“1984” di Orwell: un romanzo
attuale
di Mario Consoli
Si è tornati a leggere
su libri e giornali con crescente frequenza di George Orwell e del
suo romanzo 1984.
Si tratta di un argomento di indubbia attualità: l’autore immagina
infatti una tirannia basata sul controllo e la manipolazione
dell’informazione e sulla più rigida e spietata repressione di ogni
forma di libertà politica e intellettuale. Chi sgarra commette la
colpa delle colpe, lo «psicoreato», che provoca una scomunica
sociale con conseguenze tremende, definitive.
«Lo psicoreato non comporta la morte, esso è la morte».
Il personaggio della vicenda si chiama Winston Smith, «l’ultimo uomo
in Europa», come Orwell in un primo momento voleva intitolare il
libro. Smith lavora al Ministero della Verità, dove è incaricato di
«riscrivere», secondo le esigenze del momento, le notizie che
riguardano il passato, bruciare i documenti originali e sostituirli
con quelli «rielaborati».
Smith sapeva, ma forse era l’unico rimasto ad avere una m!emoria
storica e voglia di conoscere. «Libertà è la libertà di dire che due
più due fa quattro», continuava a ripetersi. «Non era vero, come
sostenevano le cronache, che il Partito aveva inventato gli
aeroplani. Lui gli aeroplani se li ricordava fin dalla più remota
infanzia, ma non si poteva dimostrare nulla. Non esistevano più le
prove».
Si sentiva tragicamente solo. L’ultimo uomo ad avere qualche
brandello di conoscenza e, soprattutto, qualche interesse a
conservarla.
«Ma questa conoscenza, dove si trovava? Solo all’interno della sua
coscienza, che in ogni caso sarebbe stata presto annientata. E se
tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i
documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna
diventava un fatto storico, quindi vera. “Chi controlla il passato”
diceva lo slogan del Partito “controlla il futuro. Chi controlla il
presente controlla il passato”».
Il Ministero della Verità si occupava anche di redigere la
«neolingua»! , che consisteva in una progressiva semplificazione del
linguaggio: un numero sempre più ridotto di vocaboli e una
costruzione sempre più essenziale della fraseologia. Un lavoro
incessante di forbici: vocabolari con sempre meno pagine. Più la
neolingua si faceva scarna, più facilmente le comunicazioni – sia
pubbliche che private – erano controllabili. E non solo: «Lo scopo
principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al
massimo la sfera d’azione del pensiero. Alla fine renderemo lo
psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno più
parole con cui poterlo esprimere».
La popolazione era divisa in due. Da una parte la maggioranza, i «prolet»,
verso la quale non vi erano preoccupazioni di sorta: nessuno di loro
si interessava alla politica o ambiva a carriere di potere;
lavoravano, si distraevano con la pornografia che gli veniva
ammannita in abbondanza, si divertivano, procreavano, si
ubriacavano; una massa informe e spersonalizzata. I prolet non
avrebbero mai potuto ribellarsi.
Poi c’era l’ampia classe dirigente che si occupava di tutto; una
moltitudine di burocrati e funzionari estremamente inquadrata e
controllata. Attraverso una capillare rete di televisori
ricetrasmittenti ogni frase era intercettata, ogni movimento
sorvegliato, mentre incessantemente erano divulgati i comunicati del
Partito. Un indottrinamento continuativo e martellante.
Winston Smith, per scrivere qualche riga su un diario, era costretto
a rannicchiarsi in un angolo dietro allo schermo: l’unico punto
della casa dove l’occhio del Grande Fratello non arrivava.
Come Orwell, con sorprendente intuizione, abbia previsto il nostro
tempo ce lo confermano l’uso di un vocabolario oggi sempre più
scarno e internazionalizzato, le diffuse intercettazioni
telefoniche, dei fax, delle e-mail, l’opportunità di utilizzare i
computer come microfoni ambientali, e ancora la possibilità di
individuare un cellulare, anche se spento, la facilità con la quale
si possono ricostruire attività e spostamenti di un individu! o
attraverso il Bancomat, le carte di credito e il Telepass.Oggi anche
in Europa, come già da parecchi anni in America, è guardato con
sospetto, quasi fosse un malvivente, chi si ostina a pagare in
contanti. Evidentemente si subodora un eccessivo attaccamento alla
riservatezza e una preoccupante insofferenza verso i controlli; un
embrione di psicoreato.
In 1984 solo la scenografia, rispetto ad oggi, è sbagliata. Quando
Orwell scrisse il romanzo si profilavano nel mondo due tirannie:
quella sovietica e quella finanziario-capitalista; lo scrittore
immaginò l’affermazione della prima e quindi inserì la sua storia
nel grigiore di un regime sovietizzato.
Nella realtà ha poi vinto l’altra tirannia e, invece dei grigi abiti
tutti uguali, c’è lo sgargiante abbigliamento consumista; invece
dello scadente «gin Vittoria» ci sono gli spinelli, le pasticche e
la cocaina. Per il resto tutto come previsto. Solo qualche
discordanza di ordine estetico, assolutamente ininfluente.
Tutto come previsto: siamo alla tirannia del Grande Fratello! ,
dell’informazione controllata e preconfezionata; siamo nel tempo
dello psicoreato e della totale omologazione.
C’è un altro elemento di preveggenza nell’opera dello scrittore
inglese. L’Oceania, il regno del Grande Fratello – la cui capitale è
Londra – è in perenne stato di guerra. Per lo più una guerra
lontana, tanto che spesso Smith si domanda se si tratti di un reale
conflitto o solo di una artificiosa falsa informazione utile a
conservare in soggezione la popolazione, chiederle sacrifici, farle
vivere un solidale sentimento di odio.
Ma ci sono anche le bombe-razzo che cadono vicino e fanno danni e
vittime, e che finiscono per fugare nella maggioranza ogni possibile
dubbio sull’esistenza del nemico. Come oggi. Ma «le bombe-razzo che
cadevano tutti i giorni su Londra erano probabilmente sganciate
dallo stesso governo dell’Oce-ania, per mantenere la gente nella
paura».
E, come oggi, ogni diritto viene sacrificato sull’altare della lotta
al terrorismo.
Sicuram! ente nessuno poteva immaginare nel 1948, quando Eric Blair
– v! ero nome dello scrittore da tutti conosciuto con lo pseudonimo
di George Orwell – scriveva la sua opera di fantapolitica, che nel
2005 un altro Blair – Tony, primo ministro inglese – avrebbe
affermato, sull’onda mediatica orchestrata sul terrorismo
internazionale – come già fatto da Bush negli USA –, che occorre
emendare la carta dei diritti umani; che i giudici possono ordinare
arresti anche in assenza di prove; che vanno istituiti tribunali
speciali e che questi devono essere tenuti segreti; che è opportuno
limitare i diritti legali della difesa; che il termine della
detenzione preventiva deve essere portato dagli attuali 14 giorni ai
tre mesi. E altre cosucce del genere. Sembra proprio di ascoltare il
Grande Fratello orwelliano e di vederne, sul teleschermo, gli occhi
minacciosi e penetranti.
Un’ulteriore curiosa concidenza: il funzionario chiamato dal primo
ministro inglese a realizzare tecnicamente questa sequela di
provvedimenti liberticidi, si chiama anche lui Blairan, attuale capo
della polizia britannica.
Ma torniamo alla sostanza del libro: «La consapevolezza di essere in
guerra, e quindi in pericolo, fa sì che la concentrazione di tutto
il potere nelle mani di una piccola casta sembri l’unica e
inevitabile condizione per poter sopravvivere». E ancora: «Non
importa che la guerra sia combattuta per davvero e, poiché una
vittoria definitiva è impossibile, non importa nemmeno se la guerra
vada bene o male; serve solo che uno stato di belligeranza
persista».
Sembra proprio di sentir parlare di Osama Bin Laden e del mullah
Omar, i mitici e introvabili nemici del Grande Fratello democratico,
delle fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam,
dell’individuazione di sempre nuove Nazioni canaglia contro cui
combattere.
* * *
Sia nell’opera di Orwell che nel tempo in cui viviamo incombe
dunque, denso di significati ed evocatore di tragiche conseguenze,
lo psicoreato.
Psicoreato non è sinonimo di «reato di opinione! ». è parecchio di
più e, soprattutto, è qualcosa di molto diverso. Il reato d’opinione
è istituito per legge, nero su bianco, codificando quelli che sono i
valori, i simboli, le colonne portanti di un regime politico, e
stabilendo che il vilipendio pubblico di queste cose non è
consentito. Si tratta di una partita a carte scoperte: da una parte
il potere e le sue regole pubblicamente dichiarate, dall’altra i
potenziali oppositori con le loro opinioni. Una partita spesso dura,
fortemente limitativa della libertà e quindi difficile da approvare,
ma che si gioca ancora nell’àmbito di un chiaro confronto politico.
Prevedendo quel tipo di reato non si nega infatti la legittimità di
condividere le idee proibite o di pensare liberamente, si vieta di
farlo in pubblico, cioè di propagandarlo.
Tra reato d’opinione e psicoreato c’è insomma un grande salto
concettuale: per il primo il soggetto è l’opinione individuale o di
parte, e quindi la libertà come condizione politica contingente, per
il secondo il soggetto è una verità che si vorrebbe as! soluta e
quindi la libertà come valore. Si passa cioè dal politico al
religioso. E si tratta di una religione che procede solo per dogmi,
che peraltro sono sempre mutevoli, a capriccio delle convenienze del
potere. E si tratta, per di più, di una religione che non ha nulla
di sacro.
Per comportarsi bene oggi occorre essere politically correct, ma
cosa questo significhi con esattezza non è scritto da nessuna parte.