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"INVOLUZIONE ARANCIONE" IN UCRAINA
Sono trascorsi meno di dieci mesi dalla "gloriosa rivoluzione arancione" (cui il pubblico occidentale ha potuto assistere comodamente seduto in poltrona davanti agli schermi televisivi), e già gli Ucraini hanno dovuto subire una brutale disillusione. Dopo che il presidente del consiglio di difesa nazionale Petar Porošenko e il suo gregario Oleksandr Tretjakov, mercé le indagini per corruzione che li riguardano, hanno dovuto rassegnare le dimissioni, il presidente Viktor Juščenko ha colto l'occasione per esonerare l'intero governo di Julia Timošenko: si chiude così un lungo periodo di contrasti e incomprensioni tra le due guide della "rivoluzione arancione", e del conseguente governo "rivoluzionario". I due hanno molte differenze - di personalità, carattere, stile, e persino programma - ma una cosa in comune: entrambi sono cresciuti politicamente in quell'ancient regime kučmiano che oggi fanno mostra di disprezzare tanto. Juščenko fu direttore della banca nazionale e poi primo ministro di Kučma: nel breve periodo che ricoprì questo ruolo, il popolo ucraino dovette sopportare la più drammatica ondata d'inflazione dallo scioglimento dell'Unione Sovietica. Ovviamente, Kučma non vedeva l'ora di sbarazzarsi di quel primo ministro, impostogli dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, che lo stava rendendo tanto impopolare; d'altro canto, Juščenko aveva fiutato il malpartito e, d'accordo con i funzionari nordamericani che incontrò in quei giorni, escogitò le contromisure. L'occasione venne dall'uccisione del giornalista Gongadze, il quale stava indagando sulle connessioni mafia-politica. Le opposizioni rovesciarono tutte le responsabilità sul presidente, e ottennero l'appoggio del primo ministro ed anche della signora Timošenko, ricchissima oligarca, già ministra con Pavlo Lazarenko - fuggito in USA dalle accuse di corruzione - e a sua volta ricercata nella Federazione Russa per malversazione. Fu qui che i due s'incrociarono e unirono le proprie forze, sotto la calda ala protettiva dell'imperialismo nordamericano: ma il primo round fu perduto. Il principale partito d'opposizione, il Partito Comunista Ucraino, fiutò presto che la campagna era rivolta esclusivamente contro Kučma, e non contro un sistema marcio fino al midollo. Esso scelse allora di conseguire almeno un risultato accettabile, e cioè la cacciata dell'alfiere del neoliberalismo, Juščenko, ottenuta alleandosi proprio col presidente. L'ex primo ministro e l'ex oligarca non si persero però d'animo e, con i corposi finanziamenti e il massiccio invio d'esperti statunitensi, misero in piedi una potente coalizione nazioccidentalista. Essa poteva contare sull'appoggio di centinaia di cosiddette ONG straniere sul suolo ucraino, di giornali, di personalità prezzolate e di televisioni, in primis "Canale 5" del già citato Porošenko. In tal modo poté guadagnarsi l'appoggio di metà della popolazione ucraina e, con un abile e incruento colpo di stato, raggiungere il potere. Qui si sono però viste alcune incompatibilità caratteriali e politiche tra i due alfieri della "rivoluzione arancione". Juščenko ha l'insensibilità tipica dell'economista, e il piglio del banchiere; egli è fedelmente ligio ai dettami dei suoi padroni (Casa Bianca, FMI e Banca Mondiale) e indifferente al "popolo sovrano", quando non s'è in periodo d'elezioni. La Timošenko è invece un'abile demagoga, con uno stile politico populista e audace, talvolta persino incosciente - e ciò le ha provocato in questi mesi alcune brutte sconfitte, come quella sul prezzo del carburante. Ma le sue qualità l'hanno fatta amare dal popolo, molto più del freddo Juščenko; e c'è da giurarci che, dopo il suo esonero, ella apparirà a molti come una "martire" politica, e vera anima della "rivoluzione arancione". Juščenko già da alcuni mesi si mostrava impietoso con la sua prima ministra, accusandola d'aver messo in piedi «il peggior governo d'Europa»; dacché, era lecito aspettarsi che ora la Timošenko gli rendesse pan per focaccia, facendogli un'opposizione intransigente. L'impressione della prima ora è che tale aspettativa fosse errata. Comparendo in televisione all'indomani del suo esonero, l'ex prima ministra non ha lesinato critiche e rimproveri al vecchio compagno di "rivoluzione" (ad esempio, ricordando come molti dei suoi nuovi ministri siano in odore di corruzione), ma ha anche affermato di voler mantenere salda la loro coalizione, invitando i sostenitori a non dividersi tra pro-Timošenko e pro-Juščenko. Proviamo a dare una spiegazione di tale scelta. Certamente, una volta cacciata dal proprio posto la Timošenko non manca d'opzioni, avendo un massiccio consenso popolare. Ad esempio, potrebbe rompere la coalizione e capeggiare un suo partito d'opposizione che - questa è l'impressione - sarebbe in grado di scavalcare Nostra Ucraina, la formazione del presidente. Ma, dividendo il fronte "arancione", vi sarebbe anche il rischio concreto - anzi, molto probabile - che tra i due litiganti a godere sia un terzo. Le speranze di rinnovamento riposte nel nuovo governo da metà della popolazione, sono state già largamente disilluse. La Timošenko ha tentato timidamente qualche riforma, fallendo sempre. Le uniche riforme che interessino Juščenko sono quelle in senso ultraliberista, che, infatti, già stanno colpendo pesantemente le condizioni di vita dei cittadini; inoltre, il suo cavallo di battaglia - l'entrata dell'Ucraina nell'Unione Europea - è stato frustrato dalla bocciatura referendaria della Costituzione unionista, che rimanda sine die qualunque ulteriore allargamento della compagine di Bruxelles (che già a 25 appare ipertrofica). E i malumori della gente sono tenuti a freno con una strisciante repressione. Le prospettive per il futuro non sono migliori: il Cremlino sembra intenzionato, dal prossimo anno, ad aumentare le tariffe agevolate di gas naturale riservate all'Ucraina, portandole al prezzo di mercato globale, vale a dire più che triplicandole, con i prevedibili effetti che ciò avrà sulla vita quotidiana di tutti gli Ucraini, oltre che sull'industria del paese. Tutto ciò dovrebbe favorire una ripresa dei comunisti di Pëtr Symonenko (affossato dalla logica del "voto utile" alle presidenziali ma che probabilmente tornerà alla ribalta nella politica ucraina), e buoni risultati elettorali dei socialisti progressivi di Natalja Vitrenko (che sta componendo una coalizione di movimenti patriottici, ortodossi ed eurasiatisti), dei regionalisti di Viktor Janukovič (gemellati con Russia Unita di Putin), dei socialdemocratici di Viktor Medvedčuk e, da non sottovalutare, anche di una mina vagante come Vladimir Litvin, ex presidente della Rada Verhovna (il parlamento di Kiev). Un'alleanza della Timošenko con qualcuno di questi non è neppure da ipotizzare, se non altro perché le costerebbe gran parte dei consensi di cui oggi gode, i quali provengono appunto dalle file degli "arancioni". Essa preferisce rimanere dove si trova, a mio parere, perché fa affidamento su un asso nella manica: le elezioni parlamentari del 2006. Sotto la spinta del socialista Oleksandr Moroz - membro della coalizione di governo - l'attuale amministrazione sta varando norme tese a trasformare l'Ucraina in una repubblica parlamentare o, per lo meno, ad aumentare considerevolmente i poteri del primo ministro. Evidentemente, Julia Timošenko conta di trionfare alle prossime consultazioni, così da recuperare la poltrona su cui era assisa fino a pochi giorni fa, ma questa volta con molto, molto più potere.
Daniele Scalea |
Ultimo aggiornamento: sabato 17 settembre 2005