Il controllo della moneta.
L'usura come sistema
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Mario Consoli |
Il
termine "pecunia" ha origine etimologica dal latino pecus, pecora,
che indicava l'unità di misura anticamente utilizzata per regolare
gli scambi, così come il termine "salario" deriva da "sale", usato
una volta per pagare il lavoro e i beni di prima necessità.
La moneta nasce come sistema semplificato per facilitare gli scambi
e per misurare la ricchezza. Essendo la ricchezza null'altro che la
somma dei patrimoni e dei prodotti di una comunità, la moneta
dovrebbe essere proprietà della stessa comunità, quindi del popolo,
e il suo conio e il suo controllo dovrebbero essere compito dello
Stato.
La quantità di moneta circolante dovrebbe essere, logicamente, pari
al valore della ricchezza esistente in quel momento, cioè dei beni
immobili, mobili, di consumo e degli strumenti impiegati nelle
produzioni.
Lo Stato dovrebbe continuamente vigilare perché questa equivalenza
sia mantenuta: se le ricchezze aumentano, incrementando
proporzionalmente il volume di moneta circolante o, se diminuiscono,
contraendo la quantità del denaro.
L'inflazione e la deflazione, malattie economiche oggi così diffuse
e perniciose, non sono altro che lo squilibrio esistente tra i beni
presenti sul mercato e la quantità di denaro circolante.
Per rendere stabile il potere d'acquisto di una moneta occorrerebbe
dunque un controllo sull'equilibrio tra ricchezza e circolazione
monetaria, ma a questa funzione dovrebbe essere deputato solo lo
Stato, istituito per perseguire il bene della collettività. Le
Banche, invece, sono state inventate e strutturate per ottenere
utili attraverso speculazioni finanziarie, e il terreno più fertile
per tale attività è quello dell'instabilità, dell'inflazione e della
deflazione. Appare quindi ovvio che quando, come oggi avviene, il
controllo dell'economia è affidato al mondo bancario, la stabilità
del potere d'acquisto della moneta è destinata a rimanere una
chimera. E le conseguenze di questa situazione si moltiplicano a
cascata e coinvolgono ogni aspetto della vita della collettività.
Quando uno Stato, ad esempio, si fa promotore della realizzazione di
opere di pubblica utilità, accresce la ricchezza di cui quella
comunità può disporre, quindi è legittimo ed economicamente corretto
che incrementi, per pagare la realizzazione dell'opera, la quantità
di moneta circolante. È un'aberrazione il fatto che in una nazione
ci sia necessità di nuove opere pubbliche e di nuovi servizi
sociali, e si rinunci a realizzarli per mancanza di fondi, lasciando
per di più molti lavoratori disoccupati.
Scrisse Ezra Pound: "Dire che uno Stato non può perseguire i propri
scopi per mancanza di denaro, è come dire che non si possono
costruire strade per mancanza di chilometri".
Non è però lo Stato a battere la moneta, non sono i governi a
determinare le politiche monetarie e la proprietà del denaro non è
attribuita al popolo.
Questa realtà è il punto d'arrivo di un lungo cammino iniziato con
gravissimi errori compiuti nel passato e consolidati nel tempo.
Nel 1694, regnante Guglielmo III d'Orange, un gruppo di finanzieri
capeggiati da William Paterson prestarono un milione e duecentomila
sterline al governo inglese al tasso d'interesse dell'8% annuo. Il
re, per ottenere il prestito, concesse alla Banca di Paterson
l'autorizzazione a stampare cartamoneta - allora chiamata "nota di
banca" - per un importo equivalente alla somma prestata. La Banca si
trovò quindi - oltre ad essere proprietaria di un capitale sul quale
percepiva gli interessi - a disporre di una massa monetaria fittizia
- non corrispondente a nessuna ricchezza reale - con la quale poteva
intraprendere fruttuose operazioni finanziarie o concedere prestiti
sui quali percepire altri interessi.
Per il governo inglese, che rinunciò a battere cartamoneta in
proprio - il che sarebbe stato più semplice ed economicamente meno
pericoloso - cominciò la lunga e mai terminata sequela di interessi
da versare alla Banca, e nell'economia inglese si consentì la
circolazione di denaro inventato col quale illegittimamente si
promuovevano speculazioni finanziarie.
Purtroppo l'esempio inglese, nei secoli successivi, fu seguito da
pressoché tutti i governi del mondo, (unica eccezione: il III Reich)
permettendo di giungere all'attuale situazione, dove nessun popolo è
proprietario della moneta che utilizza e tutti sono debitori delle
Banche private che battono moneta.
Le Banche, nel momento stesso della loro nascita, hanno iniziato a
creare moneta fittizia - pensiamo all'immensa massa di denaro
virtuale oggi circolante nel mondo - dando vita a una colossale
truffa ai danni dei popoli. Non bisogna mai dimenticare infatti che
il prezzo che gli uomini debbono pagare per l'utilizzo di una
cartamoneta irreale, creata dal nulla, è il lavoro, la produzione,
beni mobili ed immobili, cioè ricchezza reale.
Quando le Banche iniziarono a conservare entro depositi blindati i
valori dei cittadini che, per motivi di sicurezza, preferivano
delegare loro questa incombenza, consentirono anche, agli stessi
cittadini, di compilare dei "buoni di cessione" di questi preziosi
per utilizzarli come forma di pagamento. Si tratta dei capostipiti
del moderno assegno.
Il banchiere notò che la tendenza di chi depositava era rivolta più
al risparmio che all'utilizzo a breve dei beni: solo il 10% veniva
movimentato. Egli dunque pensò bene che non avrebbe rischiato molto
creando, a proprio uso, ricevute di pagamento per un importo pari al
90% dei valori depositati presso la sua Banca. E queste ricevute
furono da subito utilizzate per concedere prestiti ad interesse e
partecipare a fruttuose attività finanziarie.
Oggi siamo andati molto più in là; il denaro, che l'antico banchiere
aveva illegittimamente creato - non essendo lui il proprietario dei
beni depositati - era pur sempre garantito da beni esistenti; ora
viene semplicemente stampato ex nihilo, senza nessuna garanzia e
senza nessun limite, e in più si è aggiunto il denaro virtuale,
elettronico. La massa di moneta, nelle sue varie forme, attualmente
circolante nel mondo ed utilizzata per speculazioni di ogni tipo, è
60 volte superiore a quella usata per lo scambio delle merci.
Un'altra considerazione ci sembra degna di nota: se il popolo fosse
il vero proprietario della moneta, questa, al momento del suo conio,
dovrebbe essere attribuita allo Stato e non, come oggi avviene,
messa a suo debito. E, per di più, il valore monetario nasce dal
fatto che il popolo accetta e usa il denaro e non perché qualcuno ha
pensato bene di stamparlo. Se lo stesso banchiere avesse emesso pari
banconote in un'isola deserta, quale valore potrebbero avere?
Ciò nonostante, le Banche centrali, che sono banche private, creano
moneta addebitandola al popolo e, truffa sulla truffa, la pongono a
bilancio sotto la voce "passivo". Nonostante l'unica spesa sostenuta
sia il costo della carta, dell'inchiostro e della stampa.
E la moneta viene prestata allo Stato e agli Istituti bancari che,
su tali operazioni, dovranno pagare interessi.
Questa trafila è ormai così consolidata che nessuno si pone quesiti
sulla sua ineluttabilità.
Pur tuttavia qualcosa di segno opposto è già avvenuto e continua ad
avvenire ancor oggi. Lo Stato in effetti conia, presso la sua Zecca,
le monete metalliche - per importi assai limitati in confronto a
quelli del cartaceo - ed in passato furono stampate in Italia
banconote da 500 lire come "Biglietto di Stato a corso legale". I
cittadini non hanno certo rilevato un fatto del genere, così come
non se ne rendono conto per ciò che riguarda le monetine che oggi,
nell'era dell'Euro, vengono coniate dai singoli Stati, seppure per
importi rigidamente determinati dalla Banca Centrale Europea. Siamo
cioè arrivati al colmo: ora è lo Stato a dover chiedere al potere
bancario l'autorizzazione a battere moneta, peraltro per importi
piccolissimi - gli spiccioli appunto - e non l'inverso, come
avveniva nel 1694 in Inghilterra, quando iniziò il lungo percorso
della grande truffa monetaria.
Ad aggravare la situazione si aggiunge il "maldestro" operare dei
governanti. Giulio Tremonti aveva recentemente proposto la
sostituzione delle monete da 1 e 2 euro con biglietti di pari
valore. È mai possibile tanta incompetenza in un ministro chiamato a
tutelare gli interessi economici degli italiani? O si tratta di una
gaffe generata da altre "oscure" motivazioni? Beffarda ed umiliante
è stata la risposta della BCE: "Ne abbiamo parlato e in linea di
principio non abbiamo nulla in contrario. Mi auguro che il ministro
Tremonti sia consapevole che così perderebbe i proventi del diritto
di signoraggio sulle monete".
La differenza tra euro-carta ed euro-moneta è riscontrabile dal
fatto che mentre la carta è perfettamente identica in tutte le
nazioni che utilizzano l'Euro, le monete sono personalizzate dallo
Stato che le conia in una delle due facce. Ma i cittadini utilizzano
e spendono allo stesso modo cartamoneta e monete metalliche.
Per quale motivo dunque lo Stato, al contrario di ciò che propone
Tremonti, non potrebbe stampare anche la cartamoneta, sottraendo
così questa prerogativa alle Banche private? In tal modo si
affermerebbe il diritto alla sovranità monetaria, fondamentale per
la libertà di un popolo così come quella territoriale, quella
militare e quella politica.
Thomas Jefferson, presidente americano dal 1801 al 1808, a tale
proposito ebbe a dire: "Credo che per le nostre libertà le
istituzioni bancarie siano più pericolose degli eserciti nemici.
Sono già arrivate al punto di erigersi in un'aristocrazia del denaro
che sfida il governo. La facoltà di emettere moneta dovrebbe essere
loro strappata e restituita al popolo, al quale giustamente
appartiene. In realtà, il potere di produrre moneta dovrebbe essere
riservato soltanto allo Stato, che provvederebbe a metterla in
circolazione a seconda delle necessità.".
Stretti dalla morsa del ricatto bancario, i governi sono costretti
invece a pagare cifre di interessi tali da incidere pesantemente sul
bilancio delle proprie nazioni. Le tasse che i cittadini debbono
versare, invece di finanziare opere pubbliche, servono a coprire
anche questi interessi. Per le strade, gli acquedotti, gli ospedali
e tutte le altre strutture necessarie alla collettività, lo Stato è
dunque costretto a chiedere nuovi prestiti, sui quali tutti dovremo
pagare il balzello riservato ai banchieri.
Si tratta di una situazione assurda e solo apparentemente
inevitabile: basterebbe che lo Stato tornasse a battere moneta e
tutto sarebbe risolto. Parecchi hanno intravisto la possibilità di
questa soluzione, ma sinora nessuno è riuscito a diffondere questa
idea, in modo tale da creare una coscienza collettiva, necessaria
per una radicale ribellione, né alcun politico è riuscito ad
attivare provvedimenti alternativi senza scontrarsi - rovinosamente
- con i poteri forti che governano il mondo.
Due presidenti statunitensi, per altri versi assai discussi,
tentarono un'inversione di marcia.
Abraham Lincon fece stampare dei "Biglietti degli Stati Uniti" -
chiamati, per il loro colore, greenbacks - su cui non gravavano
interessi da pagare alle banche. Tutti sanno che nel 1865 Lincon fu
ucciso; qualche storico induce a collegare la persona
dell'assassino, John Wilkes Booth, con casa Rothschild.
John F. Kennedy tentò un provvedimento analogo - alcune banconote
prive di interesse stampate allora sono ancora in circolazione - ma
l'iniziativa non ebbe molta durata per quel che avvenne a Dallas nel
1963.
Il "signoraggio" è il termine col quale si indicava il compenso
richiesto dagli antichi sovrani per garantire, attraverso la propria
effige impressa sulle monete, la purezza e il peso dell'oro e
dell'argento. Ogni cittadino poteva infatti portare alla Zecca
metallo prezioso per farlo trasformare in denaro e il sovrano
tratteneva, come signoraggio, una percentuale del metallo.
Una pratica che resiste tuttora nella vita agricola. Per esempio per
la torchiatura delle olive raccolte, il padrone del frantoio
trattiene a sé circa il 7,5 per cento del carico.
Ciò che viene oggi indicato come "reddito monetario" in effetti non
dovrebbe essere altro se non l'antico signoraggio.
Se un Ente statale si prendesse la briga di stampar moneta,
diffonderla, controllare l'operato degli Istituti bancari, sarebbe
più che legittimo istituire una tassa per coprire le spese
necessarie al buon funzionamento di quell'Ente.
Ma la dimensione del moderno signoraggio va ben al di là di una
semplice tassa. Il reddito monetario di una Banca di emissione è
dato infatti dalla differenza tra la somma degli interessi percepiti
sulla cartamoneta emessa e prestata allo Stato e alle Banche minori
e il costo - davvero infinitesimale - di carta, inchiostro e stampa,
sostenuto per la produzione del denaro.
Se l'Ente di emissione fosse statale il problema avrebbe un peso
relativo, innanzitutto perché sparirebbero di colpo gli interessi
pagati dallo Stato - che senso avrebbe infatti, per lo Stato,
pretendere interessi da se stesso? - poi perché si tratterebbe di
utili che, rimanendo in mano allo Stato, apparterrebbero sempre alla
collettività.
Il reddito monetario, cioè l'utile di esercizio di una Banca di
emissione, viene distribuito invece a tutti i "partecipanti", né più
né meno di come accade in una normale Società per azioni.
Ma il problema inerente la natura delle Banche centrali non è tanto
quello della quantificazione degli utili e della loro distribuzione
- peraltro in alcune nazioni, per attutire gli effetti
dell'increscioso balzello monetario, è stata prevista una
restituzione allo Stato di una percentuale del signoraggio - quanto
il potere esercitato sulla politica monetaria e su tutta l'economia
nazionale in conseguenza delle prerogative proprie di un Istituto di
emissione: stabilire il tasso di sconto, la politica monetaria e del
credito, la concessione dei mutui, ecc.; prerogative della sfera
politica, nel caso di un Istituto di Stato, ma che sono invece
riferibili, nel caso di Istituti privati, a interessi di centri
economici e finanziari, per di più quasi sempre non nazionali.
Le Banche di emissione
sono Istituti dello Stato
o privati?
In Italia, nel 1874, fu promulgata, per la prima volta dalla nascita
del Regno, una legge bancaria, per porre un freno alle emissioni di
cartamoneta e regolamentare la concorrenza tra le banche che
stampavano denaro. Le Banche autorizzate a emettere cartamoneta
erano infatti ben sei: la Banca Nazionale del Regno d'Italia, la
Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito, la Banca
Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Con tale legge,
inoltre, si stabiliva che le variazioni del tasso di sconto dovevano
essere autorizzate dal Ministero delle Finanze.
Con la successiva legge del 1893, promulgata a seguito del clamoroso
fallimento della Banca Romana, i quattro istituti dell'Italia
centrosettentrionale vennero fusi, dando vita alla Banca d'Italia, e
rimasero ancora attivi il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, ma
con ruoli di emissione più limitati.
Bisogna arrivare agli anni 1926-27 per vedere attribuito il diritto
di battere moneta solo alla Banca d'Italia, che diventa così Banca
centrale.
La sua natura - definita e regolamentata nello Statuto approvato con
regio decreto solo nel 1936 - fu definita come quella di un
"Istituto di Diritto Pubblico", ma la sua struttura e la sua
proprietà rimasero quelle che erano: quelle di una Società anonima,
trasformata successivamente in Società per azioni.
Il Governatore assunse da subito un ruolo assai rilevante, non solo
per l'amministrazione monetaria, ma anche per l'intera vita
economica della Nazione. Lo Statuto stabilì la non revocabilità del
Governatore da parte del potere politico, attribuendo questa facoltà
solo al Consiglio superiore della Banca d'Italia, organo tecnico ed
estremamente frammentato, quindi difficilmente condizionabile.
Nel 1926, mentre si stava discutendo sull'assetto da dare alla Banca
di emissione italiana, le pressioni per garantirne la sostanziale
autonomia e l'inamovibilità del Governatore furono notevoli.
Benjamin Strong, Governatore della Federal Reserve Bank di New York
intervenne direttamente su Mussolini per ottenere garanzie
sull'indipendenza della Banca d'Italia e sulla permanenza di Bonaldo
Stringher al posto di suo Governatore, mettendo sul piatto della
bilancia l'appoggio della Federal Reserve e della Banca
d'Inghilterra alla stabilizzazione della moneta italiana.
Così, nonostante numerose correnti del Fascismo spingessero verso la
nazionalizzazione della Banca centrale, il decreto del 1936 si
limitò a sostituire i vecchi azionisti con un consorzio di Enti e
Banche, con prevalenza delle Casse di risparmio. La Banca d'Italia
rimaneva dunque una Banca privata.
La sua proprietà, nel corso degli anni, non è sostanzialmente
cambiata: la proprietà della Banca d'Italia non è mai stata dello
Stato, cioè del popolo, ma delle banche.
E la storia dell'autonomia della Banca d'Italia è, sino ad oggi, una
sequenza di tappe sempre più significative, tutte indirizzate ad
aumentarne il distacco dallo Stato.
Nel 1981 - quando era ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e
Governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi - si giunse a
sancire il diritto della Banca a non sottoscrivere - sia
parzialmente che in toto - i titoli di Stato; un divorzio sempre più
definitivo che dimostrava, senza alcun dubbio, chi deteneva il
bandolo della politica monetaria italiana e in quale conto era
tenuta l'autorità politica.
Nel 1992 cadde anche la residua possibilità da parte dello Stato di
controllare il tasso di sconto: il potere di modificarlo, antico
appannaggio del Governo, era stato nel corso dei decenni attribuito
al Governatore della Banca d'Italia, che doveva però agire "in
concerto" con il ministro del Tesoro.
L'ex Governatore Guido Carli, nei panni di titolare del dicastero
economico, il 7 febbraio 1992 fece approvare dal Parlamento
l'assoluta autonomia dell'Istituto di emissione in materia di tasso
di sconto.
Si tratta di una questione chiave: il debitore riconosce al
creditore la facoltà di fissare unilateralmente le regole del
prestito. Regole che poi saranno applicate a tutta l'economia
nazionale. Che senso possono avere, a questo punto, le scelte
elettorali, se nessun candidato, una volta eletto, potrà avere il
controllo delle leve economiche del credito? Quale politica di
sviluppo può essere programmata da un governo che non sa quanto
costerà il denaro?
Così, anche l'ultimo residuo di cordone ombelicale tra Banca
centrale e potere politico era stato definitivamente reciso.
Non solo. Con il passare dei decenni i personaggi del mondo
monetario, non contenti dell'assoluta autonomia conquistata, si sono
proposti in maniera sempre più arrogante come controllori e spesso
addirittura gestori del mondo politico.
Nel 1945 l'allora Governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi
cumulò la sua alta carica monetaria con quelle di vice presidente
del Consiglio e di ministro del Bilancio. Nel 1948 Einaudi divenne
presidente della Repubblica.
Da allora i casi del genere sono stati molteplici e in un crescendo
preoccupante: Carli, già Governatore, divenne ministro del Tesoro;
Ciampi, dopo essere stato Governatore è divenuto ministro, poi
presidente del Consiglio e infine è approdato al Quirinale; Lamberto
Dini, direttore generale della Banca d'Italia è divenuto ministro e
poi Premier; Antonio Maccanico, già presidente di Mediobanca, è
divenuto ministro e consigliere del presidente della Repubblica. C'è
anche da ricordare la carriera politica di Giuliano Amato - assiduo
frequentatore degli ambienti finanziari americani - più volte
ministro e primo ministro e di Romano Prodi, passato dall'incarico
di consulente della Banca Goldman Sachs alla poltrona di Palazzo
Chigi e successivamente a quella di presidente del Consiglio
europeo. Oppure di Mario Draghi, giubilato dal Tesoro alla solita
Goldman Sachs (che è la stessa banca d’affari che speculò sulla
svalutazione della lira del 1992).
Si tratta sempre di scalate politiche quasi mai scaturite da
consultazioni elettorali, ma frutto di alchimie di potere operate in
assoluto dispregio del consenso popolare. Bella democrazia!
Con l'avvento dell'Euro e della Banca Centrale Europea le cose sono
peggiorate. Le autonomie godute dal mondo bancario si sono
rafforzate e la lontananza delle sedi dove si decide e si comanda
hanno infittito l'atmosfera di sospetto e di mistero sul mondo
monetario ed economico.
È un problema di casta. Le cariche che contano vengono spartite
rigorosamente tra di loro, tra gli intoccabili delle Banche centrali
nazionali; le cariche della BCE che sono di spettanza dei Governi,
per statuto, devono essere attribuite a "persone di riconosciuta
levatura ed esperienza professionale nel settore monetario o
bancario".
Mentre gli uomini delle banche continuano sistematicamente ad
occupare gli scranni dei politici, a nessun politico è concesso di
entrare nei blindatissimi palazzi del denaro.
Non vi è ministro, né presidente del Consiglio, né presidente della
Repubblica o monarca ad avere il potere, l'insindacabilità e la
durata della carica che hanno a disposizione un presidente e un
dirigente della Banca Centrale Europea. La BCE dà "indicazioni"
vincolanti ai governi, stabilisce tassi e politica monetaria e
nessun potere politico può interferire.
E il popolo? Sempre più lontano, sempre più sottomesso. Bella
democrazia!
Analoga la storia delle altre Banche centrali negli altri paesi
d'Europa e del mondo.
La più autonoma, la più indipendente, la più spudoratamente privata
è indubbiamente la Federal Reserve americana. La sua proprietà è
inoltre tenuta scrupolosamente segreta, come segrete sono le
riunioni della sua dirigenza. Palese è invece il suo potere,
beffardo ed efficace, negli USA e nel mondo.
Scrisse Gertrude Coogan: "La legge sulla Federal Reserve fu un grave
errore. Essa consegnò ai banchieri internazionali il controllo
assoluto sul sistema bancario americano e, di conseguenza, su ogni
attività economica".
Persino nei regimi comunisti, in smaccata contraddizione con i
dettami ideologici marxisti, le Banche di emissione finirono in mano
ai banchieri internazionali. Nel 1937 la Gosbank, l'Istituto di
emissione sovietico, fu privatizzato, e nel Consiglio di
amministrazione fu accolto il plurimiliardario ebreo-americano
Armand Hammer.
Ci fu una sola nazione, nel XX secolo, che osò nazionalizzare la
propria Banca di emissione, riconoscendo allo Stato e quindi al
popolo la proprietà della moneta: la Germania nazionalsocialista.
Riflettendo sull'accanimento criminalizzante riservato a Hitler ed
ai suoi seguaci e sulla nazionalizzazione della Reichsbank, forse si
potrebbero formulare spiegazioni inconsuete e illuminanti
sull'intera storia del secolo appena trascorso.
I padroni delle Banche di emissione e della politica monetaria
Le Banche centrali, quelle cioè che stampano la cartamoneta dei vari
paesi del mondo, dunque sono private e i proprietari sono in
maggioranza le altre Banche e i grandi finanzieri internazionali.
Ma allora, se il mondo della politica, se i governi, i capi di
Stato, i ministri del Tesoro e dell'economia non hanno più voce in
capitolo sui tassi di sconto, sulle strategie monetarie, sulle
condizioni dei prestiti, sui finanziamenti internazionali, sui
cambi, sulle Borse, chi coordina tutto questo complesso mondo di
numeri, di previsioni economiche, di interventi piccoli e grandi
destinati a influire in maniera determinante sulla vita di tutti i
popoli?
Chi prende le decisioni? Chi comanda?
(Occorre) indagare, osservare più da vicino il mondo delle Banche
centrali e cercare di individuare il momento e la sede dove queste
si incontrano e decidono.
Sì, perché decidono davvero! E gli effetti di tali decisioni sono
davanti agli occhi di tutti.
E allora, informandosi, si viene a sapere che a Basilea, in
Banhofplatz al 2, ha sede la Banca dei Regolamenti Internazionali,
la BRI (o BIS, Bank for International Settlements), fondata nel
1930, dove si riuniscono, ogni mese, i dirigenti di tutte le Banche
centrali del mondo. Proprietarie della BRI sono infatti tutte le
Banche centrali del mondo, ma in proporzioni assai differenti tra di
loro. Il 25% delle azioni sono della Federal Reserve USA, il 15%
della Banca d'Inghilterra e il rimanente 60% è distribuito, con
quote minime, tra tutti gli altri. Un 60% talmente frammentato da
rendere impossibile una qualsiasi aggregazione percentualmente
significativa.
La Federal Reserve, col suo 25% di proprietà e con la costante,
servile disponibilità della Banca d'Inghilterra, ha facile mano nel
determinare il bello e il cattivo tempo.
Nell'àmbito della BRI le Banche centrali dei paesi più
industrializzati del mondo - Stati Uniti, Giappone, Germania,
Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Olanda, Belgio, Svezia e
Svizzera - hanno istituito appositi comitati di vigilanza
internazionale: il CBVB, Comitato di Basilea sulla Vigilanza
Bancaria, il CSPR, Comitato sui Sistemi di Pagamento e Regolamento,
e il CSFG, Comitato sul Sistema Finanziario Globale.
Le nomine dei Governatori delle Banche centrali delle varie nazioni
del mondo, prima di giungere alla ratifica dei rispettivi Governi,
dove ciò è ancora previsto, devono essere approvate dalla BRI; se a
Basilea non sono d'accordo, tutto viene rimesso in gioco, si
vagliano altre candidature, più gradite ai signori della Banhofplatz,
fino ad individuare l'uomo adatto a gestire, a livello nazionale, le
decisioni che vengono assunte lassù, nell'Olimpo dei potentissimi,
dei Morgan, dei Rockefeller, dei Warburg, dei Rothschild.
Certo, perché, nonostante i proprietari della Federal Reserve siano
tenuti segreti e segrete le loro riunioni, si sa per certo che tra
di loro ci sono anche questi uomini e che le loro quote pesano
molto. Nomi che compaiono da secoli nella storia del denaro e,
soprattutto, nella scalata che il potere finanziario internazionale
ha fatto ai danni del potere politico.
Quindi chi comanda il mondo del denaro, cioè il mondo dell'economia,
cioè il mondo tout court, esiste davvero.
In quelle riunioni mensili vengono affrontate tutte le questioni di
ogni paese, vengono decisi i tassi di sconto, i beneficiari dei
prestiti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale,
quali governi devono essere aiutati, facilitati, finanziati, quali
monete devono decollare e quali svalutarsi, quali movimenti
rivoluzionari devono essere armati e quali riforme devono essere
sponsorizzate. Sì, perché chi ha il potere di decidere la politica
monetaria può influire, in maniera determinante, su ogni cosa.
Certamente, nei sontuosi saloni della BRI, si è molto discusso, e
deciso, prima che venissero firmati gli accordi di Bretton Woods nel
1944, con i quali fu stabilito, tra l'altro, che il dollaro dovesse
essere assunto come moneta per gli scambi internazionali.
Certamente, negli uffici della Banhofplatz al 2 si è molto discusso,
e deciso, prima che il presidente USA Richard Nixon, nell'agosto del
1971, annunciasse al mondo l'inconvertibilità del dollaro in oro
(sino ad allora per 35 dollari doveva esistere la garanzia di
un'oncia d'oro). Certamente a Basilea si è molto discusso, e deciso,
prima che la pubblica opinione del mondo venisse a conoscenza della
Perestrojka, del Trattato di Maastricht, dell'Euro, della guerra
all'Iraq, della guerra nei Balcani, della guerra all'Afghanistan. E,
probabilmente, si è parlato anche di attentati, di grattacieli e di
tante altre cose.
Orbene, nessuno, assolutamente nessuno di questi signori che si
riuniscono, discutono e decidono al numero 2 di Banhofplatz di
Basilea, è mai stato candidato in nessuna lista di nessun partito, è
mai stato eletto da nessun elettore di nessun popolo del mondo.
È dunque questa la democrazia?
Controllori senza controlli
La scalata dei signori del denaro non è iniziata all'interno
dell'area politica o delle istituzioni rappresentative delle singole
nazioni. Si è sviluppata dove i soldi si fabbricano, all'interno
delle Banche centrali, affiancandone l'attività con una miriade di
istituzioni internazionali, enti, fondazioni, banche di credito e
d'affari tutte rigidamente dirette o controllate da loro. Una
ragnatela così ampia e articolata da consentire il progressivo
condizionamento planetario di tutte le attività.
La Trilateral Commission, il Council on Foreign Relations, il
Bilderberg Group, il Club de Paris, il Fondo Monetario
Internazionale, la Banca Mondiale, l'Organizzazione Mondiale del
Commercio, la Camera di Commercio Internazionale, l'Institute of
International Finance, il Forum di Davos; e ancora, il Comitato di
Bali, per la supervisione bancaria, l'IOSCO (International
Organisation of Securities Commissions), per la supervisione delle
Borse e dei mercati di capitali, l'ISMA (International Securities
Market Association), l'IAIS (International Association of Insurance
Supervisors), per la vigilanza sulle compagnie di assicurazione, e
l'ISO (International Standard Organisation) alla quale è demandato
l'incarico di definire gli standard industriali, tanto per citarne i
più noti e importanti.
Al condizionamento politico ed economico delle singole nazioni,
attraverso il controllo monetario, si aggiunge il potere di influire
sui rapporti internazionali. Poco importa se intere nazioni, nel
gioco delle speculazioni, sono travolte e ridotte alla fame - vedi i
paesi dell'America Latina - o altre vengono a trovarsi in posizione
di immeritato vantaggio. Un esempio tra i tanti che si potrebbero
fare: il 30% dell'intero ammontare dei prestiti concessi dal Fondo
Monetario Internazionale attualmente è assorbito dalla Turchia -
favorita dalla sua posizione geostrategica nel Vicino Oriente - che
va salvata per non far perdere un forte alleato a Stati Uniti e
Israele.
Inoltre, attraverso il flusso dei finanziamenti, si attivano tutte
quelle iniziative che si ritengono funzionali al disegno mondialista
e si condizionano pesantemente - spesso sino a stravolgerle - anche
quelle iniziative che, a prima vista, potrebbero apparire di segno
opposto. Esempio particolarmente eloquente ne è il Movimento dei No
Global.
Maurizio Blondet, nel suo libro No Global, ci informa che,
contrariamente a quanto la pubblica opinione è indotta a credere,
"l'International Global Forum è largamente finanziato dalla
Foundation for the Deep Ecology, un think-tank con sede a San
Francisco, erede delle fortune del magnate Douglas Tompkins, il
padrone della Esprit Clothing Company, la nota multinazionale di
pret-à-porter. Detta "Fondazione per l'Ecologia Profonda" nel 2000
ha dichiarato attivi per 150 milioni di dollari: grazie a questi
fondi essa funziona come una finanziaria, che fornisce capitali
iniziali per il lancio di gruppi antiglobal in tutto il pianeta".
Ed ancora: tra i "finanziatori dei No Global spicca un nome: Theodor
(Teddy) Goldsmith. [...] Teddy è il fratello minore del defunto sir
James Goldsmith, speculatore mondiale in materie prime, uno dei
dodici uomini più ricchi del mondo, cugino dei Rothschild".
Procedendo nella sua indagine, Blondet mette in luce anche le
relazioni che legano il mondo dei No Global a un altro celebre
miliardario, George Soros.
"Ebreo ungherese naturalizzato americano, Soros è diventato
enormemente ricco e famoso con speculazioni internazionali sulla
lira negli anni '90, il genere di operazioni possibili nel mercato
globale. [...] Soros finanzia anche un'altra fondazione "culturale",
il Lindesmith Center-Drug Policy Foun-dation, che impiega enormi
mezzi per fare lobby a favore di una politica di totale
liberalizzazione delle droghe e per la legalizzazione
dell'eutanasia, naturalmente a livello mondiale".
Dunque, ovunque si cerchi, escono fuori soldi, enormi quantità di
soldi, attraverso i quali i soliti signori, indirizzano,
determinano, controllano.
Per ciò che riguarda l'Europa, taluni sono indotti a credere che
l'Euro sia il punto di arrivo spontaneamente perseguito dalle
nazioni del Vecchio Continente, nel quadro della loro volontà di
unificazione.
Ma, osservando bene, si scopre che anche i fili che hanno mosso
questa operazione vengono da lontano e ci conducono sempre ai soliti
nomi.
Il professor Joshua Paul, docente della Georgetown University, ha
pubblicato nell'autunno del 2000 una serie di documenti del
Bilderberg Group, sino ad allora tenuti segreti, che documentano
come da cinquant'anni quegli ambienti stessero lavorando perché
l'Europa si dotasse di un'unica valuta. Già nel 1948 le Fondazioni
Ford e Rockefeller avevano dato vita all'American Committee for a
United Europe, con lo scopo di condizionare lo sviluppo monetario,
economico e politico del nostro Continente in modo convergente agli
interessi d'Oltreoceano. Un memorandum della sezione Europa del
Dipartimento di Stato americano, in data 11 giugno 1965, riporta
precisi suggerimenti al vice presidente della Comunità Economica
Europea, Robert Marjolin, per giungere al varo di un'unica valuta
europea, non come concorrente del dollaro, ma come agevole mezzo di
controllo delle economie delle singole nazioni europee.
È infatti molto più semplice controllare un'unica entità monetaria e
un'unica Banca centrale indipendente, piuttosto che quindici valute
e quindici Istituti di emissione con ancora qualche residuo legame
con i ministri economici, i governi e il mondo politico.
All'articolo 7 dello Statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali
e della Banca Centrale Europea si legge: "Né la BCE, né una banca
centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali
possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli
organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi
altro organismo".
Le Banche centrali delle singole nazioni europee, prima del Trattato
di Maastricht, avevano un'indipendenza dal potere politico
valutabile tra il 40 e il 65%; oggi, dopo i cambiamenti determinati
dall'avvento dell'Euro, hanno raggiunto il 90%.
Dunque, mentre nessuna influenza può giungere dal potere politico
alla BCE, dai vertici monetari giungono al potere politico continue
indicazioni, parametri cui attenersi, precisi paletti che
coinvolgono l'intera economia delle nazioni.
Come giustamente osserva Bruno Tarquini, già Procuratore della
Repubblica a Teramo, nel suo La banca, la moneta e l'usura, "Lo
Stato ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, trasferendola
a un istituto privato: questo perciò, in perfetta autonomia e
indipendenza, esercita una pubblica funzione di essenziale rilevanza
per la vita della Nazione, essendo noto che la politica monetaria
(vale a dire l'emissione della moneta e la regolamentazione della
sua circolazione nonché del mercato monetario) condiziona l'intero
sistema economico di uno Stato ed influisce quindi anche sulla sua
politica generale, e particolarmente su quella sociale".
È davvero singolare come il Trattato di Maastricht si sia
preoccupato di definire la BCE esclusivamente per ciò che riguarda
la sua indipendenza. Francesco Papadia e Carlo Santini, nel loro La
Banca centrale europea, ricordano: "Dalla lettura del Trattato
emerge la particolare collocazione della Banca centrale europea
nell'assetto istituzionale dell'Unione europea. L'art. 4, infatti,
non la menziona tra le istituzioni (Parlamento europeo, Consiglio,
Commissione, Corte di giustizia e Corte dei conti) della Comunità.
Alla Banca, però, il Trattato conferisce personalità giuridica e lo
Statuto riconosce la più ampia capacità di agire in ciascuno degli
Stati membri. Sotto il profilo giuridico-formale, la Banca centrale
europea non è, dunque, un'istituzione comunitaria [...] i suoi atti
non sono imputabili alla Comunità. La Banca centrale europea è
inserita in una cornice giuridica che ne stabilisce e ne tutela
l'indipendenza nell'attuazione della politica monetaria".
La BCE determina dunque, in perfetta autonomia - come se ciò non
avesse rilevanza politica e sociale - il livello dei tassi di
interesse ufficiali, cioè il costo del denaro, cioè la politica di
espansione o di restrizione monetaria. E, se non bastasse, decide e
guida, in perfetta indipendenza, tutte le operazioni di acquisto e
di vendita degli euro contro altre valute sul mercato dei cambi. E
le Banche centrali nazionali devono conformarsi in tutto e per tutto
alle direttive della BCE - il Consiglio direttivo vigila
attentamente - altrimenti bacchettate sulle dita, con tutto il
potere per farlo.
La BCE, e di conseguenza anche tutte le Banche centrali nazionali,
ufficialmente - ormai è scritto a chiare lettere, nero su bianco,
nei Trattati e nei Regolamenti - non possono concedere, per nessun
motivo, crediti agli Stati, o alla Comunità europea o a qualsiasi
altro soggetto pubblico, e quindi è loro proibito acquistare titoli
di Stato, sia al momento dell'emissione che successivamente.
Non solo, se prima di Maastricht qualche Banca centrale, come
abbiamo già ricordato, poteva prevedere un parziale ristorno allo
Stato del signoraggio - reddito ottenuto attraverso la politica
monetaria - alla BCE si fa obbligo di non fare uscire neanche un
centesimo dalle casse del Sistema europeo di banche centrali.
E ancora, mentre i dibattiti e le sedute della Camera dei deputati e
del Senato sono aperte al pubblico, le sentenze delle Corti di
giustizia devono essere dettagliatamente motivate e pubblicate, le
riunioni del Consiglio direttivo della BCE sono assolutamente
secretate ed è lo stesso Consiglio che, di volta in volta, decide se
pubblicare le proprie deliberazioni, pubblicarne solo alcune parti o
non pubblicarle affatto.
Infine, ciliegina sulla torta, i dirigenti della BCE godono di una
sostanziale immunità. Non sono infatti previste, all'interno della
BCE, sanzioni per comportamenti impropri. Nei Regolamenti si legge
che è sufficiente il rischio di perdere credibilità e fiducia per
garantire la certezza dell'operato dei dirigenti. Solo in caso di
colpe gravissime e di comportamento palesemente illegittimo, può
intervenire la Corte di giustizia, e occuparsi del caso.
La perdita delle sovranità monetaria e legislativa - parti
essenziali della sovranità nazionale - da parte degli Stati europei
è stata stabilita in maniera irrevocabile. E alla chetichella.
In Italia, come sottolineò Ida Magli su il Giornale dell'11 marzo
2001, "Nella legge di riforma della Costituzione, approvata dalla
maggioranza di sinistra in gran fretta poche ore prima dello
scioglimento delle Camere, c'è un passo fondamentale e che pure non
è stato portato a conoscenza dei cittadini né prima né dopo della
sua approvazione. Si tratta dell'articolo 117 in cui si stabilisce:
"La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel
rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti
dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali". In
queste tre righe è codificata la perdita della sovranità legislativa
dell'Italia. Per questo l'articolo 117 non è stato discusso
apertamente: gli italiani non debbono sapere".
Forse, la democrazia è proprio questa. Da qualche parte si è sentito
il dovere di coinvolgere ed ascoltare il popolo attraverso regolari
referendum, e lì - vedi il caso della Danimarca - Maastricht ed Euro
sono rimasti lettera morta. Il popolo ha detto no. Ma queste sono
rare, anzi uniche, eccezioni.
Molto democraticamente, a tutti gli altri paesi europei è stato
imposto di uniformarsi al modello americano senza diritto di
replica, senza alcun referendum.
La riconquista
della sovranità
nazionale
Nell'epoca del denaro virtuale, della e-money, cioè dei soldi che
non esistono, ma che possono determinare il benessere o la povertà
per intere popolazioni, la ricchezza o la rovina per intere
categorie è, in fondo, logico che il sistema politico dominante sia
quello democratico, dove "sovrano" dovrebbe essere il popolo, ma a
decidere sono solo i banchieri e le loro lobbies, dove si confondono
le alchimie monetarie con i referendum popolari, dove le maggioranze
possono essere del 13%, dove si scambia la libertà con l'obbligo a
consumare, la dignità con il possesso di una carta di credito, la
patria con un titolo quotato in borsa, la vita con la storia di un
conto corrente.
Di fronte ai grandi temi di attualità le uniche risposte sono quelle
ispirate dall'interesse dei soliti gruppi finanziari. E nessuno si
ribella, perché non c'è più un potere politico rappresentativo e
autorevole da cui aspettarsi risposte differenti, autonome, ispirate
dall'interesse della collettività.
...Forse, gli uomini stanno cominciando a comprendere chi sono i
veri nemici, e stanno cominciando ad odiarli.
Il giro di boa che condurrà al crollo della tirannide monetaria e
alla riconquista delle sovranità nazionali è probabilmente molto più
vicino di quello che, di fronte alla potenza planetaria delle
lobbies finanziarie, si sarebbe indotti a credere.
Si preparano tempi duri, durissimi, come quelli che già stanno
vivendo gli argentini.
Sarà un passaggio traumatico, dolorosamente traumatico; giacché
tutte le risorse sono ormai nelle mani di quei signori e gran parte
delle nostre qualità lavorative sono state stravolte: il villaggio
globale ha distrutto l'artefice del prodotto finito e lo ha
sostituito con l'operaio costretto a costruire un bullone, un
ingranaggio o solamente ad assemblare e con il fattorino capace solo
di consegnare ciò che le multinazionali hanno commercializzato.
Dovremo reimparare ciò che ci hanno fatto dimenticare. Dovremo
trovare il coraggio di intraprendere strade nuove, soluzioni
originali. Dovremo sbarazzarci della moneta-truffa dei banchieri e
di tutti i loro ricatti e fondare, finalmente, una moneta vera,
quella del popolo.
Quando il cloroformio del benessere consumista si sarà esaurito,
quando il bailamme di gadget, telefonini, computer sarà andato in
tilt, quando il luna park di supermercati e centri commerciali sarà
rimasto senza prodotti, i popoli necessariamente dovranno
riscoprirsi, rifondarsi, tornare ad esistere con la propria
specifica identità e la propria cultura.
I nostri popoli hanno dimostrato già in molte occasioni di saper
superare prove tremende, sviluppando una forza e una capacità
solidale oggi insospettabili. Anzi, le qualità migliori le abbiamo
espresse nei periodi più duri e in quelli della ricostruzione.
Qualità che i signori delle banche internazionali non sospettano
nemmeno e sicuramente non hanno preventivato.
I popoli europei, oggi ridotti a bracciantato per i servizi
necessari allo sviluppo della nuova economia, quella della
globalizzazione e delle multinazionali, sapranno ritrovare le
proprie caratteristiche produttive e creatrici. Non resteranno,
storditi, affamati, accampati accanto agli aeroporti, ad attendere
l'arrivo degli "aiuti umanitari", come avviene in molti paesi del
terzo mondo.
I popoli europei non accetteranno i nuovi ricatti di qualche nuova
Banca internazionale e sapranno ritrovare la sopita passione per la
libertà e l'indipendenza.
La lotta per la Libertà è una costante nella storia degli uomini. La
lotta dei popoli per la Libertà e la Sovranità sarà il tema
dominante della storia di domani