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Panorama, 24/2/2000


Macché perdono, questa è Amnesty International

Di Sergio Romano


Quando la regina Elisabetta visitò l'India, l'anno
scorso, recitò un breve mea culpa per i misfatti del colonialismo
britannico. Quando Massimo D'Alema incontrò Muammar Gheddafi a Tripoli,
qualche settimana fa, riconobbe le responsabilità del colonialismo
italiano. Quando il calendario delle ricorrenze storielle ricorda al
mondo una particolare vicenda, i massacri di Cortes in Messico, le
segrete dell'Inquisizione, la Notte di San Bartolomeo, il processo di
Galileo, il rogo di Hus e quello di Giordano Bruno, il Papa e la Chiesa
si battono il petto e confessano i loro peccati. Non passa mese ormai
senza che uno stato, un gruppo nazionale o una chiesa non chiedano
perdono per le colpe e gli errori di cui si sono macchiati nel corso
della loro storia.
Qualcuno ancora si dibatte e cerca di evitare il
rito dei lavacri. Gli uomini di stato giapponesi rifiutano di
riconoscere esplicitamente le proprie responsabilità per i massacri
della seconda guerra mondiale e adottano, nella migliore delle ipotesi,
formule ambigue o evasive. I comunisti sovietici non hanno ancora
chiesto perdono per la strage dei kulaki, i gulag e le fosse di Katyn.
E non sembra che Jacques Chirac e Lionel Jospin abbiano intenzione di
inginocchiarsi di fronte a un monumento algerino come Willy Brand a
Varsavia nel dicembre del 1970. Ma la liturgia del perdono appartiene
ormai alla prassi delle relazioni nazionali e internazionali. Scusarsi
è "politically correct". Cerchiamo di capirne le ragioni.
Il fenomeno nasce a Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale,
quando i vincitori trattano i vinti come criminali di guerra e li
sottopongono a un
giudizio penale. Con la cattura e il processo di Adolf Eichmann, il
funzionario della Gestapo catturato in Argentina e trasportato
segretamente a Tel Aviv, Israele rompe una vecchia regola del diritto
internazionale e afferma implicitamente che la vittima può impadronirsi
dell'aguzzino, dovunque egli sia, e punirlo.
Le organizzazioni internazionali, nel frattempo, preparano e sottopongono
alla firma dei loro membri una serie di convenzioni contro la violazione dei
diritti
umani, la tortura, le discriminazioni razziali, politiche e sessuali.
Prende corpo gradualmente l'ideologia dei "diritti umani", una
religione laica di cui la comunità internazionale può e deve pretendere
l'osservanza. Una grande organizzazione, Amnesty International,
diffonde un rapporto annuale in cui denuncia le violazioni e misura il
grado di "correttezza" dei singoli stati. Alcuni magistrati cercano di
trasformare la teoria in prassi e instaurare una giustizia che
scavalchi i tradizionali confini delle giurisdizioni nazionali. Il caso
più clamoroso è quello di un generale cileno, Augusto Pinochet,
trattenuto a Londra in attesa di estradizione o espulsione.
Ma le leggi, generalmente, non sono retroattive e questa tendenza non
basterebbe da sola a giustificare il coro di mea culpa degli ultimi
anni. Il fenomeno esplode quando l'ideologia dei diritti umani
incrocia, nella storia del secondo dopoguerra, la convinzione che
"occorre ricordare". La tesi, nelle sue grandi linee, è questa. Il
nazismo, il fascismo, la tirannia, i genocidi e le persecuzioni
razziali non sono episodi storici, riconducibili a particolari
circostanze politiche e sociali. Sono germi malefici, continuamente
presenti nelle società internazionali, a cui alcuni soggetti
collettivi, le destre, certi gruppi nazionali, sono fisiologicamente
inclini. Per evitare nuovi contagi occorre vigilare, diffondere e
imporre la liturgia della memoria, ravvivare il fuoco dei ricordi,
tenere d'occhio i "sieropositivi", pretendere i loro periodici atti di
contrizione.
La nuova religione e i suoi dogmi presentano qualche
inconveniente. In primo luogo, la memoria è selettiva. I sacerdoti
ricordano particolarmente i crimini del nemico e dimenticano, o
trattano con maggiore distacco, quelli degli amici. Alcuni massacri
sono più orribili di altri e vanno quindi più frequentemente
esorcizzati. Il lager è peggio del gulag, la tirannia hitleriana è
peggio della tirannia staliniana, le colpe commesse dal colonialismo
capitalista in Africa sono peggiori di quelle commesse dal colonialismo
comunista in Asia centrale e nel Caucaso.
Non basta. Il culto della memoria finisce per distruggere la memoria
storica.
Se alcuni gruppi nazionali o sociali sono "sieropositivi", è inutile
indagare sulle
cause storiche di un particolare fenomeno. È inutile cercare di
comprendere, per esempio, quale effetto le arroganti e umilianti
clausole del trattato di Versailles abbiano avuto sulla psicologia del
popolo tedesco. O indagare sugli errori della democrazia italiana prima
del fascismo. O interpretare la guerra civile spagnola alla luce della
lunga sequenza di pronunciamenti e colpi di mano che caratterizzò la
storia del paese negli anni precedenti. O ricordare che l'involuzione
autoritaria di alcuni paesi fra le due guerre fu provocata da due
fenomeni storici: la Grande guerra e la paura del bolscevismo. O
ricostruire le difficili condizioni nelle quali la Svizzera (oggi
sempre più frequentemente sul banco degli accusati) dovette difendere
la propria indipendenza durante la seconda guerra mondiale.
La distruzione della storia produce uno straordinario numero di
anacronismi. Ogni politica autoritaria diventa "fascismo". Ogni
discussione sull'ebraismo o sullo Stato d'Israele corre il rischio di
essere definita "antisemita". Ogni leader nazionalpopulista contiene in
sé i germi del futuro Hitler.
Questa interpretazione degli avvenimenti non è laica, ma religiosa, anzi
integralista.
Per le vestali della memoria vi è nel mondo un Anticristo (il fascismo e il
razzismo)
contro il quale occorre predisporre una sorta di vigilanza permanente. E se
qualcuno appartiene a un paese che ha già peccato, occorre imporgli di
fare penitenza con le parole e con le opere: confessioni, atti di
contrizione, indennizzi. Poco importa che i penitenti, a tanti anni
dalla fine della guerra, non abbiano nulla a che vedere con i
peccatori. Poco importa che le aziende e le banche a cui vengono
chiesti gli indennizzi abbiano strutture societarie, azionisti, manager
e clienti completamente diversi da quelli di un tempo.
Fra i molti inconvenienti di questa liturgia della memoria uno dei peggiori
è
l'ipocrisia. Quando accettano di piegare le ginocchia e battersi il
petto, gli stati e gli individui sono mossi generalmente da
considerazioni pratiche e utilitarie. L'Italia importa una buona parte
del suo petrolio dalla Libia ed è il suo maggiore partner economico:
perché non dovrebbe dare qualche soddisfazione al colonnello Gheddafi?
La Gran Bretagna vuole conservare buoni rapporti con l'India e altri
paesi ex coloniali: perché non dovrebbe compiacere il loro amor
proprio? Le banche svizzere hanno una forte presenza nel mercato
americano e temono il boicottaggio della lobby ebraica: perché non
dovrebbero affrettarsi a chiudere il capitolo degli indennizzi?
Il guaio è che queste manifestazioni di pragmatismo opportunista finiscono
spesso per suscitare, in una parte della opinione pubblica, un'ondata
di risentimento. Ne esce rafforzato in tal modo il radicalismo
populista di alcune forze politiche, come per l'appunto in Austria il
partito liberal-nazionale di Jórg Haider. E i sacerdoti della memoria,
compiaciuti della loro preveggenza, possono così proclamare al mondo
che "hanno avuto ragione".

Sergio Romano

 

 

Ultimo aggiornamento: domenica 28 maggio 2006