I mali della società
multietnica
Smettiamola per cortesia di prendere per i fondelli la gente
raccontandole di quanto è bella la società multietnica, e quanto è
buona la società multietnica, e vedrete vivremo tutti felici e
contenti in questa Bengodi dove nei fiumi scorrerà ambrosia, i lupi
saranno amici degli agnelli e la Juventus vincerà il campionato
senza imbrogliare. Balle. Che vanno immediatamente rispedite al
mittente, quella sinistra politically correct la cui utopica
Weltanschauung fa più danni di Katrina, Ophelia, Rita e tutti gli
uragani a stelle e strisce messi insieme.
La società meticcia, cui peraltro e fatalmente stiamo andando
incontro (ma questo è un altro discorso), è qualcosa di
assolutamente doloroso per quanti virus conflittuali è capace di
incubare. E per alcune ragioni molto semplici: perché gli opposti è
raro s’incontrino, perché solo similes cum similibus facillime
congregantur, perché la diffidenza verso l’altro da sé è qualcosa di
innato, di congenito, di genetico direi, perché la nostra religione
è assolutamente incompatibile con la loro (parlo dei musulmani)
perché la nostra morale sta agli antipodi dalla loro (senza che
necessariamente la nostra morale e la nostra religione siano
superiori a quelle degli altri, ovviamente). Di esempi potremmo
farne fino a stordirvene ma ne proponiamo solo qualcuno con una
amara riflessione che arriva nientepopodimeno che dagli States.
Cominciamo con l’Italia. A Torino c’è un quartiere, San Salvario è
il suo nome, in cui la maggioranza dei residenti è costituita da
extracomunitari. Ebbene, quel quartiere vive ormai da tempo al di
fuori della giurisdizione italiana. Gli immigrati vi fanno il bello
e il cattivo tempo, le risse e lo spaccio di droga sono all’ordine
del giorno e i pochi cittadini italiani che ancora non se ne sono
andati, vivono in una sorta di coprifuoco permanente. Inutile dire
che i
continui esposti inviati al Comune e alla Prefettura non sono stati
neppure presi in considerazione.
Tanto per darvi il polso di come si vive in quella sorta di enclave
musulmana in partibus infidelium: qualche mese fa un cittadino
italiano, esasperato dalla presenza massiccia di pusher sotto casa
sua, ha sparato con una carabina ad aria compressa ferendone uno
alla testa.
Dopo una medicazione in ospedale, il ferito (che peraltro è
risultato essere un clandestino arrivato dalla Mauritania)
intervistato da un
giornalista, ha dichiarato che lui non è uno spacciatore e che gli
hanno sparato solo perché negro. Ebbene sapete come è andata a
finire questa storia? Che l’appartamento da cui è partito il colpo è
stato perquisito approfonditamente (e giustamente, aggiungo: non è
con i fucili ad aria compressa che si risolve il problema
dell’immigrazione incontrollata voluta dai padroni del vapore per
avere mano d’opera a basso costo) mentre l’immigrato clandestino se
n’è tornato bel bello a spacciar droga con in più l’aureola del
perseguitato per motivi razziali.
Passiamo alla Francia. C’è un paesino a circa trenta chilometri da
Parigi, che si chiama Evry e che da qualche anno è diventato il
punto
d’approdo di una massiccia emigrazione terzomondiale. Usciti dalla
capitale ed entrati in quello strano agglomerato di case, pare si
provi la netta sensazione che l’Europa sia lontana anni luce e che
un virtuale mezzo di trasporto ci abbia scaricati in un qualche
Paese arabo. Niente, lungo queste vie, ricorda infatti la Francia o
Parigi.
Tutti sono islamici, dalle botteghe a chi ci lavora dentro, dai cibi
cucinati alle usanze, dai colori alla musica. Nemmeno la bandiera
blu bianca e rossa, che dovrebbe sventolare sul municipio, è stata
lasciata al suo posto. Ancora non è stata sostituita con la mezza
luna, ma poco ci manca. Dei vecchi abitanti che parlavano un
dialetto particolare, l’argot, non è rimasto più nessuno: hanno
venduto le proprie abitazioni e sono andati via, incapaci di reggere
il peso della marea montante degli immigrati maghrebini che
rischiava di sopraffarli.
L’occidentale che cammina per strada a Evry è guardato in tralice
tal quale un importuno, peggio, un invasore; se entra in un bar,
ordina un bicchiere di vino o una qualsiasi altra bevanda alcoolica
si sente
rispondere che in quel locale certe cose non si vendono. Se sempre
quel famoso occidentale entra in un supermercato e cerca carne di
maiale non la trova perché gli arabi, com’è noto (ed è una
consuetudine del tutto rispettabile) non la mangiano. Come in uno
Stato arabo, appunto.
In Olanda, altro esempio, ogni anno circa trentamila olandesi, sotto
la spinta dei nuovi arrivati islamici, sono costretti ad abbandonare
la propria terra e ad andarsene in Australia. Ogni commento
ulteriore ci pare superfluo.
Ma il riconoscimento del fallimento della società multietnica
arriva, incredibile dictu, dagli Stati Uniti d’America, patria
d’elezione del melting pot. In un saggio dal titolo “Le culture non
sono tutte eguali”, l’autore, l’antropologo David Brooks, al mito
del multiculturalismo e del villaggio globale contrappone la realtà
della “segmentazione culturale”.
“Ormai da tempo l’America è globalizzata, economicamente integrata
nel mondo, ma il processo di convergenza delle sue parti, con la
formazione di una cultura omogenea, non si è compiuto - scrive
Brooks -; al contrario, la sua carta geografica è la proiezione di
vari modelli di comportamento, per quanto riguarda il gusto
musicale, il rotocalco, la televisione. Il nostro mondo è un mondo
di diversità spinte all’estremo, dove i fondamentalisti islamici
rifiutano la modernità, mentre certi ebrei americani emigrano in
Israele e si scoprono sionisti radicali”.
Dice, ma anche l’impero romano era una società multietnica. Un
ciufolo. Dei popoli soggiogati, Roma rispettava sì usi, costumi,
consuetudini e religione ma a patto che i sottomessi s’adeguassero
alla pax romana che poi voleva dire integrazione intorno a valori
condivisi che erano incontestabilmente quelli dell’Urbe.
Un’integrazione, attenti, che si fondava sulla assimilazione (e
sottolineo assimilazione, non convivenza): tutti cittadini della
stessa
patria, d’accordo, ma la patria era quella nata, cresciuta e
pasciuta
sui sette colli. Il fattore unificante era in primo luogo politico,
la
condivisione della medesima civitas. E chi non era d’accordo,
tornava ad essere schiavo. Con buona pace dei progressisti.
Alberto Fraja