Il nodo del costume sessuale
Il rapporto fra i sessi come radice di ogni realtà biosociale — La
sovversione del costume nella strategia dell'imperialismo economico:
le
forze operanti dietro la « rivoluzione sessuale » — La condizione
esistenziale nelle società del nuovo costume: l'uomo, la donna, il
vecchio, il bambino — L'eros, ultima spiaggia di « naturalezza »,
minacciato dalla intellettualizzazione e dalla massificazione
consumista
— Le « conquiste » del nuovo costume: violenza, criminalità, droga,
prostituzione selvaggia, parassitismo e improduttività — Moralità
sessuale come fattore di moralità civica — Degenerescenza civile,
sociale e biologica: il pericolo dell'estinzione — Il dovere della
rivolta.
L'argomento è tragicamente vitale.
Trascurato dagli alti strateghi di Stato e di partito, e dai profeti
delle grandi ideologie che vorrebbero cambiare il mondo, il nodo del
costume sessuale sta invece al cuore stesso dell'intero problema
politico. Tutta la storia, in ultima analisi, altro non è che
espressione di fondamentali leggi di sopravvivenza e di crescita dei
diversi gruppi umani; e queste leggi biosociologiche si esprimono
nella
realtà dei popoli e delle civiltà soprattutto ed in primis
attraverso la
regolamentazione dei rapporti fra i sessi, e di quelli fra i
genitori e
la prole: è di qui che comincia, in ogni consorzio umano, la
faticosa
edificazione di un ordine civile.
E tuttavia, la politica « ufficiale » quasi ignora il problema.
Non v'è dottrina scritta di movimento ideologico, né programma
ufficiale
di partito, che accanto ai grandi temi della struttura sociale,
della
sicurezza, della politica estera, dell'economia e dello sviluppo, si
preoccupi di disegnare un modello di morale sessuale, come elemento
centrale del proprio sogno di ordine e di civiltà. Quando il
problema è
avvertito, esso viene affrontato in modo del tutto marginale, quasi
per
demagogico onor di firma nei confronti di radicate consuetudini, o
di
realtà sociali emergenti, o di forze religiose con le quali si
debbano
fare i conti; ma sempre come qualcosa di accessorio e di secondario,
qualcosa cui l'alta politica non si degna di concedere l'onore del
primo
piano.
* * *
Si tratta invece di qualcosa che è tutt'altro che secondario.
Non a caso, da qualche decennio in qua, le grandi forze che vanno
cambiando il mondo e facendo la storia alle spalle e sopra la testa
delle forze politiche « ufficiali », hanno posto al centro del
proprio
mirino l'obiettivo della rivoluzione dei costumi.
Dietro le grandi case di produzione cinematografica, dietro le
catene
editoriali e le agenzie di informazioni internazionali, dietro i più
dei
canali televisivi e molte delle Università soprattutto americane,
dietro
le cosiddette Fondazioni che attraverso il gioco delle sovvenzioni
decretano il successo o il fallimento di singoli studiosi o di
intere
correnti di pensiero, stanno i grandi potentati economici
sovrannazionali — i manipolatori di capitali — bene organizzati in
loro
strutture di vertice, a cominciare dalla « Trilateral Commitee» (1),
che
controllano per intero settori chiave della finanza e del commercio
mondiali, ed in grande parte quelli della tecnologia, della
produzione e
della cultura.
Assisi dietro i portoni d'ottone dei loro Clubs, al chiuso delle
rocche
di una smisurata potenza protesa a cavallo di tutti i confini, essi
guardano ai popoli del mondo come a pedine sulla loro scacchiera, e
a
tutti i Paesi come a province di un loro potenziale impero.
Alla luce della logica del profitto, e sotto la spinta di esigenze
tecnico-organizzative di produzione e di smercio, questi aspiranti
Signori del mondo programmano i gusti e le esigenze delle masse per
poterne programmare i consumi.
Se essi — per calcoli loro — decidessero che tutti i consumatori
debbono
mangiare in piatti quadrati o esagonali anziché nei tradizionali
piatti
rotondi, non farebbero altro che lanciare una ben orchestrata
campagna
«promozionale », ed in pochi anni la gente correrebbe a comprare i
loro
piatti: naturalmente, all'insegna del « progresso ».
Le necessità fondamentali — le condizioni base — del loro strapotere
sono tre:
un sistema politico che garantisca governi relativamente precari ed
instabili perché siano ricattabili e manovrabili, e perché mai il
potere
politico possa essere più forte di quello economico;
forze armate tecnicamente efficienti ma povere di orgoglio e di
tensioni
ideali, e del tutto prive di autonomia morale e spirito di casta,
perché
non possano mai farsi fonte o strumento di rivolta;
ed una sostanziale uniformità culturale e psicologica delle masse
mondiali che costituiscono il loro immenso mercato, perché le
difformità
non impongano una produzione troppo differenziata — che aumenta i
costi
— e non creino imprevedibilità di gusti — che ostacola la
programmazione.
Ma a tutto questo si frapponeva, come un duro ostacolo, la morale
tradizionale. Essa incentrava tutta la struttura della società sulla
famiglia patriarcale, attribuendo alla figura paterna un'autorità
che
dalla base della piramide sociale saliva a prefigurare e a
coonestare il
prestigio e l'autorità del potere politico; essa concentrava
disponibilità finanziarie e funzioni amministrative nelle mani dei
maschi adulti, escludendo dal potere d'acquisto le masse femminili
ed i
giovanissimi, che rappresentano invece i settori più aperti alle
suggestioni del consumismo; essa fondava la stabilità sociale su di
un
tradizionalismo che si traduceva in una psicologia di ostilità al
nuovo
e al diverso, mentre proprio sull'amor di novità si fonda ogni
campagna
di moltiplicazione dei bisogni, motore primo del mercantilismo
consumistico; ed infine, essa cristallizzava le difformità e le
differenze, codificando nella tradizione il diritto delle varie
culture
a conserverare la propria identità e la propria specificità, così da
non
consentire l'uniformità del mercato.
È in questa luce, che trova spiegazione l'attuale strategia mondiale
di
sovversione dei costumi;
* *
D'altro canto nessuno, che sia attento ed onesto osservatore delle
cose
del mondo, può oggettivamente giungere alla conclusione che i grandi
rivolgimenti nel campo del costume cui abbiamo assistito nel corso
degli
ultimi decenni nel mondo occidentale siano stati del tutto spontanei
e
liberi. Come spiegare le decennali campagne cinematografiche
chiaramente
intese a frantumare il mito della famiglia patriarcale e il valore
della
fedeltà femminile; come spiegare le convergenze di indirizzo
innovatore
in senso lassista di tutta la stampa quotidiana e periodica in tanti
Paesi così lontani tra di loro; come spiegare il pullulare di centri
di
pressione dalle illimitate disponibilità finanziarie a favore di
divorzio, aborto, libertà sessuale, educazione permissiva; come
spiegare
la simultaneità di tutto questo in tutto l'occidente ed in quelle
parti
del terzo mondo che giacciono nell'orbita americana, se non come
espressione di una occhiuta e potentissima regia di vertice?
Non si intende qui negare che siano esistite anche spinte dal basso,
sotto forma di spontanee aggregazioni sociali o di gruppi
politico-culturali organizzati, che mal sopportavano un costume
austero,
o che vi trovavano un ostacolo ai loro disegni di sovversione
politica.
E tuttavia queste pressioni — che nelle nostre società esistevano da
sempre — non avrebbero avuto, di per sé, alcuna pratica e reale
possibilità di affermazione, condannate come erano al velleitarismo
e
alla sterilità di tutti gli spontaneismi di base e di periferia.
Neppure la favorevole circostanza di un accresciuto e lievitante
benessere può giustificare il rapido successo di questi fermenti
libertari e permissivistici: giacché il processo di « rivoluzione
sessuale » è stato troppo repentino in aree a diversissimo livello
di
sviluppo, e troppo simultaneo e diffuso, per spiegarsi tutto e
soltanto
con il dilatarsi, il fondersi ed il crescere di spontanei ed
autonomi
movimenti di base sorti a migliaia di chilometri di distanza, in
Paesi
separati da profondi fossati razziali e linguistici, e da secolari
barriere culturali e religiose.
Dalla Svezia alla California, da New York all'Iran dello Scià,
dall'Olanda alla Sicilia, da Berlino a Barcellona, tutti i venti
della
cultura ufficiale, dei mass-media, degli orientamenti legislativi
hanno
cominciato — e di colpo — a soffiare nella stessa direzione; e tutte
le
distanze di quell'immensa parte dell'ecumene che è sottoposto
all'influenza americana si sono trovate — e di colpo — ad essere
percorse dagli stessi predicatori, e percosse dalle stesse
martellanti
parole d'ordine.
Gli oscuri fili che legano fra di loro i nodi della smisurata
ragnatela
restano invisibili; ma la disinvolta onnipresenza del ragno ne
denuncia
la necessaria esistenza.
* * *
Comunque sia, il costume è mutato, radicalmente: esautorato il padre
di
famiglia dalla predicazione del permissivismo più totale
nell'educazione
dei figli, e da una legislazione che lo pareggia alla moglie e che
persino può consentire al magistrato di sostituirglisi
nell'esercizio
della patria potestà; depenalizzato l'adulterio femminile, e
incoraggiate più che tollerate le esperienze prematrimoniali delle
giovani donne; approvate ufficialmente, e stimolate con ogni mezzo,
le
pretese di libertà sessuale degli adolescenti d'ambo i sessi;
liberalizzata la pornografia, legalizzato l'aborto, rotti gli argini
alla prostituzione, che da circoscritto e ben controllato fenomeno
di
periferia si è fatta ubiquitaria ed incontrollabile; accettate come
ineluttabili calamità naturali la straripante delinquenza minorile e
la
diffusione della droga, resa incontenibile da una tolleranza che è
complicità di educatori, di legislatori e di governanti.
A prestare orecchio ai corifèi del « trionfante progresso », tutto
questo rappresenta una conquista.
V'è qualcosa di ameno e di patetico nell'immagine di questi figuri,
ritti su cumuli di siringhe e profilattici usati a pontificare di
ascesa
morale impugnando a mò di bandiera cucchiai ostetrici e riviste
oscene.
Ma v'è, molto di più, del tragico; Si avverte come una follia in
questi
pretesi razionalizzatori, una vena di dementia serpeggiante al fondo
della loro logica. Sembra di intuire, di indovinare un'ansia di
morte,
una volontà suicida nella loro pretesa di affrancare i piaceri della
vita dal freno di ogni dovere, d'ogni rinuncia e d'ogni sacrificio.
Ma la loro follia è lucida, e si maschera di una seriosità talmente
suadente da meritare qualche contestazione. Vediamo allora di
esaminare
il problema più da vicino, e di metterne in chiara luce le
componenti.
Secondo i corifèi, dunque, il nuovo costume sarebbe apportatore di
vantaggi tali, nella « qualità della vita », che gli inevitabili
inconvenienti che esso reca con sé — droga e crescente criminalità
incluse — rappresenterebbero un ben piccolo prezzo, da pagarsi con
entusiasmo.
Ma di quali vantaggi si tratta, e per chi? Per l'uomo? Per la donna?
Per
il vecchio forse, o per il bambino? O forse per l'intera società?
* * *
Non certo per l'uomo. Già il giovane maschio ha perso ogni dignità
virile prima ancora di esserne investito dalla prima barba. Mentre
tutta
la sua natura lo spinge all'affermazione di sé, alla conquista, al
possesso, che nei rapporti con l'altro sesso si traducono in
un'istintiva gelosia, egli è costretto ad amare in comproprietà:
quando
non anche nel presente, egli deve accettare l'idea che quantomeno
nel
passato o nel futuro qualcun altro abbia posseduto o possieda le
braccia
e i pensieri di quella donna che egli — con tutte le forze più
profonde
e più imperiose della sua natura — disperatamente vorrebbe solo per
sé;
Deve accettare quest'idea, dal momento che la nuova morale —
penalizzando la gelosia di ridicolo e di patologico — non gli
accorda il
diritto di pretendere che una donna sia sua — e sua soltanto —per la
vita.
Quando un giovane uomo bacia la sua donna, e ne assapora i palpiti,
egli
sa che qualcun altro può averlo fatto prima di lui, o potrebbe farlo
già
da domani. Egli è ben consapevole di questo, perchè nulla nel nuovo
costume vieta questo: non v'è condanna, né disapprovazione, né
obiezione
di sorta. Ed ècostretto a tenersi questo tormentante pensiero chiuso
al
fondo di tutti i suoi pensieri, a comprimerlo nel profondo del suo
essere, a ricacciarselo giù per la gola strozzata dalla morsa della
frustrazione.
E che si tratti di frustrazione è fuor di dubbio. Perché hai ben
voglia
di cambiare cultura, e modelli, e valori « ufficiali »: la natura
non
cambia. Ed il giovane maschio di oggi, come quello di ieri e di
sempre,
porta dentro di sé questa necessità inalienabile e prepotente di
possedere la donna che ama: di possederla nei pensieri, nei
desideri,
nell'integrità fisica; e di possederla nel presente, come nel
passato e
nel futuro. Egli porta questa necessità dentro di sé come condizione
di
un orgoglio che, se appagato, genera sicurezza, stabilità,
equilibrio;
inappagato, si ritorce in sfiducia, disadattamento, frustrazione.
Come medico, sono quotidiano testimone delle tragedie interiori di
tanti
giovani uomini, costretti a subire situazioni di questo tipo. Poiché
può
essere facile, a trenta o a quarant'anni, ritenere problema
insignificante la verginità della donna di cui ci si innamora; ma è
del
tutto innaturale a diciotto o a venti.
E tuttavia questo nuovo costume costringe il giovane a subire,
negandogli il diritto di essere se stesso, di esprimersi cioè per
quello
che egli naturalmente è e naturalmente sente. Il nuovo costume ne fa
perciò un frustrato. E si tratta, a parte poche fortunate eccezioni,
di
masse di giovani che si porteranno dietro queste frustazioni per
tutta
la vita; e che, per un'ineluttabile legge naturale di compensazione,
scaricheranno queste loro frustazioni sul terreno sociale. Cioè
sulla
società e contro la società.
Ma non è questa l'ultima delle conseguenze negative del nuovo
costume
sull'uomo di oggi. Non educato ad un ideale di dignità virile fin
dall'infanzia — non «coltivato » cioè nelle sue naturali
inclinazioni —
egli si è andato femminilizzando. Collanine e braccialetti, chiome
ossigenate ed arricciate dalla permanente, abbigliamento,
atteggiamenti
e comportamenti fanno ormai a pugni con ogni modello di civile
virilità.
Così il processo, si apre e si richiude su se stesso come un circolo
vizioso: il giovane maschio non affronta la donna da uomo, e non ne
ricava quindi quelle gratificanti esperienze che sono necessarie al
suo
orgoglio perché egli possa maturare come uomo.
Come uomo e quindi come individuo, come padre e come cittadino.
No, il nuovo costume non ha arrecato al maschio vantaggio alcuno.
* * *
Ma neppure alla donna . Disancorata dal millenario ruolo di madre,
essa
è costretta a lasciare la casa. Anzi , abbagliata dalle tentazioni e
dalle promesse dell'indipendenza, è lei stessa a rifiutare ogni
protezione ed ogni tutela, convinta dalla nuova educazione di poter
affrontare da sola tutte le strade del mondo: quindi si avventura
nella
società, scala carriere e successi, moltiplicà le esperienze
sessuali,
non conosce più freni nei comportamenti e nel linguaggio, in una
forsennata imitazione dell'uomo che annulla in lei ogni femminilità.
Poiché questa è la dura condanna che pesa oggi su ogni donna che
abbia
natura di vera donna: nel seguire il flusso dei mutamenti del
costume,
essa deve andare a rimorchio di quei movimenti che van sotto il nome
di
femminismo, e che sono invece fondati su valori che di femminile
hanno
ben poco.
In fondo il fenomeno è tutt'altro che nuovo. Che cosa vi è di
sostanzialmente diverso fra la « rivolta di Saffo » e quella delle «
femministe » odierne? Vi sono sempre state donne che, poco dotate di
naturale femminilità, mal sopportano la condizione sociale
dell'essere
femmina, da loro naturalmente vissuta come giogo e catena. «Donne »
di
questo tipo hanno sempre impostato la propria esistenza alla luce di
esigenze e di scelte che oggi si chiamano femministe, ma che in
realtà —
fondate come sono sull'imitazione del maschio — dovrebbero più
propriamente chiamarsi maschiliste.
L'unica differenza fra la realtà odierna e quella del passato sta
nel
fatto che quest'antica « rivolta di Saffo », favorita e nutrita oggi
dal
nuovo costume, può ormai trascinare e condizionare anche donne
realmente
donne.
Presa dal vortice di così grande fenomeno sociale, culturale e
consumistico qual'è quello del nuovo costume, irretita dalla
possibilità
di alti guadagni e di indipendente disponibilità economica,
condizionata
dai crescenti bisogni creati da incalzanti e ossessive campagne
pubblicitarie, la donna dì oggi non puo', né potrà in futuro,
tornare
indietro da sola.
Né può aiutarla l'uomo, poiché oggi di uomini ce ne son sempre meno:
la
mascolinizzazione della donna porta con sé la femminilizzazione
dell'uomo.
È questa la tragedia più vera della donna di oggi, la fonte ormai di
gran lunga più rilevante di nevrosi e di frustrazioni femminili, che
fan
da contrappeso a quelle del maschio: poiché, se l'uomo non trova pìu
una
donna da possedere, la donna non trova più un uomo cui appartenere;
mentre tutte le forze più vere della sua natura la fanno tendere —
prima
che essa sia madre, ma spesso anche dopo — verso questo obiettivo.
Nata per sedurre fingendo di venir sedotta, è oggi spinta dal nuovo
costume a farsi avanti sfrontatamente, a rinunciare ad ogni
schermaglia
d'amore nella quale, soprattutto, sta la sua vera superiorità sul
maschio. La sua forza, che poggiava tutta sull'apparente fragilità,
viene ora bruciata in un rapporto alla pari che non le consente più
di
intenerire, di affascinare, di soggiogare se non il debole: ma
l'amore
di un uomo debole non è mai appagante per una donna, ed una donna
inappagata è quasi sempre una donna nevrotica.
Si tratta, è vero, di problemi certamente non nuovi: vi sono sempre
state donne inappagate perché condizionate da un fisico ingrato, o
da un
ambiente sociale oppressivo, o dalla negativa personalità di un
uomo. Ma
oggi il fenomeno è di massa, ed il processo di alienazione della
donna
comincia già nella fanciulla. Gettata nel mondo troppo presto, non
ha il
tempo di maturare appieno né come futura madre né come amante:
traguardi, questi, che richiedono tempi naturali assai lunghi, anni
di
attesa e di sogno, stagioni di coltivazione a preparare quella del
raccolto.
Indotta a farsi femmina ancora adolescente, deve mascherare le
immaturità della sua seduzione con la sgraziata imitazione
dell'adulta,
o compensarle con una più impudica disponibilità. Smaliziata dalla «
educazione sessuale » — questa invenzione del nuovo costume che è
una
vera e propria istigazione a delinquere — scatenata dalla carenza
d'autorità paterna, protetta dagli anticoncezionali, garantita dalla
legalizzazione dell'aborto, essa ignora ogni limite: invano
cercheresti
traccia di pudore in quegli occhi ancora infantili, o dolcezza nel
gesto, o grazia nel linguaggio.
Ma senza grazia, senza dolcezza e pudore, può davvero sopravvivere
quella divina cosa che si chiama femminilità
Neppure alla donna, reca vantaggio il nuovo costume.
* * *
Non per il vecchio. Distrutta la famiglia patriarcale, allentati i
vincoli di reciproca dipendenza fra le generazioni, ideologicamente
negato — in nome dell'idolatria del «nuovo» — ogni valore alla
saggezza
come frutto di faticata esperienza, nell'odierna società lo spazio
per
il vecchio non può essere che marginale. Ieri, le strutture del
vasto
clan famigliare gli garantivano persistenti funzioni e naturale
prestigio, nonché sostegno fisico e calore affettivo. Oggi, alla
terza
età non resta ormai che la condanna della solitudine.
Già fortunati se non ridotti in vedovanza, i vecchi d'oggi devono
sostituire l'affetto dei figli con la televisione o col «telefono
amico», mentre quello dei nipoti giunge — quando giunge — come una
occasionale meteora che non riscalda e non illumina.
Da sempre, ed in ogni civiltà, i vecchi avevano, con l'intera
società,
un rapporto che passava attraverso la propria famiglia, come avviene
per
i bambini. Ed il legame con la loro professione o condizione
dell'intera
vita non si recideva mai del tutto: così essi erano — o restavano
vecchi
contadini, o vecchi operai, o vecchi commercianti, o vecchi
possidenti,
o vecchi artigiani, o vecchi marinai, o vecchi soldati. Se non erano
più
in grado di lavorare, si diceva che erano «a riposo». Oggi invece,
essi
sono, tutt'insieme, definiti «pensionati»: essi costituiscono cioè,
nella società del nuovo costume, una classe a parte.
Prima, e da sempre, l'essere vecchio costituiva una condizione
naturale,
senza implicazioni di sorta che non fossero quelle fisiologiche;
oggi è
una condizione sociale, un nuovo status che costringe
nell'emarginazione
del ghetto, nella frustrazione di una solitudine che può essere
anche
dorata, ma che nega il più naturale e sereno fra i compimenti di
vita:
scendere la china dell'esistenza accanto ai nipoti che la salgono,
trasmettendo loro l'umanamente più valida delle eredità — quella
della
saggezza — attraverso un concreto contatto affettivo.
Nel «pensionato », la nuova società ha ucciso il «nonno».
Neanche a loro, poveri vecchi, il nuovo costume ha portato vantaggi.
* * *
Men che meno per il bambino. È lui il vero protagonista, ancorché
passivo, dell'intero dramma. Poiché è lui, come vittima, che sta al
centro della scena
Codificata dal nuovo costume la superiorità dei diritti dei coniugi
rispetto ai doveri dei genitori, in un ribaltamento verticale della
più
alta fra le conquiste civili dell'uomo, la sorte del bambino non ha
più
legale tutela.
Il suo destino è affidato al caso. Se ai due genitori la ciambella
matrimoniale riesce col buco, bene, il bimbo conserverà padre e
madre.
Ma se uno dei due, ergendosi in tutta la fierezza della sua « presa
di
coscienza » come « persona », pronuncerà la fatidica frase: «
Anch'io ho
diritto alla mia felicità! », è giocoforza che il bambino perda il
padre, o la madre, o tutti e due.
Certo, di siffatte tragedie ne accadevano anche prima, nonostante la
tutela della legislazione e del costume. E tuttavia, al di là della
sporadicità del fenomeno, vi erano tutte le compensazioni che una
più
ampia e articolata struttura famigliare poteva offrire: una zia
poteva
vicariare la madre, un nonno il padre; mentre oggi, una famiglia
ridotta
alla coppia è per i figli davvero l'ultima spiaggia.
Ma se anche un bimbo è fortunato, e la roulette dei rapporti
coniugali
fra i genitori gli regala l'en plein dell'integrità famigliare, egli
è
ben lontano dal ricevere tutto quello di cui ha naturalmente
bisogno.
Inizialmente egli ha, soprattutto, bisogno della madre.
Ma non per poche settimane, o mesi: ne ha bisogno per anni. E non di
una
madre a ore la sera al ritorno dal lavoro, o al mattino, di corsa,
prima
d'andarci - bensì di una madre a permanenza. Egli ne ha un bisogno
essenziale, incomprimibile, imprescindibile.
Ma la madre a permanenza non c'è più. Giacché non v'è scelta: la
donna
impegnata a rivaleggiare con l'uomo nella società, o a contribuire
col
proprio guadagno al soddisfacimento degli accresciuti « bisogni »
che il
consumismo porta con sé, deve disertare la casa. Cioè , i figli.
Così, in una famiglia in cui la donna lavora, a pagare il
frigorifero, e
la lavastoviglie, e le rate della macchina, o le vacanze al mare e
la «
settimana bianca », non è la madre col suo lavoro, ma il bambino con
le
sue lunghe giornate prive del calore affettivo materno.
Ma non basta. Poiché la donna finalmente emancipata di oggi, nella «
presa di coscienza dei suoi diritti », vuole rivaleggiare con l'uomo
non
solo nelle professioni e negli impegni sociali, ma anche nel «
vivere la
sua vita » nell' ambito mondano, ecco che la madre deve « uscire
alla
sera ».
Il nuovo costume però ha previsto tutto, e a vicariare la madre è
pronta
una baby-sitter. Che non è quella del pomeriggio, e neppure quella
della
settimana scorsa, giacché il nuovo costume vuole che le baby-sitter
siano rotanti, precarie, interscambiabili. Meglio, così nel bambino
non
rischia di radicarsi la pericolosa idea della unicità ed
insostituibilità della figura materna.
Poi, crescendo, un bimbo ha bisogno del padre: un modello di
rassicurante onnipotenza e di rispettata autorità tutelare, una
gratificante fonte di affettuosa repressione educativa.
Ma dove sono, oggi, i padri?
Esautorati a forza di legge, o spontaneamente rinunciatari per
sfuggire
l'umiliante accusa di arretratezza civile, o svirilizzati da una
parità
con la moglie che toglie loro ogni prestigio agli occhi di un
bambino,
essi non hanno ormai più nessun modello da offrire, che soddisfi le
naturali esigenze psicologiche dei figli.
Né, d'altro canto l'uomo può essere padre – cioè protettore ed
educatore, oltre che procreatore – senza che la donna glielo
consenta
affiancandolo come madre – cioè nutrice e consolatrice, oltre che
generatrice. Così il cerchio si chiude: la donna non è più « schiava
»,
il padre non è più « padrone » e i figli non son più « condizionati
».
Bene. E' il progresso.
A condizionarli, fra qualche anno, penserà la nuova morale della
società
consumista. Cominciando col primo spinello.
Ai bimbi meno che a tutti, ha portato vantaggi questo nuovo costume.
* * *
Ma si afferma che, tutto sommato, ne ha guadagnato l'intera società.
Si
dice che il nuovo costume garantisca una migliore « qualità della
vita
». Che la libertà sessuale allontani i giovani da modelli e valori «
primordiali » - l'onore, la virilità, la competizione - favorendone
una
formazione « pacifista » aliena dalla violenza. Che la rimozione
d'ogni
tabù e d'ogni repressione in campo sessuale, aprendo una larga
valvola
di scarico alle prepotenti pulsioni dei sensi, esorcizzi gran parte
dell'aggressività sia individuale che sociale. Che una concezione
della
vita come ricerca del benessere e del piacere elevi il gusto,
l'amore
del bello, il grado di cultura. Che la rottura delle rigide
strutture
della famiglia tradizionale liberi l'individuo da una mentalità «
territoriale », e lo disponga ad una più facile integrazione
sociale,
preparandovi un potenziale pacifico « cittadino del mondo ». Che la
caduta della natalità, riducendo il numero ed elevando il benessere
pro-capite, allenti le tensioni sociali, favorisca tolleranza e
civismo,
e produca felicità.
Bene, la parata dei risultati è sotto gli occhi di tutti: i figli
della
libertà sessuale e della famiglia « aperta », organizzati in bande o
imbrancati in occasionali aggregazioni, hanno portato la violenza a
livelli mai prima toccati: aggressioni e pestaggi, grassazioni,
devastazioni di stadi e di locali pubblici, stupri di gruppo,
scippi,
conflitti a fuoco sono cronaca quotidiana. Mentre lo « spirito di
gruppo
», entro i confini della « zona » o del « quartiere », offre loro
quella
« territorialità » che non trovano più nel perduto senso di
appartenenza
alla famiglia o alla comunità nazionale.
Evidentemente, se questa è una società « più libera », la violenza
della
libertà non è inferiore a quella della più dura tirannide.
La criminalità è in ascesa: prospera, organizzata, incontenibile. La
lotta che la società le muove è sterile, limitata a scaramucce
tattiche
di retroguardia.
Manca una strategia, perché la strategia, dovendo mirare alle radici
del
fenomeno — che sono culturali e di costume — si ritroverebbe a
colpire i
valori-base della società stessa: la libertà come natura, il
benessere
come scopo, il piacere come diritto, il dovere come repressione, la
repressione come infamia.
La prostituzione dilaga incontrollata, fornendo alla criminalità
humus e
sostegno logistico, con bilanci finanziari da capogiro.
E controllarla non si può, giacché qualunque passo legislativo in
questo
senso dovrebbe muovere dal riconoscimento della realtà — sociale ma
anche naturale — del fenomeno: se se ne debbono fissare i limiti
legali,
è giocoforza partire dalla sua accettazione ufficiale. Cosa questa
palesemente in contrasto inconciliabile con tutti i canoni del nuovo
costume, che vuole la donna parificata all'uomo nei vizi come nei
diritti; e che, affermando la libertà sessuale come valore, si
rifiuta
di operare la tradizionale distinzione fra donne «libere» e donne
«oneste». Anche qui, come in altri campi, si palesano i tragici
limiti
di tutte le culture irrealistiche, fondate cioè su premesse
puramente
ideologiche: si nega ogni realtà che stia fuori dagli «schemi»,
perché
le ideologie — tutte le ideologie — non sono in fondo altro che
idolatrie.
Criminalità e prostituzione, insieme, fan da supporto alla
diffusione
della droga; la quale, a sua volta, alimenta l'una e l'altra,
dilatando
così sempre più la spirale del perfido meccanismo che semina morte,
che
espande e incrementa le malattie veneree, che getta nella
disperazione
individui e famiglie, che sconcia le strade e le piazze dei nostri
paesi, che rende insicura la vita di tutti, che appesantisce la
fisiologia del corpo sociale di milioni di improduttivi parassiti.
Ma quali sono le
radici del fenomeno, nelle sue odierne dimensioni?
Esso nasce oggi dal permissivismo nell'educazione dei figli,
dall'edonismo come religione ufficiale, dalla «morale dei diritti»
trionfante su quella dei doveri; e si nutre di tutte le frustrazioni
prodotte da una cultura utopica ed innaturale che rende l'uomo
straniero
alla sua propria natura: un giovane maschio che non può più essere
un
maschio, una giovane donna che non può più essere femminile, un
adolescente che non può più sentirsi figlio perché non ha più un
vero
padre ed una vera madre, cercano nella droga compensi alla propria
alienazione, nella criminalità sbocchi al proprio ribellismo, nella
prostituzione mezzi di indipendente sopravvivenza.
Ma se il nuovo costume ha rarefatto la sostanza interiore dei
modelli
naturali di madre e di femmina, di padre e di maschio, di figlio e
di
bimbo — o di adolescente — esso ne ha del tutto stravolto
l'immagine,
l'aspetto esteriore. Qualcuno potrebbe ritenere quest'ultimo un
problema
banale, un innocente capriccio della moda. Ma la banalità è solo
apparente: l'abbigliamento, gli atteggiamenti, lo «stile», sono la
prima
e fondamentale forma di comunicazione fra gli uomini, il messaggio
elementare che precede la parola, ed attraverso il quale ci si
presenta,
e si offre e si chiede un rapporto. L'aspetto dice, l'aspetto rivela
quel che vi sta dietro: i sentimenti, la personalità, il ruolo, la
funzione
In una recente trasmissione televisiva, una femminista che aveva
scelto
di vivere sola con le due figlie descriveva il suo rapporto con
loro, e
affermava — o aveva l'aria di affermare — che le figlie erano felici
e
senza problemi; ad un certo punto, però, si lasciò scappare che la
più
piccola delle due, un giorno in cui lei avrebbe dovuto accompagnarla
a
scuola, le aveva chiesto — per quella occasione almeno — di
"vestirsi da
mamma".
Niente di più emblematico e, allo stesso tempo, accusatorio. Perché
l'«unisex», i calzoni alle donne e le collanine agli uomini, servono
solo a distruggere l'immagine dei ruoli. Ma senza ruoli non v'è
specificità di funzioni, e senza specificità di funzioni non v'è
articolazione, pluralismo, organicità: non vi sono cioè quei canali
naturali attraverso i quali lievita e cresce la civiltà in un
consorzio
umano.
Quanto alla pretesa
elevazione del gusto, del senso estetico, del
livello culturale, è davvero necessario spendere parole per
confutarla?
In realtà basta la più superficiale delle osservazioni, a misurare
lo
sconcio estetico di questa società cialtronesca e scurrile, sciatta
scarmigliata e «casual», nella quale il turpiloquio è regola per il
cinema e la televisione, e vezzo per le «signore», e dove il gusto
dell'orrido si imprime persino sulle facce — oltre che negli abiti —
dei
personaggi «symbols».
Ma la devastazione del buon gusto — dell'armoniosa misura del bello,
del
nobile, del sublime — è andata così a fondo, ed è ormai talmente
estesa,
che sarebbe qui davvero pleonastico l'attardarsi sui bassissimi
livelli
dell'attuale produzione artistica in tanti campi, o sullo scadimento
civile dei rapporti interpersonali nell'attuale società.
Ci interessano di più, invece, le gravi ripercussioni del nuovo
costume
sessuale su alcuni fondamentali contenuti e componenti esistenziali
dell'odierna vita consociata, e le sue dannose conseguenze di ordine
pratico: cioè sociale, economico e politico.
* * *
Ricordo di avere assistito di sfuggita, una sera, ad uno spezzone di
trasmissione televisiva: si trattava di un'inchiesta fra giovani
donne
sull'innamoramento, condotta dall'Alberoni che è divenuto, pare, il
massimo specialista sull'argomento.
Le giovani donne venivano interrogate sul loro primo amore: età,
circostanze, atmosfera, sensazioni, impressioni, valutazioni a
posteriori, tutto veniva dettagliatamente sciorinato in una
confessione
a ruota libera. Vi era qualcosa di triste, anzi di penoso, in questa
sfrontata pubblicizzazione dei sentimenti più riposti, dei più
intimi
segreti della passione, delle più personali debolezze.
In alcune di esse, è vero, era percettibile una persistenza di
dignità,
un'inconscia resistenza, alla violazione impudica del loro privato;
ben
presto vinte e superate, comunque, dall'irresistibile tentazione
dell'esibizione in TV: anche questo è nuovo costume, innestato sul
vizio
antico della vanità. In altre, più amaramente, l'esposizione a nudo,
la
rinuncia ad ogni privato riserbo e ad ogni civile pudore non
chiedeva,
palesemente, alcun prezzq: una sorta di cinica disponibilità, di
fredda
intellettualizzazione di ogni sentimento, di scopertamente
distaccata
indifferenza, al di là d'ogni percezione di bene e di male,
denunciava
crudamente che il senso del pudore, in tante giovani donne, è stato
ormai totalmente anestetizzato da questo nuovo costume. Si impone
ormai
l'eros di massa, il collettivo della sessualità, l'impudico
calderone
pubblico dei sensi e dei sentimenti. Sembra di stare in un branco di
scimmie, dove ogni accoppiamento è pubblico, e dove ogni femmina in
estro è condivisa da una lunga serie di maschi in lista d'attesa.
È indiscutibile che il cosiddetto amore — quell'insieme cioè di
legami
di sensi, d'intelletto, di tensione affettiva che unisce un uomo ad
una
donna generando la coppia stabile — è stata una delle acquisizioni
filogenetiche che hanno consentito l'emergenza dell'uomo attuale
dall'animalità dei predecessori e che ogni «cultura» ha avuto come
oggetto, insieme ad altri valori, la «coltivazione» dell'amore.
La componente poetica, misterica, magica ed interiore del rapporto
fra i
due sessi al suo livello più alto — quello che gli uomini dei gruppi
antropologicamente più maturi chiamano appunto amore — rappresenta
senz'ombra di dubbio uno dei campi di esperienza esistenziale più
ricchi, più fecondi, più benèfici e più gratificanti. La
letteratura, la
poesia, la musica, le arti figurative di tutte le epoche ne fanno
testo.
Si tratta, in sostanza, di un fattore certo di civiltà. Come è
allora
possibile considerare la distruzione di questa componente un segno
di
ascesa civile?
Al contrario, essa denuncia una chiara tendenza delle nostre società
al
reimbestiamento culturale.
Che cosa resterà più all'individuo di privato, di intimamente suo,
di
gelosamente segreto, se questo processo di massificazione dell'amore
e
del sesso continuerà a frugarlo dentro per esporne ogni più nascosta
fibra alla pubblica curiosità?
Che cosa gli resterà di magico, di poetico, di fascinosamente
misterioso, se questo processo di pretesa razionalizzazione
continuerà a
derubarlo d'ogni sogno e d'ogni più profonda vibrazione?
L'uomo, per come è strutturalmente fatto in termini biogenetici, ha
bisogno del trascendente, del magico, del misterioso. Di questa
esigenza
elementare — e peculiarmente umana — sono naturali espressioni le
religioni, la produzione artistica, e gran parte della stessa
attività
politica.
E la vita, a ben guardare, per essere piena e feconda ha bisogno di
essere inconsapevole almeno in alcuni dei suoi momenti essenziali;
il
presente, per esplodere nella propria realtà, deve ignorare il
passato e
il futuro.
Gli uomini erano certo più felici, quando potevano cercare lo
spirito
nella roccia e nella zolla, o quando potevano invocare un dio nella
propria spada, ed intessere un colloquio con l'eterno di fronte al
palpitare delle stelle.
Ora, la consapevolezza dei mille enigmi disciolti ci nega questa
felicità, e lascia inappagata la nostra innata sete di poesia e di
mistero. E di questa rinuncia, che la nostra profonda natura vive e
subisce con un senso di ribellione, soffrono — insieme agli
individui —
anche le intere società.
E tuttavia, finché il rapporto fra i due sessi ha conservato integra
questa carica di magica inviolabilità, di segreta rocca
dell'irrazionale, all'uomo rimaneva un angolo, un rifugio, una sua
riserva interiore di naturalezza.
Ma oggi anche quest'ultima spiaggia deve essere violata, invasa,
spazzata via tn nome dell'emancipazione da tutti i tabù, della
razionalizzazione dissacrante di tutte le passioni, della
pianificazione
consumistica dell'erotismo di massa. E questa, l'aberrazione che
ammala
al midollo le società del nuovo costume.
* * *
Ma le implicazioni e gli effetti della nuova morale vanno molto più
in
là, ed investono quasi tutti gli aspetti pratici della realtà
sociale.
Consideriamo, come esempio, uno dei più difficili e pressanti
problemi
attuali, quello della casa — la cosiddetta crisi degli alloggi. Le
case
non bastano più, e alla pubblica opinione irritata e preoccupata si
indicano a mo' di giustificazione, di volta in volta, le cause più
svariate: economiche, tecniche, urbanistiche, politiche. Ma il
recente
censimento ha documentato che il numero degli alloggi, negli ultimi
decenni, è aumentato assai più di quanto non sia aumentata la
popolazione. E allora perché, non si trovano più le case che
vent'anni
fa si trovavano?
La spiegazione, oltre che nelle aberrazioni demagogiche tipo «equo
canone», sta anche nel nuovo costume. Per la corsa al «comfort», al
sesso, ai divertimenti sofisticati di massa, per il mito del neon e
dei
bottoni dell'ascensore, si vanno spopolando la montagna, le campagne
ed
i piccoli centri (2) e si sovraffollano le città, grandi o medie;
mentre
si frammentano e si dividono le famiglie, per la sempre crescente
tendenza di giovani e vecchi ad uscire dal nucleo familiare per
vivere
soli: per deliberata scelta i giovani, in particolare le ragazze,
per
malinconica necessità i vecchi. Quanto costerà al corpo sociale, in
termini di disagi, di spese e di tensioni, la soluzione di questo
problema?
Un secondo esempio è quello dei paurosamente crescenti costi
dell'assistenza sanitaria, in particolare in relazione ai ricoveri
ospedalieri. In genere si accusano i medici di famiglia, che non
amebbero più il proprio lavoro e si libererebbero di responsabilità
e
fatica «scaricando» sugli ospedali anche malati curabilissimi a
casa.
Può anche darsi che, in parte, quest'accusa sia fondata: se, come
vedremo subito dopo, questo nuovo costume induce uno scadimento di
senso
morale, di responsabilità, di attaccamento al dovere e di civismo in
tutte le categorie sociali, non si vede perché proprio i medici
dovrebbero costituire una anacronistica eccezione. E tuttavia la
causa
essenziale non è questa: essa va invece individuata nel fatto che il
nucleo familiare, tipicamente ridotto alla coppia e svuotato del suo
perno affettivo, organizzativo ed assistenziale naturale — l'«angelo
del
focolare» — cioè la donna impegnata nella società, non è più in
grado di
garantire quel minimo di assistenza che il malato richiede.
Ma l'esempio forse più stringente è quello della ridotta
produttività:
perché una società che garantisce a tutti maggiori diritti, e più
alti
guadagni, e più ricca alimentazione, e più accurata tutela
sanitaria, e
più varia scelta di spazi ricreativi e distensivi, produce di meno,
quando le promesse dei profeti e le previsioni degli ideologi
facevano
ritenere che avrebbe prodotto di più?
La risposta dei sociologi è tautologica: perché vi è disaffezione,
irresponsabilità, disinteresse. Cioè, in altre parole, si produce
meno
perché si lavora meno. Conclusione degna di una tesi di laurea in
sociologia.
La verità è più profonda, più nascosta, e meno confessabile. La
verità è
che la formazione morale che fa il cittadino è la stessa che fa il
padre; e che il padre si prepara nel ragazzo, come la madre nella
fanciulla; e che il perno, il nocciolo, l'anima di una formazione
morale
civica sta nella morale sessuale. Poiché è soltanto una severa
morale
sessuale nell'infanzia e nell'adolescenza — con quelle che Victor
Hugo
chiamava «le battaglie per la castità» — che insegna il dominio di
sé,
la rinuncia, l'autocontrollo, la sublimazione dei propri istinti
La mancanza di una rigida disciplina morale nel campo del sesso
disarma
d'ogni rigore anche i modelli di comportamento sociali e civici, e
di
ogni norma e stile gli stessi modelli professionali. Il giovane non
educato al freno, non esercitato alla rinuncia, non costretto alla
misura, non può promettere l'«uomo morale», l'individùo dotato di
«capacità morale»
Ecco perché i mestieri, le professioni e le arti, e le pubbliche
responsabilità, che per migliaia di anni avevano obbedito a leggi
non
scritte che imponevano regole e virtù specifiche, oggi non vi
obbediscono più: perché gli individui non sono più coltivati e
addestrati — dall'infanzia — a rispettare regole e ad esercitare
virtù.
Accade così che nel proprio lavoro — esclusi pochi casi di superata
e
quasi patetica fedeltà — gli uomini non trovino più che una mera
espressione di tecnicismo e di lucro, svuotata d'ogni responsabilità
e
d'ogni costrittivo modello. Tutte le attività, anche le più elevate
ed
un tempo nobilitanti — la medicina, l'insegnamento, la magistratura,
la
carriera militare, i pubblici impieghi, lo stesso sacerdozio — sono
oggi
svilite, dissacrate, banalizzate. Ma non sono loro — le professioni
— a
decidere di mutare: sono gli uomini che le professano, che non
possiedono più «capacità morale», capacità cioè di responsabilità,
sacrificio e faticosa fedeltà ad un modello. Ecco le cause dell
'improduttività, insieme alla crescente tendenza al rifiuto del
lavoro
manuale, che nasce dalla femminilizzazione del gusto nel carattere
del
maschio.
Vi saranno anche altre cause, certo. Anzi, affermiamo che ve ne
sono. Ma
il nuovo costume sessuale è una delle cause più rilevanti. V'è un
esempio dimostrativo clamoroso: il Giappone. Un Paese
sovrappopolato,
povero d'ogni risorsa, lontano dai mercati, periferico rispetto ai
continenti e alle grandi vie di comunicazione, è balzato al secondo
posto mondiale come potenza produttiva scavalcando l'Europa che lo
precedeva da secoli ed insidiando dappresso il primo posto
all'America.
Politici, tecnici, economisti, sociologi, tentano di spiegare il
miracolo giapponese senza riuscirvi. Incapaci come sono di andare al
fondo morale del problema, essi si fermano alla solita tautologia:
producono di più perché lavorano di più. Bella scoperta. Ma perché,
lavorano di più? Forse perché li bastonano?
La spiegazione è semplice: il popolo giapponese, sotto una patina
superficiale di occidentalizzazione, ha conservato intatto il
proprio
costume. Là gli uomini sono uomini, le donne donne, i vecchi son
vecchi
ed i ragazzi ragazzi; la famiglia è patriarcale, l'educazione
infantile
e giovanile improntata ad un'austera morale e ad una rigida
disciplina.
Da molti anni la cultura occidentale conosce e apprezza il cinema
giapponese, del quale molti registi, attori e produttori hanno
ottenuto
altissimi riconoscimenti. Ma ve n'è uno che l'occidente ancora non
conosce, perché il Giappone — quasi direi gelosamente ed astutamente
—
non l'ha mai esportato, per quanto sia quello che in patria domina
il
mercato e tiene incontrastato il primo posto nella critica: è
Yasujiro
Ozu. Egli è l'apologeta del nucleo famigliare, il celebratore del
rapporto padre-figlio, il cantore delle antiche virtù. E i
Giapponesi
accorrono ai suoi film e vi ritrovano i Valori del proprio costume.
Un
costume che ne fa oggi — insieme all'indubbia intelligenza — il
primo
popolo del mondo; mentre noi ci crogioliamo nel piacere sofisticato
e
degenerescente delle nostre cosiddette conquiste civili, che altro
non
sono che espressioni di sordido e socialmente patologico egoismo.
Giacché, qualunque argomento si escogiti, qualunque formula
mimetizzante
si voglia gettare sul nostro cinismo, l'essenza di questa nuova
morale è
soltanto l'egoistico diritto del più forte — l'adulto di oggi —
contro
il naturale dovere di protezione verso il piccolo indifeso, e di
previdenza verso le generazioni di domani.
Ma una società incapace di sacrificarsi per il suo domani è una
società
che ha elevate probabilità di andare a perire.
Viene a mente il giudizio del saggio, che con amara tristezza
osservava
il popolo gaudente nella Roma della decadenza: « Morietur, et ridet
».
Sta per morire, e se la gode.
Poiché la stessa diminuzione delle nascite è tutt'altro che un segno
positivo: nella storia come nella biosfera non esistono realtà
statiche.
Una qualsiasi realtà vivente — individuale o consociata — comincia a
morire nel momento stesso in cui smette di crescere; e a questa
condanna
si aggiunge quella che nasce dalle leggi della competizione, in un
mondo
in cui vi sono enormi società che a crescere non rinunciano affatto.
E non vale certo, a camuffare l'egoismo dell'uomo del nuovo costume,
l'ipocrita affermazione che il non mettere al mondo figli è meglio
per
loro, che troverebbero un mondo sovrappopolato e duramente
competitivo.
L'uomo ha sempre dovuto competere: i nostri progenitori lontani, i
nostri padri, e noi stessi. E se anche mettere al mondo dei figli
significasse davvero farli nascere in una realtà che offre loro
poche
probabilità di sopravvivenza, il non farli nascere significa non
concederne loro neppure una. A loro, come all'intera società.
Ma assai prima di quest'ipotesi estrema —l'estinzione di un popolo
per
degenerescenza propria o per sopraffazione da parte di popoli più
vitali
— vi è il problema del declino civile delle nostre società. O il
ragazzo
prepara in sé il padre e il cittadino — e la fanciulla la madre — o
questa società impazzirà ed imbestierà sempre più. O questa nuova
morale
passerà presto come un capriccio della moda, o essa durerà come
malattia mortale della nostra intera civiltà.
Queste due ultime affermazioni vanno correttamente intese, come del
resto tutta la trattazione precedente: la vita di un popolo e di una
società, come quella dell'individuo, è qualcosa di così composito e
complesso che anche il più negativo e dannoso dei fenomeni può
trovare
una sua compensazione; mentre il condizionamento di uomini, donne e
giovani da parte della nuova morale è ben lungi dall'avere raggiunto
tutti i membri della società.
Tuttavia il pericolo è grave perché il fenomeno del nuovo costume è
ormai un fenomeno di massa, e la tendenza dell'intera società appare
essere quella di soccombervi senza opporre seria resistenza.
Tutti ne siamo investiti, tutti ne siamo responsabili. Se focolaio e
veicolo d'infezione sono i centri di potere metapolitico che fanno
l'informazione, la cultura ed il costume attraverso i mass-media, se
loro strumenti sono le forze politiche — di potere e no —
previamente
asservite da condizionamenti ideologici e ricatti d'interesse, o
semplicemente convergenti nella strategia per occasionali esigenze
tattiche, tutti noi ne siamo i complici nel momento stesso in cui
non ci
opponiamo.
Opporsi, ribellarsi, reagire. Affinare la consapevolezza, fare
appello
all'orgoglio ed al senso mdrale. Cercare e offrire solidarietà agli
affini, organizzarsi, difendere i figli. Ecco il dovere degli ultimi
rimasti liberi fra gli uomini. Insegnare ai figli che la nostra
natura —
uscita da una plasmazione filogenetica durata epoche incalcolabili —
ha
così nettamente disegnato le differenze fra l'uomo e la donna, che
per
ognuno dei due sessi il peggiore dei vizi e delle condanne è
l'imitazione dell'altro. Ed educare i figli e le figlie contro la
morale
ufficiale del nuovo costume, nel segno di una moralità che oggi
appare
rivoluzionaria: additando ai figli un modello di dignità virile,
alle
figlie di pudore, di grazia e di femminile dolcezza.
Se non si comincia di qui, non vi sarà battaglia — in un'ottica
storicamente e tecnicamente rivoluzionaria — che valga la pena
d'esser
combattuta.
Sergio Gozzoli