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Appunti di Biologia Sociale
RELATIVITA’ E INTERATTIVITA’ DEL BINOMIO SPECIE-BOSFERA
di Carmelo R. Viola
Il mio articolo “Destino incerto della specie umana”, ispiratomi dalla vicenda della Val di Susa – ovvero dall’ennesimo episodio in cui l’interesse affaristico-politico viene anteposto (e contrapposto) alla salute della Terra e della specie – in sede internet, è stato oggetto di critica da parte di un cortese e credo dotto lettore. Essere criticati è un’ambizione di tutti perché significa essere letti. Tuttavia, dispiace essere fraintesi, il che dipende anche dal fatto che la funzione di un articolo è quella di soffermarsi su un argomento senza necessariamente esaurirlo e toccandone altri, il cui contenuto è dato per sottinteso. Questo vale soprattutto per chi, come me, “tesse” un pensiero nuovo che è la biologia (del) sociale, la scienza dell’uomo e del suo habitat – la Terra e la società - su base naturalistica ovvero biologica. Si può anche dire semplicemente “scienza sociale su base naturalistica”. Con il verbo “tessere” intendo dire che ogni mio scritto, ispirato a fatti reali, applica e va sviluppando tale pensiero nuovo. Chi mi legge per la prima volta può restare sconcertato da concetti e termini non comuni se non addirittura – me lo si consenta – originali, come non pochi neologismi. Dunque, io parto dall’uomo, non da quello creato – secondo alcuni - da domineddio, ma da quello che ci fa conoscere la storia: dall’uomo-animale: la risultante di una complessa aggregazione e reazione di sostanze minerali in un contesto (humus) favorevole, che consente, attraverso un processo plurimillenario, di fare emergere (ex-sistere) in forma attuale (esistenziale, dunque) quella vita che non poteva, e non può, non preesistere nelle sostanze minerali stesse, le quali, viste fuori del detto aggregato organico, appaiono come prive di vita. Tale trapasso non interessa alla biologia sociale che vuole essere, appunto, una scienza reale dell’uomo reale, che, nel nostro caso, è inizialmente l’uomo primitivo. La mia ipotesi è contenuta nell’ilozoismo (natura come “madre” alias materia ) della scuola jonica presocratica. Sappiamo che, a differenza di tutte le specie animali, che sono “compiute nella loro incompiutezza”, quella nostra “si compie” attraverso tempi lunghi, una specie di “gestazione storica” .La locuzione “compiute nella loro incompiutezza” può sembrare oscura e quasi enigmatica. Significa semplicemente che il leone è sempre leone e il topo sempre topo, mentre l’uomo, pur nato animale, evolve verso la consapevolezza critica e la responsabilità morale. L’emergere (ex-sistere) dell’attuale dal potenziale è uno “svegliarsi dal nulla” (nulla inteso come assenza dei due attributi supremi appena accennati): una specie di “epifania” (apparizione) della Vita attraverso un soggetto od organismo biogeno (produttore di vita attuale-esistenziale). Quanto diciamo è la descrizione – o presa d’atto di quanto è possibile constatare nella totale confessa ignoranza di quanto c’è dietro, che ognuno può immaginarsi o spiegarsi come crede: con la metafisica, la fede o che so io. Ma alla biologia sociale questo non interessa. A noi interessa scoprire le forze propulsive – o propellenti – dell’organismo-uomo verso l’uomo compiuto ben ricordando che tutto – compiutezza compresa - va inteso in senso relativistico.. Nella realtà del divenire – alias nel pantarei – non c’è niente di compiuto, ma tutto si muove e si trasforma e ogni “elemento” esiste in funzione di altri, del mondo circostante, e questa è l’interattività fra il più piccolo degli organismi (poniamo l’ameba) e la biosfera (il mondo vivente nella sua duplice dimensione potenziale-attuale). La biologia sociale ha individuato-supposto quattro pulsioni costanti, che sono altrettanti diritti biologici o naturali, la fonte unica del diritto positivo. Si tratta della fame (che tende a nutrire l’organismo ovvero a farlo esistere come tale: è la costante primaria o strumentale); del bisogno di rassicuranza affettiva (per la protezione dell’organismo dal mondo circostante e, più avanti, dalla paura della malattia e della morte:è la fonte della religiosità nelle più svariate forme, delle religioni, dell’autocrazia); del bisogno di “proiettarsi”: donde la creazione di valori e l’aspirazione di sopravvivere nella memoria dei posteri; del bisogno di autoidentificarsi (del riconoscere sé stesso attraverso il corpo, gli affetti e i valori creandosi una propria “identità”: è la costante trasversale). Dunque il soggetto-uomo esiste, si rassicura, si proietta e si identifica. Queste pulsioni sono i “motori biodinamici” del soggetto, che pensa e agisce in funzione di quelli senza rendersene conto. A tutto questo va aggiunta la sessualità, che può essere considerata come “fame della specie”, la quale si combina con l’affettività (seconda costante). La si può configurare come un propellente tanto potente quanto effimero, perché legato all’età e alla salute (ormonale e non solo) dell’organismo. Due coniugi o partner omosessuali anziani, dalla libido sessuale esaurita, possono volersi un mondo di bene senza dovere più nulla alla “fame della specie” o alla sessualità, comunque: il loro è diventato un rapporto di reciproca rassicuranza. In ogni caso, non interessa la netta distinzione fra una pulsione e le altre ma sapere che esse esistono, interagiscono e, meno quella sessuale-procreativa, sono costanti nel senso di essere sempre presenti indipendentemente dalla loro intensità e qualità. C’è da aggiungere che si tratta di voci analitiche per comodità di intendimento, di una sola pulsione che è quella che Bergson chiamava “slancio vitale”. E’ lapalissiano che l’uomo primitivo risponda alla fame come un animale, cioè attraverso la predazione (di esseri viventi – talora perfino di propri simili-antropofagia – e di frutti della natura). Altrettanto evidente è che, essendo fornito di intelligenza “progressiva”, l’uomo-animale (antropozoo) tende a predare e a possedere senza limite perché il possesso risponde alla seconda costante dell’autorassicurazione. La fame di cibo si estende in “fame di possesso”, tranne il caso in cui la rassicuranza è ottenuta attraverso comunità internamente pacifiche, che costituiscono come una specie di organismo sui generis, e che troviamo in vari popoli primitivi. Tali comunità sono ovviamente suscettibili di aggressività esterna per necessità di autodifesa. Esse sono state violentate e corrotte da antropozoi individualistici, con abitudini para-animali. La conquista dell’America costituì per le comunità locali lo spettacolo dell’animalità predatoria delle origini di propri simili protesi a predare e possedere (naturalmente anche ad uccidere!) non solo a causa di “penuria di beni” ma soprattutto perché, privi di una comunità rassicurante. La rassicurazione la cercavano nel possesso e nel potere ovvero in un agonismo (che poi si dirà concorrenza e competitività: termini presuntivamente “scientifici” dell’economia - leggi: predo-nomia -che ci riportano alla legge della giungla) su cui si è sviluppata la civiltà occidentale, biosocialmente ammalata e destinata al suicidio collettivo come ci dice chiaramente tutta la storia e, in specie quella nordamericana (yankee). Infatti, in un contesto conflittuale-agonistico ogni strumento (fornito dalla tecnologia) si tramuta in arma di aggressione e di morte. L’uomo “si compie” maturando la capacità di sentirsi parte della collettività dei suoi simili, di soffrire della sofferenza altrui (empatia), insomma di tendere ad una comunità rassicurante che, in presenza di un crescente potenziale tecnologico, è la condizione indispensabile per usare in maniera bioetica quel potenziale e per non morire per saturazione di violenza. Sono queste le radici del socialismo, della società etica, ovvero di un ritorno criticamente consapevole e moralmente responsabile, alla comunità , dove il progresso tecnologico va adeguato agli equilibri della natura, cioè della Terra di cui siamo ospiti e non padroni. La tecnologia non è un male ma uno strumento sempre più complesso e potente. Il male e il bene dipendono dall’uso che ne fanno gli uomini. La teoria di Darwin della lotta per l’esistenza non va oltre l’uomo primitivo. Infatti, l’uomo, come abbiamo già detto, a differenza dell’animale, non lotta solo per la sopravvivenza fisica, per l’istinto procreativo e la difesa dell’habitat, ma per un’esistenza rassicurata dal possesso e dal potere (possesso e potere che si ritrovano in ogni azione dell’antropozoo e si traducono in crimini senza fine…) finché non interviene il “senso morale”, l’attributo dell’uomo biosocialmente adulto. Nel mondo animale il più forte in senso biologico conquista la femmina, domina i più deboli e diventa il capo di un branco o comunità; in quello umano, un soggetto macilento e paralitico può dominare un paese e il mondo attraverso i meccanismi del potere politico, poliziesco e militare. Al posto di un soggetto macilento e paralitico possiamo mettere un cretino o un criminale e il risultato non cambia se ha lo strumento del potere. Il grande dramma storico della specie umana è il fatto che i più potenti non vogliono rinunciare ai privilegi (per loro rassicuranti) e impediscono che la specie (il popolo) si evolva verso l’autocompimento usando la scuola, la catechesi religiosa e le leggi per distrarre ed ottundere le nuove generazioni. Nel nostro paese (parola ripetutamente pronunciata dai demagoghi in auge) c’è una serie di “ottundori sociali”, che si chiamano tifo sportivo, “predaludismo” (vedi i mille giochi a premi in TV, le molteplici schedine, le sale da gioco, le discoteche ed altre diavolerie), suggestione clericale, consumismo, e via dicendo. Tutto questo è manipolato da antropozoi di fatto geneticamente deviati o ammalati, in ogni caso incapaci di ritrovare la propria “umanità”. Il non rispetto della relatività del tutto (vedi, appunto la tecnologia) e dell’interattività della specie umana con la biosfera (società e natura), è avvio verso il suicidio collettivo, come ci dicono chiaramente gli ultimi sessant’anni di storia caratterizzati dalla crescente criminalità militare degli USA impegnati a dominare il mondo, incapaci di comprendere che stanno distruggendo anzitutto sé stessi come collettività umana. X X X Ovviamente in un articolo come questo non si può descrivere il socialismo, che è il vero Stato di diritto, come soluzione del marasma sociale dilagante, con buona pace di chi, con un’ingenuità “manicomiale” (più esattamente paranoica) crede di dare un assetto alla civiltà con il neoliberismo (alias capitalismo “animalesco”), con i treni ad alta velocità e con un’Europa manipolata da potenze finanziarie più o meno occulte e che conta oltre venti milioni di disoccupati. Esiste un Centro Studi Biologia Sociale che realizza un’editoria con Quaderni fuori commercio, che vanno a politici ed enti culturali e a quanti ne fanno richiesta con eventuali contributi volontari destinati a coprire parte delle molte spese vive. Basta scrivere a crviola@mail.gte.it
(Relatività e interattività del binomio specie-biosfera – 11.11.05 – 2255)
Carmelo R. Viola Centro Studi Biologia Sociale |
Ultimo aggiornamento: mercoledì 21 dicembre 2005