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Kamikaze – etica di un suicidio
Il suicidio dei piloti giapponesi durante il secondo conflitto mondiale acquista significato se rapportato all’etica guerriera nipponica.Uno sguardo alle radici dell’eroismo giapponese e a ciò che di esso nella modernità ancora visse.
Francesco Boco
L’uomo occidentale quando sente nominare la parola Kamikaze spesso tende ad associarla all’idea di pazzia, poiché chi sacrifica la propria vita per un’idea, per qualcosa di superiore, non può che essere un folle.Non ci si potrebbe aspettare altrimenti da un uomo che ha perduto qualsiasi virilità e profonda spiritualità. Da una volontà minata non ci si può attendere alcunché di eroico né alcun sentimento di apprezzamento nei confronti del sincero e celeste eroismo. E’ molto più facile per l’imbelle borghese esaltare i bombardamenti a tappeto su città stremate che l’azione di uno sparuto gruppo di guerrieri.Vogliamo parlare dei piloti suicidi giapponesi sacrificatisi in nome di un Imperatore-Dio per la salvezza del Giappone; lo vogliamo fare perché gli atti eroici non vengano dimenticati e il messaggio che quegli eroi hanno lasciato con il loro supremo gesto ai loro compatrioti e al mondo non vada perduto.E’ il caso di ricordare la differenza non da poco che distingue i Kamikaze giapponesi dai loro omonimi dei giorni nostri. Non si ripeterà mai abbastanza che i piloti giapponesi non colpivano civili indifesi, bensì solo obiettivi militari; non si può ad ogni modo muovere una critica al metodo “disumano”, noi diremmo sovra-umano, utilizzato dai nipponici come ultima difesa, avendo i vincitori sconfitto l’Impero del Sole, ormai sfinito e sull’orlo della resa, massacrando milioni o per lo meno centinaia di migliaia di civili inermi sganciando due bombe atomiche.
Il Vento Divino
Kamikaze, o meglio Shinpu , significa letteralmente Vento Divino e richiamava alla memoria del Giappone un evento eccezionale. Nel 1281 si mosse la seconda invasione mongola verso il Giappone, preceduta da quella del 1274, fallita a causa di un tifone. I giapponesi opposero una strenua resistenza, ma quando ogni loro risorsa fu esaurita e la flotta mongola era al completo e tutto sembrava perduto, le preghiere indirizzate ai Kami (dei) si rivelarono efficaci: si oscurò il giorno ed un tifone terrificante distrusse la flotta mongola. Gli spiriti avevano protetto l’Impero del Sole. La denominazione Shinpu data ai reparti speciali doveva essere di buon auspicio ed aiutare il Giappone nel vincere una guerra dai risultati disastrosi o quasi, in seguito all’affondamento della gran parte della flotta, alla perdita di una parte dei territori conquistati in Asia e nell’Oceano Pacifico e al blocco di alcuni tra i più importanti porti di rifornimento. Il 17 ottobre 1944, in prossimità del golfo di Leyte, erano state avvistate delle navi americane; le forze aeree giapponesi stanziate nelle Filippine, con a disposizione un centinaio di velivoli, preparavano a difendersi dall’invasione. Fu l’ammiraglio Onishi a proporre la tattica suicida come unico metodo efficace di offensiva contro le preponderanti forze statunitensi. Le operazioni aeree convenzionali d’altra parte erano divenute delle azioni senza ritorno a causa della fitta contraerea nemica e i bombardamenti convenzionali sulle portaerei non sortivano gli effetti sperati. La proposta di Onishi venne accettata, i piloti suicidi dovevano entrare in azione durante l’operazione Shio (vittoria) , le portaerei americane dovevano essere fermate, così da dare il tempo alla flotta nipponica di giungere sul posto e porre fine all’avanzata americana1 . Il 24 ottobre 1944 la flotta dell’ammiraglio Kurita combatteva l’invasore presso il golfo di Leyte. Privo di copertura aerea a causa del mal tempo, Kurita subì l’affondamento della maggior parte delle navi2 ; l’operazione fallì. I volontari suicidi entrarono in azione il giorno seguente riuscendo ad affondare una portaerei e danneggiare diverse navi. Onishi si convinse ancor più della necessità delle azioni suicide, poiché erano l’unico mezzo per difendersi da un nemico che sembrava inarrestabile. Le azioni suicide continuarono senza però apportare il cambiamento di fronte sperato, si aggiunsero nuove tecniche suicide quali i barchini esplosivi (Shinyo), i torpedi pilotati e le bombe pilotate (Oka). Come ben sappiamo l’eroismo non fu ripagato con la vittoria.
I fiori di ciliegio
Una delle prime squadre suicide venne chiamata Yamazakura, ciliegi di montagna in fiore. Il nome Oka con cui venne chiamata la bomba pilotata significa fiore di ciliegio. Il ciliegio è l’albero simbolo del Giappone ed è anche il simbolo del guerriero. Un famoso proverbio giapponese dice: “Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero”. Fin dall’antichità il fiore di ciliegio veniva considerato il simbolo della bellezza unita alla precarietà della vita; come il fiore di ciliegio cade nel momento di massimo splendore così il Samurai deve saper morire nel momento opportuno. Potrebbe sembrare a prima vista assurdo questo parallelo tra Samurai e piloti suicidi, in realtà vi è una stretta continuità tra questi guerrieri. Un esempio ce lo fornisce il pilota Matsuo Isao, maresciallo di prima classe della 701a brigata aerea: “Cadremo come radiosi fiori di ciliegio. […] Vorrei rinascere sette volte, sempre per annientare il nemico.” Una frase che rammenta i tempi dei samurai, vincolati a giuramenti del genere.”3 Era un giuramento prima di tutto sull’onore, sul tenere alto il buon nome della propria dinastia, nel rendere orgogliosi i propri avi e rendersi degni della storia della propria famiglia. Un atto eroico dovuto nei confronti di una Patria sacra e del suo celeste Imperatore, una ferma volontà di sacrificio fondata su un giuramento di fedeltà al Giappone che non aveva bisogno di contratti o parole per essere assolto appieno. Questo è solo un esempio tra i tanti, il senso di continuità col passato era presente nella stragrande maggioranza dei Kamikaze. Se si osservano attentamente le foto dei piloti in questione ci si accorgerà della presenza di due elementi che a prima vista risultano inutili al volo: la spada e la fascia sulla fronte con al centro il sole rosso, lo hachimaki. “Nei Kamikaze la fascia assurgeva a talismano dai poteri magici, come era già avvenuto ai tempi della guerra sino-giapponese del 1894. Era un’altra concessione alla tradizione del Bushido: […] lo hachimaki garantiva la stessa sicurezza di un giubbotto antiproiettile.”4 La spada acquistava un significato sacro, di cui parleremo a breve. Ai piloti suicidi veniva consigliata la lettura dell’Hagakure, un libro di insegnamenti che divenne il testo più importante nella formazione dei Samurai prima, dei soldati nipponici poi. La frase che più si impresse nella mente dei Kamikaze fu senz’altro: “Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. Un dilemma di vita o di morte va risolto, semplicemente, scegliendo una subita morte.(Libro I)”5 Ma anche un altro insegnamento risulta significativo a questo proposito: “Bisogna diventar fanatici e farsi prendere dalla mania di morte.”6 Questo sereno andare in contro alla morte, presente nei Kamikaze, divenne l’aspetto che più incuteva terrore e rispetto nei soldati americani, troppo attaccati alla vita terrena per concepire il sacrificio del guerriero dello spirito.
La spada come braccio divino
Come detto i piloti suicidi avevano con se,nelle adunanze che precedevano le missioni, la spada giapponese Nihonto, simbolo della Cavalleria e dell’eroismo. A questo proposito è significativa la scritta che i marinai americani scorsero sull’ala mal ridotta di uno Zero: naifu, coltello. Capiamo ora che “Il coltello è l’aereo stesso, e che un tempo, nel seppuku, ci si squarciava il ventre con la spada…”7 Considerato quanto precede, è possibile comprendere allora il significato che acquistava il sacrificio dei piloti nipponici. L’uomo diventava tutt’uno col ferro dello Zero e si proiettava verso la morte, anzi oltre la morte, divenendo proiettile della divinità solare, Amaterasu-o-mi-kami. Tuttavia è necessario tenere in considerazione la presenza non certo casuale della spada, la quale rappresentava la continuità con lo spirito del passato, come un ponte d’unione tra i Samurai e i moderni piloti. La tecnica della spada giapponese era una pratica religiosa, insegnava al combattente la rinuncia all’attaccamento materiale , a riconoscere l’errore di vita e morte. “Errore di vita e morte significa tutto ciò che costituisce la coscienza, paurosa della morte e preoccupata della vita, e il mondo che viene vissuto mediante questa coscienza .”8 L’arte marziale viene considerata dal buddismo una delle vie che permette d’arrivare all’illuminazione; l’uomo che attivamente rinuncia al proprio ego inferiore “trova sé stesso nella sua patria originaria, in uno stato di armonia e di ordine divino.”9 La spada diveniva il braccio divino e chi la impugnava doveva avere un animo puro, libero dalle passioni e dai condizionamenti esterni. Il guerriero diviene l’arma. Il pilota di Zero era quindi un moderno Samurai che, purificato nell’animo e fermo nella volontà, sapeva attendere paziente il momento in cui col suo aereo avrebbe compiuto la moderna forma di seppuku a cui la disfatta aveva costretto il Giappone. Alcuni si chiederanno cosa poteva motivare una moltitudine di giovani piloti a sacrificarsi volontariamente in un attacco senza alcuna prospettiva di ritorno. Non si trattava solo di patriottismo, nemmeno unicamente di terrore nei confronti del giogo americano, la motivazione massima che spingeva i giovani piloti al suicidio era la convinzione che il Giappone fosse terra divina e inviolabile ed il suo Imperatore un Dio, discendente della Dea del Sole. Lo Stato giapponese era uno Stato morale perché governato da chi deteneva il comando divino. Naturale risultava quindi per i Samurai la fedeltà assoluta al Tenno e così era anche per i Kamikaze, i quali non esitarono a sacrificarsi per un Dio. Il loro fu un sacrificio dovuto al suolo sacro ed inviolabile del Giappone ed al suo eminente rappresentante, l’Imperatore-Dio.
L’Ammiraglio Onishi
Ogni idea, ogni movimento non può essere capito a fondo senza conoscere l’essenza del fondatore, della guida a cui un gruppo più o meno vasto di uomini fa riferimento. Per quanto concerne le Squadre Speciali d’Attacco non possiamo esimerci dall’accennare brevemente al loro creatore,ma ancor più ideatore , l’ammiraglio Takijiro Onishi. Fu sua la proposta di creare dei corpi d’attacco suicida, necessari poiché la situazione bellica era ormai critica e solo il sacrificio di uomini eroici avrebbe potuto dare la vittoria al Giappone. Onishi rappresentava senz’ombra di dubbio l’anima tradizionalista dell’esercito, fu lui infatti a creare i riti che precedevano i voli Kamikaze e fu lui a volere che i piloti suicidi somigliassero quanto più possibile agli antichi Samurai. Ammiraglio deciso e rigido nelle sue convinzioni, tuonò contro gli alti comandi dell’esercito quando seppe che il Giappone avrebbe accettato la resa incondizionata. Accusò i presenti di disfattismo e fu uno della minoranza di coloro i quali votarono per la guerra ad oltranza; tutto il Giappone sarebbe insorto contro gli invasori del suo sacro suolo. Il codice militare nipponico non prevedeva la resa, e quella imposta dagli sciacalli americani era una delle più umilianti. Differenti comandanti e militari vennero giudicati da un tribunale di vincitori, uno di loro, forse la preda più ambita, non presenziò. La sera del 15 agosto, giorno della resa, l’ammiraglio Takijiro Onishi, solo nella sua casa, compì harakiri e si lasciò morire per dissanguamento sul pavimento. Vicino a lui le sue ultime righe, chiedeva perdono per le sofferenze degli eroici piloti e incitava i giovani a mantenersi orgogliosi della propria patria e farsi portatori di un messaggio di pace ed armonia universali, le stesse a cui miravano i Kamikaze. Risulta inevitabile, per chi serba nel cuore uno spirito guerriero, morire secondo l’etica della guerra che gli è propria. Onishi e i militari giudicati e giustiziati dagli alleati morirono secondo l’etica del Bushido, impassibili di fronte alla morte.
Il suicidio in Italia
Ciò che è stato scritto sin qui potrebbe risultare privo di diretto interesse per noi europei, poiché il suicidio (rituale) ci sembra appartenere unicamente alla tradizione nipponica. Poco conosciuta è però una realtà differente, Kamikaze esistettero anche nella Germania nazionalsocialista10 e soldati italiani chiesero il permesso, non concesso, di scagliarsi col proprio aereo contro il nemico invasore. Andando molto più indietro nel tempo, possiamo però accorgerci come nell’antica Roma il suicidio non fosse pratica inusuale. Tra i più illustri suicidi nominiamo il filosofo stoico Seneca, suicidatosi in solitudine e senza dare nell’occhio. Il suicidio latino era carico di grande dignità, un suicidio silenzioso di chi, staccatosi ormai dal mondo degli uomini, sentiva il dovere ed il bisogno di porre fine a questa esistenza. Il sacrificio deliberato più interessante è però il rito della devotio romana, la scelta consapevole di entrare nella mischia e non uscirne vivi, scatenando forze misteriose presenti nell’uomo, invocando le divinità olimpiche e pater Mars, offrendo a loro la vita invocando forza e vittoria per il popolo Romano. Nel basso Impero la devotio divenne la semplice fedeltà del cittadino e il pagamento scrupoloso del fisco, “ciò a parte, nell’antica devotio romana abbiamo dunque segni ben precisi di una mistica consapevole dell’eroismo e del sacrificio, presso ad una stretta connessione fra il sentimento di una realtà sovrannaturale e super-umana e la lotta e la dedizione in nome del proprio Capo, del proprio Stato e della propria razza.”11 Una tensione verso l’alto che possiamo quindi ritrovare anche nelle nostre tradizioni e che possiamo però apprezzare anche in popoli a noi geograficamente lontani , ma spiritualmente prossimi. Eroi sacrificatisi in nome della propria terra, nel nome dello spirito ed è grazie al loro esempio se oggi noi ricordiamo che “l’eroismo non è vero e sacro, che quando è giustificato da un ordine e da uno scopo superiore .”12
1- R.Inoguchi, T.Nakajima, R.Pineau, “Vento Divino”, Longanesi & C. In nota a pag. 36: “Il piano dell’Operazione Shio era stato preparato nel luglio 1944, dopo che la grande linea di resistenza del Giappone era stata sfondata dalle forze americane, nella Nuova Guinea e alle Marianne. L’Operazione Shio era un piano difensivo-offensivo contro la successiva iniziativa nemica […] L’Operazione Shio prevedeva che, la zona che il nemico avrebbe cercato d’invadere, qualunque fosse, sarebbe stata dichiarata teatro della battaglia decisiva e tutte le forze disponibili vi sarebbero state concentrate per sconfiggere l’avversario.[…]l’attivazione del piano fu decisa alle ore 17.01 del 18 ottobre, non appena Leyte fu riconosciuta come obiettivo dell’invasione americana; le Filippine furono così dichiarate zona della battaglia decisiva.”
2- Inoguchi, Nakajima, Pineau, Op. cit. Pag.100: “Una…due…tre…quattro…tutte le supercorazzate di Kurita erano state colpite entro le prime ore del pomeriggio. La grande corazzata Myoko e la supercorazzata Musashi erano state poste fuori combattimento e si stavano allontanando verso ponente[…]”
3- Leonardo Vittorio Arena, “Kamikaze”, Mondadori. Pag. 46-47
4- Arena, Op. Cit. Pag. 62
5- Yukio Mishima, “La via del Samurai”, Bompiani. Pag. 125
6- Mishima, Op. cit. Pag. 98
7- Arena, op. cit. Pag. 12
8- Junyu Kitayama, “Lo stile eroico”, Sanno-kai. Pag. 85 e a pag. 86: “La straordinaria elevatezza della nozione buddistica consiste da un lato nella scoperta di una profonda capacità di sentire in modo compiutamente eroico, dall’altro nella costruzione metodica della via verso una tale esperienza.”
9- Kitayama,Op. Cit. Pag. 86
10- David Irving, “La guerra di Hitler”, ed. italiana dicembre 2001, Il settimoSigillo, pag. 934: “ Il generale Peltz (Nono Corpo Aereo) e il colonnello Hajo Hermann (Nona Divisione Caccia) avevano ottenuto in febbraio il benestare di Goering per un attacco in massa di piloti suicidi contro i bombardieri americani. Per questa missione suicida, il 3 aprile, Koller mise a disposizione 180 aerei Me-109 con motori potenziati. Ben 184 piloti si offrirono volontari. Lo scontro ebbe luogo a ovest di Hannover il 7 aprile 1945 e si concluse con la perdita di 133 aerei suicidi Me-109 e di 23 bombardieri americani. Morirono 77 piloti suicidi.”
11-
Julius Evola, “Etica Aria”,
Europa Pag. 14
12- J.Evola, da “Gerarchia tradizionale e umanesimo moderno” in “Il pensiero tradizionale di J.Evola” di S.Francia, SEB Pag. 56
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Ultimo aggiornamento: domenica 15 maggio 2005