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"Psicologia criminale ebraica" di Julius Evola
- di Dagoberto Husayn Bellucci
Pubblicato una prima volta in forma di articolo per la rivista "La Difesa della Razza" del luglio 1939 il presente saggio di Evola venne riproposto per i tipo della "Sentinella d'Italia" trent'anni or sono. Merita la nostra attenzione per la puntuale ricognizione analitica che l'autore - sicuramente una delle personalità più importanti della cultura non conformista italiana nonché un autorevole testimone di vicende storico-politiche fondamentali nella storia nazionale - riserva ad uno degli aspetti più interessanti della questione ebraica: la doppia fedeltà. Il volume prende in considerazione lo sviluppo della concezione ebraica del delitto partendo dalle analisi del dottor Mikorey contenute in un saggio uscito in Germania pochi mesi prima dell'inizio del secondo conflitto mondiale. All''Ebraismo in fatto di morale e di visione del mondo è propria una "dottrina della doppia verità" non per antinomie scolastiche ma per precisi scopi tattici. La doppia verità ebraica è quella che predica - esteriormente - il vangelo della democrazia e dell'eguaglianza mentre riserva a sé stesso - interiormente - un rigoroso esclusivismo razzista e nazionalista. "L'accennata finalità tattica di questa duplicità (…) - scrive Evola - è ben evidente: mentre l'una morale, quella interna - è destinata a rafforzare e preservare la razza ebraica , l'altra, quella esterna predicata ai "gentili", ai goim, ha lo scopo di spianare le vie ad Israele…. Non vi sono dubbi su quali siano gli scopi del Giudaismo : da una lato si serve di altisonanti principi democratici e egualitari per livellare il corpo sociale e istituzionale delle società non ebraiche; dall'altro lato conduce ad una identificazione nazionalistica e razzistica che innalza il popolo ebraico al rango di popolo "eletto" conformemente alle disposizioni della Torah , del Talmud e del documento programmatico noto come "Protocolli dei Savi Anziani di Sion" ovverosia del programma di accampamento, occupazione e spoliazione delle nazioni gentili. Nei riguardi di Israele la tradizionale concezione ebraica del delitto è quantomai rigida e formalistica. Il delitto infatti è irrimediabile, esso assume i tratti di una violazione della legge divina, una infrazione che dev'essere punita con il massimo della pena. Non esiste alcuna indulgenza, non si procede in distinzioni né in disquisizioni giudiridiche come quelle di dolus, colpa ecc. ecc. La legislazione ebraica è in materia di delitto assolutamente irreprensibile: non esiste attenuante che tenga né circostanze che possono avere valore di prova a difesa del malcapitato. La legge mosaica resta fedelmente e radicalmente attaccata allo ius talionis , alla legge del taglione, nella sua unilaterale rigidità. La rigida concezione del diritto interno alle comunità ebraiche della Diaspora le ha preservate per secoli da ogni possibile tendenza che avrebbe potuto erodere lo status quo del diritto interno di ogni singola kehillah (comunità). La Legge Ebraica difende sé stessa senza alcuna sensibilità per considerazioni di ordine sociologico o psicologico poiché il delitto è esclusivamente assunto nel suo aspetto oggettivo di fatto e come tale giudicato. Qualora avessero proceduto diversamente le comunità ebraiche avrebbero probabilmente rischiato derive inquietanti o scismi e separazioni indesiderati. La situazione cambia quando si osserva la "morale" ebraica applicata alle scienze giuridiche moderne e destinate alle società non ebraiche. E' un paradossale capovolgimento di vedute quello operato dal Giudaismo : tanto è rigido e intransigente nei riguardi della propria comunità esso si rivela comprensivo e giutificazionista (oggi diremmo buonista) nei confronti del colpevole. "E quel diritto dello Stato a difendersi, così dichiaratamente riconosciuto nel riferimento alla comunità ebraica, ecco che, se riferito ai popoli e alle civiltà non ebraiche in cui Israele si trova ospite, viene descritto come una vera bestia nera, qualcosa di arbitrario e di inumano, contro cui si mobilizzano tutti gli argoemnti psicologici e sentimentalistici, e tutti gli accertamenti di una presunta "scienza." Il breve saggio evoliano prende in considerazione alcuni dei principali autori ebrei: dall'italiano Cesare Lombroso al "tedesco" Aschaffenburg citando il detto dell'ebreo Werfel che arriverà a proclamare "Non l'assassino, ma l'assassinato è colpevole" continuando con alcune citazioni e riferimenti dal noto volume de "Il Processo" dell'ebreo Kafka e non tralasciando alcuni "paludamenti scientifici" derivati dalle note teorie "psicologiche" dei giudei Freud e Adler. La doppia verità è una conseguenza del pensiero criminale ebraico in relazione alle società non ebraiche. Il delitto - secondo Adler e lo stesso Freud - è causato sempre dalla violenza collettiva - conscia o inconscia - delle società contro la quale si ribella lo spirito del singolo il quale , ed ecco il giustificazionismo giudaico , deve superare un complesso d'inferiorità insopportabile. Quale completo ribaltamento dei valori viene operato sul piano penale è presto detto: il delinquente è un emarginato, un complessato, un asociale a causa della violenza psicologica che viene esercita dalla società contro di lui. Non si ricorrerà solamente a motivazioni umanitarie ma si spenderanno fiumi di parole per analizzare psicologicamente ogni possibile attenuante, qualsiasi giustificazione, tutte le possibili scappatoie giuridiche utilizzabili contro la legge. Non sarà casuale l'alta percentuale di avvocati e giudici ebrei che opereranno camaleonticamente nelle società goiym. Non staremo a dilungarci oltre - invitando alla lettura del saggio in questione - ma sottolineiamo come Israele edificato il proprio "stato nazionale" in Palestina si sia ben guardato dal darsi una legislazione scritta: la legge di Israele è quella che verrà decisa dalle sentenze dell'Alto Tribunale Rabbinico. Una lex judaica che ovviamente , ripetendo la doppia morale ebraica, cercherà di 'applicare' quel giudaico principio dei due pesi due misure a seconda che si tratti di ebrei o di non ebrei. Inutile soffermarci su quello che viene commesso quotidianamente dall'esercito d'occupazione sionista nei Territori Palestinesi, sulla soppressione dei diritti elementari per i palestinesi e sulle angherie alle quali sono stati sottoposto per più di mezzo secolo dalla tirannia giudaica. Dura lex sed lex proclamavano i romani , padri del Diritto. Israele - che rifiuta il diritto ma lo impone alle sue vittime - concepisce ancora oggi la sua esistenza come Stato Nazionale e come Comunità della Diaspora nel segno della doppia morale.
Dagoberto Husayn Bellucci - dir. resp. agenzia stampa "Islam Italia"
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Ultimo aggiornamento: lunedì 27 marzo 2006