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Geopolitica |
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Per anni, se non per decenni, l’Europa ha costituito una grande speranza. Oggi ispira soprattutto inquietudine. A volte, addirittura, c’è chi vi vede una minaccia. In realtà, dai tempi dell’adozione del trattato di Maastricht nel 1992, l’Europa marcia a passi estremamente faticosi. Vittima delle lentezze della burocrazia di Bruxelles, dell’assenza di unità di vedute dei paesi membri e della vaghezza accuratamente mantenuta sulle sue finalità, preoccupata esclusivamente delle questioni di concorrenza commerciale e di ortodossia finanziaria, essa si è, per sovrappiù, impegnata in un processo di frettoloso allargamento che la condanna, nel medio termine, all’impotenza e alla paralisi. L’Europa politica, oggi come oggi, appare totalmente bloccata. Il fallimento della conferenza intergovernativa che si è svolta il 12 e il 13 dicembre 2003 a Bruxelles ha offerto un’eclatante dimostrazione dell’ampiezza della crisi. A seguito di quell’insuccesso, dal primo maggio 2004 è il sistema adottato nel vertice di Nizza a regolare il funzionamento dell’Europa a 25. Un’Europa condannata in forza di ciò all’immobilismo, e dunque privata di qualsiasi possibilità di svolgere un ruolo politico sul piano internazionale. Questa situazione, come è noto, è perfettamente conveniente per i nuovi Stati membri dell’Europa centrale e orientale, i quali nell’Unione europea vedono soltanto uno spazio economico e una fonte di sussidi e cercano in primo luogo, attraverso l’adesione all’Europa, di integrarsi nell’economia e nel mondo liberale. Sono paesi che non chiedono assolutamente un’ulteriore integrazione comunitaria, né si preoccupano di costruire una potenza politica europea. La loro unica ambizione è diventare paesi satelliti degli Stati Uniti d’America come un tempo lo erano dell’Unione sovietica. Il progetto di Costituzione europea presentato il 20 giugno 2004 al vertice di Salonicco è anch’esso assai significativo. Certo, essendo in gioco l’Europa, è legittimo pensare che una cattiva Costituzione è meglio che nessuna Costituzione. Ma bisogna capire in cosa consiste esattamente questo testo. Orbene, la prima cosa che bisogna dire a proposito del progetto in questione è che, semplicemente, non è un progetto di Costituzione. La caratteristica tipica di una Costituzione consiste nel creare una comunità politica, nel fondare l’identità collettiva presupposta da tale comunità; e di tutto ciò, nel caso in questione, non vi è traccia. Una Costituzione implica peraltro un potere costituente, cioè esige di essere redatta, approvata e ratificata dal popolo o, in alternativa, da un’assemblea eletta dai cittadini specificamente a tale scopo. Nel caso attuale, sarebbe dunque stato necessario eleggere un’assemblea costituente o, quantomeno, trasformare il Parlamento europeo in Assemblea costituente. Invece di incamminarsi su questa strada, il progetto è stato affidato a un eterogeneo agglomerato di rappresentanti dei governi e degli Stati, dei Parlamenti nazionali, del Parlamento europeo e della Commissione europea, nessuno dei quali ha ricevuto il mandato di dibattere di un progetto di Costituzione. E i cittadini non saranno neppure consultati, dal momento che, stando alle notizie più recenti, la possibilità di pronunciarsi attraverso un referendum su questo testo non sarà neanche consentita. Una costituzione che aliena l’indipendenza dell’Europa Non si tratta quindi di una vera e propria Costituzione, quanto piuttosto di una sorta di trattato di valore costituzionale, adottato come una legge o un regolamento da Stati contraenti, il che è del tutto diverso. L’espressione «trattato costituzionale» è in effetti contraddittoria in termini. Una Costituzione è una legge di tipo particolare che, come tale, si impone immediatamente a tutti e a ciascuno, mentre un trattato è un semplice contratto fra Stati, che si interpreta per mezzo di un metodo che privilegia l’analisi della volontà delle parti. Nel migliore dei casi, la Costituzione sarà adottata dagli Stati in conformità con la procedura abitualmente utilizzata per i trattati e potrà essere rivista solo tramite la regola dell’unanimità, che non è quella della procedura costituente ma quella della procedura diplomatica. Il progetto può anche sottolineare che l’Unione è «ispirata dalla volontà dei cittadini e degli Stati», ma nei fatti l’unica a prevalere sarà la volontà degli Stati. Infine, una Costituzione in genere si limita a fissare un sistema istituzionale e a definire alcuni princìpi generali. Essa deve pertanto essere redatta in maniera tale che tutti i cittadini possano riconoscervisi, quali che siano per altri versi le loro opzioni politiche, che in regime democratico sono necessariamente molteplici e divergenti. L’attuale progetto di Costituzione, invece, lungi dall’accogliere tutte le opzioni politiche, ne esclude di primo acchito un certo numero, proponendosi di far adottare orientamenti esclusivamente liberali – orientamento decisivo, in particolare nella prospettiva di nuove adesioni, giacché l’articolo 1 del progetto dichiara di aprire l’Unione a «tutti gli Stati europei che ne rispettano i valori». All’articolo 3, il testo del progetto fa di un «mercati unico ove la concorrenza è libera e non falsata» l’obiettivo centrale e il valore supremo dell’Unione. D’altro canto, il ruolo essenziale attribuito alla Banca centrale europea è la stabilità dei prezzi; nessuna voce in capitolo è accordata ai cittadini o agli Stati. Lo scopo della libertà assoluta degli scambi viene in tal modo considerato superiore a qualunque altra finalità. Ciò significa non solo che niente potrà d’ora in poi ostacolare i movimenti di capitali, speculativi e di altro genere, ma anche che qualsiasi politica pubblica in materia sociale o fiscale, di controllo dell’immigrazione o di difesa dell’ambiente, potrà essere respinta con l’accusa di "falsare" la libera concorrenza. Stabilire che nessuna politica è ormai possibile se minaccia tale concorrenza, significa dire che quest’ultima costituisce un fine in sé e non uno strumento al servizio dell’impiego, della crescita, dell’equilibrio ecologico o della giustizia sociale. Il progetto, in altri termini, finisce coll’incidere nel marmo, rendendola l’unica conforme alla Costituzione, una politica strettamente liberale oggigiorno sempre più contestata al cospetto dei risultati che ha prodotto. Una volta "costituzionalizzati", orientamenti di questo genere si imporranno sia alle istituzioni, sia agli Stati. Come ha scritto Dominique Rousseau, professore all’Università di Montpellier, il progetto «attribuisce esclusivamente al principio liberale la qualità di principio di diritto basilare sul quale fondare la legittimità delle politiche pubbliche e impone ai cittadini europei e ai loro rappresentanti di iscrivere le proprie leggi nel contesto della logica dell’economia di mercato». Va aggiunto che l’articolo 40 dispone che, «per porre in essere una cooperazione più stretta in materia di reciproca difesa, gli Stati membri opereranno in stretta cooperazione con la Nato», e stabilisce che ogni politica di sicurezza e difesa comune dovrà essere «compatibile» con la politica decisa nel quadro della Nato. Questa disposizione limita dunque preventivamente l’autonomia della politica estera dell’Europa e ne aliena inequivocabilmente l’indipendenza. Dichiarare compatibile l’appartenenza alla Nato e la realizzazione di una «politica comune di sicurezza e di difesa» non può essere infatti null’altro che una petizione di principio. Vi sono anche altri argomenti tabù che il progetto di Costituzione si guarda bene dall’affrontare: il problema della lingua dell’Europa, il problema della sua capitale, il problema delle sue frontiere ultime, il problema delle modalità di applicazione del diritto comunitario, il problema delle modalità di finanziamento del bilancio dell’Unione europea, e via enumerando. Dinanzi a questa situazione, in cui la logica degli interessi particolari soppianta la dinamica della comunità di appartenenza, esiste un’unica soluzione: fare in modo che chi pensa all’Europa esclusivamente in termini di mercato non impedisca agli altri di andare avanti. L’unica alternativa è dunque la formazione di un "nucleo duro" che associ i paesi decisi a proseguire verso la costruzione di una vera potenza politica. Questa idea è stata esplorata tre anni orsono, con i toni di una premonizione, da Henri de Grossouvre nel suo libro intitolato Paris-Berlin-Moscou1. Significativamente, i segni precorritori di questo asse Parigi-Berlino-Mosca sono comparsi alla vigilia della guerra americana in Iraq, quando la Francia, la Germania e la Russia, in una dichiarazione congiunta resa pubblica il 5 marzo 2003, hanno nettamente manifestato il loro rifiuto di associarsi a quell’aggressione militare decisa unilateralmente dagli Stati Uniti2. La coppia franco-tedesca: il nocciolo duro dell’Europa Questo "nocciolo duro", beninteso, non può basarsi che sulla coppia franco-tedesca, il cui ruolo motore in seno all’Unione europea non si è mai smentito, per ragioni storiche che proprio Henri de Grossouvre ha saputo ottimamente ricordare quando ha scritto che, «sin dal Medioevo, la qualità delle relazioni francotedesche decide in merito alla pace o alla guerra sul continente». «La Francia», egli prosegue, «è al centro dell’Europa dell’Ovest […] È l’unico paese europeo che faccia parte nel contempo dell’Europa del Nord e dell’Europa mediterranea, pur avendo una facciata atlantica. La Germania è il perno dinamico dell’Europa, la via di passaggio obbligata fra il Nord, l’Est e l’Ovest. La Francia ha nel contempo una vocazione mediterranea e una vocazione renana. I francesi e i tedeschi hanno una parte della loro storia in comune, l’impero dei Franchi. Gli eredi dell’impero carolingio sono sempre stati economicamente e culturalmente più avanti del resto dell’Europa. Insieme, francesi e tedeschi sono il passaggio obbligato, economico e politico, dell’Unione europea»3. È altrettanto vero che la Francia e la Germania hanno per molto tempo adottato nei confronti degli Stati Uniti d’America atteggiamenti diversi. Per ragioni storiche ben note, a partire dal 1946 la Germania si è fondamentalmente ricostruita in forma di non-potenza. All’epoca della guerra fredda, la Repubblica federale si sentiva dipendente dagli Stati Uniti, che la consideravano a loro volta come l’alleato più sicuro al centro dell’Europa. Per citare una frase celebre, la Germania era a quel tempo un gigante economico e un nano politico, il che la portava a svolgere sulla scena internazionale un ruolo di mera figurante. È proprio questa l’equazione che tende oggi a scomparire. Vari segni mostrano che la Germania intende ormai fare uso della ritrovata unità per svolgere un ruolo politico maggiormente in rapporto con la sua reale importanza4. Come sempre oltre Reno, l’evoluzione è lenta, ma sembra innegabile che una nuova rotta sia stata presa. Il rifiuto privo di equivoci opposto dalla Germania alla richiesta di sostegno formulata dagli americani nella vicenda irachena lo testimonia. In Francia, questo evento di grande importanza non è stato certamente valutato nella giusta misura. Eppure, come ha fatto notare Stephan Martens, «mai, dalla creazione della Repubblica federale tedesca, le relazioni tedesco-americane erano state scosse da una crisi tanto profonda»5. Del resto, già il 25 novembre 1999, in occasione dei suoi passaggi per la Francia, Gerhard Schröder aveva fatto sua la formula «Europa potenza». Il 5 agosto 2002, ad Hannover, ha dichiarato di sostenere una «via tedesca» (deutscher Weg) distinta dalla politica americana, il che gli avrebbe permesso di farsi rieleggere qualche settimana dopo. Ancor più di recente, nel febbraio 2003, il settimanale «Der Spiegel» ha potuto intitolare la sua copertina «Rivolta contro l’America. Davide Schröder contro Golia Bush»6. Anche l’opinione pubblica tedesca si è evoluta. Secondo un sondaggio pubblicato alcuni mesi fa, il 76% dei tedeschi (contro il 58% del 1993) ritiene ormai che gli americani, quando intervengono all’estero, perseguano esclusivamente i propri interessi, e soltanto il 31% reputa che gli Stati Uniti siano oggi i garanti della pace e della sicurezza nel mondo (era il 62% nel 1993). Si tratta quindi di un’evoluzione notevole. La Germania abbandona progressivamente la posizione di migliore allieva della classe atlantica e si impegna, insieme alla Francia, in un’impresa che vuol essere il nucleo di una vera difesa europea; il che consente a Henri de Grossouvre di scrivere che «la fine del tabù transatlantico è l’avvenimento di maggiore rilievo della politica estera tedesca dopo la fine della Seconda guerra mondiale»7. Non è dunque un caso che il fallimento del vertice di Bruxelles abbia immediatamente rilanciato l’idea di un’iniziativa franco-tedesca per superare la crisi, un’iniziativa che si tradurrebbe nella formazione, in seno all’Unione europea, di un "nocciolo duro" le cui forme sono ancora da determinare. C’è chi parla addirittura della creazione di una vera e propria confederazione franco-tedesca che, se dovesse vedere la luce, incontrerebbe sicuramente con facilità l’adesione dei paesi del Benelux. Si realizzerebbe così un progetto che il generale de Gaulle aveva evocato già molto tempo addietro: rivedere il trattato di Verdun che suddivise nell’842 l’impero di Carlomagno con lo scopo di riunificare i Franchi dell’Ovest e i Franchi dell’Est. Appare nel contempo cruciale stabilire un partenariato strategico con la Russia, che consente di associare quel paese all’Unione europea per tutto ciò che concerne la politica estera e di rafforzare assieme ad esso la cooperazione, in particolare in materia aeronautica ed energetica. Ovviamente, spetterebbe alla coppia franco-tedesca assumere l’iniziativa di questo partenariato e di questo spazio di cooperazione, al quale potrebbero altresì associarsi paesi quali l’Ucraina e la Bielorussia. La Russia sarebbe in effetti tanto più portata ad associarsi a questo progetto quanto più un certo numero di paesi europei manifestassero senza ambiguità la volontà di procedere sulla base di una politica distinta da quella di Washington. La Francia, la Germania e la Russia non hanno solamente numerosi interessi politici, economici, strategici e culturali comuni. Sono altresì paesi notevolmente complementari. Per dimostrarlo, in questa sede prenderemo in considerazione solo due esempi, uno riguardante i problemi di difesa e l’altro la questione delle risorse energetiche. Si sa che gli Stati Uniti destinano annualmente il 3,4% del Pnl alle spese militari, contro il 2,6% soltanto della Francia. Il vantaggio degli americani in questo ambito appare, di conseguenza, logico. Tuttavia, la Francia, la Germania e la Russia dedicano, in tre, ogni anno più denaro alla difesa di quanto non ne spendano gli Usa. Mettere in comune alcuni di questi investimenti potrebbe permettere all’Europa di colmare perlomeno una parte del ritardo accumulato. La più grande Europa da Brest a Vladivostock Ma soprattutto la Russia dispone di materie prime che né i francesi né i tedeschi possiedono. Il peso degli idrocarburi, e delle materie prime in generale, è notevole nell’economia russa, dal momento che nel 2003 ha rappresentato qualcosa come il 35% del bilancio nazionale e il 13% del prodotto interno lordo. La Russia è del resto diventata dal 2000 il terzo produttore e il secondo esportatore mondiale di petrolio, ma anche il primo produttore e il primo esportatore mondiale di gas naturale. Il che equivale a dire che le sue industrie petrolifere e del gas non solo sono attori economici di primo piano, ma possono anche svolgere un ruolo eminentemente politico, offrendo all’Europa occidentale una fonte di approvvigionamento di energia alternativa ad un Medio Oriente passato in parte sotto il controllo americano. Inoltre, la chiusura da parte della Germania della maggior parte delle sue centrali nucleari renderà il paese più dipendente, per quanto riguarda la produzione di elettricità, dal gas naturale, che proviene principalmente dalla Russia. La Germania è peraltro già adesso il primo investitore e il principale partner commerciale della Russia. Molto importante, a questo proposito, è la costruzione della rete ferroviaria denominata "Vento dell’Est", che deve collegare la Cina all’Europa occidentale passando attraverso la Russia, la Bielorussia e la Germania, così come l’entrata in servizio, verificatasi nell’aprile del 2003 in Polonia, di un corridoio ferroviario che collega con una rapidità doppia di quella della via marittima l’Estremo Oriente e l’Europa occidentale. Vi sono, beninteso, anche motivi di incertezza. Essi pesano principalmente sulla Russia, il cui ristabilimento politico-economico è un elemento vitale delle poste attualmente in gioco, ma il cui futuro è oggi più che mai imprevedibile. Il recente arresto dell’"oligarca" Mikhail Khodorkovski, l’uomo più ricco di Russia e uno dei principali simboli di tutte le malversazioni degli anni Novanta, che aveva assunto posizioni nettamente filoamericane sulla guerra in Iraq, testimonia comunque la volontà di Vladimir Putin di restaurare lo Stato e perseguire un certo numero di mafiosi che si pensava fossero intoccabili. Vi sono inoltre i dati demografici, che sono particolarmente inquietanti per la Germania e per la Russia ma anche per un’ampia maggioranza dei paesi dell’Unione europea, dato che si prevede che nel 2050 la media di età in Europa sarà di cinquantasette anni, contro i trentasette degli Stati Uniti. Infine, bisogna ovviamente tenere conto delle incertezze elettorali, che in ogni paese possono comportare modifiche dell’orientamento politico. Al di là di questi dati congiunturali, esistono comunque alcune tendenze di fondo e realtà permanenti. La principale di esse viene richiamata da Henri de Grossouvre quando scrive che «l’esatto pendant geografico degli Stati Uniti nell’emisfero nord è la più grande Europa, da Brest a Vladivostock, affiancata ad ognuna delle estremità dagli arcipelaghi britannico e giapponese», e che «questo gigantesco continente euroasiatico raccoglie l’essenziale della popolazione e delle ricchezze mondiali»8. L’idea di un asse Parigi-Berlino-Mosca sta in ogni caso facendosi strada nelle menti. Il dato più interessante è che trascende tutti gli spartiacque abituali e trova difensori negli ambienti più diversi. Jacques Julliard, ad esempio, ritiene che sia giunto il momento di rafforzare la coppia franco-tedesca, e perfino, scrive di, giungere alla «fusione organica delle due nazioni nei campi diplomatico e militare, [perché] non vi è un altro modo di salvare l’idea europea minacciata dal neoimperialismo americano»9. Dice ancora: «Attualmente vi sono solo due paesi che, malgrado le difficoltà congiunturali, riflettono sull’idea di un’Europa-potenza: la Francia e la Germania. Vi si può aggiungere il Belgio. Io propongo che si rifaccia ciò che Schuman aveva fatto nel 1951 con il carbone e l’acciaio: mettere in comune il nostro esercito, la nostra diplomazia e la nostra politica economica. Tutti i paesi che vorranno associarsi a questa iniziativa saranno i benvenuti […] Sono persuaso che alcuni paesi ci raggiungeranno. L’Italia, ad esempio, il giorno in cui si sarà sbarazzata di Silvio Berlusconi»10. E aggiunge: «Bisognerebbe e basterebbe che la Francia e la Germania mettessero in comune le loro risorse in materia di diplomazia e di difesa per modificare radicalmente la situazione di fatto europea ed anche mondiale»11. Questa è l’opinione anche del deputato europeo Jean-Louis Bourlanges, il quale reputa che «ciò che avrebbe senso, sarebbe stringere all’interno dell’Unione, e nei campi nei quali la competenza dell’Unione è incerta o non è esclusiva – la difesa, la politica estera o la politica di bilancio – un patto federale fra alcuni Stati decisi a mettere in comune i loro mezzi istituzionali, amministrativi, di bilancio e militari, con lo scopo di condurre una politica comune»12. «Oggi più che mai, Parigi e Mosca devono avvicinarsi», scrive dal suo canto il geopolitico Aymeric Chauprade13, mentre il socialista Alain Joxe dichiara: «Mi sembra che la scelta della Germania, della Francia e del Belgio di mettersi assieme per ipotizzare un nucleo di forza di difesa comune […] sia un passo importante»14. Daniel Cohn-Bendit, infine, afferma: «Io sono persuaso che l’idea di una federazione limitata ad alcuni paesi e organizzata a partire da un nucleo federale franco-tedesco stia facendosi strada. Prima del 2009 vedremo nascere all’interno dell’Unione una federazione europea, che accelererà la convergenza fiscale, sociale ed economica. Un simile nucleo non può non essere attraente per altri Stati membri»15. E si potrebbero citare molti altri esempi. In questo contesto, nell’ottobre 2003 l’Institut royal des relations internationales di Bruxelles ha pubblicato un documento intitolato «Un concetto di sicurezza europea per il XXI secolo», che non manca di interesse giacché ha il merito di prendere in considerazione la sicurezza europea a partire dall’Europa stessa e di concludere che l’Europa può esistere solo a condizione di essere una potenza. Vi si legge in particolare: «Indipendentemente dal peso economico, politico, demografico e militare, non esiste alcuna potenza senza volontà […] La potenza necessita la volontà di imprimere il proprio segno sul corso degli eventi. L’Unione europea sarà potente solo se i suoi Stati membri metteranno in comune, consapevolmente e collettivamente, la loro volontà di costituire uno dei poli di un mondo multipolare e agiranno in conseguenza». Il medesimo documento sottolinea che soltanto «l’autonomia decisionale permette di prendere coscienza della propria identità e della propria sovranità ed offre la responsabilità della decisione, senza inibizioni causate dall’abitudine di essere dipendenti, sottomessi o riconoscenti». Che l’asse Parigi-Berlino-Mosca non sia una semplice proiezione mentale è dimostrato altresì dalla lettura della stampa americana, la quale mostra che una prospettiva di questo genere viene presa molto sul serio ed è percepita come un effettivo pericolo. Scrive ad esempio il neoconservatore John C. Hulsman sulla rivista della Heritage Foundation: «Combinando tutti i fattori, la Francia, la Germania e la Russia hanno potenzialmente tutti gli attributi di una grande potenza capace di fare da contrappeso agli Stati Uniti a livello globale: la Francia fornirebbe gli orientamenti politici e ideologici, la Germania la potenza economica e la Russia le capacità militari». E la sua conclusione è che, per fronteggiare questa minaccia, gli Stati Uniti devono ribattere colpo su colpo, cercando con tutti i mezzi di «frammentare questo nucleo antiamericano»16. Divergenze che si accrescono Nel corso degli ultimi anni, le tensioni tra l’Europa e gli Stati Uniti non hanno mai smesso di aggravarsi. Esse non riguardano solamente il commercio, la carne, l’aeronautica, il progetto Galileo (il sistema di posizionamento e di navigazione satellitare in diretta concorrenza con il sistema americano Gps), ma si estendono a tutti gli ambiti ed assumono forme nuove. Gli uomini politici, per ragioni diplomatiche evidenti, cercano spesso di mascherarle, come ha fatto Jacques Chirac quando ha affermato, in un’intervista al «Financial Times», che «l’Europa e gli Stati Uniti condividono gli stessi valori»17. Ma è vero il contrario. Come ha notato Sylvie Kauffmann, «l’evoluzione delle società americana ed europea nel corso degli ultimi decenni rivela in realtà un fossato crescente di natura morale, culturale o politica, su argomenti importanti quali la pace, la solidarietà sociale, la giustizia, l’immigrazione o la religione»18. Non vi è dubbio che la globalizzazione esaspererà questa divergenza di vedute e di interessi tra l’Europa e gli Stati Uniti, non fosse altro perché, dal punto di vista geopolitico, l’Europa rimane più che mai una potenza continentale e gli Usa una potenza marittima. Ricorda ancora Henri de Grossouvre: «Gli Stati Uniti sono un popolo del mare, l’Europa continentale è segnata dal suo rapporto con la terra. Gli Stati Uniti, approfittando delle guerre civili europee del XX secolo, hanno progressivamente ripreso il testimone della potenza marittima per eccellenza, l’Inghilterra. La preponderanza del commercio e la subordinazione delle altre attività umane alle relazioni mercantili li caratterizzano»19. Vi è dunque tra gli uni e gli altri una differenza fondamentale di concezioni del mondo e di valori. Quel che è interessante è che questa differenza viene oggi messa in rilievo dagli americani per giustificare la propria politica. In un libro pubblicato lo scorso anno e che ha fatto un gran rumore, il neoconservatore Robert Kagan afferma ad esempio che il fossato che si è scavato tra le due rive dell’Atlantico è ormai troppo profondo perché si possa sperare di vederlo colmarsi in un futuro prevedibile20. Questa opinione è condivisa da molti altri commentatori21. Nel frattempo, la posizione americana nei confronti dell’Europa si è nettamente chiarita. Nel giugno 2003 il settimanale americano «The New Republic» titolava in prima pagina: «L’Europa superpotenza. Perché l’America deve temere la costruzione europea». Il caporedattore della pubblicazione, Andrew Sullivan, scriveva: «La prima potenza che beneficerà della riuscita della costruzione europea sarà la Francia. E le intenzioni della Francia sono essenzialmente ostili agli Stati Uniti, culturalmente, economicamente e diplomaticamente. È l’attuale sfida della politica estera americana: come impedire alla nuova Costituzione europea di diventare realtà». Tre mesi dopo, in settembre, il settimanale di William Kristol, «The Weekly Standard», pubblicava a sua volta un articolo intitolato «Contro l’Europa unita». In altri contesti, gli europei vengono presentati talora come dei sibariti e dei vigliacchi, talvolta come dei traditori o dei minorati mentali. Nel «Washington Times», William R. Hawkins si è spinto addirittura a spiegare che il nemico numero uno degli Usa non è Osama Bin Laden, bensì gli europei: «Il maggiore pericolo per l’indipendenza, la sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti non verrà forse, all’alba del XXI secolo, dai nostri nemici dichiarati, dotati di armi di distruzione di massa, ma dai nostri sedicenti amici che sognano di controllare la nostra economia e di incatenare il gigante americano»22. Anche Pierre Hassner lo riconosce: oggigiorno, «il governo americano gioca apertamente la carta della divisione dell’Europa»23. «Per la prima volta dall’inizio della guerra fredda», aggiunge Timothy Garton Ash, «vi sono persone molto influenti a Washington disposte ad affermare che è interesse degli Stati Uniti avere un’Europa debole e divisa»24. L’euro può spezzare il monopolio del dollaro Questa ostilità verso l’Europa è affiancata da un’ostilità nei confronti dell’euro, che ovviamente non ha alcunché di sorprendente. Nel dopoguerra, gli americani potevano trarre profitto dalla guerra fredda, che li collocava in una posizione di forza nei riguardi degli alleati, e dall’onnipotenza del dollaro, utilizzato come moneta di riserva dalle banche centrali di tutti i paesi del mondo. La guerra fredda è terminata e l’avvento dell’euro minaccia il monopolio americano sugli scambi monetari mondiali. In un paese che continua a consumare più di quanto produce, il cui livello di indebitamento rappresenta il 31% del prodotto interno lordo mondiale e il 40% del reddito individuale americano, la cui bilancia dei pagamenti continua a deteriorarsi, i cui deficit correnti hanno raggiunto livelli storici e il cui tasso nazionale di risparmio è caduto nel 2002 al livello più basso di tutti i tempi, il mantenimento del monopolio del dollaro è una necessità vitale. Certo, ci vorrà ancora del tempo prima che l’euro possa diventare una moneta di riserva davvero concorrente del dollaro, mettendo l’Europa in una situazione di parità con gli Usa in questo ambito. Perché ciò avvenisse, occorrerebbe che l’euro venisse visto come un attivo utilizzabile in tutti i paesi, e che gli Stati desiderassero crearsene delle riserve. Bisognerebbe inoltre che esso potesse garantire in modo permanente una liquidità planetaria e svolgere il classico ruolo del "prestatore in ultima istanza". Non siamo ancora a questo punto. Nondimeno, l’euro può già sin d’ora servire da moneta di ricambio in un certo numero di mercati. Una tappa essenziale sarebbe inoltre raggiunta se l’Unione europea riuscisse a convincere i paesi esportatori di petrolio, a partire proprio dalla Russia, ad accettare gli euro invece dei dollari. In tal caso, il monopolio americano verrebbe ad essere seriamente intaccato, rischio di cui a Washington si è ben consapevoli. Di fronte alla prospettiva di un asse Parigi-Berlino-Mosca, gli Stati Uniti non possono dunque che cercare di reagire, e di reagire con la violenza alla quale ormai ci hanno abituati. La decisione americana di escludere la Francia, la Germania e la Russia dai contratti per la ricostruzione dell’Iraq, annunciata ai primi di dicembre del 2003, è da questo punto di vista già assai significativa. È tuttavia probabile che gli Usa adotteranno, nei confronti delle tre componenti di questo asse virtuale, una strategia differenziata. Condoleeza Rice, consigliere alla sicurezza nazionale, ne ha già dato un’idea enunciando la parola d’ordine «Punire i francesi, ignorare i tedeschi e perdonare i russi»25. Il che vuol dire, in parole povere, che la Russia è in grado di emendarsi, che la Francia è irrecuperabile e che, per quanto concerne la Germania, basta aspettare. Nell’immediato, la politica americana nei confronti della Russia – così come, del resto, nei confronti della Cina – consisterà dunque principalmente in un tentativo di accerchiamento, come testimonia la dislocazione di truppe americane nelle repubbliche musulmane e nella regione del mar Caspio in virtù della guerra contro l’Afghanistan. Per quanto riguarda la Germania, gli americani faranno prima d’ogni altra cosa tutto ciò che è nelle loro possibilità per cercare di far saltare la coppia franco-tedesca. Il 3 novembre dello scorso anno abbiamo già visto il neoconservatore Richard Perle, che partecipava a un forum organizzato sul tema «Bundeswehr e società», prendersela duramente con il ministro tedesco della Difesa, Peter Struck, rimproverandogli l’«approfondimento dei legami franco-tedeschi» e stigmatizzando «la forte tendenza della Francia e della Germania ad esprimere la loro solidarietà alla minima occasione»: un’uscita che ha provocato la pubblica protesta dell’ex capo di stato maggiore francese, l’ammiraglio Jacques Lanxade. Nel contempo Michael Ledeen, uno dei "falchi" repubblicani più vicini alla Casa Bianca, dichiarava apertamente che la Francia e la Germania dovevano ormai essere considerate dei «nemici strategici» degli Stati Uniti. Si può inoltre ritenere che gli Stati Uniti faranno tutto ciò che potranno per ottenere la cacciata dal governo dei socialdemocratici, i quali, a causa del loro sbandierato antifascismo, hanno potuto esprimere a volte, senza provocare sospetti, taluni sentimenti "nazionali", e per favorire il ritorno al potere dei cristianodemocratici, tradizionalmente ritenuti più atlantisti. Tuttavia, anche se questa eventualità si realizzasse, non è sicuro che Washington possa raggiungere gli scopi che si prefigge. Anche all’interno della Cdu-Csu, una corrente non è infatti assolutamente favorevole ad un ritorno puro e semplice all’allineamento alle posizioni degli Usa. Henri de Grossouvre, il quale ha spesso ricordato che nel 2002 era già allo studio fra le autorità francesi e il candidato Edmund Stoiber un avvicinamento franco-tedesco che potrebbe arrivare alla creazione di una confederazione, considera addirittura «pressoché nulli» i rischi, in una simile circostanza, di una evoluzione significativa della politica estera tedesca. «La Francia è diventata una nostra nemica» Resta il caso della Francia, che gli americani, come abbiamo visto, giudicano a quanto pare irrecuperabile. Se ne può vedere la prova nell’ondata di francofobia di una straordinaria virulenza e di un’ampiezza senza precedenti provocata dal rifiuto del governo francese di associarsi all’aggressione contro l’Iraq. Per mesi, i francesi sono stati trattati dalla stampa alla stregua di «scimmie capitolarde e mangiatrici di formaggio» (cheese eating surrender monkeys), mentre si vedavano comparire degli autoadesivi che proclamavano: «Prima l’Iraq, poi la Francia!». Sarebbe un errore credere che questa francofobia sia limitata a strati marginali della popolazione. Al contrario: essa è stata ripresa, con una stupefacente virulenza, persino dai giornali più seri. Limitiamoci a citarne qualche esempio, di cui si apprezzerà lo stile. Sul «Weekly Standard», considerato uno dei maggiori giornali americani, Larry Miller ha scritto: «È da un pezzo che ne ho abbastanza dei francesi; la prossima volta che i tedeschi invaderanno il vostro piccolo paese di merda e avrete bisogno di qualcuno per salvare i vostri culi da collaborazionisti, ve la sbrigherete da soli!»26. Sul «New York Post», Ralph Peters ha aggiunto che la Francia, diretta da un «pigmeo morale privo di qualsiasi scrupolo» e la cui unica ambizione è «difendere il diritto dei dittatori a morire di vecchiaia sulla Riviera», è «uno dei nemici più ripugnanti dell’America», traendone la conclusione che «la Francia deve soffrire, finanziariamente e strategicamente. I francesi ci hanno colpiti alle spalle. In risposta, dovremmo scorticarli vivi»27. Il 28 agosto 2003 Thomas Friedman, senza dubbio il cronista di politica estera più influente della stampa statunitense (ha vinto il premio Pulitzer nel 2002) ha scritto sul «New York Times» che tra gli Stati Uniti e la Francia c’era ormai «la guerra», affermando: «È l’ora che gli americani se ne rendano conto, la Francia non è soltanto il nostro alleato scomodo. La Francia è diventata un nostro nemico»28. «La Francia dovrà pagare», ha dichiarato a sua volta Paul Wolfowitz, esprimendo un’opinione che, come ha mostrato un sondaggio effettuato dall’Istituto Harris, è oggi condivisa dal 43% degli americani. Malgrado le affermazioni tese a svelenire la situazione fatte qua e là, non è dunque esagerato dire che attualmente, negli Stati Uniti, «Parigi serve a seconda dei casi da spalla, da capro espiatorio, da vittima sacrificale, da testa di turco e da pecora nera»29. E che prendersela con la Francia è evidentemente un modo per creare un esempio e dissuadere coloro che fossero tentati di imitarla: la sua punizione dovrà avere valore di avvertimento. Gli Stati Uniti, che hanno sempre tentato di strumentalizzare le rivalità regionali, vogliono di fatto comportarsi con l’Unione europea come si sono comportati in altri tempi con l’impero austroungarico. L’obiettivo, come sempre, è dividere per regnare. Con Samuel Huntington, avevano già tentato di opporre il mondo slavo e ortodosso ai paesi dell’Europa occidentale, politica della quale lo schiacciamento della Serbia è stata in una certa misura un’applicazione pratica. Con Donald Rumsfeld vogliono giocare la carta della "nuova Europa" – detta chiaramente, quella composta dai paesi dell’Europa centrale che, all’interno stesso dell’Unione europea, sono pronti ad accettare il dominio di Washington – per mettere in difficoltà la "vecchia Europa", considerata meno docile. È un calcolo che porta ad appoggiarsi a quella che Tony Judt ha chiamato «una stampella di caucciù»30, per il semplice motivo che quei paesi sono nella maggior parte paesi deboli, che dipendono ampiamente dall’Europa dal punto di vista economico e dalla Russia per gli approvvigionamenti energetici, e che appartengono inoltre alla periferia del continente, che non può fare a meno del centro, mentre il centro può, al limite, fare benissimo a meno della periferia. Gli americani, infine, continueranno ad installare basi militari in tutte le regioni strategici nelle quali passano gli oleodotti e i gasdotti, dall’Asia centrale ai Balcani. Continueranno a cercare di fare della Nato ciò che è sempre stata, anche all’epoca della guerra fredda: uno strumento per impedire all’Europa di costituirsi in forza autonoma31. E, beninteso, continueranno a pesare sulle opinioni pubbliche europee per il tramite delle reti di influenza di cui dispongono: uomini politici che sono loro acquisiti, media al loro servizio, grandi fondazioni di cui assicurano il finanziamento, associazioni specializzate nella formattazione delle menti e via dicendo32. La crisi del legame transatlantico In materia di relazioni internazionali, come in molti altri campi, in questi ultimi anni si è verificata una svolta radicale. Dal 1993-94, le vecchie regole del gioco internazionale sono state abbandonate e siamo entrati in un’era che si potrebbe definire "postatlantica". Stiamo infatti assistendo alla dissoluzione di fatto di tutto un sistema di cui l’Alleanza atlantica era il cuore, dissoluzione di cui gli Stati Uniti si sono assunti in prima persona la responsabilità esigendo che gli alleati si comportassero da vassalli. Questa crisi del legame transatlantico è in sé indissociabile dall’avvento di un mondo nuovo. In questo nuovo mondo, le linee di scontro non sono tanto internazionali quanto piuttosto transnazionali. La geografia delle poste in gioco non è più fondamentalmente definita dalle frontiere nazionali, cosicché la divisione della politica di sicurezza tra interno ed esterno tende a scomparire. Gli scontri decisivi non si producono tra le civiltà (che non sono realtà di potenza, bensì crogioli di idee-forza), ma al loro interno e nel contempo su scala globale. Ovunque si assiste all’ascesa di forme di potere trans-statali o non statali, all’interno di uno spazio che non è più arborescente, cioè composto da organizzazioni tradizionali, ma rizomatico, cioè fatto di reti decentrate33. Alla guerra fredda ha fatto seguito la pace calda; al mondo bipolare, una globalizzazione in cui gli Stati Uniti rappresentano la forza principale ma la cui logica profonda è di essenza tecnoeconomica e finanziaria, poiché si caratterizza prima di tutto per il dominio planetario della Forma-Capitale. Gli americani hanno sempre pensato che i loro valori e il loro modo di vita fossero superiori agli altrui e possedessero una validità universale. Sin dalle origini, hanno sempre ritenuto di avere la missione di diffondere quei valori e imporre quel modo di vita sull’intera superficie della terra. Da sempre, essi credono nella divisione morale binaria del mondo. Da sempre, ritengono di incarmare il Bene ed immaginano, per riprendere i termini utilizzati dal presidente Wilson, che l’«infinito privilegio» che è stato loro riservato sia quello di «salvare il mondo»34. La spinta verso l’unilateralismo e l’egemonismo viene dunque da lontano. Come ha detto Hubert Védrine, «non è stato George Bush ad inventare la lotta del bene contro il male. È vecchia come l’America»35. Ma in epoca recente questa tendenza si è accelerata, con il risultato che «i miti fondatori della nazione americana sono diventati politiche americane operative»36. La squadra che è arrivata al potere con George W. Bush associa infatti due correnti diverse. La prima è quella dei fondamentalisti protestanti, iperreazionari e populisti, appartenenti a una tendenza "jacksoniana" il cui capofila era un tempo Billy Graham e che oggi è rappresentata da uomini come Pat Robertson, Franklin Graham, Paul Weyrich o Ralph Reed. Sono stati loro a consentire a George W. Bush di farsi eleggere. La seconda corrente è quella dei "neoconservatori", spesso già uomini di sinistra, molto legati all’estrema destra israeliana (che ha fornito loro la propria griglia di lettura della situazione in Medio Oriente), che si ritrovano oggi alla destra del partito repubblicano. I primi, rappresentati alla Casa Bianca dal segretario alla Giustizia John Ashcroft, dal consigliere privato del presidente Karl Rove e dal segretario agli Interni Gale Norton, sono dei moderni puritani, i quali pensano che gli Stati Uniti siano un popolo eletto dalla Provvidenza, che ha un "destino manifesto" e una vocazione missionaria37. I secondi (Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Richard Perle, Douglas Feith, Elliott Abrams, ecc.) hanno sviluppato le idee di unilateralismo, guerra preventiva, polizia mondiale, oggi trionfanti. Gli uni convergono con gli altri attorno all’idea che tutto il mondo deve essere modellato sull’immagine dell’America, attorno alla medesima ostilità verso ogni paese che osi esprimere il proprio disaccordo, cioè attorno al medesimo avventurismo aggressivo e illuminato. In questo modo, gli americani hanno acquisito una lettura nel contempo "hollywoodiana" e messianica della vita internazionale. La visione del mondo alla quale aderiscono è una visione non interattiva del rapporto con l’altro, nella quale qualunque potenza indipendente viene considerata alla stregua di un potenziale nemico. Ciò significa che il pensiero americano non ha più nessun altro referente all’infuori di se stesso, che gli americani vedono il resto del mondo esclusivamente attraverso se stessi. Il risultato è un nuovo regime di guerra, e simultaneamente un nuovo modo di intendere le cose in cui la politica estera è fatta dalle armi. Poiché ogni idea di potenza è ridotta alla dimensione militare, il concetto di rivale diventa immediatamente sinonimo di nemico. In queste condizioni si capisce come mai l’intera dottrina strategica americana tenda ormai ad impedire al resto del mondo di raggiungere la parità militare e tecnologica con gli Stati Uniti. E che chiunque osi esprimere critiche sul conto della politica estera di Washington sia immediatamente presentato come uno psicopatico, un complice dell’«asse del male»38. Regolare l’estensione del mercato con le armi Nell’era "postatlantica", gli Usa non nascondono quindi più l’intenzione di affermare la loro egemonia. «Ritengono di essere in diritto di decidere da soli, senza limitazioni esterne di alcun genere, ciò che deve essere fatto per la loro sicurezza, compreso, preventivamente, cercare la superiorità militare sull’insieme degli altri e perfino impedire a qualunque rivale di emergere»39. Justin Vaÿsse scrive: «Washington decide e gli alleati europei devono adattarsi a queste decisioni, conformarvisi senza avere davvero voce in capitolo, senza neanche, talvolta, essere stati consultati o informati in maniera adeguata. Si esige un sostegno quasi automatico, e la punizione dei dissidenti ha preso il posto dell’abitudine consistente nel minimizzare i disaccordi e nell’evitare che esplodessero in ambito pubblico». In effetti, prosegue,«nel sistema postatlantico promosso dall’amministrazione Bush, l’importanza di un paese non è in funzione delle risorse che ha, della sua potenza o del contributo che offre ai compiti comuni, ma della sua distanza rispetto al centro – così come a Versailles i nobili "addomesticati" dovevano abituarsi a un nuovo sistema di potere, ormai in funzione del posto occupato da ciascuno nei cerchi concentrici attorno alla persona del re, e non della propria potenza. A sua volta, la collocazione nei cerchi concentrici attorno al re – o a Washington – dipende dall’acquiescenza alle volontà del centro, diventato l’istanza legittima di classificazione – dei cortigiani o dei paesi»40. Thierry de Montbrial osserva a sua volta: «Gli americani respingono categoricamente la nozione di mondo multipolare, le cui due componenti sono, ai loro occhi, inaccettabili. Da un lato, chi dice mondo multipolare sottintende un equilibrio delle potenze e quindi, per l’appunto, la necessità di un contrappeso agli Stati Uniti […] D’altro canto, non si accetta che un qualsivoglia equilibrio possa essere garantito |