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Geopolitica |
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OBIETTIVO SUDAN
Dopo la recente presa di Mogadiscio, mercoledì scorso - 14 giugno 2006 - le milizie sostenute dalle corti islamiche hanno conquistato un altra città strategica della Somalia, Jowhar, che si trova a circa 90 km. dalla capitale.
Il controllo formale della Somalia, nella quale le compagnie petrolifere nordamericane hanno cospicui interessi, permetterebbe infatti a Washington di gestire la ridefinizione delle frontiere della regione, e attraverso la presenza in Eritrea ed Etiopia, di gettare un’ipoteca sul Sudan, il cui governo islamico è da tempo nel mirino dell’Occidente. In previsione dell’inevitabile innalzamento della tensione nella zona del Golfo Persico, le vie marittime del Mar Rosso e i loro cruciali stretti dove Africa e Asia convergono, sono al centro delle manovre geopolitiche della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. Così si spiega la fortissima pressione che il governo di Khartoum ha dovuto subire negli ultimi mesi, a causa di una campagna mediatica assordante non solo ad opera della stampa statunitense ma anche di quella europea(1). Al centro di questa nuova crisi internazionale, ovviamente, la regione del Darfur, nella quale la propaganda occidentale parla di un’ inesistente pulizia etnica di milizie arabo-musulmane (i cd. janjaweed) nei confronti della popolazione nera e cristiana (in realtà anch’essa musulmana). Si tratta perciò dell’ennesima strumentalizzazione di un conflitto civile, che vede in lotta tra di loro alcune delle 35 tribù presenti nel sud del Paese e dovuto alle difficoltà economiche provocate dalla siccità. Peraltro, buona parte delle sofferenze sanitarie del popolo sudanese sono giustificate dagli effetti del bombardamento voluto nel 1998 dall’ex inquilino della Casa Bianca Bill Clinton, le cui conseguenze furono la distruzione dell’impianto farmaceutico di El Shifa - struttura che forniva il 60% dei medicinali del paese –, un crimine per il quale il Sudan non venne mai risarcito(2). Eppure la grancassa mediatica sulla necessità di un intervento sotto l’egida dell’ONU, della NATO o degli Stati Uniti pare non conoscere soste. I gruppi sionisti e nordamericani sono in prima fila a dirigere l’orchestra, lasciando configurare gli interessi strategici che il Sudan riveste per Tel Aviv e Washington, i cui addestratori da tempo lavorano a favore dei ribelli contro il governo di Khartoum. Dal Jerusalem Post al New York Times(3), passando per l’Associazione Nazionale Evangelica, il Museo dell’Olocausto, Democray Now e l’Osservatorio dei diritti umani, è tutto un coro volto a sostenere la campagna “Salvare il Darfur”. Qui già operano 7.000 soldati dell’Unione Africana, il cui sostegno logistico è fornito dalle forze armate dell’Alleanza Atlantica, ai quali vanno aggiunti migliaia di osservatori delle Nazioni Unite e rappresentanti di ONG, il cui ruolo è tutt’altro che neutrale. Malgrado tutto, il piano di pace stilato dall’Unione Africana e proposto il 30 aprile scorso ad Abuja, capitale della Nigeria, è stato firmato solo dal governo sudanese. A causa di questo stallo e dopo le pressioni di Washington, si torna ora a parlare di “genocidio”, una formula che secondo lo statuto dell’ONU prevede la possibilità di far intervenire truppe internazionali anche senza il via libera del Consiglio di Sicurezza. L’urgenza è dovuta anche alla “manovra di disturbo” che Cina e India stanno conducendo in Sudan; i due giganti asiatici hanno infatti stretto importanti rapporti di cooperazione con l’esecutivo di Khartoum, al quale hanno fornito impianti per l’esplorazione, trivellazione ed estrazione del petrolio, nonché la loro partecipazione alla costruzione di un oleodotto. Stante le difficoltà degli alleati statunitensi in Somalia, nonché la combattività sempre più accesa della guerriglia antiamericana in Afghanistan e in Iraq, sembra più probabile che per ora il Dipartimento di Stato si limiti a chiedere sanzioni economiche nei confronti del governo sudanese, allo scopo d’impedire l’esportazione di quel petrolio del quale Pechino è oggi il principale acquirente.
Note
1) Dalla Francia si è levata alta la voce del solito, ineffabile, Bernard-Henri Lévy, riportata in Italia dal “Corriere della Sera” del 01/05/2006: “E’ ora che l’Occidente intervenga in Darfur”. 2) Sull’episodio di legga il mio “Clinton: una vita da bugiardo” su www.disinformazione.it 3) Cfr. Sara Flounders, “Il ruolo degli Stati Uniti nel Darfur” su “Warkers World”.
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Ultimo aggiornamento: sabato 17 giugno 2006