Geopolitica

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Conferenza Eurasia a Torino

di Augusto Marsigliante

Il 4 marzo, grazie a Progetto Torino, anche nella
città della Mole finalmente si parla di Eurasia,
presenti Tiberio Graziani, direttore della rivista
Eurasia, il filosofo Costanzo Preve, collaboratore
della stessa, e l’editore Claudio Mutti, il quale
introduce l’incontro di fronte ad una platea gremita,
soprattutto di giovani.
Eurasia, spiega Mutti, non è certo la prima rivista
italiana ad occuparsi di geopolitica: la prima fu la
rivista di studi geopolitici di E.Massi, nata nel ‘38
e soppressa nel ‘43. Oggi, oltre ad Eurasia ve ne sono
altre due: Imperi e Limes, riviste di apparente
obiettività, ma in realtà complementari fra loro in
termini di orientamento occidentalista ed atlantista,
con una leggera differenza essendo la prima
leggermente declinata a destra e la seconda invece
espressione di una certa sinistra americaneggiante. Di
fronte a questa situazione, Eurasia rompe gli schemi e
si pone nel panorama italiano come vera e finora unica
alternativa a questa visione, collocandosi infatti su
posizioni non-occidentaliste.
Chiarito ciò, Mutti passa a definire meglio la nozione
di geopolitica: essa è la disciplina che indaga i
rapporti fra la geografia e la politica, studia
l’influenza della geografia e della politica sulla
storia, nella misura in cui le scelte politiche si
assume che siano determinate dalla situazione
geografica di ciascun paese. E’ la geopolitica
schmittianamente intesa quella di cui parla Mutti, che
vede l’opposizione di Terra e Mare caratterizzante la
Storia: un’opposizione irriducibile fra potenze
talassocratiche (Atene, Cartagine, fino agli Stati
Uniti) e potenze terrestri (Sparta, Roma, fino
all’Unione Sovietica), fra una logica continentale
eurasiatica ed una logica insulare anglo-americana. Il
Mare come spazio indistinto e piatto dunque, come
deserto liquido all’interno del quale flussi
indistinti si mescolano fra loro. Uno spazio
caratterizzato dall’assenza di un Centro.
E la globalizzazione, cos’altro è se non un flusso
indistinto di modelli, di merci, di uomini e di
tecnologie, che abolisce ciò che è radicato nella
Terra? La logica del capitalismo, conclude Mutti, è
estranea alla cultura euroasiatica, la quale si oppone
all’universalizzazione del punto di vista occidentale
e all’imposizione del paradigma atlantico.
La parola passa quindi a Preve, che approfondisce il
retroterra filosofico della concezione eurasiatista,
dato che l’avvento dell’americanismo produce i suoi
effetti anche sulla filosofia e la interessa perciò da
vicino. Quella americanista, afferma il filosofo
torinese, è una concezione messianica, protestante, ed
espansiva; una missione, quella di salvare il mondo,
data da Dio all’America, fedele alleata per ciò stesso
della divinità. Una concezione questa che troviamo ad
esempio nella civiltà assiro-babilonese ma che è
invece completamente estranea alla filosofia greca e
latina, nelle quali non c’è traccia di popolo eletto e
di messianesimo.
Secondo lo studioso di marxismo, poi, esistono due
”versioni” di eurasiatismo, differenti ma non per
questo incompatibili fra loro: una forte, che fondata
su presupposti storici, mitici, culturali, sociali e
letterari (non solo geografici dunque), ed una debole,
che vede nell’Eurasia un aggregato geografico-politico
che abbia la forza di opporsi al programma
americanista di dominio del mondo.
A detta di Preve, infatti, l’Occidente, in senso
storico globale, è messo in pericolo dal modello
americano, che è un caso particolare ed autonomo della
storia d’Occidente.
Egli poi, da Uomo di grande onestà intellettuale qual
è, aggiunge un’ulteriore considerazione: le lotte di
identità politica fra destre e sinistre, lotte che a
suo giudizio sono terminate storicamente 60 anni fa,
che sono tenute in piedi artificiosamente, e che tanti
morti hanno causato da una parte e dall’altra
soprattutto negli anni ‘70, non possono che nuocere
alla causa eurasiatista. E’ necessario dunque che si
chiuda questo contenzioso storico, che si riflette
oggi in una destra ed in una sinistra assolutamente
complementari, speculari e simmetriche fra loro. Nei
rapporti con gli Stati Uniti, difatti, non c’è alcuna
differenza tra un Fini o un d’Alema. Ci si trova di
fronte ad una “spettacolo ideologico” atto alla
riproduzione sociale del ceto medio, di quello
salariato, dei disoccupati e dei poveri. La
simulazione più riuscita, aggiunge il professore, e
quella con la maggiore “longe durée”, anche in
proiezione futura, è quella tra fascismo ed
antifascismo.
Eurasia, quindi, non deve avere solo una funzione
negativa, di contrasto del sistema unipolare, ma anche
positiva e propositiva; la rivista si fa portatrice di
una nuova teoria politica, di una nuova concezione
filosofico-culturale, che dia vita ad aggregazioni
sociali vere, che aiuti chi ha un ruolo innovativo,
anticipatore, di testimonianza, e che ostacoli i
mistificatori. Preve qui esprime tutta la sua sfiducia
nel fatto che possa nascere una massa critica minima
in grado di coalizzarsi e di opporsi alla
globalizzazione imperialista di dominanza americana.
Il filosofo conclude affermando che non esiste nessun
Impero Americano, per come la vede lui: l’impero
infatti presuppone una convivenza multireligiosa,
multietnica, e multiculturale, mentre gli Stati Uniti
sono solo uno stato nazione militarizzato, messianico,
ed imperialista.
Infine è la volta di Graziani, che si riallaccia alle
considerazioni finali di Preve: l’ Impero è la più
alta sintesi geopolitica, organizzata su una gerarchia
di poteri che svolga una funzione di protezione verso
ogni cultura, religione, etnia, classe, individuo,
popolo e nazione presenti all’interno del proprio
Spazio. Questo presuppone un’attenta gestione dello
spazio e delle sue periferie: ogni area con la sua
funzione. L’Impero si basa quindi sulla funzionalità
dei propri spazi, di pari valore ma non uguali. La
disgregazione dell’equilibrio e quella conseguente
dell’Impero interviene proprio quando ogni parte si
pretende uguale all’altra: ogni ceto persegue,
inorganicamente, i propri interessi, nascono i
nazionalismi, che a loro volta provocano gli
imperialismi. Il direttore di “Eurasia” cita in
proposito due esempi: quello degli Stati Uniti,
nazionalismo tramutatosi in imperialismo, e quello di
Israele, entità nazionalista colonialista infiltrata
forzatamente nell’ambito di un contesto imperiale
vacillante (quello dell’Impero Ottomano), con una
funzione quindi eminentemente distruttiva. La
concezione geopolitica di “Eurasia” ovviamente si
contrappone in maniera netta a quella statunitense che
considera l’Europa come portaerei per una definitiva
incursione geostrategica negli immensi spazi russi: la
rivista, infatti, auspica la nascita di un mondo
veramente multipolare, visto che oggi si è di fronte
ad una reggenza unipolare.
La globalizzazione, prosegue Graziani, si è sviluppata
attraverso la tecnologia, al servizio di una sola
potenza; l’alter-globalizzazione propugnata da Dugin e
da tutti gli eurasiatisti è invece una globalizzazione
di segno contrario, è un reagire ad uno stato di cose
mettendo in campo forze antitetiche. E’ la costruzione
di un sistema multipolare che nasce e si fortifica
attorno alla Russia di Putin, vero punto di
riferimento e stato-perno della massa continentale
eurasiatica.
Una tendenza questa che, se si sta rivelando vincente
in Europa Orientale, al contrario trova impreparata
l’Europa Occidentale, da 60 anni testa di ponte della
potenza d’oltreoceano. I recenti accordi strategici
tra Russia, Cina, India, stanno a dimostrare che
esiste già un asse consolidato fra Mosca Pechino e
Nuova Delhi, al quale si sta affiancando un asse
ancora in fieri, che è quello fra Parigi Berlino e
Mosca. [Per ulteriori approfondimenti sull’India,
passata in breve tempo da potenza regionale a
ricoprire un ruolo di potenza mondiale, si rimanda al
prossimo numero della rivista, che tratterà la
questione molto approfonditamente]. A questi
interventi è seguito un lungo dibattito, dal quale
brevemente vale la pena estrapolare un paio di
interventi: il primo si riferiva alla situazione in
Cina, oggi divisa tra un comunismo asfissiante e
centralizzatore sul piano interno, e un capitalismo
altrettanto deleterio su quello esterno; secondo Preve
queste situazione non durerà in eterno, visto che la
Cina, come anche la Russia e l’India, hanno più volte
dimostrato durante la propria Storia di “avere gli
anticorpi” per superare situazioni terribili. L’uomo
possiede infatti due caratteristiche vitali, che anche
se latenti per decenni, alla fine sempre riemergono:
la Libertà e la Solidarietà.
Il secondo intervento da citare riguarda la situazione
cecena: la sua “indipendenza” (come quella del Kosovo,
d’altronde), la trasformerebbe in una colonia
anglo-americana. L’intento, difatti, è quello di
spaccare la Russia in decine di principati,
accerchiando ed in questo modo mettendo
definitivamente al tappeto il gigante euroasiatico. La
secessione, precisa Preve, è legittima solo se legata
alla sopravvivenza di una lingua e di un popolo (come
ad esempio nei Paesi Baschi).
Invece l’indipendenza di microscopici staterelli,
strettamente legati alla madrepatria, come nell’ambito
della C.S.I., darebbe il via ad un massacro reciproco
stile ex-Yugoslavia, anche di dimensioni più ingenti.
Preve conclude questa riflessione con un’inquietante
domanda: chi mette in pericolo oggi l’identità
italiana? Un immigrato povero o chi offende e svilisce
il Nostro Paese definendolo “Azienda Italia”, e chi
parla di diventare tutti come l’America?
Termina così l’incontro tenutosi nel capoluogo
piemontese, per il quale vanno ringraziati, oltre ai
relatori ed ai numerosi partecipanti, anche gli
organizzatori di B.M.Progetto Torino, senza i quali
quest’importante iniziativa non si sarebbe potuta
tenere.
                               Augusto Marsigliante
 

Ultimo aggiornamento: domenica 12 marzo 2006