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Il percorso del Sole nei 12 segni e le fatiche di Ercole Introduzione Il Sole, attraverso il suo ciclico attraversare i 12 segni zodiacali, ha sempre ispirato miti e racconti simbolici che narrano le caratteristiche proprie di ciascun segno astrologico o fase solare. È indubbio che secondo il segno in cui si trova, il Sole si colora di determinate caratteristiche, in analogia con la fase espressa dal ciclo naturale. L’Ariete così sarebbe il primo spuntare dei germogli, che in Toro acquistano forza e stabilità, volume e sostanza. La fase Gemelli corrisponde all’impollinazione, alla fecondazione che avviene per via aerea grazie al vento o tramite gli insetti; una volta avvenuta la fecondazione, il processo prosegue nella gestazione del Cancro, materno e nutritivo, mentre il Leone maturerà il frutto ai raggi del Sole di piena estate. Il raccolto si compie in Vergine, scegliendo, separando, analizzando. La Bilancia, compiuto il lavoro, sospende l’attività per prendere delle decisioni in funzione dei risultati ottenuti nel ciclo precedente. Nella fase Scorpione ciò che è stato giudicato inutile dev’essere eliminato. Ma insieme alle foglie, adesso cade anche il seme, che imputridendo nel terreno permetterà la rinascita della vegetazione nel ciclo successivo. Durante il Sagittario, si ara, si dissoda, si lavora per l’avvenire, proiettati nel futuro. Nel Capricorno, quando il Sole è nel punto più basso, il seme compie un lavorio interiore che lo farà "aprire", spunteranno le prime radici che permetteranno lo scambio con l’ambiente circostante, che avverrà nella fase Acquario. Nell’ultimo segno, i Pesci, avviene lo sviluppo verticale, la pianticella spinge verso l’alto, cercando la luce. Verrà alla luce in Ariete, e un nuovo ciclo ricomincia. Ma questo modello analogico e simbolico di descrizione dei processi naturali, secondo diverse tradizioni potrebbe essere anche considerato come la descrizione del processo evolutivo iniziatico. Un processo ciclico, che riprende ogni volta sempre uguale a sé stesso eppure differente, un cerchio che amplia la curva del suo raggio ad ogni fine ciclo secondo un altro livello. Le 12 fatiche di Ercole, o Eracle, sarebbero in quest’ottica il racconto mitologico di ciascuna fatica iniziatica simboleggiata anche dai 12 segni zodiacali, l’analogia del lavoro interiore che il neofita deve compiere su sé stesso, superando, segno per segno, gli ostacoli posti dalle 12 prove, sino a poter racchiudere in sé, in un’unità inscindibile, tutt’e dodici i segni. Ad ogni ciclo, il neofita compie su sé stesso un lavoro paragonabile a quello del ciclo vegetativo; la Natura, per chi sa leggerla, può essere specchio analogico dei processi evolutivi spirituali, che sono naturali, semplici, apparendo complessi e indecifrabili soltanto all’azione razionale delle nostre menti, in tentativi intellettuali che separano ciò che non lo è, mistificando e stendendo il velo dell’illusione sulla semplicità delle cose. Il mito Eracle era figlio di Zeus e Alcmene, moglie di Anfitrione. Nato a Tebe, l’ira implacabile di Hera, gelosa del tradimento del consorte, l’avrebbe perseguitato prima ancora della sua nascita. Poiché al figlio della sua rivale era stata profetizzata una gloria immensa e, destinato, per nascita, a regnare su di un vasto regno, ella permise che, nel parto gemello di Alcmena, Euristèo, concepito da Anfitrione, nascesse prima di Ercole, concepito da Giove. In forza della primogenitura, Euristèo, governò su Micene e prescrisse al fratello le famose dodici fatiche, dalle quali Hera sperava non potesse, alla lunga, uscire incolume. Il fato però giocò uno strano scherzo alla dea, destinata ad allattare il piccolo Eracle. Egli, suggendo dal seno di Hera addormentata, le fece male. Svegliatasi, la dea allontanò il bambino, ma gocce del suo latte caddero sulla volta celeste, lasciando la celebre "traccia" conosciuta con il nome di via Lattea. L’eroe sposò Megara, figlia del re di Tebe, dalla quale ebbe numerosi figli. La fama di Eracle intanto si accresceva sempre più, ed Euristeo, Preoccupato di essere scalzato dal secondogenito ottenne l’immancabile aiuto di Hera, per ostacolare il fratello. L’eroe, colpito da improvvisa follia, sotto la malvagia influenza della dea, uccise i suoi figli e la loro madre, per poi recarsi, pentito, presso l’oracolo di Delfi, per sapere come espiare quella colpa. L’oracolo rivelò che doveva presentarsi presso il re Euristeo, di Micene, e servirlo. Euristeo quindi assegnò ad Eracle dieci compiti impossibili, cui se ne aggiunsero altri due, da cui le leggendarie Dodici Fatiche. Le Dodici Fatiche La sua prima prova fu la lotta col leone di Nemèa, mostro nato da Tifone e da Echidna e che non poteva essere ucciso con nessun’arma, poiché la sua pelle era invulnerabile. Per vincerlo, l’eroe lo costrinse a rifugiarsi nella tana, dopo averlo senza risultato colpito con le frecce e intontito con i tremendi colpi della sua clava; quindi lo soffocò nella stretta delle sue braccia di acciaio. Poi, scuoiatolo, si servì della pelle come di una veste, ricoprendosi il capo con la testa della bestia. Secondo l’interpretazione della Bailey, l’episodio spiega come il candidato all’iniziazione deve uccidere il leone della personalità, per far posto al disinteresse, per imparare a subordinarsi al tutto. Anche secondo il filosofo O.M. Aivanhov, l’episodio del leone nemeo corrisponde al quinto segno dello zodiaco. La prova consisterebbe nel "vincere la fierezza orgogliosa e l’ostinazione del Leone, e sviluppare la sua nobiltà, la sua grandezza, la sua rettitudine". È da notare come la pelle del leone vinto da ora in avanti costituirà in un certo senso la "divisa" di Eracle, l’abito che servirà a coprirlo. La seconda fatica consistette nell’uccisione dell’Idra di Lèrna, dalle sette o, secondo le versioni, nove teste, una delle quali immortale, mentre le altre rinascevano appena recise. Il corpo dell’Idra era, per metà, quello di una bella ninfa, e, per metà, quello di un serpente o drago. Ercole l’affrontò; e dopo aver bruciato le sei otto teste mortali, per impedire che si riproducessero, finì il mostro. L’Idra di Lerna rappresenta lo Scorpione, anche conosciuto come serpente o drago, sede astrologica dell’istinto sessuale. La prova sarebbe quindi il dominio dell’istinto da parte del candidato: l’Idra ben rappresenta la forza sessuale, alla quale, nonostante si cerchi di tagliare le sue numerose teste, ricrescono con vitalità frustante. Lottare contro l’istinto, servendosi semplicemente della repressione e cercando di annientare questa potente forza soltanto con la volontà, non porta alla vittoria: è necessario trasformare l’istinto in qualcos’altro, e l’eroe, per riuscire, userà il fuoco, simbolo dall’amore sacro. Il terribile Cinghiale d’Erimanto, che devastava l’Elide e l’Arcadia, è la terza prova di Ercole. Inseguita la fiera fino alla cima del monte Erimanto, egli l’afferrò per le quattro zampe e la portò viva dinanzi ad Euristeo. Secondo la Bailey l’episodio è in analogia con il segno della Bilancia, poiché, per catturarlo, Eracle costrinse l’animale a scendere dalla montagna tenendolo per le zampe posteriori. L’animale perse così l’equilibrio, simbolo del segno in questione. Secondo Aivanhov invece l’associazione è con la forza bruta di Marte, e quindi con il segno dell’Ariete; a ulteriore riprova, egli cita una leggenda della mitologia greca: Marte infatti per ferire Adone, del quale era furiosamente geloso, si trasformò proprio in cinghiale. Le due proposte si pongono in perfetta antinomia: nella zodiaco ciascun segno è descritto e completato dall’opposto: considerando la ruota, Ariete e Bilancia sono due raggi di uno stesso diametro. La quarta fatica consisté nel prendere la cerva di Cerinèa, abbracciandola mentre stava per sfuggirgli lanciandosi a nuoto nel fiume Ladine. L’animale, dai piedi di bronzo e dalle corna d’oro, sacro a Diana, viveva sulle pendici del monte Cerine. Essa si muoveva con tanta agilità e leggerezza nella corsa, tanto che nessuno era mai riuscito a raggiungerla. Ercole l’insegui per un anno prima di riuscire a prenderla. Anche per questa fatica abbiamo due diverse attribuzioni; il Cancro e il Capricorno, segni complementari in opposizione esattamente come i precedenti. Secondo Aivanhov la quarta impresa dell’eroe sarebbe in corrispondenza con il segno del Capricorno a causa dell’animale rappresentato, che racchiuderebbe un significato simbolico affine alla capra, glifo del decimo segno. La Bailey sottolinea invece come l’aspirante iniziato, consegnando la Cerva, sacra ad una divinità lunare, ad Apollo, raggiungerebbe un’espansione solare di coscienza. "è appunto il processo in gioco nel Cancro: ciò che in Ariete non era che istinto dovrà riconcentrarsi per produrre il suo frutto in Leone". La quinta fatica consisteva nel riuscire ad eliminare gli Uccelli del Lago Stinfalo, che avevano artigli, becco, ali e penne di bronzo, di cui essi si servivano, lanciandole, come di frecce. I due autori concordano nell’attribuire l’impresa alla conquista delle qualità proprie del Sagittario. La tappa fu superata da Ercole abbattendo gli uccelli con un’idea, vale a dire quella di riuscire a produrre un suono insopportabile per il loro udito. La sesta vede il nostro eroe impegnato nella conquista del Cinto d’Ippolita, regina delle Amazzoni, alla quale era stato donato dal dio Marte. La figlia d’Euristeo reclamava tale cinto per se stessa, e per carpirlo Ercole fu costretto ad affrontare le bellicose Amazzoni. Durante la lotta egli assassinò la regina, cui tolse il cinto desiderato, anche se un’altra variante del mito afferma che egli non l’uccise ma la diede in sposa a Teseo. Entrambi gli autori concordano nell’analogia tra le Amazzoni e il segno della Vergine. Ma, secondo la Bailey, l’episodio dell’uccisione della regina costituirebbe uno scacco nell’iniziazione di Ercole, un errore. Per la settima fatica Eracle doveva pulire le Stalle di Augia che l’omonimo re degli Epei non aveva mai pulito. Stabbio e letame vi si erano così accumulati che l’impresa pareva davvero impossibile. Augia in compenso gli promise la decima parte delle bestie che vi erano ammassate. Ercole riuscì nel compito deviando nelle stalle il corso dei fiumi Alfeo e Peneo, che spazzarono via, con la violenza della loro corrente, tutto l’enorme sudiciume. Le acque dei fiumi rappresenterebbero le Acque spirituali dell’undicesimo segno, l’Acquario, acque che sarebbero in grado di purificare il subcosciente dell’uomo. L’ottava fatica di Ercole è la cattura del Toro dell’isola di Creta. Nettuno, per punire Minosse re di Creta di non aver eseguito i sacrifici necessari al suo culto, aveva mandato nell’isola un toro ferocissimo, che l’eroe catturò vivo e condusse a Micene. Il segno del Toro rappresenta, così come del resto il suo opposto, lo Scorpione, l’istinto sessuale e gli istinti in genere, la brutale forza animale della lotta per la sopravvivenza. Questo segno chiude la croce dei fissi, cioè dei segni centrali di ogni stagione: Leone, Scorpione, Acquario e Toro. Secondo Barbault la croce rappresenta la Manifestazione: il suo glifo, due assi, due coordinate che si incontrano, rappresenta lo spazio e il tempo, "il simbolo dell’ordine del mondo, la croce della Manifestazione che fissa i valori di ciò che si forma e si sviluppa". La Sfinge sarebbe l’animale mitico che effigia i quattro valori: la testa è umana (Acquario, l’unico segno a figura umana dello zodiaco), il petto è di toro, il corpo di leone e le ali di Aquila (versione antica dello Scorpione, conosciuto anche come Serpente, Drago o Fenice). Anche il Tetramorfo, la rappresentazione simbolica dei quattro evangelisti, avrebbe lo stesso significato. Diomède era il crudele re dei Bistoni, che aveva l’abitudine di nutrire le sue cavalle con la carne dei viandanti smarriti. Come nona fatica Ercole uccise Diomede, che, poi, fece divorare dalle sue stesse cavalle. Però Euristeo, quando esse gli furono condotte innanzi, preferì lasciarle in libertà. Sia la Bailey che Aivanhov concordano nell’assimilare le cavalle all’attività mentale, ma secondo la prima la fatica è in analogia con il segno dell’Ariete, per cui l’impresa lo instraderebbe lungo la via dove s’impara a domare i propri pensieri. L’autore bulgaro invece attribuisce le cavalle di Diomede ai Gemelli e al deleterio uso dell’intelletto, facoltà che usata per separare, analizzare, esaminare, sezionerebbe la realtà distruggendola. La fatica sarebbe quindi di monito contro l’eccessiva fiducia nella propria attività mentale: i pensieri, secondo l’autore, possono davvero diventare feroci belve carnivore. La decima fatica consisté nella conquista dei buoi di Geriòne, un mostruoso gigante con tre corpi che possedeva un ricco armento custodito da un drago con sette teste e da un cane bicipite; la Bailey afferma che questa fatica sarebbe l’ultima, poiché gli donerebbe l’immortalità: essa sarebbe in analogia con il segno dei Pesci, domicilio di Nettuno, secondo il mito padre putativo del gigante. Aivanhov sostiene invece che la fatica sia in analogia con il segno del Cancro, poiché i tre corpi, raffigurando i tre aspetti principali della personalità dell’uomo, fisico, emotivo e mentale, rappresentano la personalità, in analogia con la Luna che governa appunto il Cancro. L’undicesima fatica vede il nostro eroe impegnato nella conquista dei pomi d’oro del giardino delle Esperidi. I preziosi frutti erano custoditi dal drago Ladòne e da Atlante. Per venirne in possesso, Ercole propose ad Atlante di reggere per lui, sulle spalle, il peso del cielo ma in cambio questi avrebbe dovuto cogliere per lui i pomi. Atlante non avrebbe più voluto liberarlo, ma Ercole, con un’astuzia, riuscì a cavarsela. La Bailey asserisce che, raccogliendo i frutti della conoscenza, Eracle apprenderebbe il concetto di discriminazione, qualità in analogia con i Gemelli. Ma Aivanhov, ricordando molto opportunamente come Hesperos sia il nome greco di Venere mattutina, pone la fatica in analogia con il segno della Bilancia, il segno dell’equilibrio. La dodicesima ed ultima fatica, Eracle la compie scendendo all’Inferno dove secondo alcuni uccide Cerbero, secondo altre versioni lo porta incatenato al povero Euristeo, che gli impose di riportarlo subito all’Inferno. Però tutte le versioni concordano nell’affermare che Ercole riuscì anche a liberare Teseo dopo che vi era stato incatenato perché aveva tentato di rapire Proserpina. La Bailey pone la fatica in corrispondenza con il Capricorno, ricordando come venga prima dell’Acquario, per cui l’uccisione del Cane guardiano degli Inferi sarebbe preliminare alla famosa pulizia delle stalle, mentre il filosofo bulgaro pone l’accento sulla liberazione di Teseo e sul segno dei Pesci, "regno del caos e dell’indistinto, le tenebre dell’ inconscio dalle quali Ercole strappò Teseo per riportarlo alla luce, alla coscienza". Al termine di tutte queste fatiche, finalmente al nostro eroe fu concessa la libertà. Il racconto mitologico termina narrando che sposò Deianira, figlia del Re Eneo. Ma Eracle non era troppo fortunato con le donne: un giorno, dovendo guadare un fiume in compagnia della moglie, per essere maggiormente libero di affrontare le correnti impetuose lasciò Deianira con Nesso, un Centauro, che, ligio alle raffigurazioni di queste creature mitologiche la cui natura era separata tra aspirazioni di saggezza ( la metà umana) e impulsi bestiali (la metà ferina), non appena l’eroe si allontanò cercò di approfittare delle grazie della signora. Eracle reagì immediatamente colpendo il centauro con una freccia intinta con il sangue dell’Idra di Lerna, un veleno micidiale . Ma la creatura escogitò una sottile vendetta. Mentre moriva, raccontò a Deianira che il suo sangue aveva il potere di rendere un uomo fedele per sempre. La donna, colpita nel suo punto debole, subito raccolse alcune gocce di questo sangue, che conservò di nascosto dal marito. E, come Nesso aveva ben immaginato, arrivò il momento in cui la donna sospettò, dubitò, e immaginando di possedere il rimedio per l'ipotetica infedeltà unse le vesti di Ercole con il sangue che aveva gelosamente conservato. Il sangue del Centauro era un veleno mortale per Eracle: dopo la sua morte, si provvide a distruggere la sua parte mortale, cremando la salma sul Monte Eta . Il suo spirito fu quindi definitivamente libero di riunirsi al padre Zeus e agli altri Dei dell'Olimpo. La sua costellazione da allora risplende in cielo. italiasociale |
Ultimo aggiornamento: sabato 11 giugno 2005