«fascismo eterno» che si camuffa, si annida, sta in agguato in ogni
dove, anche in un libro di storia che non fa alcuno sconto
all’atteggiamento paternalista, suprematistico e, riconosciamolo,
progressista (nel senso di chi crede nel Progresso con la «P»
maiuscola») che improntava l’atteggiamento delle autorità italiane
nei confronti dei libici. Probabilmente, per etichettare come
«fascista» (nel senso che Voi attribuite al termine») un libro, per
Voi o basta il titolo o la casa editrice. Leggere e giudicare con
cognizione di causa è un optional?
Punto 2: «se così si
possono chiamare».
Se su «fascista» si
può anche stare a discutere per ore, mettere in dubbio la mia onestà
intellettuale e la solidità scientifica del libro che ho scritto è
inaccettabile.
Non sta certo a me
dire che «Il Fascismo e l’Islam» è un libro serio, basato su fonti
dell’epoca, giornalistiche e bibliografiche (comprese quelle in
lingua araba). Lo dicono storici riconosciuti per la loro
competenza. Tanto per citarne alcuni: Franco Cardini, che ha anche
scritto la prefazione del mio libro, parla del sottoscritto come di
«studioso giovane, ma dotato di metodo e capacità critiche» (I
fascismi e l’Islam, «Storia e Dossier», a. XVI, n, 164, ott.-nov.
2001, p. 11); Salvatore Bono, uno dei migliori conoscitori del
colonialismo italiano: “Enrico Galoppini ci offre ora un primo agile
tentativo di sintesi costruito sull’ampia ma dispersa, appunto,
bibliografia sinora disponibile” (recensione su «Levante», n.
3, settembre-dicembre 2001, pp. 81-82); Rosaria Quartararo,
una delle massime esperte della politica estera italiana, definisce
il mio studio “di fondamentale importanza” e scrive: “L’opera di
Galoppini contribuisce profondamente allo studio degli avvenimenti
che determinarono lo sviluppo del filo-arabismo e del filo-islamismo
di Mussolini e del fascismo” (Tra Fascismo e Islam, «Europa
Mondo – Osservatorio internazionale», aprile 2005, pp. 16-17).
Ciò è quanto mi basta,
perché le persone serie la serietà la riconoscono a naso.
Quanto ai
disinformati, a coloro che ‘cucinano’ le persone solo per condire i
loro intrugli, che sguazzino pure nel loro livore inacidito,
pregiudicando, a mio avviso, la credibilità di un quotidiano che si
avvale di collaborazioni serie come quelle di S. Chiarini, M.
Dinucci e M. Giorgio (solo per citarne alcune).
Dimenticavo: la cosa
mi è stata segnalata proprio da un Vostro abituale lettore, segno
che anche i Vostri lettori Vi leggono con occhio critico.
Saluti cordiali (e
senza rancore).
Enrico Galoppini
---
Bocconi avvelenati...
Quando la storia viene liberata
dalle ideologie... Il J'accuse de "Il Manifesto", il romanzo di
Buttafuoco e la resistenza Europea ai gangster a stelle e strisce
EDITORIA
Le uova marce del drago
ENZO DI MAURO
"il manifesto", 1 dicembre 2005
Molti si sono messi in fila per rendere il dovuto omaggio
all'esordio narrativo del nazifascista confesso Pietrangelo
Buttafuoco, il cui primo libro uscì, quattro anni fa, per le
padovane edizioni di Ar. Adesso Le uova del drago - questo il titolo
del romanzo - è stato stampato da Mondadori e il fascista (confesso)
ha scalato le classifiche di vendita nel giubilo generale. Secondo
Giampiero Mughini - che gli è amico e addirittura vanta il primato
della scoperta - tutto ciò è molto bello e molto buono. Anche per
Francesco Merlo l'evento è considerevole. Specie in questi giorni
che, in vetta alla top ten, la battaglia è col «veltroniano» Baricco.
Ma non ci sono soltanto i catanesi della diaspora a far festa sulla
via della riconciliazione nazionale. L'orgoglio è collettivo e
supera lo spirito di campanile, l'appartenenza etnica. Dal Giornale
al Foglio, dal Secolo d'Italia all'Unità (la penna, qui, è del
valoroso latinista Luca Canali, peraltro collaboratore al tempo
stesso del principale house organ dell'uomo più potente d'Italia), è
un tripudio di esclamazioni e di consensi. Il «sangue dei vinti» si
scioglie con la medesima regolarità (e benché ormai con maggiore
frequenza) di quello di san Gennaro. Perché la narrazione -
ambientata in Sicilia tra il 1943 e il 1945 - si fonda sul
ribaltamento: i soldati anglo-americani sbarcati nell'isola (gli
alleati, nel romanzo, vengono sempre menzionati tra virgolette) sono
gli invasori e i carnefici, mentre le forze del Reich rappresentano
l'eroismo, la civiltà, l'onore, l'umanità, la resistenza. Già, la
resistenza.
Sono i nazisti, per Buttafuoco, i veri partigiani, guardati con
simpatia e affiancati e sostenuti dalla gente in azioni di
sabotaggio.
Consensi trasversali
Che i siciliani - fatta eccezione per collaborazionisti e spie - si
siano resi protagonisti di tanta coraggiosa effervescenza al fianco
dei tedeschi, com'è ovvio, è idea che farebbe ridere di gusto uomini
restii all'allegria come Vitaliano Brancati e Tomasi di Lampedusa, e
non a caso buona parte delle fonti (se così si possono chiamare) a
cui Buttafuoco si appella, a parte il racconto orale di qualche
vecchio nostalgico dell'orbace, sono di matrice fascista. Si va da
Piero Caporilli (L'ombra di Giuda. Eroi e traditori nella tragedia
italiana, Edizioni Ardita, 1962) a Enrico Galoppini (Il fascismo e
l'Islam, Quaderni del Veltro, 2001), da Daniele Lembo (La resistenza
fascista. Fascisti e agenti speciali dietro le linee, Ma-Ro
editrice, 2004) a Manfredi Martelli (Il fascio e la mezzaluna. I
nazionalisti arabi e la politica di Mussolini, Edizioni Settimo
Sigillo, 2003). Né potevano mancare Navi e poltrone e Settembre nero
di Antonio Trizzino, autore cult per vecchi e nuovi fascisti a
partire dalla seconda metà degli anni Sessanta.
Per Le uova del drago sono stati pronunciati - senza arrossire di
vergogna - i nomi di Céline e di Drieu la Rochelle. Ma Buttafuoco -
se pensa come Alessandro Pavolini - scrive talvolta come Mario
Appelius, tal'altra come il razzista Telesio Interlandi o, infine,
come Gianna Preda. È questa - letto il libro che ha l'aria poco
rifinita di un dattiloscritto giovanile rifiutato qualche anno fa
dagli editori e tenuto in caldo per l'epoca più propizia - la sua
genealogia culturale e, oggi, il suo vanto e il suo privilegio. Non
somiglia, se vogliamo, neppure al peggior Malaparte.
Il tanfo - di mezzacalza con gli stivali - è quello antico del
fascismo catanese, dal diplomatico repubblichino Filippo Anfuso
all'eterno studente fuoricorso Benito Paolone, da Biagio Pecorino a
Vito Cusimano, da Girolamo Rallo a Giuseppe Calabrò, da Orazio
Santagati a Gaetano La Terza. Un incubo di sentimentalismo
populista, di nostalgia, di risentimento, di frustrazione travestita
da patriottismo. Ciò che sembrava sepolto per sempre, risorge grazie
a una trasversalità lasciata passare, e dai più accettata, come un
superamento degli steccati ideologici e anzi come una ricompensa.
Si restituisce decuplicato ai figli - tuttavia pur sempre in camicia
nera - il credito che ai padri fu tolto per forza di giustizia. Ma
che razza di paese è mai diventato il nostro che, nel mentre lancia
schizzi di fango addosso a Giaime Pintor o fa le pulci al passato
remoto di Norberto Bobbio, per contro glorifica e spedisce in top
ten il romanzo d'appendice di un quarantenne il cui unico merito è
quello di orgogliosamente dichiararsi fascista?
Si ironizza sui «redenti» passati all'antifascismo negli anni della
cospirazione e della Resistenza e si battezzano con l'acqua santa
dell'oblio i portatori di acqua sporca al mulino della storia. A
stabilirlo, è chiaro, non è Giacomo Debenedetti, ma Giuliano
Ferrara.(Enzo di Mauro)
tratto da:
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/01-Dicembre-2005/art5.html