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Il destino della Palestina
–Da Eurasia- n. 3 /2006
Come sempre,
“Eurasia” combina un dossario centrale e una serie di articoli che
oltrepassano l’argomento del dossario. Uno dei fronti più importanti di
quella lotta globale tra dominio e resistenza di cui “Eurasia” tratta
regolarmente, è il destino della Palestina. Questo nuovo numero della
rassegna contiene una breve intervista rilasciata da Khaled Mashaal,
dirigente di Hamas, a un esperto di geopolitica della Duma di Mosca,
Ernest Sultanov. C’è poi un poderoso studio (Israele: dominio della
legge o legge del dominio?) sullo statuto delle minoranze nell’entità
sionista; l’autrice, Susanne Scheidt, da molti anni attiva in Italia nel
movimento di solidarietà coi rifugiati palestinesi Al-Awda, fornisce un
particolareggiato resoconto del sistematico trattamento razzista che il
sistema sionista riserva ai cittadini non ebrei. La classificazione dei
cittadini secondo criteri etnici, e la contestuale trasformazione delle
leggi in strumenti di oppressione, viene paragonata dall’autrice alle
famigerate leggi di Norimberga (che furono nondimeno applaudite dai
sionisti dell’epoca).
L’India è diventata recentemente l’unico - o quasi l’unico - alleato di
“Israele” nella parte orientale del continente eurasiatico; ed è appunto
l’India a costituire il tema del dossario in questo numero di “Eurasia”.
L’India, dopo essere stata per un lungo periodo un baluardo dei paesi
non allineati, è diventata un punto di riferimento per gli USA e
“Israele”, e ciò in seguito alla presa del potere da parte degli
estremisti neo-indù e alla loro politica antislamica. L’aver voltato le
spalle all’ex alleato iraniano nella questione dello sviluppo
dell’energia nucleare per scopi pacifici e l’aver allacciato una
relazione nucleare privilegiata con gli USA (dopo che l’India aveva
prodotto armi atomiche da sola!) sono fatti che parlano chiaro. Qui
abbiamo l’esatto contrario dell’analisi effettuata pochi anni fa da un
“geopolitico” (?) islamofobo, secondo cui la Cina sarebbe stata
l’alleata naturale degli USA, e l’India il suo contrappeso filoeuropeo.
Una visione di questo genere non nasceva tanto da un’analisi, quanto dal
pio desiderio di uno stretto rapporto dell’Europa con un’India erede
dell’antica civiltà tradizionale indo-aria; a tale pio desiderio si
connetteva ovviamente la rappresentazione sentimentale di una Cina
“aliena” e di un mondo islamico “nemico”. Nel momento di una situazione
internazionale che è tra le più fluide, sia la Cina sia l’India cercano
ciascuna la sua strada; ma, mentre la latente rivalità fra la Cina e
l’Occidente aumenta di giorno in giorno, aumenta anche la vicinanza
della classe politica indiana all’imperialismo occidentale. Bisogna però
tener conto del fatto che in India, dopo due decenni di egemonia dei
neo-indù filosionisti, guadagnano terreno le forze di resistenza
antimperialiste: i maoisti, i movimenti regionali e naturalmente la
popolazione musulmana. D’altro canto, l’impressionante sviluppo
economico cinese è collegato alla produzione per gli USA nelle zone
economiche specifiche, sicché una rottura delle relazioni con gli USA
sarebbe rifiutata da importanti componenti del regime. La Russia ha
cominciato a svolgere una funzione equilibratrice fra Cina e India (è
una notevole e positiva differenza rispetto al periodo sovietico) e la
“Cooperazione di Shanghai” è diventata lo strumento principale per una
pacifica integrazione eurasiatica.
Questo numero di “Eurasia” focalizza l’attenzione sulla prospettiva di
un’India eurasiatica; un tale approccio è positivo, perché, per quanto
ottimistico, non indulge a fantasie come quelle del “geopolitico” di cui
si parlava più sopra. E per comprendere l’India, bisogna rifarsi alla
lunga storia indiana, con le sue contraddizioni e i suoi cambiamenti, ma
soprattutto con la sua sottostante e immutabile tradizione d’origine
vedica.
Nella rinascita della tradizione indiana, ha esercitato una grande
influenza l’opera di Bâl Gangâdhar Tilak (1856-1920). Opportunamente
perciò Aldo Braccio ci ricorda, in Orione e i Veda, gli studi di Tilak
sulle scritture vediche. Le prove addotte da Tilak per dimostrare
l’antichità della tradizione vedica e l’origine polare degli Ariani non
corrispondono a una semplice curiosità, ma sono fondamentali per la
geografia sacra, la quale garantisce unità e stabilità sul livello
storico. Come scrive Braccio, “l’idea di polo è riconducibile a quella
di centro. … E il centro indica con evidente semplicità l’origine, la
stabilità dell’Essere in mezzo al divenire”.
La tradizione indiana viene affrontata in una prospettiva sorprendente
nello studio di Claudio Mutti su Dante e l’India. Dopo aver messo in
evidenza le citazioni dell’India presenti nella Divina Commedia, Mutti
fa una rassegna delle analogie esistenti tra il poema dantesco e le
Scritture indù che sono state rintracciate da alcuni studiosi della
tradizione indù, in particolare da Ananda K. Coomaraswamy. Infine,
l’autore si occupa della ricezione dell’opera di Dante presso i poeti
indiani; tra questi ultimi non manca Muhammad Iqbal, il pensatore
musulmano originario del Kashmir che, grandemente influenzato da Goethe,
Dante, Milton e Nietzsche, è celebre per un poemetto in cui descrive un
suo viaggio celeste.
Tra tutti i popoli europei, è stato quello greco ad avere con l’India i
rapporti più stretti e più diretti, rapporti si innestarono sul
tentativo di Alessandro Magno di unire la Grecia e l’Asia in un nuovo
impero eurasiatico. La funzione storica di Alessandro ha avuto eco in
numerose narrazioni orientali; ma è nel Corano che la figura di
Alessandro (Dhul-Qarnayn, “il Bicorne”) compare come l’archetipo di un
sovrano fornito di un mandato divino. Su “Alessandro e l’Asia” esiste un
libro del celebre filologo e storico tedesco Franz Altheim (Alexander
und Asien, Tubingen 1953), dal quale “Eurasia” ha estratto un
interessante paragrafo che viene presentato sotto il titolo Un Greco in
India. Da esso apprendiamo che, poco tempo dopo la morte del Macedone,
Megastene si recò in qualità di ambasciatore di Seleuco alla corte del
re indiano Candragupta e compilò un resoconto che costituisce la
principale fonte ellenistica per la conoscenza del subcontinente
indiano.
L’esatto contrario del progetto di impero eurasiatico concepito da
Alessandro si manifestò molti secoli dopo, quando la Regina Vittoria
diventò “imperatrice dell’India” e l’India fu sottoposta a uno
sfruttamento colonialistico che era privo di tutti i valori tradizionali
dell’Impero e fu responsabile di quello che oggi viene chiamato
“olocausto vittoriano dimenticato”. Rivolgendo da Londra la propria
attenzione agli eventi indiani e cinesi e apprezzando positivamente la
lotta anticolonialista dell’India, il critico ebreo-tedesco
dell’”economia politica”, Karl Marx, si discostò notevolmente dalle
posizioni occidentalistiche ed eurocentriche che caratterizzavano il suo
pensiero. “Marx utilizza l’espressione latina di combattenti pro aris et
focis per giustificare e approvare la lotta patriottica dei difensori
delle società tradizionalistiche contro gli invasori colonialisti”,
scrive Costanzo Preve (Karl Marx e l’India. Note su un paradigma
filosofico e scientifico).
Diversamente dall’Occidente, l’India non ha dimenticato una eminente
figura socialista della lotta per l’indipendenza: Chandra Bose. Stefano
Fabei, che ha recentemente pubblicato alcuni studi sul sostegno dato dal
fascismo italiano alla lotta araba contro il colonialismo sionista, si
occupa di Chandra Bose e la lotta per l’indipendenza dell’India. Per
quanto limitato, il sostegno che Bose ricevette da Berlino e da Roma
rappresenta un capitolo del rapporto intercorso tra l’Europa e il
subcontinente indiano. Bose non fu un semplice strumento dell’Asse, ma,
si può dire, integrò in un quadro tipicamente indiano le ispirazioni che
gli provenivano dalle esperienze europee. Il suo sistema politico del
Samayavada, che significa anche “sintesi”, cercava di conciliare gli
aspetti positivi del comunismo e del fascismo. Essendo innanzitutto un
combattente dell’indipendenza indiana, Bose può essere considerato un
esempio della multiforme lotta eurasiatica per la libertà, al di là
delle limitazioni connesse al piccolo nazionalismo. In questo numero di
“Eurasia”, la situazione geopolitica di oggi si trova riflessa in alcuni
articoli dovuti per lo più ad autori indiani, sicché possiamo avere
un’idea delle considerazioni strategiche dell’élite politico-militare
indiana. Ciò vale in particolare per l’articolo (Chiaroveggenza
geopolitica) di un militare indiano in pensione, il generale Vinod
Saighal, che è anche membro della US Federation of Scientists and
Scholars. Questo articolo è apparso inizialmente sulla rivista “World
Affairs”, come d’altronde quello di Come Carpentier de Gourdon (L’India
come chiave di volta della comunità asiatica), che ci dà una più
equilibrata panoramica della situazione geopolitica dell’India e dei
paesi vicini.
Un altro articolo scritto da un militare indiano, l’ammiraglio Vishnu
Bhagwat, è Geopolitica dell’Asia centro-occidentale e meridionale. Il
declinante peso del potere militare. L’articolo mette a fuoco le sfide
dei militari indiani, costituite per esempio dalla continua occupazione
indiana del Kashmir, la cui legittimità non viene naturalmente presa in
esame dall’autore. Una posizione più indipendente è quella espressa
nell’articolo (Mosse strategiche attraverso l’Eurasia) dell’ex
ambasciatore indiano K. Gajendra Singh, i cui articoli in “Asia Times”
sono sempre interessanti e istruttivi. L’autore abbozza la strategia
americana nell’Asia centrale, così come essa è rappresentata dalle
“rivoluzioni colorate” e dalla costruzione di basi militari. Tutti
concordano nel riconoscere una grande importanza al futuro sviluppo
delle relazioni asiatiche dell’India, la quale ha lo statuto di
osservatore su una scacchiera che vede l’Organizzazione per la
Cooperazione di Shanghai protagonista di un’azione controegemonica. La
dichiarazione rilasciata nel luglio 2005 dai capi degli Stati membri
dell’Organizzazione (Russia, Cina, Cazachistan, Chirghisia, Tagikistan,
Uzbechistan) si trova nella sezione Documenti di questo stesso fascicolo
di “Eurasia”. Oltre alle questioni politiche ed economiche, tale
dichiarazione affronta il tema della diversità delle culture. Un’altra
dichiarazione contenuta nella medesima sezione, il documento dei primi
ministri cinese e indiano, viene discusso nell’articolo (Le relazioni
sino-indiane) di Isabelle Saint-Mézard, del Centro per gli Studi
Asiatici di Hongkong. Dopo aver preso in considerazione le questioni di
confine, le dinamiche economiche e la modernizzazione militare dei due
paesi, l’autrice arriva ad affrontare la questione del terzo attore: gli
Stati Uniti d’America. Secondo l’autrice, “il nascente triangolo
strategico tra l’India, la Cina e gli Stati Uniti obbedisce a una logica
obbedisce a una logica essenzialmente virtuosa, soprattutto per New
Delhi, che, destreggiandosi abilmente tra le due grandi capitali,, ha
beneficiato simultaneamente dei loro favori.
Infine mi sia concesso menzionare il mio personale contributo (Martin A.
Schwarz, Da Gengis Khan all’ideocrazia: la visione eurasiatica di
Nikolaj S. Trubeckoj), in cui il punto di vista eurasiatista storico
viene presentato attraverso la figura di Nikolaj S. Trubeckoj, i cui
scritti storico-politici sono stati meritoriamente ripubblicati
dall’Accademia Austriaca delle Scienze. Come Chandra Bose, così anche
Trubeckoj trova nella propria elaborazione ideologica alcune analogie
col fascismo e col bolscevismo, le dottrine del suo tempo, però ne
supera i difetti: le limitazioni nazionalistiche e l’idolatria della
lotta di classe. Se Cina e India non scelgono di percorrere la via
dell’occidentalizzazione totale, dovranno trovare un modello analogo e
abbandonare lo sciovinismo etnico e l’estremismo religioso. La via è
ancora aperta e, se non nutro lo stesso ottimismo di altri, spero
proprio che il futuro mi dia torto.
Martin A. Schwarz |