La strategia multipolare dell’India
di Tiberio
Graziani-Eurasia
Sulla terra ce n'è abbastanza
per i bisogni di tutti, ma non per l'avidità di alcuni.
Mohandas K. Gandhi
Lo statuto di potenza di serie B, che una onnipotente comunità
internazionale concede a molte nazioni […], non potrà essere più
applicata all’India del XXI secolo.
Olivier Guillard
Quale risultato della strategia globale americana e della sua
ricerca di egemonia, l’India e la Cina sono oggetto di importanti
pressioni. Esse sono le nazioni più popolose del mondo e non possono
essere facilmente influenzate e controllate.
A.S. Hasan
La crescita economica dell’India
Al pari della Cina, seppur con un ritmo più lento (circa il 6% annuo),
anche l’India ha registrato, negli ultimi quindici anni, un tasso di
crescita economica tale da poterla inserire, nelle proiezioni per il
2020 effettuate dalla Banca mondiale e dal FMI, tra le quattro economie
più importanti del pianeta. Altro dato rilevante, da tenere sempre in
considerazione quando si analizzano nazioni caratterizzate da una
imponente massa demografica (1 028 610 328 abitanti nel caso della
Repubblica di Bhārat, secondo il censimento del 2001), è anche la sua
percentuale di crescita annuale, che, sebbene non elevata, sfiora,
infatti, appena l’1,6% (1998-2003), costituisce un importante ed
imprescindibile parametro di valutazione per tentare di comprendere il
ruolo e il peso che l’India acquisirà, a livello mondiale, nei prossimi
decenni.
Passare dall’attuale undicesimo posto nella classifica delle maggiori
economie mondiali al quarto è l’obiettivo sia del governo di Manmohan
Singh, padre delle riforme “liberiste” ed esponente della coalizione
guidata dal Partito del Congresso, che della composita opposizione,
nazionale ed antiliberista, che vede, oggettivamente alleati, il Partito
del Popolo (Bharatiya Janata Party), considerato, secondo gli schemi
occidentali, di destra, il Partito Comunista Indiano e il Partito
Comunista Indiano marxista –leninista.
L’adozione di un particolare modello di “sviluppo”, che privilegia una
considerevole specializzazione nel terziario avanzato e un interesse
specifico nella ricerca scientifica e tecnologica, ha permesso all’India
di ritagliarsi, nell’ambito dell’economia mondiale, il ruolo di
“attrattore globale” dei settori dei servizi e della ricerca
scientifica, con particolare riferimento ad aree economicamente
“sensibili”, quali quella farmaceutica e quella della information
technology, da sempre presidiate dagli USA e dal Regno Unito. Ciò ha
destato moltissima preoccupazione in questi paesi e provocato norme e
regolamenti di difesa; recentemente (2005), solo per fare un esempio, il
Senato statunitense ha approvato un provvedimento per escludere dalle
commesse pubbliche le aziende che abbiano delocalizzato in offshoring
(anche solo 50 posti di lavoro) negli ultimi cinque anni.
I governi indiani dell’ultimo decennio, oltre a sostenere la crescita
economica del Paese e facilitare, tramite una pragmatica azione
diplomatica, la sua graduale partecipazione all’economia mondiale, hanno
avviato vasti programmi di modernizzazione delle infrastrutture
stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali e della rete di forniture
energetiche. Tali programmi, tuttavia, stentano a realizzarsi a causa
delle tensioni interne generate dalla contrapposizione tra la tendenza
profondamente “liberista” dell’attuale governo e l’opposizione.
Una strategia multipolare
L’India, come peraltro l’altro colosso asiatico, la Cina, cerca di
capitalizzare il suo recente “boom“ economico anche in sede
internazionale, facendosi valere ed accreditare, non solo come un
occasionale “partner”, teoricamente “strategico”, ma anche e soprattutto
come potenza nucleare e membro costituente di un nuovo assetto
planetario.
L’India, infatti, da come si desume dall’analisi delle sue azioni in
politica estera, sembra aver compreso pienamente l’attuale momento
storico, che è caratterizzato dall’essere un periodo di transizione tra
il precedente sistema bipolare ed un futuro sistema multipolare in fase
di realizzazione. Un periodo storico di transizione, teniamo a
sottolineare, in cui il grado di perturbazione pare essere giunto al suo
punto culminante, dato che la incerta “reggenza unipolare” dell’iperpotenza
statunitense mostra sempre più i segni del suo declino, tra i quali
citiamo: il “pantano” iracheno, l’accettazione, obtorto collo , della
politica nucleare indiana, la cooperazione russo-cinese in campo
militare, le relazioni “particolari” tra alcuni Paesi del Sud America,
in primo luogo il Brasile e il Venezuela, con Cina, India e Russia.
La consapevolezza, metabolizzata dall’India, di trovarsi in un processo
di transizione verso un nuovo ordine mondiale, e l’esperienza maturata
come potenza regionale dal giorno dell’indipendenza (15 agosto 1947)
fino ai primi anni novanta, peraltro rimarcata, simbolicamente più volte
(nel 1955, in occasione della Conferenza di Bandung dei “Paesi non
allineati”, nel 1974 con i primi esperimenti nucleari) la obbligano ad
assumere una responsabilità non solo regionale ma mondiale.
Una responsabilità che muove proprio dal ruolo geopolitico che Nuova
Delhi ha posseduto nel corso della seconda metà del secolo scorso.
L’Unione indiana, infatti, ben prima della Cina e di altre importanti
nazioni di quello che veniva denominato, nella pubblicistica dell’epoca,
“terzo mondo”, aveva intuito che il sistema bipolare poggiava su un
equilibrio precario e per tale motivo si fece sia madrina del movimento
dei Paesi non allineati sia “correttore” del divario tra USA e “blocco
sovietico” aderendo a intese di amicizia con quest’ultimo. Occorre
ricordare che l’amicizia con l’Unione Sovietica si rafforzò anche a
causa degli attriti tra Pechino e Nuova Delhi, sfociati, come noto,
negli scontri armati del 1962-63 e, soprattutto, con la scelta cinese di
far parte del dispositivo nixoniano Washington-Islamabad-Pechino.
La funzione di “correttore” che l’India ha assunto nell’ambito del
precedente sistema geopolitico, le permette attualmente di rinsaldare,
questa volta, però, su una base di parità e di accresciuta autonomia, i
suoi legami con Mosca, mentre la sua partecipazione al movimento dei non
allineati, la candida ad essere, insieme a Russia e Cina, uno dei Paesi
guida di un ipotetico sistema multipolare. A conferma di tale strategia,
occorre menzionare i recenti accordi siglati con la Cina sul contenzioso
delle frontiere e sulla collaborazione tecnologica e scientifica in
campo energetico.
La costituzione di un asse Mosca–Pechino-Nuova Delhi sembra dunque
essere un fatto acquisito. A tale dispositivo, geopoliticamente
rilevante per l’autonomia della massa continentale eurasiatica dalla
tutela statunitense, manca tuttavia un pendant vitale ed insostituibile,
quello che la emanciperebbe integralmente, dall’Atlantico al Pacifico, e
permetterebbe una pax eurasiatica: l’asse europeo Parigi-Berlino-Mosca.
Al fine di non vanificare il lavoro dei governi di Mosca, Pechino e
Nuova Delhi nella costruzione di un nuovo sistema che tenga conto delle
peculiarità e delle aspirazioni nazionali, e di avere, soprattutto, un
ruolo di parità nel futuro assetto multipolare, è compito dei decisori
europei fare una scelta di campo funzionale agli interessi dei propri
popoli e del continente eurasiatico.