Cultura

HOME - Scrivici

 

SOCIALISMO NAZIONALE E DOMINIO DELLA TECNICA IN ENRICO CORRADINI

 

Prima ancora del Futurismo, fu il Nazionalismo italiano a pensare in termini sintetici il rapporto tra uomo e macchina, a introdurre il tema di un faustismo padroneggiatore della modernità, capace di risolvere il problema dello scatenamento della tecnica moderna: essa viene ridotta, anzi amplificata a mito, e come tale posta a basamento di un’ideologia della modernità costruita su materiali tradizionali.

La concezione politica di Corradini ha in vista il prodursi di una scelta aristocrazia che sia in grado non solo di padroneggiare la tecnica, ma di fare di questa lo strumento di un nuovo dominio di tipo superiore. Le leggi di natura e quelle della storia impongono che il principio anti-democratico e anti-egualitario dell’affinamento crei per virtù propria una minoranza che guida: si tratta solo di assegnare la formazione di questa aristocrazia non agli intrighi di loggia delle consorterie mercantili, ma al naturale emergere dei migliori nella contesa delle idee e dei caratteri.

“Tutta la differenza – scriveva Corradini nel 1904 su Il Regno – sta in questo, nella concezione del mondo secondo l’omiciattolo effimero, ed in quella secondo l’uomo eterno”: da una parte la grande politica, la grande arte, il grande pensiero; dall’altra, la politica come piccola amministrazione, l’arte come moda, il pensiero come egoismo. L’idea di Patria e di Nazione devono scaturire da ciò che è l’uomo eterno, nel suo misurarsi con la natura immutabile dell’uomo e con i valori, essi pure immutabili. La divina legge della continuità della vita attraverso i secoli era secondo Corradini il primo sigillo di ogni grande politica: i bisogni, la natura, le aspettative, non sono deformabili dall’avvento della modernità. Anzi, nel violento irrompere di questa, si può leggere un avvenimento quasi tellurico, una rottura ciclica dell’ordine che richiede un nuovo impegno per un ordine ancora più solido, più fermo.

Corradini paragonava l’irruzione della tecnica a una benefica calata dei barbari: come questi avevano sconvolto, ma anche rinsanguato l’esausto Impero romano, così la tecnica, nel suo destabilizzare la vecchia società, avrebbe finito poi per solidificarla su più avanzati traguardi. Ma, perché questo accadesse, bisognava che esistesse un tipo umano diverso da quello che, fiaccamente, confusamente, debolmente fece l’Italia unita: la borghesia attendista e codarda che fece male il Risorgimento, non avrebbe mai fatto la Rivoluzione nazionale. Ad essa, ceto morto più che in declino, Corradini oppone la minoranza attiva ed eroica che conosce la lotta e vuole la lotta: le pagine dedicate da Corradini a celebrare il socialismo, la sua forza propulsiva, la sua capacità di agitare e muovere le masse e gli eventi, sono il preludio necessario alla nuova celebrazione, quella del nazionalismo. La Nazione è il nuovo soggetto politico, una nazione svincolata dall’immobilismo borghese e attraversata dal medesimo brivido di volontà di un proletariato faustiano.

Il ribattere sul tasto dell’aristocrazia non è antitesi, ma conferma della natura socialista del nazionalismo corradiniano. Poiché il vero socialismo non è massa aggregata dal bisogno o dalla demagogia, ma coscienza di nazione e orgoglio di rango, inquadrati secondo quel modello di società gerarchica e popolare che era per Corradini la Roma repubblicana. Le origini rustiche e patrizie dei Romani sono dunque viste come la nuova tavola degli eterni valori in base ai quali si disciplina la nazione moderna, se vuole sfuggire a quel destino di democraticizzazione indifferenziata che è corruzione di un tipo originario, degenerazione di un modo etico di essere, cui invece non seppe sottrarsi Roma nel momento in cui venne aggredita da un demos servile.

Il modello romano sta ancora davanti ai moderni come un riferimento di fermezza, che non è immobilismo ma continuità, secondo la linea di una gerarchia, di una concezione spiritualistica dello Stato, che suona: “lo Stato o è aristocratico o non è”. Il socialismo, in questo modello, è il basamento del nuovo Stato nazionale, è la carne viva di una volontà di rinnovamento tesa sempre e comunque ad affermarsi. L’imperialismo, pensato da Corradini come il rovescio della lotta di classe, la sua trasposizione sul piano della politica mondiale, è una volontà di potenza legata a quel macro-individuo che è la Nazione: nazione proletaria, per di più, nazione popolare, in grado di avanzare precisi titoli per pretendere la vita secondo il principio eterno e naturale della lotta.

Nel 1904, Corradini aveva già fatto i conti col liberalismo: mai più questa idea individualista, questo contratto di assicurazione privata dei ceti conservatori, avrebbe potuto ambire al comando. Si trattava infatti di un sistema, un intreccio di potere in cui gli interessi particolari di concentrazioni private avevano la meglio sul bene pubblico e sul destino comunitario. E, questo, sia a livello interno nelle singole nazioni, che esterno. Il mondo, dominato dalla volontà di rapina del liberalismo, si rivelava per quello che era, cioè un territorio blindato dal profitto mercantile. Quando Corradini rovesciò la lotta di classe in lotta di nazione, capì – più e meglio di tanti europei di oggi, dopo un secolo di documentata inclinazione liberale allo strangolamento dei popoli – che i conti si facevano, non all’interno degli Stati, ma all’esterno. Non si rendeva un buon servigio ai popoli frammentando ogni realtà nazionale in classi contrapposte, non si faceva il bene della comunità spaccando le nazioni e frantumando quella concentrazione di contro-potere che poteva diventare alternativo al liberalismo. Al contrario, questa forma di socialismo classista, adusa a frazionare i popoli in base alle appartenenze economiche, dava fiato ancor più al liberalismo, esso stesso nato e sempre vissuto sul concetto di classe: l’una e l’altra formula – il socialismo di classe e il liberalismo di classe – ragionavano alla stessa maniera e alla stessa maniera negavano la nazione come nazione di popolo.

Bisognava dunque uscire dal ricatto classista e, alla maniera di Sorel, entrare nella più ampia dimensione di un mito politico di mobilitazione che guardasse non all’antagonismo di classe ma a quello trasversale di tipo, di stile, di etica, di attitudine dinanzi alla storia.

Frammenti di borghesia, di proletariato, di intellettualità declassata e disinserita possono ugualmente partecipare al progetto della mobilitazione nazionale su base popolare: trasversalmente alla classe, oltre e contro il classismo, si ha l’aprirsi della possibilità rinnovatrice di un socialismo che guarda ai popoli e non alle categorie economiche. La capacità dirompente di Corradini di capire il suo tempo sposò la nazione proletaria con l’idea di Etnoarchia. La possibilità di dominio della nazione etnica si lega al suo essere popolo profondo, in grado di smantellare il predominio mondiale del liberalismo. Corradini fu il primo a formulare l’antitesi vera – quella tra lavoro proletario italiano e oro oligarchico franco-inglese – e a rigettare quella falsa e demagogica tra borghesia e proletariato. Il popolo riunito in nazione sposta la sua lotta sul terreno mondiale non appena si rende conto che è inutile combattere la borghesia di casa se quella internazionale rimane l’intoccata padrona di tutte le risorse della Terra. La rivendicazione della portata mondiale del socialismo nazionale – ribadita da Corradini ancora nel gennaio del 1914 – era la volontà di spegnere la piccola politica classista dei socialisti massimalisti, in realtà congelatori essi stessi di ogni strategia di vera rivoluzione attraverso la scelta di combattere la lotta del popolo sul terreno economicistico: quello su cui la conservazione borghese era per l’appunto la più forte.

In una conferenza risalente al 1909, Corradini operò la saldatura del suo socialismo di popolo con l’idea sindacalista-rivoluzionaria di Sorel: si trattava dunque di oltrepassare gli steccati predisposti dalla borghesia reazionaria, quegli stessi steccati su cui si era infranta la concezione socialista, incapace di andare oltre il piccolo rivendicazionismo e di aprirsi così ad una politica veramente mondiale. In quella occasione, il fondatore del Nazionalismo italiano affermava che la volontà sindacalista-rivoluzionaria di andare contro il democraticismo era “la prima dichiarazione di volontà aristocratica che torna a farsi dopo la Rivoluzione francese, perché sorge dall’imo, dall’estremo del socialismo, non dalla vecchia aristocrazia storica, non dalla borghesia, ma dai lavoratori del braccio”. Il fatto che una nuova élite politica sgorgasse dalla lotta delle idee e dalla volontà politica era decisivo, poiché andava contro lo stesso concetto liberale di politica come risoluzione dei problemi privati e di amministrazione come protezione del profitto. Già allora, a circa un secolo di distanza da noi, vi era dunque chi aveva maturamente inteso la sostanza dell’inganno borghese liberale, nel quale cadranno poi, lungo tutto il Novecento e anche oltre, tutte le cosiddette alternative, i cosiddetti antagonismi al sistema liberale: da Turati a Togliatti, da Gramsci a Bertinotti, tutti ben incasellati entro le strutture di potere della conservazione e tutti incapaci di guardare oltre e di concepire la lotta non come accettazione dei metodi liberali di potere, ma come loro annientamento.

Il rifiuto corradiniano del parlamentarismo e la sua proclamazione del socialismo come nuovo imperialismo di popolo erano, e ancora oggi sono, la punta più avanzata della lotta al sistema mondiale di potere gestito dal liberalismo internazionale.

Il sorgere del protagonista del nuovo secolo, l’uomo liberato dai dogmi democratici, dai ricatti morali e dalle minacce borghesi, era un evento epocale di rovesciamento dei vecchi equilibri: l’eroe tecnologico che Corradini vedeva sorgere dalla volontà nazionalista di rifare il popolo affrancandolo dalla tutela borghese, doveva figurare come un modello di capacità rivoluzionaria mai prima sperimentata. Sorta di Arbeiter jüngeriano, l’eroe tecnologico, in anticipo di trent’anni prefigurava il formarsi di una ristretta e sceltissima minoranza di artefici della lotta secondo la nuova concezione: il titanismo del singolo, emerso dal popolo e non dalle cerchie del profitto, rappresentava ed era la massima rappresentazione della volontà comunitaria, tale dunque da rendere il popolo nel suo complesso protagonista della propria redenzione. C’erano, in queste proclamazioni del nuovo genio elaborate da Corradini, delle eco precise degli annunzi di Nietzsche ed anche la corretta percezione che una tecnologia abbandonata agli interessi incontrollati del mercato avrebbe prodotto – come in effetti ha poi prodotto – degli spaventosi sbilanciamenti tra i reali bisogni di vita vissuta e la ricerca eterodiretta, tra interessi artificiali di produzione e interessi reali della comunità di popolo. Il titano dominatore della macchina e degli eventi fu una figura uscita per la prima volta dal pensiero nazionalista italiano: dobbiamo pur riconoscerlo. Lo stesso Anarchist di Jünger – anch’esso, per altro, uscito dall’ambiente del nazionalismo tedesco – tarderà alcuni decenni a presentarsi sulla scena, e comunque non farà che ribadire quello che l’ideologo nazionalista Mario Morasso già aveva preannunziato con la figura del suo Egoarca: il dominatore di sé, dell’epoca metallica della rivoluzione tecnica e delle masse incomposte. 

La cultura del nazionalismo corradiniano è essenzialmente agonale, competitiva, avverte la fibrillazione del primo slancio industrialistico all’opera in Italia nei primi anni del Novecento, ma attenzione: non si tratta della competitività liberal, dello spirito acquisitivo dell’aziendalismo, ma del suo contrario. La civiltà tecnocratica libera la corsa al successo e alla competizione privata per il profitto, èccita la pulsione egoica; quello di Corradini è invece lo spirito di lotta dell’aristòcrate, colui che conosce le vie del vitalismo e non quelle dell’accaparramento.

Infatti, Corradini, anche nelle sue opere letterarie (romanzi, tragedie), propone piuttosto una via prometeica che è vicina alla figura di Ulisse: eroe che rompe le catene, che si avventura, che affronta l’ignoto, ma che conosce il legame, e che a questo ritorna: egli, mentre il mercante percorre nomadicamente lo spazio, conosce il valore del suolo patrio e del sangue della propria stirpe. Nel suo Imperialismo artistico, Corradini proponeva in tipo di eroe sociale, che esiste e si muove perché terminale di una volontà comune, punto di contatto “dell’equilibrio raggiunto tra la realtà e l’ideale, celebratrice dei fasti, delle magnificenze, delle glorie dei popoli e degli uomini eroici”.

Quella che Corradini propone è dunque una saga eroica popolare, tutta incentrata sull’energia propulsiva di una volontà comune espressa dal genio titanico dei migliori. Anche in d’Annunzio – come di lì a poco nei futuristi -  c’era la celebrazione del macchinismo e dell’uomo superiore che convive con la macchina facendosene padrone: siamo in presenza di una sensibilità per i problemi introdotti dalla nuova tecnologia e del tentativo di neutralizzare il nichilismo della tecnica con il potenziamento della coscienza e della volontà del singolo d’eccezione, attraverso la mediazione con una realtà di popolo redenta, dimensionata non sulla plebe marxistica, non sulla classe socialistica, ma sulla nobilitazione del popolo quale categoria di potere unitario, che è storia e destino, passato e futuro riuniti in un unico blocco.

Anche qui, Corradini si avvicina di molto a ciò che Morasso indicava come il massimo dover-essere del nazionalismo: cura dell’etnia, rivalutazione e rilancio della tradizione di appartenenza, indicazione nella minoranza degli intellettuali del ruolo di nuovi forgiatori del mito comunitario di fondazione. Il comune nesso identitario non era una retorica patriottarda, ma la stilizzazione ripotenziata di un modo dinamico, attivo, di concepire l’identità. Il cosmopolitismo che già andava dilagando sia per mano del liberalismo che del socialismo, andava contrastato con sempre più intensive dosi di eticità, il segno differenziante che dona nobilitazione ad ogni gesto, anche del singolo: questo il senso dell’Etnoarchia, del dominio del valore etnico di nazione su quello sradicante di umanitarismo e di universalismo. L’etica e la biologia, così, avrebbero potuto saldarsi in una concezione del mondo dove non ci sarebbe stato più posto per le enunciazioni generiche, per le proclamazioni assolute, i vecchi inganni massonici divenuti i puntelli sia del liberalismo economico che del socialismo economico.

L’ambiente del nazionalismo italiano dei primi anni del Novecento, ruotante attorno a riviste come il Marzocco, Il Regno, poi L’Idea Nazionale, era circonfuso della consapevolezza che una prima avanguardia anti-sistema poteva essere quella intellettuale: tutta una nuova stagione di uomini, idee, programmi e tensioni, andava in quel periodo maturando nel senso di produrre un decisivo impulso ideologico, inteso a concepire la cultura come cultura militante, riappropriandosi dei valori di comando.

E’ in questo quadro che la tecnica è vista come un potente fattore di alternativa al produttivismo padronale conservatore, come lo strumento, cioè, attraverso il cui dominio si può pervenire alla formazione di una nuova scala di valori. L’esaltazione nazionalista della macchina è l’esaltazione etnica dell’animus identitario. Non esiste una tecnica assoluta, anche qui, non esiste una insorgenza della macchina che non sia legata al suo prodursi entro categorie d’anima relativa, che sono i singoli popoli. Il “barbarico” eroismo così tratteggiato, proponente l’individuo differenziato che si distacca dall’appiattimento universalistico, è metafora di celebrazione del popolo che quella tecnica esprime, che quella tecnica produce nel segno del proprio e irripetibile genio comunitario.

Corradini, nell’ambito della sua concezione imperialistica del nazionalismo popolare, giungeva a concepire che le nuove frange del capitalismo produttivo nazionale – opportunamente diversificato da quello internazionalista – potessero a loro volta diventare centro di potenziamento dell’intera compagine nazionale attraverso il lancio di una sfida mondiale ai potentati conservatori: il capitalismo stesso al servizio della nazione. Addirittura, c’è in Corradini una specie di visione neo-feudale, proto-corporativa del capitale, pensato come concentrazione di potere piramidalmente organizzata per la lotta mondiale contro il capitalismo e il monopolio di ricchezza detenuto dagli Stati occidentali. Sono, queste, venature di quel tentativo di scuotere la borghesia dalla propria inerzia cadaverica, che anche Papini, e più ancora Prezzolini, andavano promuovendo, per vedere se mai fosse stato il caso per cui alcune minoranze vitali e rivoluzionarie della borghesia giovane fossero state in grado di avviare una qualche forma di svecchiamento del sistema di potere italiano. Ma seguire questo filone ci porterebbe troppo lontano.

A noi basta aver rimarcato quanto sia larga e profonda la strada di chi osa concepire – anche solo dal punto di vista intellettuale, ideologico, di aggregazione ideale su programmi di sfondamento del fronte conservatore – metodi nuovi e rivoluzionari del fare politica, senza complessi, senza blocchi psicologici e senza l’ombra di un pregiudizio. Il ritratto fatto da Corradini alla figura di Giulio Cesare, come del tiranno democratico partorito dal popolo per farne la punta di diamante di una rivendicazione di nazionalità, si inserisce nel disegno di Corradini di chiamare a raccolta i simboli nazionali di identità: da Carducci come padre dell’idea di Patria, fino alla celebrazione della terra italica come luogo dell’eterno ringiovanimento della stirpe, e fino a quella mistica della terra, del suolo, da cui si dicevano scaturiti tutti i grandi della nostra tradizione, da Virgilio a d’Annunzio.

Il nazionalismo rivoluzionario di Corradini è il socialismo imperialistico di una volontà identitaria che non conosce tramonti. In esso c’è lo spirito di un tempo di rivolgimenti tellurici che la tecnica non è, neppure oggi, riuscita a sottrarre ai soliti, secolari speculatori. Intatto rimane, pertanto, il progetto di Corradini di rastrellare ovunque le energie necessarie al rovesciamento della politica cortigiana – nella quale ancora oggi si estingue il trascinarsi di un infimo modo di intendere la politica – in politica di tensione di tutte le energie del popolo sotto la guida di una mano che sappia volgere la tecnocrazia in dominio socialista della modernità.

 

                                                                                                                         Luca Leonello Rimbotti

Italicum-aprile 2005

 

Ultimo aggiornamento: sabato 23 aprile 2005