Personalità ed
impersonalità
di
Julius Evola
Non l'esangue individualismo dell'occidente liberal-democratico,
può essere il nostro ideale, ma una selezione a base ed
orientamento aristocratici. Viene spesso affermato che la
civiltà europea è , essenzialmente, una civiltà della
personalità e che soprattutto nella presente torbida epoca
all'Europa incombe il compito di difendere i valori della
personalità.
Questa è una formula che si ripete volentieri, senza però che ci
si curi anche di precisarne bene il senso. Di che cosa si voglia
dire, si può, è vero, avendo una idea approssimativa in termini
di antitesi: quando cioè, si combatte il collettivismo, il
meccanicismo, la standardizzazione, la disanimazione
dell'esistenza moderna. Ma le cose divengono già meno chiare ove
si abbia da prendere posizione nei riguardi di individualismo,
umanesimo e liberalismo, dato che anche essi avversano le
tendenze ora indicate in base a valori simili a quelli che altri
chiamano, propriamente, della personalità.
A tale riguardo esiste un equivoco resosi particolarmente
sensibile nel periodo più recente, specie nel campo politico,
ove alla difesa della personalità è stata data una base
prevalentemente giusnaturalistica e essa è stata fatta più o
meno sinonimo di difesa dei " diritti dell'uomo " nel senso più
promiscuo, indiscriminato e democratico.
Sarà dunque opportuno vedere in che termini si definiscono i
valori, della personalità che limiti essi abbiano, in che cosa
essi possono essere davvero ascritti in positivo alla tradizione
europea.
Per tutto questo, la premessa necessaria è saper distinguere tra
" personalità " e " individuo ". L'individuo, di rigore,
corrisponde all'idea di una unità astratta, informe, numerica.
Etimologicamente , individuo vuol dire ciò che non si può
dividere, come fino a ieri si pensava accadesse per l'atomo.
Come tale, esso non ha in proprio una qualità e, non avendola,
non ha in proprio un principio di vera differenza. Considerati
semplicemente come " individui ", si può assumere che tutti gli
uomini sono uguali e ad essi si possono ascrivere diritti e
doveri parimenti eguali nella loro astrattezza e generalità. Ciò
definisce appunto la direzione propria a giusnaturalismo,
liberalismo e individualismo sociale. E' una direzione da dirsi
disgregativa, se di disgregazione è legittimo parlare dovunque
quel che in un complesso si fa primario è la molteplicità
atomica, il che equivale a dire anche l'aspetto della semplice
quantità, del numero.
Da queste semplici considerazioni appunto la direzione propria a
giusnaturalismo, liberalismo e individualismo sociale. E' una
direzione da dirsi disgregativa, se di disgregazione è legittimo
parlare dovunque quel che in un complesso si fa primario è la
molteplicità atomica, il che equivale a dire anche l'aspetto
della semplice quantità, del numero.
" Il Fascismo nega che il numero,
per il semplice fatto di essere
numero, possa dirigere la società
umana; nega che questo numero possa
governare attraverso una consultazione
periodica; afferma la disuguaglianza
irrimediabile e feconda e benefica degli
uomini che non si possono livellare
attraverso un fatto meccanico ed
entrinseco com'è il suffragio universale"
B. Mussolini
Da queste semplici considerazioni si può già capire che, nella
misura in cui la " difesa della personalità " abbia una base
individualistica, non c'è da illudersi circa la saldezza delle
posizioni difese. Se le strutture del mondo della quantità - il
quale, poi, ha finito con l'essere quello delle masse - sono
esiziali per tutto ciò che è la personalità, proprio
individualismo e liberismo a quel mondo hanno fatto da apritori
di breccia, proprio essi ne sono gli antecedenti imprescindibili
in sede sia ideale, sia storica. L'individualismo sta
all'origine del regno della quantità.
Ma anche per altri riguardi è difficile che nella civiltà
occidentale l'elemento individualistico non infici tutto ciò che
è personalità. In sede di cultura, che cosa si è inteso,
infatti, in prevalenza, per " culto della personalità " ? Non si
tratta, è vero, di atomismo sociale, ma pur sempre di un
soggettivismo con ben scarse basi spirituali o anche soltanto
etiche, con prevalenza, invece, di estetismo, di un'originalità
priva di radici, di una creatività mancante di un significato
profondo - e, nei casi più deteriori : libertà anarchica,
iattanza, narcisismo, " autismo " ( cioè mania del proprio Io ).
Del resto, qui si può riandare a quanto altrove abbiamo detto
circa alcuni aspetti della Rinascenza. Ciò di cui alludiamo ora
rientra di certo nell'ordine dei sottoprodotti. Ma già nella
rinascenza le interferenze sospette tra individualismo e
personalità sono state numerose e significative, sia nel campo
delle arti, sia in quello politico.
Ed ora, alla persona. Ci sarà lecito anche qui rifarci alla
etimologia ? E' noto che " persona " anticamente era ad un
dipresso sinonimo di maschera. Era il nome della maschera che
gli attori si mettevano nell'eseguire una data parte, la veduta
che ne risulta per non illegittima trasposizione è quella
secondo cui ciò che ognuno è concretamente e sensibilmente ,
rappresenta la forma di espressione o di manifestazione di un
principio più alto, nel quale si deve riconoscere il vero centro
dell'essere umano. La " maschera " è qualcosa di ben preciso, di
delineato, di sagomato. E la personalità si differenzia come
concetto dal semplice individuo per avere una natura propria,
per essere qualificata e tendere ad una espressione univoca,
inconfondibile, nella quale si sia solo se stessi e si
appartenga solo a se stessi. Il mondo della personalità è dunque
essenzialmente un mondo della qualità e della differenza, un
mondo dei tipi e della forma, anche se in vari gradi intensivi,
ai quali corrispondono i rapporti fra " potenza " e " atto "
come già li andava studiando l'antropologia medioevale e quali
costituiscono il naturale presupposto per dei rapporti organici
e gerarchici fra gli uomini.
Come l'individuo, la personalità è, in un certo modo, chiusa
rispetto all'esterno no chiusa astrattamente, ma per via del
limite della sua natura propria ; però essa, a differenza
dell'individuo, non è chiusa verso l'alto. L'essere personale
non " è " sé stesso, ma " ha " sé stesso ( rapporto fra l'attore
e la sua parte ); è " presenza " a ciò che è, non coalescenza
con ciò che è. In via di principio, esso è personale in quanto
sa comandarsi, sa darsi una legge e una forma dall'alto e
dall'interno.
Deriva da ciò una specie di autonomia, dato dal fatto che in
questi termini la personalità, per essere tale, esige un
riferimento essenziale a qualcosa di più che personale. Tolto
questo riferimento, la personalità diviene infatti " individuo
", qualcosa di isolato e privo di relazioni, non è più un volto,
perché volto significa espressione, e la espressione rimanda
appunto a qualcosa che sta oltre la forma, a qualcosa di cui la
forma sia simbolo. Donde risulta il carattere instabile,
precario, di tutto ciò che è individuo e individualismo. L'uomo
può resistere contro tutto ciò che è impersonale in senso
negativo e privativo per quanto più intimo è il suo rapporto con
ciò che è impersonale per essere, invece, superpersonale.
Indebolitosi questo rapporto, si inizia la fase
individualistica. In un primo momento, può anche nascere
l'impressione che i valori della personalità si conservino e
siano anzi accettati, perché il centro, per così dire, si è
spostato più verso l'esterno. Questo è appunto il luogo proprio
all'umanismo culturale e a fenomeni analoghi, da noi altrove
studiati. Ma quando è solo a questa stregua - cioè senza più
riferimenti ad una tradizione, a distanza e prospettive non
soltanto terrestri, ad una volontà dell'incondizionato - che si
difendono i valori della personalità ci si trova su una linea di
difesa per vari versi precaria e fluida, perché non si tratta
più di un residuo, e nulla più reagisce avendo radici profonde e
la forza dell'originario. Ciò del resto, è apparso abbastanza
chiaramente nei tempi ultimi : l'individualismo è finito in un
vano soggettivismo ed estetismo, ed il liberalismo occidentale
ha dovuto gradatamente cedere, con scarse possibilità di
rivalsa, di fronte ad influenze di carattere spersonalizzante,
collettivistiche, societarie o meccanicistiche. La esasperata
dottrina del " superuomo ", specie in senso Dannunziano, è la
ultima eco della precedente fase di transizione, che in un certo
senso trae origine dalla visione del mondo della Rinascenza.
Dove si abbia, specificatamente, l' " autismo " cioè l'emergenza
dell'Io individualistico e delle sue presunzioni, il significato
di una caduta di livello e di una diversione dai valori più
alti, virili e costruttivi della vera personalità è
indisconoscibile. Dove davvero esiste una grandezza di
personalità là è visibile l'opera più che l'autore; l'azione,
più che chi agisce; il monumentale, il tradizionale e
l'oggettivo, più che il " lirico ", l' " originale " e il "
soggettivo "; un mondo classico e dorico, non un mondo
umanistico e romantico. Qui ciò che ha relazione con l'uomo va a
presentare la stessa nudezza e purità delle cose di natura:
nella storia, nell'arte, nella politica, nella ascesi, in tutti
i gradi dell'esistenza. Si pensi allo stesso artigianato
medioevale, nella sua attiva anonimia - perché, ad esempio,
quasi di nessuna delle grandi cattedrali del ciclo gotico, le
quali pur recano i segni certi di un'arte perfettamente
coltivata e di una rigorosa tradizione spirituale, se non pure
iniziatica, ci è stato tramandato il nome dell'autore. Si pensi
anche a forme specifiche dell'antica romanità, a quelle, per cui
uno storico potè chiamarla a ragione " una civiltà degli eroi
anonimi ". In altre culture, lo stesso stile di anonimia si
realizza anche nel dominio del pensiero speculativo, ed apparve
contrassegnato col nome di un individuo. Del resto non è
significativa la frequenza dell'usanza di lasciare il proprio
nome, di assumerne uno che abbia riferimento non all'individuo,
ma solo alla funzione o vocazione, proprio là dove la
personalità è chiamata al più alto impegno ? Anche nel campo
dell'eroismo, di contro alla concezione romantica ed esaltata,
può ricordarsi ciò che ancor il principe Eugenio di Savoia disse
ai suoi ufficiali in un momento di pericolo, ossia che essi
avevano diritto a vivere solo se sapevano servire agli altri da
esempio, ma che dovevano farlo in modo così semplice e naturale
che nessuno poi avrebbe dovuto rinfacciarglielo.
Ma nel considerare tutto questo viene spontaneo il chiedersi, se
ci trovi sulla linea di una mentalità che, a buon diritto, si
può chiamare soltanto europea. Ciò effettivamente, è dubbio, e
la tesi della " tradizione europea della personalità " non può
essere senz'altro convalidata. Tenendosi a questa tesi, il
positivo lo si trova mescolato pericolosamente con il negativo.
Sta di fatto che tutto un indirizzo della storia della cultura
come carattere specificatamente europeo tutto ciò in cui ha
invece risalto l' " originalità " del singolo, in cui la sua
soggettività, la sua " umanità ", il suo pensiero stanno in
primo piano; per tale storiografia, " la libera creativa
personalità " in tipicità definirebbe il retaggio europeo, e
sarebbe la conquista specifica della nostra civiltà più recente.
Con il che si resta nell'ordine delle forme di transizione poco
su considerate.
Varrà forse chiarire come stanno le cose nel caso particolare
della " tipicità ". La " tipicità " contrassegna il punto di
incontro fra la personalità e la superpersonalità, il limite
corrispondente ad una sua " forma " perfetta. Forse è in termini
di platonismo che questa veduta si rende il meglio evidente. La
persona cessa di essere maschera - e quindi anche " persona " in
senso stretto e limitativo - là dove essa incarna perfettamente
l'idea, la legge, la funzione che vi corrisponde e con
riferimento alla quale un significato la illumina e la rende
espressiva in un contesto più vasto. In tal caso non si può più
parlare di individuo. L'individuo sparisce, esso va ad esprimere
quel che molti sono, ma imperfettamente, e quel che si ripeterà
ove la stessa perfezione sia conseguita. L'individuo si fa,
appunto, " tipico ", il che equivale anche a dire "
superpersonale ". In forza del detto estremo-orientale " il Nome
assoluto non è più nome ", egli è altresì anonimo. E la
tradizionalità. nel senso più alto, è una specie di crisma di
tale anonimia, o avviamento ad essa, su di una data linea e
dentro un determinato ambito culturale. Si potrebbe anche
parlare di una universalizzazione e di eternizzazione della
persona: ma tali espressioni hanno lo svantaggio di essere state
troppo usate in un senso filosofico astratto o religioso che
rende poco conto del senso effettivo della situazione. Questa è
meglio considerarla essenzialmente nei termini del principio
superindividuale e. in sé, non semplicemente umano, che resta
consapevole della sua natura, e alla sua " parte " ( la sua "
persona" ) dà la perfezione " oggettiva " di un'opera del tutto
attuata e corrispondente alla sua "idea" ( in senso platonico )
e al suo significato.
Si vede dunque che esistono due concetti della impersonalità,
fra i quali corre un rapporto di analogia e, simultaneamente di
opposizione: l'una è inferiore, l'altra è superiore alla
persona, l'una ha per limite l'individuo, nella informità di una
unità numerica e indifferente che, moltiplicandosi, produce
l'anonima massa; l'altra è culminazione tipica di un essere
sovrano, della " persona assoluta".
Dopo di che, sarebbe il caso di vedere come stiano propriamente
le cose, quanto alla "difesa della personalità", nel mondo di
oggi. E sarebbe da domandarsi se attualmente, tutto sommato, sia
più utile dar risalto ai "valori della personalità" nel senso
convenuto, ovvero accusare le pericolose distorsioni che molti
casi in Europa si sono unite a tali valori. E' evidente che ciò
porta a problemi sia generali, sia specifici, riguardanti i
diversi domini della vita e della cultura contemporanea,
problemi che qui non possono essere esaminati. Certo è che oggi
i ritmi si accelerano, a causa di un processo ineluttabile di
selezione le forme intermedie sono in via di essere eliminate e
tutto ci dice che la personalità che potrà mantenersi e
sviluppare, forse forme di un nuovo stile, di un nuovo
comportamento, è quella che sarà capace di sciogliersi del tutto
dal vincolo individualistico e di integrarsi nel superpersonale.
Di contro, come corrente oggi prevalente e sempre più
minacciosa, si ha ciò che ha relazione a forze che tendono a
scalzare la persona, che con la semlice difesa della persona nel
senso umanistico, liberale o borghese non possono più essre
arginate e che tendono a sboccare "al disotto" della persona.
" Io non adoro la nuova divinità "la massa".
E' una creazione della democrazia e del socialismo.
Soltanto perché sono molti devono avere ragione ?
Niente affatto.
Il numero è contrario alla ragione.
In ogni caso la storia dimostra che sempre delle minoranze
hanno prodotto profondi sconvolgimenti delle
società umane.
Noi non adoriamo la massa nemmeno se è munita di
tutti i sacrosanti calli alle mani ed al cervello "
B. Mussolini
Nel mondo moderno si fa un grande abuso della parola
"personalità" intendendo, però, questo modo di essere come una
conseguenza dall'individualità.
In questo scritto di Julius Evola vengono chiariti i termini di
"persona ed individuo" e come si pervenga alla vera
identificazione della "personalità" e della "superpersonalità"
in senso tradizionale.
Il pensiero, come sempre, molto ben espresso dall'Autore ci
porta alla scissione netta tra "individuo e persona" e ci fa
intendere come l'individuo altri non sia che il precursore
logico della dispersione e dell'annullamento dell'uomo nella
massa.
Le inserzioni di pensieri di Benito Mussolini sono state
aggiunte in un articolo pubblicato dal mensile Ordine Nuovo
risalente al maggio 1956, le ho volutamente lasciate perché
servano a chiarire quanto di attinente esisteva tra il primo
Fascismo della rivoluzione ed il pensiero tradizionale,
attinenze che in gran parte andarono svanendo con
l'imborghesimento del Fascismo stesso.
E. Garlati