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VITALISMO CREATIVO

 

Filosofia vitalista

Verità creativa

 

di Francesco Boco

 

Principio come compartecipazione di opposti – incomprensibilità ultima  del vero – accettazione dell’opposizione – vitalismo e creatività come compartecipazione al vero

 

Crediamo che la Filosofia non sia disciplina per tutti; non è concepibile né accettabile una filosofia volgarizzata rivolta a qualsiasi lettore; in particolare una filosofia rivolta all’ambito universitario è una contraddizione. Negli istituti universitari non si fa filosofia, si fa filologia, si riporta e commenta ciò che ha detto un pensatore e di esso si impone una interpretazione.

Non si è filosofi perché si ha una laurea in filosofia - un contandino o un operaio sono con tutta probabilità molto più filosofi del professore accademico. Chi scrive è studente di filosofia in quel di Trento e prova una certa insofferenza nei confronti dell’ambiente col quale ha a che fare quotidianamente.

Filosofia è ricerca del vero, non è nozionismo, e soprattutto non significa catalogazione di autori e concetti.

Il vero non lo si ricerca al di fuori della realtà con cui ci confrontiamo ogni giorno; le fughe idealistiche, romantiche, razionalistiche o materialiste sono tutte riduttive e depotenzianti la reale portata del mondo concreto e del suo spirito. Per questo affermiamo che vi è più filosofia nel contadino o nell’operaio piuttosto che nel filosofo che, chiuso nel proprio studio, non sa far nient’altro che produrre astrazioni, tomi su tomi di astrazioni complicate e del tutto svianti dal vero.

Il contatto con la mutevole vita della terra avvicina molto più alla verità che lo studio di molte opere di filosofia.

 

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Manlio Sgalambro nel suo recente De mundo pessimo afferma chiaramente che la verità è il tutto contro la parte, contro l’uomo. Non vi sono conforti interiori o esteriori. Posizione che ci appare a prima vista accomunarlo in qualche modo ad un Cioran o ad un Rensi.

Il mondo è guidato da leggi assurde, non perché non vi siano leggi, ma perché ai nostri occhi il divenire appare inclassificabile nella sua varietà. La vitalità non è controllabile, non è razionalizzabile, sfugge a ogni regolamentazione scientifica – vi sarà sempre l’eccezione. Può solo essere esperita ed accettata, non può essere imbrigliata.

La potenza del mondo è volontà che vuole se stessa, è volontà di potenza all’ennesima potenza perché moltiplicata per ogni essente.

L’assurdità del mondo viene dal caotico agire, armonizzarsi e scontrarsi delle svariate – più o meno forti – volontà, ovvero visioni della vita.

Guerra e amore, morte e vita, sono gli opposti che in pari misura fanno parte del mondo; così come il nulla è parte dell’essere, poiché senza di esso non potremmo definire l’essere, e non vi sarebbe euqilibrio.

 

La questione si fa spinosa perché da un lato è necessario comprendere che il mondo è parte dell’essere – e noi siamo parte del mondo, quindi siamo – e dall’altro lato dobbiamo accettare l’irriducibilità delle leggi del cosmo alla comprensione umana, non ci è dato scrivere con certezza come la realtà si esprima, quali siano le caratteristiche del vero. Vero è il mutare di tutte le cose.

Materia e spirito non si escludono, ma si compenetrano, questo l’osservazione dei fenomeni naturali trasmette in tutta evidenza.  Nel cambiare continuo delle stagioni, nello scorrere delle nascite e delle morti, nel fluire delle acque, nel disfacimento cui vanno incontro le costruzioni vediamo l’incontrastabile incedere del tempo. Eppure se vi è temporalità vi deve pur essere intemporalità, atemporalità. Storia e astoricità, divenire e immutabilità.

 Il Principio – da intendersi come perché di ogni cosa, non come il quando – è l’immutabile verità, esso è astorico poiché non può mutare, se mutasse non sarebbe più origine e al contempo qualcosa d’altro lo sarebbe, e allora torneremmo comunque allo stesso punto.

Il Principio del tutto è l’ordine del caotico scorrere dell’essere cosmico.

Il disordinato manifestarsi degli eventi ha una natura ordinata che è spirito, in esso vi è l’immutabilità della verità insonbabile dall’uomo.

Comprensione e incomprensione si intrecciano, come il nero ed il bianco nel Tao. Possiamo tentare di cogliere aspetti del vero attraverso l’osservazione della natura, facendo attenzione a ciò che in ogni evento vi è di immutabile, non legato alle contingenze della fisicità, della sotiricità di un qualcosa. Schematicamente:

  • Se limitassimo la nostra osservazione all’aspetto storico e relegassimo la verità unicamente alla materialità finiremmo col secolarizzare la verità. Vero sarebbe ciò che è materiale, nella fisicità sarebbe la verità, quindi materialismo e termine messianico dell’esistere in questa terra.

  • Se limitassimo il nostro cercare il vero alla sola contemplazione dell’immobilità delle alte sfere ignoreremmo la concretezza dello spirito che diviene nel mondo. Taglieremmo i ponti con la nostra presenza corporea per chiuderci nella sola astrazione speculativa. E allora idealizzazione e romanticismo, ciò che pensiamo corrisponderebbe al vero.

 

In verità ci appare come unico punto certo da cui far partire il nostro rapportarci alla realtà il compenetrarsi degli opposti da cui deriviamo i concetti di divenire e d’immutabilità.

Per realtà non intendiamo la sola fisicità, ma la totalità come compartecipazione degli opposti.

Vi è tensione all’unificazione nell’uomo dell’epoca della volontà caotica, in lui infatti agiscono disordinate svariate forze che gli provocano disarmonia, discordanza e caos. E’ allora che comprendiamo come il vero sia il tutto contro di noi. Non troviamo conforto in noi sino a quando una volontà più grande, una volontà che vuole se stessa, non imponga il suo controllo sul caotico agitarsi per ordinare l’assurdo compartecipare di opposte volontà. In questo modo la volontà che vuole se stessa fa sì che l’uomo accetti il suo dover essere, e per ciò colga il vero senso della totalità delle verità interiori. Spirito sovrano che vuole ciò che deve essere ordinando il caos delle passioni, delle volontà incontrollate, inconsapevoli. Poiché pure il cavallo imbizzarrito ha un ruolo nella totalità dell’essente.

 

Dicevamo dell’irriducibile vitalità, nel Principio - nello spirito del divenire, nell’immutabilità del divenire - troviamo l’espressione più potente di questa verità. Esso è perpetua creazione e distruzione, perenne mutare di vita in morte, di morte in vita.

Sta all’uomo accettare in tutte le sue più rischiose implicazioni questa verità; la verità della sfericità del tempo, del compenetrarsi di ciclci vitali, dello scontrarsi di sfericità temporali-spirituali-vitali.

Se la verità è il tutto contro noi stessi - e quindi se quanto fin qui ricavato fosse vero esso rappresenterebbe la più grande minaccia al cospetto della quale potremmo trovarci – sta a noi prendere coscienza del dramma del divenire della vita, assumere su di noi l’assurda ed incomprensibile realtà del tutto, concepire il caotico ordinarsi del tutto nel divenire come destino.

Il divenire non è un qualcosa di festoso, non rappresenta un concetto che deve indurci al riso, non va accolto con animo leggero. Esso va anzi considerato con la massima serietà. Se in esso vi fosse del vero, se la verità fosse l’immutabile divenire, allora la condanna dell’essere sarebbe proprio quella di partecipare alla sfericità del tempo come ritepetersi dell’essenza.

 

Consideriamo allora questa possibilità, il caso cioè in cui ci si debba far carico del divenire, della vitalità costante della totalità in creativo mutare. Il Principio sarebbe quindi da intendersi come perpetua creazione.

Se la volontà umana è oggi caotica, cioè essa riflette unicamente l’aspetto più distruttivo della verità cosmica, è doveroso considerare a quale compiuta natura essa deva mirare.

L’uomo che voglia tornare ad avere in sé una volontà pura, sgombra da errori e cadute, dovrebbe allora riflettere la realtà del Principio, del vero. Tornare ad essere un essente divino.

Accettare completamente la vita che gli appartiene come dover essere e non poter essere altrimenti, cioè destino, cioè, ancora, volontà che vuole se stessa, volontà di potenza allo stadio originario.

Poiché nel Principio vi è armonia del disordine in quanto esso ha un senso totale, la totalità ha un perché, allora il caotico divenire delle forze interiori umane deve divenire un ordinato scontrarsi secondo una accettazione attiva del dover essere, volere ciò che si deve essere e nulla all’infuori di ciò. Il Principio è volontà pura, non vuole che se stesso poiché nella sua pienezza non necessita di nulla.

E allora, facendosi carico del peso dell’incomprensibilità della volontà pura del Principio è tuttavia possibile rendersi attivi partecipi di essa e della totalità cosmica.

Chiameremo questa nostra concezione filosofica del vero vitalismo creativo, che è a ben considerarla una tautologia.

Se la vita in sé è divenire, l’accettazione attiva dell’immutabilità di questa condizione conduce ad una più autentica dimensione di vita perché compartecipe del divenire della totalità e perché riconducentesi al senso totale dello spirito che è Principio. Nel suo pieno entusiasmo per l’assurda esistenza in questo mondo, nella tragica presa di coscienza della fragile condizione umana, allora ci si volge ad una forte spinta vitale attiva, essenzialmente tragica ed al contempo creativa.

Se il Principio è in sé creatività costante, l’uomo che assuma su di sé questa realtà ultima rispecchierà allora la vitalità creativa di ciò che rappresenta il senso ultimo ed insondabile di ogni cosa.

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Siamo lontani dal dare una visione organica a quanto abbiamo soltanto affrontato di striscio nelle righe precedenti. Lungi dal nostro intento è l’aver colto la verità o l’aver conseguito un qualche avvicinamento filosofico al senso ultimo del reale.

L’aforisma è la forma filosofica più adeguata ad affrontare la mutevolezza della vita. Un sistema che intenda essere scientificamente fissato, che voglia dare delle regole precise alla realtà è frutto unicamente dello sfrontato narcisismo umano che crede di tutto poter sottomettere, di tutto poter comprendere. In effetti l’aforisma esclude il dialogo, impone una verità istantanea ed intuitiva che nessuno può negare perché, anche se in modo diverso, in essa ci si ritrova.

La sistematicità dell’asistematico, la verità incontrovertibile del vissuto inciso nell’aforisma, la filosofia scritta col proprio sangue.

Sarebbe utile, a seguito e completamento di quanto detto sopra, tentare una fenomenologia ed una teoria della verità, eppure il divenire esclude il sistema. Quindi una certa sistematicità aforistica che sappia cogliere lo spirito nella fisicità.

Tuttavia non crediamo sia fuori luogo considerare, in tempi di pensiero debole, il senso primo ed ultimo di ogni cosa. E’ nelle nostre capacità poterci sforzare al fine di cogliere un senso organico di ciò che è.

E’ probabile che il linguaggio da noi utilizzato risulti impreciso o scorretto, è tuttavia nostro proposito approfondire ulteriormente l’argomento in futuro, prendendo in cosiderazione in partenza la creatività per come essa viene intesa da Friedrich W. Nietzsche.

Se osservassimo per un istante il cosmo in quella che a noi appare essere la sua infinitudine forse inizieremmo a considerare in modo del tutto diverso il concetto di Principio-verità e le sue implicazioni. A questo proposito lo scritto De caelo di Sgalambro potrebbe suggerire utili riflessioni.

 

 

 

Ultimo aggiornamento: sabato 05 marzo 2005