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Essere Incendio

 

Ancora intorno a Nietzsche. Poesie postume.

Tu, la preda

 

Francesco Boco

 

E’ facile per l’uomo moderno, per noi stessi pure, giustificare ogni mancanza, ogni fallimento, ogni comportamento vile ed ogni bassezza sorridendo ed in fondo avendo compassione di sé, perché anche gli altri sbagliando, nessuno è perfetto ed è così che vanno le cose.

Insomma, ci si accomoda sulla poltrona della moralina borghese per cui non occorre troppo sforzarsi per essere migliori, per bene vivere, e si tende sempre a sentirsi migliori rimandando a domani il monito contro le proprie mancanze.

 

Così cominciai:

disimparai la compassione di me!

 

Figli del nichilismo trionfante, carne in putredine di un’era di oscurità spirituale, anime smarrite in sé, padri del nulla che scava il fondo, le nostre meschinità ci schiacciano come un macigno, la presa di coscienza è solo l’inizio.

 

Non dimenticare, o uomo che la voluttà ha macerato:

tu – sei la pietra, il deserto, tu sei la morte…

 

Scuotersi dal torpore, dalla pigrizia che annienta la creatività umana, riaffermare la propria volontà di veversi, di essere presenti a se stessi…

 

Hai cercato il carico più pesante

e trovasti te

non puoi sbarazzarti di te stesso…

 

Non è possibile delegare le proprie responsabilità, ciò che siamo, ciò che dobbiamo essere. Il nostro compito è in primo luogo quello di vivere degnamente, secondo la più profonda natura umana. Ogni giorno è una nuova lotta, ogni giorno è una nuova sconfitta. Eppure ogni giorno si migliora, si diventa più duri, la nostra anima ordina il caos interiore.

 

Tu non lo sopporti più,

il tuo destino dispotico?

Amalo, non ti rimane altra scelta!

 

Tu il leone ruggente, tu l’aquila che vola più in alto ancora, tu la saggezza primordiale. Tu, la preda di stesso, il tuo nemico primo e peggiore, tu il tuo destino di lotta e vittoria.

 

Ingordo di preda,

sotto maschere variopinte,

maschera ormai di se stesso,

preda di se stesso

 

Le maschere che nella vita di tutti i giorni indossiamo, che ci proteggono dai roghi contro l’inciviltà, contro “ciò che non è corretto”, esse vengono strappate nella notte della nostra solitudine più dura, nel guardare il nostro abisso più nero. Cadiamo, nel nero più cupo ci smarriamo in noi stessi.

 

da te stesso afferrato,

tua propria preda

 

Assaltando se stessi, martellando le pareti della mente, negando valore a ciò che fino a quel momento si era, superando nuovamente il buio si riemerge dal cupo oceano del nulla.

Annienta te stesso.

 

Il mare digrigna i denti

contro di te.

 

Guardando le proprie bassezze si scoprirà la notte dell’anima, il kali yuga interiore è più cupo di quello esteriore, la lotta aspra e perenne; non si può permettere alle difese di diminuire di tensione, oppure l’oscura marea eromperà inarrestabile. E’ per questo che non ci possiamo permettere il lusso dell’ebbrezza sfrenata: dobbiamo sempre essere pronti a comandare.

Solo dopo aver ucciso se stessi si vive veramente.

 

conoscitore di te,

carnefice di te stesso!

 

Non è facile, il successo è distante, la forma, il centro, tutto ci appare inevitabilmente e drammaticamente distante, forse irraggiungibile, ma ogni fallimento ci sprona, non distogliamo lo sguardo, noi figli del nulla!

 

Oppure simile all’aquila, che a lungo,

a lungo fissamente guarda gli abissi,

i suoi abissi…

 

Nessuna finzione, solo nei nostri abissi scopriamo chi siamo realmente, solo affrontando se stessi si raggiunge un grado superiore di coscienza. Il cammino è lungo, continuo, forse senza fine, ma è nostro destino percorrere le vie che ci si parano davanti, senza esitazioni, impassibili alle difficoltà cupe che ci accerchiano, ci tentano.

E’ molto facile prendere coscienza di un dovere, più difficile è compierlo.

 

Già imita se stesso,

già si è fatto stanco,

già cerca le strade che ha percorso .

e poc’anzi ancora amava ogni via non battuta!

 

La giovinezza creativa, la vera e più profonda natura divina dello spirito umano, riemerge dal deserto del nulla in modo graduale, quando nel tempo riscopriamo chi siamo e chi dobbiamo essere.

 

Di nuove notti ti sei avvolto,

nuovi deserti ha scoperto il tuo piede leonino.

 

Creatività è armonia operativa, capacità di rendere visibile ciò che è divino, esso è il simbolo.

Recidere i legami con i piaceri materiali, coi placebo della modernità, riconoscere la vacuità e contingenza di quanto è mondo, e considerarlo per ciò che esso vale. Poiché ciò che dura in eterno ha un valore immenso.

 

Non già il fatto che rovesciasti l’idolo:

ma che in te rovesciasti l’idolatra,

questo fu il tuo coraggio.


 

 

Ultimo aggiornamento: sabato 08 gennaio 2005