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Relativismo culturale (Massimo Fini da Il ribelle)
di Massimo Fini
La nozione di relativismo culturale, che viene spesso confusa con quella
di relativismo morale, con la quale si apparenta ma non coincide (vedi
Ratzinger ), si fa risalire all'antropologia culturale e in particolare
alla speculazione di Claude Lévi-Strauss, singolare figura di filosofo,
antropologo, linguista, strutturalista, attivo dagli anni Quaranta fin
quasi ai nostri giorni. Ma in realtà, oltre ad avere dei precursori, sia
pur occasionali e non sistematici, in alcuni autori del XVI, XVII e
XVIII secolo, da Montaigne a Voltaíre, le sue fondamenta più
direttamente filosofiche si trovano in Nietzsche quando il pensatore
tedesco, agli albori di quella che viene chiamata «la cultura della
crisi» (crisi del positivismo ottocentesco, del pensiero occidentale e
delle sue certezze), avverte, poi seguito dall'empiriocriticismo di Mach
e Avenarius, che non esiste la realtà ma solo le sue interpretazioni.
Tesi confermata di recente anche da una scienza «esatta» come la fisica
che ha dovuto ammettere che non ci sono certezze assolute né verità
oggettive, ma che la conoscenza di ogni fenomeno dipende dal punto di
vista dell'osservatore. Oswald Spengler, che forse troppo
sbrigativamente Thomas Mann ha liquidato come «la scimmia astuta di
Nietzsche», è stato il primo a trasferire questa concezione in campo
sociale, politico ed etico affermando che tutti i principi morali e
religiosi e tutti i valori hanno un significato solo nell'ambito e per
la durata della civiltà che li ha elaborati e professati. L'apporto di
Lévi-Strauss sta nell'aver considerato ogni cultura come un sistema, con
le sue compensazioni interne e i suoi contrappesi, un insieme di
elementi logicamente coerenti e strettamente collegati fra loro per c ui
una qualsiasi modificazione di uno di essi comporta una modificazione di
tutti gli altri. Ne consegue che non si può estrapolare o cancellare
dalle culture «altre» gli aspetti che non ci piacciono – che è la
pretesa omologante che domina oggi in Occidente – senza modificare
profondamente tutto il sistema e, quasi sempre, farne crollare l'intera
impalcatura. E questo è esattamente il motivo per cui ogni intrusione
occidentale nelle società del Terzo Mondo e in quelle ancor più arcaiche
e «primitive», anche la più onestamente filantropica (vedi Azande ), per
non parlare delle altre, ha portato sconquassi inenarrabili, creato
ibridi incoerenti e mostruosi e distrutto, di fatto, quelle società,
quelle culture e quelle civiltà. Ma Lévi-Strauss, e con lui tutta
l'antropologia moderna, a partire dai fondamentali studi di Franz Boas,
rifiuta anche quella forma dello storicismo che è l' evoluzionismo,
secondo il quale le società, partendo dal semplice (o
dall'apparentemente semplice) e andando verso il sempre più complesso,
tenderebbero a un unico fine e a un unico modello al cui culmine c'è,
naturalmente, il modello di sviluppo occidentale quale è oggi. A parte
il fatto che all'osservazione antropologica le civiltà cosiddette
«primitive» dimostrano una straordinaria raffinatezza psicologica, una
notevole complessità nell'organizzazione sociale (per esempio in tutto
il complicato sistema dei rapporti di parentela e di scambio esogamico),
ricchezza culturale (l'elaborazione dei miti, delle leggende e di
cosmogonie che non hanno nulla da invidiare, anzi, a quelle di religioni
ritenute più evolute) e, soprattutto, una capacità di comprensione
intuitiva, immediata, diretta della realtà, scomparsa nel nostro mondo,
la questione di fondo è tuttavia un'altra: è assurdo fare di una società
«uno stadio dello sviluppo di un'altra società». Si tratta semplicemente
di società diverse, che partono da presupposti diversi, ognuna delle
quali sviluppa soltanto alcune delle potenzialità, e non altre, presenti
nella natura umana. Quelle cosiddette tradizionali sono tendenzialmente
statiche e privilegia no l'equilibrio e l'armonia a scapito
dell'efficienza economica e tecnologica. Invece le «società calde», come
le definisce Lévi-Strauss, a cui la nostra appartiene, sono dinamiche e
scelgono l'efficienza e lo sviluppo economico a danno però
dell'equilibrio, dato che «producono entropia, disordine, conflitti
sociali e lotte politiche, tutte cose contro le quali... i primitivi si
premuniscono e forse in modo più cosciente e sistematico di quanto non
supponiamo». Non esistono quindi «culture inferiori» e «culture
superiori». Ci vuole una bella dose di egocentrismo e di ingenuità,
scrive Lévi-Strauss, per credere che il proprio modo di vivere e di
pensare sia il solo «umano» e che tutto ciò che ne sta al di fuori sia
«barbarie». E aggiunge: «Il barbaro è innanzitutto l'uomo che crede
nella barbarie». La società occidentale non è barbara o più barbara di
altre – a meno di non voler fare del razzismo al contrario e
dell'evoluzionismo negativo – ma oggi è piena zeppa di «barbari», di
uomini e donne che fan parte di quella vastissima e cupa compagnia
cantante la superiorità della nostra cultura e del nostro modello di
sviluppo, gente con la verità in tasca che crede seriamente e fermamente
che il proprio punto di vista sia l'unico possibile, valido e
accettabile e non è in grado di comprendere e nemmeno di concepire tutto
ciò che è «altro da sé». Eppure non dovrebbe essere poi così difficile
da capire se, prima di Nietzsche, prima di Mach, prima di Avenarius,
prima di Boas, prima di Lévi-Strauss e prima della fisica moderna, già
Montaigne (1533-1592), all'epoca delle grandi esplorazioni
transoceaniche e della scoperta dei «selvaggi», scriveva nei suoi Saggi,
in un famoso capitolo intitolato I cannibali: «Ognuno chiama barbarie
quello che non è nei suoi usi. Sembra infatti che noi non abbiamo altro
punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea
delle opinioni e degli usi del Paese in cui siamo. Ivi è sempre la
perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di
ogni cosa! . Essi sono selvaggi nello stesso modo che chiamiamo
selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale
sviluppo; laddove in verità sono quelli che col nostro artificio abbiamo
alterati e distorti dall'ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare
selvatici». E in ogni caso i filosofi e i pensatori europei, in quel
tempo di scoperte e di conquiste, si posero perlomeno il problema di
come rapportarsi alle culture «diverse» e «altre», estranee alla storia
della civiltà mediterranea, in un dibattito intenso e appassionato che
da Montaigne in poi è andato avanti per due secoli, fino a quando l'
Illuminismo assolutizzando la Ragione ha assolutizzato anche se stesso e
il nostro mondo facendone l'unico punto di riferimento, «il migliore dei
mondi possibili». Oggi, com'è noto, rimossa la «cultura della crisi»,
come si rimuove un incubo che si preferirebbe non aver mai sognato,
dimenticato Lévi-Strauss (considerato un mezzo eretico dall'ortodossia
marxista arrogantemente egemone per quasi tutta la seconda metà del
Novecento), e ignorando persino le conclusioni della scienza, che pur è
uno dei pilastri del nostro mondo, la cultura largamente dominante in
Occidente (soprattutto fra le élite politiche e intellettuali che hanno
diritto di parola e accesso ai mass media, molto meno fra le popolazioni
dove aleggiano da tempo, sia pur sottotraccia e senza la possibilità di
esprimersi pubblicamente, i dubbi più angosciosi) è quella del più
ottuso e cieco evoluzionismo, espresso emblematicamente da Francis
Fukuyama – e dagli innumerevoli Fukuyama – secondo cui esisterebbe una
Storia universale dell'umanità valida per tutte le civiltà, per tutte le
culture, per tutti i popoli del mondo che sarebbero inevitabilmente e
inesorabilmente condotti dalla ferrea logica di un disegno finalistico,
deciso non si sa bene da chi, immanente e insieme trascendente (una
sorta di ircocervo, un animale mostruoso e inesistente), verso «la Terra
Promessa della Democrazia», della «diffusione di una cultura generale
del consumo», del! «capita lismo su base tecnologica». Cioè verso il
modo di vita, economico, sociale, istituzionale, etico, e gli schemi
mentali dell'Occidente. Per il «relativista culturale» non esistono
invece né sistemi, né morali, né religioni, né principi universali.
Naturalmente, poiché non siamo fatti di ghiaccio, ma di sangue, di
carne, di sensazioni, di emozioni e non osserviamo la realtà con la
freddezza dell'entomologo e della sua lente, ma viviamo in società
concrete, anche il «relativista» ha le sue preferenze, ma è consapevole
che sono semplicemente le sue, non una verità oggettiva valida anche per
gli altri o addirittura per tutti. Per quanto mi riguarda, se
l'aspirazione dell'essere umano è di raggiungere non dico la felicità,
parola proibita che gli americani hanno avuto l'imprudenza di includere
nella loro Dichiarazione di Indipendenza, ma una certa serenità, mi pare
più astuta, quantomeno dal punto di vista psicologico e della tenuta
nervosa, una società che ricerca l'equilibrio in ciò che c'è già e dove
ci si accontenta di quello che si ha, piuttosto di una come la nostra
dove, come dico nel mio Cyrano, se vi pare..., tutto il meccanismo
economico e produttivo e l'intero sistema spingono, con una coerenza
ferrea e quasi omicida, «all'inseguimento inesausto di un futuro
orgiastico, che pare sempre lì lì per essere colto, e che invece arretra
costantemente davanti ai nostri occhi con la stessa inesorabilità
dell'orizzonte davanti a chi abbia la pretesa di raggiungerlo»,
provocando così nell'individuo, nell'uomo concreto che questa società
deve viverla, frustrazione, angoscia, anomia, nevrosi, depressione e,
soprattutto, una formidabile perdita di senso (vedi Globalizzazione/Modello
paranoico ). Se non esiste una morale universale, né tantomeno la
certezza di un Dio, ciò significa che il «relativista» è necessariamente
un amorale o, peggio, un immorale come sembra pensare Papa Ratzinger,
confondendo peraltro il relativismo culturale col relativismo morale?
Per nulla. Il fatto che rispetti i valori di culture diverse dall a sua,
anche quando gli paiono aberranti, e finché rimangono all'interno di
quelle culture e non pretendono di prevaricarne altre, non vuol dire che
non ne abbia dei propri. Possono essere quelli dominanti nella società
cui appartiene oppure, se questi valori non lo convincono, non lo
riguardano, non sono i suoi, li sente eterodiretti o ipocriti o fasulli,
si apre allora per lui la strada tracciata da Nietzsche in Al di là del
bene e del male: si creerà da sé la propria tavola di valori. Ma questa
posizione lungi dall'essere un cinico disimpegno o un'autorizzazione a
fare ciò che più ci pare e piace è, al contrario, una tremenda e
prometeica assunzione di responsabilità. Perché costui — e non la
famiglia, la società, i vicini, le cattive compagnie o «n'imporre que» —
è individualmente e totalmente responsabile dei propri atti e se ne
assume tutte le conseguenze davanti alla comunità in cui vive, senza
esitazioni, senza piagnucolamenti, senza autocommiserazioni e
autogiustific azioni. Senza scuse. Senza sconti, perché quello che ha
assunto è un impegno con se stesso e verso se stesso. Questo tipo d'uomo
è il Ribelle. In tale ottica anche un criminale può essere un uomo
morale, se rimane fedele ai codici che si è dato. Immorali sono invece
quei bonshommes, quelle brave persone, quei puri gigli di campo che
affettano pubblicamente di onorare i valori comuni alla loro società
(magari considerandoli "universali"), cui sono soliti obbligare gli
altri, scandalizzandosi e indignandosi se non lo fanno, e che poi li
tradiscono quotidianamente sottobanco. Sono gli uomini dalla «doppia
morale», una pubblica, buona per i gonzi che ci vogliono credere o per
coloro che, senza essere gonzi, per un intimo sentimento di lealtà nei
confronti dei propri concittadini, non intendevano violarla (vedi Poker
), e una tacita, nascosta, e del tutto contraria, valida solo per loro e
i loro simili che, sentendosi straordinariamente intelligenti, han
capito, o credono di aver capito, come vanno le cose del mondo. Sono
quel fior fiore ! della società che Sartre, nella Nausea, facendo
visitare al suo protagonista, Antonio Roquentin, il museo di Bouville,
dove sono raccolti i ritratti degli uomini più rispettabili e
commendevoli della città, alla fine di un lungo e memorabile capitolo,
definisce con una sola parola: «Sporcaccioni». Di questi uomini sleali,
di queste femmine della morale, è piena la nostra società complessa dove
i comportamenti degli individui sono difficilmente controllabili e
verificabili e altrettanto facilmente mistificabili e che ha quindi
completamente perduto alcuni valori, relativi anch'essi, naturalmente,
ma indispensabili per poter vivere insieme, che erano invece
fondamentali non solo fra i popoli «primitivi» (per i quali l'onta
massima è «perdere la faccia»), ma anche presso ogni comunità ristretta,
di ridotte dimensioni, semplice, come il villaggio preindustriale e
premoderno, dove ognuno conosceva tutti ed era da tutti conosciuto e
barare al gioco della vita era impossibile o molto difficile. Questi
valori si possono riassumere in uno solo. Si chiama dignità. Quel che si
è detto per gli individui vale anche per le società e i regimi. Tutti i
sistemi di governo, oltre che relativi, sono illegittimi (sono solo,
quando lo sono, legali, che è cosa diversa), perché poggiano su un punto
di partenza necessariamente arbitrario, ma possono essere più o meno
tollerabili a seconda che, come l'individuo singolo, rispettino le
premesse e i postulati su cui si sostengono o dicono di farlo. Se,
sottobanco, stravolgono o addirittura capovolgono queste premesse e
questi postulati, allora siamo alla frode in grande stile. E questa è la
storia della democrazia moderna, rappresentativa, della «democrazia
reale» e, insomma, della democrazia che oggi governa in Occidente in
attesa di imporsi definitivamente anche nel resto del vasto mondo.
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