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Alzo zero |
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La riforma universitaria
L’approvazione della Riforma Moratti, tesa ad estendere il precariato nelle università italiane e degna continuatrice della Riforma Berlinguer voluta dal centro-sinistra, ha giustamente suscitato la disapprovazione di insegnanti e ricercatori, alle prese con condizioni lavorative sempre peggiori. Dalle pagine di “Rinascita” sono state però doverosamente ricordate anche le pesanti responsabilità di un corpo docente talmente compromesso con le pratiche clientelari, da aver prodotto il noto fenomeno dei “baroni universitari”. Il sistema dell’istruzione pubblica nazionale, scolastico o universitario che sia, è giunto quindi alla frutta, travolto dalla moda liberista e privatizzatrice che già così tanti danni ha provocato nel mondo dell’economia. In realtà un altro aspetto andrebbe analizzato per capire come si sia potuti giungere a questo sfacelo ed esso rimanda ancora una volta alla mancanza di sovranità politica della nostra nazione. In particolare nella nascita della scienza politica (la prima cattedra fu istituita a Firenze nel 1956), materia indispensabile per tutti i cd. “esperti” che orientano con i loro pareri le scelte di una società, l’americanizzazione dell’Italia ha prodotto effetti devastanti. Se si escludono gli insegnamenti creati in seguito al crollo del Muro di Berlino che hanno finalmente riguardato anche i paesi dell’Estremo Oriente o del Nord Africa (con tutti i limiti derivanti dalla mancanza di fondi), gli studi precedenti hanno sempre interessato il comportamento delle democrazie occidentali e la benefica influenza dei loro meccanismi politici. Eliminato poco alla volta l’approccio scientifico e imparziale, eredità di sociologi come Mosca e Pareto, si è introdotto un metodo sempre più ideologico nella valutazione degli eventi (pur ammantandolo di una venatura scientifica), frutto del pesantissimo condizionamento proveniente d’Oltreoceano. Gli anni Sessanta e l’ondata culturale statunitense hanno portato alla ribalta il cd. approccio sistemico, la rivoluzione comportamentista e soprattutto la teoria della scelta razionale, i cui assunti di base sono l’individualismo e il comportamento utilitarista degli individui. Le numerose ricerche empiriche che allora vennero effettuate furono rese possibili dai finanziamenti delle fondazioni nordamericane e tutti i centri di ricerca e formazione creati in Italia si svilupparono grazie a quei contributi. La favorevole prospettiva economica provocò anche la famosa “fuga dei cervelli”, tanto che se diversi studiosi europei andarono a lavorare negli Stati Uniti già alla metà degli anni Sessanta il 90% degli scienziati politici italiani prestava servizio in università nordamericane (cfr. Della Porta-Cotta-Morlino, “Scienza politica”, Bologna, 2003). Gli anni Settanta e Ottanta hanno perciò prima registrato nell’ambito scientifico un allontanamento sempre più deciso dalla cd. avalutatività dell’analista, in seguito hanno dato vita a quella che è stata definita la “comunità degli studiosi” all’interno delle università, cioè quell’intreccio di professori e giornalisti che contribuiscono in maniera decisiva a tradurre per il pubblico colto o le élites politiche i risultati della ricerca nei diversi settori. Oggi che “l’amico di Washington” ha raggiunto il suo obiettivo culturale, cioè la mercificazione di ogni aspetto della vita sociale, si parla di carenza di fondi, di mancanza d’investimenti per la ricerca … in realtà bisognerebbe forse indagare tra le pieghe del rapporto di sudditanza Italia-Stati Uniti per comprendere l’assoluta mancanza di una strategia nazionale in un settore così delicato ed importante. Una diversa volontà politica, anche in questo caso, risulterebbe decisiva.
STEFANO VERNOLE
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Ultimo aggiornamento: domenica 16 ottobre 2005