Cultura

HOME - Scrivici

 

Alexandre Del Valle, La Turquie dans l'Europe. Un cheval de Troie

 

islamiste, Éditions des Syrtes, Paris 2004, pp. 460, € 23,00

 

 

                Alexandre Del Valle ama presentarsi come discendente di

ebrei sefarditi e come marito di una donna la cui famiglia è

miracolosamente scampata alla "Shoah".

 Da anni Alexandre Del Valle è uno dei più influenti maîtres à

penser dell'estrema destra francese, in particolare di quella che

agita tematiche "identitarie" declinandole in senso antislamico. A

lui si deve la clamorosa conversione occidentalista di alcuni

intellettuali d'Oltralpe (come ad esempio Guillaume Faye), che in

passato avevano sostenuto le tesi europeiste e antiamericane di De

Benoist. L'evoluzione di Del Valle (e, di riflesso, dei suoi

allievi) è stata sinteticamente spiegata dallo scrittore

eurasiatista Christian Bouchet, che in una recente intervista ha

dichiarato: "Alexandre Del Valle ha scelto in maniera chiara e

netta, coerentemente col suo antislamismo idrofobo, di attestarsi su

posizioni di filosionismo militante. Non invento nulla: ci si può

riferire ai testi che egli ha pubblicato sul `Figaro' dell'11 aprile

2001, nel quindicinale `Le Lien Israel-Diaspora', pubblicato dagli

elementi più estremisti della comunità ebraica in Francia, o sul

sito internet vicino al Likud `Les Amis d'Israel'

(www.amisraelhai.org)".

Alcuni mesi or sono, Del Valle ha pubblicato presso le parigine

Editions des Syrtes un libro, La Turquie dans l'Europe. Un cheval de

Troie islamiste, il cui titolo sarebbe sufficiente per confermare

l'idrofobia antislamica diagnosticata da Christian Bouchet.

Ma vale la pena di dare un'occhiata al libro, perché vi troveremo

alcune tesi che sono circolate anche in Italia, in alcuni ambienti

dell'estrema destra.

Del Valle esordisce dunque enunciando la formuletta levinasiana "la

Bible plus les Grecs", con la quale vorrebbe risolvere la questione

dell'identità europea, indicandone come componente fondamentale

l'apporto greco-romano accanto alla matrice spirituale giudeo-

cristiana. Ci si aspetterebbe dunque da lui una adeguata conoscenza

del patrimonio culturale antico, quanto meno dell'epica omerica. E

invece, fin dalle prime righe di questo volume ponderoso (ponderoso,

non poderoso), ci rendiamo conto che l'autore non conosce neppure

l'Iliade. O forse confonde il poema di Omero con la recente

pellicola americana. Altrimenti non esordirebbe affermando

testualmente: "L'Iliade racconta che i re micenei avevano

abbandonato davanti a Troia (…) un gigantesco cavallo di legno" (p.

15).  Ed è probabilmente una qualche produzione hollywoodiana la

fonte della notizia secondo cui "Europa è il nome di una dea di

Tiro" (p. 16 nota); se Del Valle avesse letto l'Iliade (XIV, 321) o

le Metamorfosi ovidiane (II, 858), saprebbe che Europa era una

fanciulla mortale.

                Evidentemente la specialità di Del Valle non è la cultura

greca (nella trasmissione della quale, secondo la sua personalissima

opinione, l'Islam non avrebbe svolto alcun ruolo, p. 285). Ma il

nostro, proprio lui che alle pp. 20-21 scaglia contro i Turchi

l'accusa di ignoranza della storia nonché le ancor più micidiali

accuse di revisionismo e negazionismo, non ha le carte in regola

neanche per quanto concerne la conoscenza della storia turca; e

saranno sufficienti pochi esempi per dimostrarlo.  A p. 21 Mehmed II

Fatih viene collocato nel XVI secolo anziché nel XV; a p. 98 Selim

III (1789-1807) e Mahmud II (1808-1839) passano per essere "due

degli ultimi sultani ottomani", mentre in realtà dopo Mahmud II ce

ne furono altri sette; a p. 290 mostra di ritenere che l'invasione

della Russia da parte dell'Orda d'Oro sia contemporanea alla

battaglia di Lepanto e all'assedio di Vienna del 1629.  Per chiarire

l'estensione delle conoscenze turcologiche di Del Valle, d'altra

parte, sarebbe sufficiente far notare che, secondo lui, l'Armenia e

la Georgia sarebbero zone turcofone (p. 22).

                Con il turco, e anche con le altre lingue, il nostro non se

la cava molto meglio. A p. 88 l'epiteto tradizionalmente riferito

all'Anticristo (arabo dajjāl, turco daccal, ossia "impostore")

diventa dadjal e viene reso con "apostata", mentre a p. 418 è

tradotto col sintagma "re degli apostati"; a p. 90 troviamo che il

nome personale Kemal ("perfezione") vuol dire "il Perfetto"; a p.

102 leggiamo che "millat o millet significa `nazionale'", quando

invece significa"comunità"; a p. 228 apprendiamo che i Musulmani

bosniaci e del Sangiaccato parlano inglese, dato che, secondo Del

Valle, "tra loro si chiamano turkish [sic]". La scarsa familiarità

con le lingue induce l'autore a ribattezzare il Baath con lo strano

nome di Baa (pp. 109 e 170) e a scambiare un mese islamico per una

casa editrice (p. 97, n.11).

                Ma non si tratta solo di incompetenza linguistica. La

dimestichezza di Del Valle con la cultura islamica è ai minimi

termini, poiché è convinto che l'ummah (la comunità dei Credenti)

sia un "califfato di fatto" (p. 111). D'altronde, sembra che egli

non abbia mai sfogliato nemmeno una traduzione del Corano, visto che

a p. 150 riesce a sbagliare perfino nel citare l'incipit della

Fatihah, che nella sua traduzione diventa testualmente: "Lode a Dio,

Signore dei due [sic] mondi"! 

                Per il resto, Del Valle è persuaso che il taoismo sia un

fenomeno tipicamente giapponese (p. 286), che Nietzsche abbia

elaborato la "teoria dei `nuovi'" [???] (p. 222, n. 3) e che

Giovanni Boccaccio sia un esponente della letteratura turcofila

fiorita in Europa nei secc. XVII e XVIII (p. 182).

                Su questi solidi fondamenti di cultura generale e

specialistica, Del Valle costruisce la sua teoria, che può essere

sintetizzata nei termini seguenti: "in base ai quattro principali

criteri che consentono di definire l'appartenenza all'Europa

(geografico, linguistico, etnico e storico-religioso)" (p. 298), la

Turchia non è Europa.

Per quanto riguarda i confini geografici dell'Europa, siccome Del

Valle si richiama ripetutamente ai Greci, gli consigliamo di dare

un'occhiata a Erodoto, IV, 45: scoprirà che il padre della

storiografia greca situava i limiti orientali dell'Europa oltre la

penisola anatolica, sulle coste della Georgia. Ma Erodoto, obietterà

il nostro, era un extraeuropeo anche lui, in quanto nativo della

Caria… Rinviamo allora Del Valle al più grande poeta dell'Europa

cristiana, Dante Alighieri, che situava "lo stremo d'Europa" proprio

in Anatolia (Paradiso, VI, 5). O anche Dante era, come Boccaccio, un

letterato turcofilo?

Venendo al punto di vista linguistico, è fuor di dubbio che "la

lingua turca non appartiene al gruppo degli idiomi `indoeuropei'"

(p. 299). Ma neanche il basco appartiene alla famiglia linguistica

indoeuropea, né lingue come l'ungherese, il finlandese, l'estone, il

lappone e tutti gli altri idiomi ugrofinnici parlati al di qua degli

Urali. E allora? I popoli che parlano queste lingue non sono popoli

europei? Viceversa, dovrebbero essere considerati europei gli

abitanti delle Americhe e dell'Australia, per il semplice fatto che

da qualche secolo parlano lingue d'origine indoeuropea?

Anche l'appartenenza etnica, secondo Del Valle, renderebbe i Turchi

estranei all'Europa, tant'è vero, dice, che "l'ideologia ufficiale

dello Stato kemalista turco rammenta con fierezza l'origine

specifica, asiatica e turano-altaica, dei Turchi" (p. 300). Qui si

potrebbe obiettare che una cosa è l'ideologia kemalista, ma

tutt'altra cosa è la reale etnogenesi dell'attuale popolazione

anatolica, nella quale l'elemento turco rappresenta soltanto lo

strato più recente, venutosi ad aggiungere a una molteplicità di

componenti etniche d'origine ariana. In ogni caso, potremmo

ricordare a Del Valle che c'è in Europa un'altra etnia che rivendica

un'origine turano-altaica: sono i Székely della Romania, che

orgogliosamente si dichiarano discendenti degli Unni. Che ne

facciamo? Li scacciamo dai Carpazi e li rimandiamo in Asia? E

assieme a loro ricacciamo in Asia i Tartari della Romania, della

Polonia e della Finlandia? E delle comunità turche dei Balcani,

della Bessarabia, della Russia, che dobbiamo farne? E delle varie

popolazioni finniche stanziate tra il Golfo di Botnia, il Baltico,

la Volga e gli Urali?

L'ultimo criterio che Del Valle accampa per negare l'appartenenza

dei Turchi all'Europa è quello "storico-religioso". Richiamandosi al

principium auctoritatis, Del Valle cita questa apodittica sentenza

del suo "amico e avvocato" (p. 7) Gilles-William Goldnagel, 

vicepresidente dell'Association France-Israël e dedicatario del

libro: "La Turchia non ha nulla a che fare con l'Europa (…) e il

fatto che essa sia alleata di Israele, dell'Europa o degli Stati

Uniti non implica in alcun modo la sua adesione all'Unione, perché

l'Europa è prima di tutto un insieme di cultura giudeo-cristiana"

(pp. 70-71). La Turchia, in quanto paese musulmano, è stato

dunque, "fino a una data recente, il nemico principale dell'Europa"

(p. 302).

Che l'affermazione di una presunta identità giudaico-cristiana

dell'Europa fosse uno strumento ideologico funzionale alla "difesa

dell'Occidente" e alla strategia atlantista dello scontro di

civiltà, per noi era chiaro da un pezzo. Così come ci era chiaro che

tale strumento ideologico doveva avere, tra l'altro, la funzione di

allontanare la prospettiva dell'ingresso della Turchia nell'Unione,

in quanto ciò costituirebbe un ostacolo a certi disegni americani. E

a confermarcelo sono proprio l'avvocato Goldnagel e il suo

cliente. "La Turchia in Europa – scrive Del Valle – significherebbe

che l'Unione, diventata la potenza geopolitica eurasiatica tanto

temuta da tutti gli strateghi anglosassoni da Mackinder fino a

Zbigniew Brzezinski, sfuggirebbe al controllo della potenza

marittima americana e poi, successivamente, sarebbe in grado di

rivoltarsi contro Washington" (p. 69).

In altre parole: qualora la Turchia venisse accolta nell'Unione

Europea, la "coerenza geopolitica" (p. 28) dell'Europa egemonizzata

dagli USA risulterebbe gravemente compromessa. È quindi necessario,

se si vuole che la Turchia continui ad essere "un amico e un

incontestabile alleato dell'Occidente" (p. 21), tenerla

rigorosamente separata dal resto dell'Europa.

 

Claudio Mutti

Ultimo aggiornamento: sabato 10 settembre 2005