L’economia Usa non va così bene
Maurizio Blondet -Effedieffe
12/11/2005
Geroge W. Bush parla con una dipendente di un' industria americana
WASHINGTON - I giornali degli ex poteri forti
continuano a ripetere che l'economia USA «cresce ancora» mentre
l'economia europea «ristagna».
La verità è un'altra, e la descrive Paul Craig Roberts, già
vicesegretario al Tesoro durante la presidenza Reagan (1).
In ottobre, la trionfante economia americana ha creato 46 mila posti
di lavoro, 33 mila dei quali nel settore costruzioni (c'è la bolla
immobiliare in corso).
Nessun posto di lavoro è stato creato nei servizi, che da anni sono
la fonte dei posti nell'economia terziarizzata: la McDonald's non
assume più nemmeno camerieri.
In compenso, ci sono stati 81.301 licenziamenti nelle grandi
industrie e multinazionali: per lo più posti nell'«industria della
conoscenza» (informatica e telecom) che sono stati delocalizzati (outsourcing)
in India e Taiwan.
«Questo calo degli sbocchi nelle professioni che richiedono alta
istruzione è un segno sinistro per il futuro delle università
americane», scrive Craig Roberts.
E
rivela: nel dicembre 2003 il Congresso ha chiesto al Dipartimento
del Commercio uno studio sugli effetti della massiccia
delocalizzazione dei lavori «con alta istruzione».
Il rapporto uscì nel giugno 2004, e fu segretato.
Il governo lo ha reso pubblico solo perché costretto da una
richiesta in base al Freedom of Information Act, e solo dopo che il
rapporto era stato ridotto a 12 pagine, tutte (guarda caso) dedite a
magnificare gli effetti dell'outsourcing per le multinazionali.
Statistiche economiche come
segreto di Stato, ecco un altro tratto sovietico acquistato dalla
nuova America.
Il concetto martellato nel rapporto
espurgato è quello consueto: la delocalizzazione favorisce il
consumatore, perché abbassa i costi e i prezzi.
«Ma nessun paese ha beneficio dalla perdita di posti di lavoro ad
alta produttività e ad alto valore aggiunto», nota Craig Roberts.
Il deficit commerciale americano
in prodotti d'alta tecnologia ammontava a quasi 37 miliardi di
dollari; in agosto di quest'anno, tale deficit era cresciuto del
26%.
La bilancia import-export rivela una realtà di tragica
de-industrializzazione, la sparizione dell'economia fisica.
Nel 2004, General Electric, Procter & Gamble, Ford, Kimberley Clark,
Caterpillar, General Motors, Kodak, Honeywell e Alcoa, «tutte
insieme», hanno esportato 269.600 container di merci.
Quanto alle importazioni, la sola Wal-Mart (grandi magazzini
economici) ha importato più del doppio: 576 mila container, quasi
tutti dalla Cina.
E le voci delle esportazioni americane non sono da Paese sviluppato:
le voci principali dell'export sono «prodotti agricoli», «chimica»,
«carte e rifiuti di carta» (sic).
Se fosse vero il mito che viene ripetuto - che gli USA sono una
superpotenza economica sviluppata, e la Cina un'economia in sviluppo
non lontana dal terzo mondo - allora sarebbe la Cina a dover essere
in grande deficit commerciale con gli USA, per importare dalla
«superpotenza» tecnologica gli impianti e le competenze necessarie
al suo sviluppo.
Come tutti sanno, avviene il contrario.
Gli USA
hanno importato dalla Cina per quasi 197 miliardi di dollari, ed
hanno esportato in Cina meno di 34 miliardi.
Il deficit commerciale degli USA verso la Cina è superiore del 30%
al totale delle importazioni americane di petrolio.
A questo punto, Craig Roberts nota giudizioso: «ci ripetono che
dobbiamo raggiungere l'indipendenza dalle importazioni energetiche
(petrolio) perché il nostro futuro dipende da questo. Ma
nello stesso tempo, ci dicono che la globalizzazione - ossia
la nostra dipendenza dalle merci estere - è una buona cosa.
Ma perché l'indipendenza energetica è più importante
dell'indipendenza industriale, dell'indipendenza progettuale e
tecnologica?».
Qui viene messo il dito nella piaga dell'ortodossia ultraliberista:
la dipendenza da merci estere provoca la perdita irreparabile di
competenze tecniche, capacità e inventività nazionali, a vantaggio
di Cina e India.
La sostituzione con lavoratori
stranieri di lavoratori qualificati americani (ma ciò vale anche per
l'Italia) non può nemmeno durare: ad un certo punto, i consumatori
americani (italiani) non compreranno più per mancanza di reddito e
di potere d'acquisto.
Il capitalismo globale sega il ramo su cui è seduto, in una visione
di breve termine che è suicida.
Le paghe americane sono in calo da anni in termini reali.
E Bush continua a dire che la guerra in Iraq durerà dieci anni: gli
USA non avranno né la capacità industriale né il potere di
indebitarsi nemmeno per condurre una guerra di difesa.
Maurizio Blondet
Note
1) Paul Craig Roberts, «What America exports: paper, waste and
Jobs», Counterpunch, 8 novembre 2005.