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Alzo zero |
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Il fallimento statunitense
A chi avesse perso la speranza sulle possibilità di un cambiamento mondiale, consigliamo di mantenere alto il morale. Malgrado le apparenze, infatti, tutti gli indicatori volgono al positivo. Gli Stati Uniti hanno impantanato 8/10 del proprio potenziale militare in Iraq e grazie alla costante resistenza armata irachena il mondo ha per ora visto sfumare tre aggressioni già programmate nei centri studi del Pentagono, quelle a Siria, Iran e Venezuela. Solo per questo Saddam Hussein (che aveva preparato da anni la guerriglia grazie all’organizzazione capillare del partito Baath), oggi portato ignominiosamente alla sbarra come il peggiore dei criminali, andrebbe assolto. L’Amministrazione Bush, forte del sostegno decisivo delle lobbies militari, si è cacciata in un vicolo cieco, il suo debito commerciale è ormai stellare e la strada scelta per tentare di ripianarlo è la guerra ad oltranza, una strategia dalla quale nessun altro presidente statunitense potrà tornare indietro nemmeno in futuro. Inconsciamente, la popolazione nordamericana lo ha capito e ha ridato fiducia a Bush jr., che appariva il più adatto per continuare sulla strada intrapresa dopo l’11 settembre 2001. Lo spettacolo hoolywoodiano del cd. “terrorismo internazionale” (invenzione malriuscita della CIA) serve a rassicurare la tradizionale ipocrisia yankee, che per bocca di uno dei suoi più noti politologi ha in questi giorni definito il genocidio dei pellerossa “la prima fase dell’esportazione democratica”. Sono ormai patetici i quotidiani messaggi mediatici lanciati da qualche star dello spettacolo o del mondo del pacifismo, che si dichiarano contrari alla guerra, nel tentativo di bloccare l’avventurismo militare della Casa Bianca. Tuttavia, anche questi ultimi sono segnali incoraggianti, perché sanciscono la fine del primato morale e culturale statunitense, del quale le “destre” e “sinistre” nostrane si sono compiaciute finora. L’ultimo episodio rivelato, i combattenti afghani dati alle fiamme dai marines in segno di spregio, non fa che confermare questa tendenza Perfino in Italia, il paese più colonizzato d’Europa, qualsiasi movimento si presentasse oggi con un programma basato interamente sull’antiamericanismo, non potrebbe portare a casa meno del 10% dei consensi. Ovviamente sia la “destra” che la “sinistra” si guardano bene dal farlo, limitandosi a qualche sparata propagandistica sul texano di turno, ma la cosa preoccupante è che anche alle ali “estreme” si dorme, preferendo continuare a giocare all’eterno confronto fascisti- comunisti, con tanti ringraziamenti del Ministero degli Interni. Evidentemente fare una battaglia per la liberazione nazionale costerebbe troppo in termini identitari e appare più confortevole dedicarsi ai falsi problemi (nel senso che sono tutte conseguenze di quello principale), i migranti (o immigrati a seconda di chi ne parla …), le case sfitte … oppure inventarsi i nuovi nemici ideologici, tanto per non affrontare la questione decisiva, i cinesi, i turchi, perfino i fondamentalisti islamici vengono prima degli Stati Uniti. Il che suscita qualche dubbio sulla buona fede di molti dei cd. “oppositori”. Nel mondo gli USA non hanno più amici, rendendo realtà i propositi dei neocons che parlavano di fine delle alleanze e nascita del sistema degli Stati-clienti. Il loro maggiore nemico, Hugo Chavez (unico gigante oggi presente sulla scena mondiale) si permette di fare passerella in Europa e parlare di “visione comune” con il Primo Ministro francese, Dominique de Villepin. Persino l’alleato di Istanbul nicchia e fa comunella con Atene nell’opporsi al corridoio n. 8, che privilegiando Bulgaria, Albania e Macedonia, si fa beffe della posizione geografica centrale di Grecia, Serbia e Turchia. Washington, ormai, si fida solo dei vassalli, dei quali, purtroppo il nostro continente è effettivamente pieno, malato come sempre di eurocentrismo, anche se tanti affari, il gasdotto russo-tedesco, gli accordi Eni-Gazprom, vanno in un’altra direzione, sapendo che il gigante di Wall Street ha ormai i piedi d’argilla. Altrove appaiono molto più svegli; i delegati del Partito radicale serbo (un movimento monarchico-tradizionalista) volano come delegati al congresso del Partito comunista cubano, i socialisti nazionali (e non solo) di Caracas stringono alleanza con gli ayatollah di Teheran, dimostrando che i dogmatismi ormai fanno solo ridere. Sopra di loro, Russia e Cina preparano l’alternativa multipolare, la prima per esigenze di sopravvivenza, la seconda perché sa già di essere nel mirino statunitense. Così, mentre Mosca fornisce di armi la Siria e soprattutto l’Iran, Pechino firma contratti petroliferi quindicinali con Ahmadinejad e regola con il Cremlino tutte le pendenze, l’India dispensa aiuti al Pakistan e le due Coree grazie alla mediazione cinese tornano a parlarsi. Miracoli dell’arroganza a stelle e strisce, che evidentemente pochi vogliono cogliere, preferendo trincerarsi sulle questioni esistenziali od organizzando conferenze sul sesso degli angeli. Purtroppo per loro, l’Europa non è in realtà che un appendice dell’Asia e alla lunga le regole geopolitiche emergono (già in passato gli errori di strategia costarono caro), così dopo 60 anni di sudditanza non si possono certo sognare gli imperi eurocarolingi o le battaglie di Lepanto. A meno che, sudditi, non lo si voglia rimanere.
STEFANO VERNOLE |
Ultimo aggiornamento: domenica 23 ottobre 2005