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«LE ‘RIVOLUZIONI COLORATE’ MIRANO ALLA DISTRUZIONE DELLA RUSSIA»
Intervista con Aleksandr Dugin - di Daniele Scalea
MILANO, 15 maggio
2005 - Di fronte al Professor Aleksandr Dugin, si capisce
immediatamente d'essere al cospetto di un russo. E non tanto per un
lieve accento slavo che caratterizza il suo ottimo italiano - Dugin
è un poliglotta, che padroneggia dieci lingue, tra cui la nostra -
quanto per l'inconfondibile aspetto: la lunga barba tizianesca che
gli scende in petto ne dà un'immagine atipica per noi "occidentali",
e il suo esprimersi pacato e la sua affabilità sono peculiari del
carattere russo. Non ostante abbia appena 43 anni, il moscovita
Dugin s'è già guadagnato nella sua esistenza fama come giornalista,
come filosofo, come conduttore radiofonico, come analista
internazionale e come teorico geopolitico; e in tutta questa fervida
vita intellettuale, è riuscito a ritagliare lo spazio necessario per
essere anche marito e padre di famiglia (alla faccia della crisi
demografica russa...). Oggi Dugin dirige personalmente un giornale,
"L'Osservatore Eurasiatico", ma è anche editorialista in
Davanti a una sala gremita di curiosi e qualche addetto ai lavori, Dugin ha affermato come la disintegrazione dell'Unione Sovietica abbia segnato per l'umanità il passaggio dalla modernità alla postmodernità (affermazione parzialmente, e amichevolmente, contestata dagli altri due relatori, in particolare Fini, il quale ha auspicato che «la postmodernità sia nel segno dell'antimodernismo»), colla conseguente caduta di vecchi schemi e categorie mentali, ma soprattutto con una nuova, obbligata e per certi versi appassionante, sfida: la sfida della globalizzazione. Secondo Dugin la globalizzazione è il segno del nostro tempo, un processo che, piaccia o meno, procede inarrestabile: accettare la sfida significa impegnarsi a proporre una «alterglobalizzazione», di segno opposto a quella unipolare prospettata da Washington. Il nuovo sistema mondiale dovrà essere multipolare, basato su un equilibrio di potenza che possa garantire la stabilità internazionale e l'autodeterminazione dei popoli, oggi minacciata dall'imperialismo anglosassone. L'integrazione, come prospettata da Dugin, non sarà globale ma regionale, fondata su molteplici «grandi spazi» che il teorico russo ha, per quanto permesso dal tempo, descritto nei particolari. Costanzo Preve, parlando dopo di lui, ha espresso la propria adesione alla teoria di Dugin, trovandola perfettamente conciliabile col suo credo comunista (e non risparmiando alcune frecciate verso gli attacchi piuttosto gratuiti che ha dovuto per ciò sopportare). Tale adesione non è solo "prammatica" (l'Europa non ha le risorse per «fare da sé», né un'alleanza paritaria cogli USA appare possibile, causa la loro smania d'egemonismo assoluto), ma anche "filosofica", in quanto - nota Preve - mentre la cultura yankee è animata da uno spirito messianico e intollerante, tale animosità è assente (almeno lo è oggi) dalle culture europea, russa, islamica, indiana e cinese, la cui alleanza è fondamentale per controbilanciare l'imperialismo unipolare nordamericano: l'Eurasia ha, insomma, la possibilità di vivere insieme e in pace, forse perché, come in apertura affermato dal Prof. Graziani citando Giuseppe Tucci, essa è intimamente legata da una «unità spirituale». Anche Massimo Fini, dal canto suo, ha espresso un'opinione positiva verso la rivista "Eurasia" e il progetto duginiano, il quale è, tra quelli praticabili, senz'altro il migliore. Fini ha in parte ripreso il discorso di Preve, notando come le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (che secondo il durissimo giudizio del giornalista, non si sono dimostrate migliori dei nazisti) - e in particolare gli USA - si siano arrogate, per la prima volta nella storia, il diritto di giudicare i vinti: a Norimberga, secondo Fini, trova origine il processo di legittimazione dell'imperialismo messianico occidentale che ha trovato la sua piena esplicazione nelle dottrine della "difesa transnazionale dei diritti umani" (con conseguente guerra alla Jugoslavia, condotta dal democratico Clinton e dal postcomunista D'Alema) e della "esportazione della democrazia" (con conseguente guerra all'Iraq, condotta dal repubblicano Bush e dal liberalconservatore Berlusconi). Tutti e tre gl'interventi sono stati molto applauditi, e il pubblico ha manifestato il proprio interesse intrattenendo i relatori con le proprie domande per tre quarti d'ora, prima d'essere a malincuore interrotto, per motivi di tempo, dagli organizzatori. Al termine della conferenza, abbiamo potuto scambiare qualche battuta con Aleksandr Dugin sui fatti che stanno coinvolgendo (o meglio sconvolgendo) la Russia e lo spazio postosovietico.
DS: Professor Dugin, alla caduta dell'Unione Sovietica, lei è immediatamente divenuto uno strenuo oppositore del nuovo regime liberale, e ciò soprattutto durante la presidenza di El'cin. Con Vladimir Putin, almeno in un primo momento, si è mostrato molto più "tenero". Quali sono le differenze sostanziali tra El'cin e Putin e, se ve ne sono, tra il "primo" e il "secondo" Putin?
AD: El'cin era apertamente proliberale, pro-occidentale, antieurasiatista, apertamente antisociale, antisovietico e antinazionale: era insomma un fantoccio americano. Putin ha invece cominciato la sua vita politica proponendo, giustamente, le cose opposte. Ha cominciato rivisitando i giudizi negativi sul periodo sovietico ed ha fatto appello al patriottismo: ha insomma iniziato cambiando rotta rispetto a El'cin. Tali erano i contenuti del suo primo periodo, e noi sperammo che alle parole avrebbero fatto seguito i fatti. Cinque anni sono passati: i segni e le parole ci sono, ma i fatti sono assenti. Il patriottismo di Putin non ha contenuti, è pura forma; ma il liberalismo di Putin è una realtà. Il bilancio tende al negativo. Egli dice che bisogna riaffermare la posizione della Russia nello spazio postsovietico, ma poi alla prova dei fatti perde Ucraina, Kyrgyzstan, Georgia: perde di mano la situazione. Si tratta d'una questione dialettica: dopo El'cin, Putin rappresentava un netto miglioramento; ma a poco a poco, le speranze in lui riposte sono state più o meno tradite. Non ha ricostruito una degna élite, non ha distrutto gli oligarchi, non ha cambiato il corso ultraliberale della politica, il suo eurasiatismo è privo di contenuti. Ora, a poco a poco, perdiamo la speranza in Putin, ma non ci sono alternative: non sussistono le soluzioni rivoluzionarie soddisfacenti. Perciò riteniamo utile conservare tale compromesso nel futuro prossimo. Non si può più sperare che Putin crei e consolidi strutture sue proprie. Ma il "pericolo arancione" avvicina e accerchia la Russia in vista del 2008.
DS: Voleva proprio essere a tal proposito la mia seconda domanda. Secondo lei Putin, nel 2008, cercherà il terzo mandato presidenziale, o manderà avanti suoi uomini come Medvedev o Ivanov?
AD: Non saprei dirlo con certezza. Sicuramente Putin si trova in una situazione difficile, in vista del 2008. Senza dubbio gli Stati Uniti cercheranno di premere su Putin o emarginarlo. Credo che sia possibile il terzo mandato, o che si cambi la formula della repubblica presidenziale in repubblica parlamentare, con Putin nel ruolo di primo ministro. C'è anche la possibilità d'una fusione con la Bielorussia, che risolverebbe il problema del 2008. Non è possibile dare una risposta sicura oggi. Ciò ch'è certo, è che Putin incontrerà problemi molto gravi; ma quello che si candiderà contro di lui sarò senz'altro peggiore. Questa è la nostra posizione: non siamo a favore di Putin, ma siamo contro i suoi nemici, perché i suoi rivali nel 2008 simboleggiano il ritorno di El'cin.
DS: Ma se ad esempio, come candidato presidente, ci fosse, anziché Putin, Ivanov?
AD: Sarebbe molto meglio! Perché Ivanov è un militare, è un patriota, ed è più onesto e sincero. In questo caso avremmo un beneficio. Ma è poco probabile. Putin non è libero d'organizzare tale evento, dipende dalla classe dirigente, e dagli agenti americani che vi stanno intorno: non è un sovrano, è un funzionario. Questo è un problema cui noi eurasiatisti non abbiamo una risposta adeguata, perché il nostro movimento non è un partito politico e manca della forza e del ruolo necessari. Ma il nostro obiettivo è di tramutarci in tale forza nel corso degli avvenimenti drammatici che s'avvicinano: noi ci prepariamo a lottare contro gli "arancioni", ma non a favore di Putin.
DS: Insomma, Putin come "male minore".
AD: Esatto, male minore. Ma non speriamo ormai più che possa tramutarsi in qualcosa di meglio che un "male minore".
DS: Ad ogni modo, nel 2008 le opposizioni avranno qualche possibilità di vittoria - facendo rifererimento esclusivamente a un confronto democratico, escludendo l'eventualità d'un colpo di stato?
AD: No, in Russia non c'è democrazia. Tutte le procedure democratiche sono puro spettacolo. Non è una metafora: intendo spettacolo come rappresentazione televisiva. Per questo, sul piano elettorale, gli el'ciniani non hanno possibilità. Sia Putin che gli oppositori agiscono al di fuori del legittimo piano democratico, su quello dello scontro tra potentati economici. Il sistema russo è l'opposto della democrazia, è una forma di totalitarismo televisivo. La lotta contro o a favore di Putin si sviluppa fuori dal contesto politico e democratico. Questo processo non ha niente a che vedere colla politica, ma si sviluppa dove agiscono le forze economiche, tra personaggi non eletti, non politici.
DS: E' dunque la classe dirigente al suo interno a determinare i processi politici.
AD: Sì, sono gli oligarchi, i contatti segreti cogli Americani, la corruzione, a determinare gli sviluppi politici. Che Putin conservi o meno il suo posto, tutto avverrà nel segno della corruzione e della illegalità più totale. Questo è molto importante da comprendere. Non servirà avere partiti e voti, perché tutto sarà manipolato fin dal principio.
DS: A proposito delle "rivoluzioni colorate", cui abbiamo accennato: la Rice ha proclamato che le prossime toccheranno a Bielorussia e Kazakistan, mentre gli "arancioni" ucraini avevano promesso che la loro rivolta sarebbe giunta fino a Mosca. Tutti i vari governanti di tali paesi, Lukašenko, Karimov (che proprio in questi giorni sta fronteggiando un'insurrezione di radicali islamici), Nazarbaev e Putin, quanto sono solidi al potere? Possono essere scalzati colla stessa facilità con cui lo è stato Akaev?
AD: Gli Americani hanno successo perché operano sistematicamente secondo una strategia ben precisa. Essi hanno un piano su come distruggere e riorganizzare lo spazio postsovietico. La Russia, nella figura del suo capo, non possiede né chiarezza, né idee, né progetti, né filosofie politiche: non può appoggiari ad alcuna élite, conservatrice, progressista, liberale o nazionalista che sia. Non può appoggiarsi a nulla, il terreno le frana sotto i piedi. Senza chiarezza e decisione da parte della Russia, i Lukašenko, i Nazarbaev e i Karimov non possono operare tranquillamente, perché Putin potrebbe tradirli in qualsiasi momento, come ha tradito Janukovič o Ševardnadze. E tale assenza d'una chiara e corretta linea politica costituisce una falla fatale per tutti gli stati vicini. Gli Americani sono esattamente all'opposto, perché essi possiedono una chiara linea politica. E non è possibile vincerli colla corruzione. Ma nella storia è successo spesso che dei fattori si creassero inaspettatamente in corsa, non possiamo escludere nulla. Ancora Putin potrebbe svegliarsi, o essere trascinato dal naturale spirito del popolo russo, ma attenendoci strettamente a un giudizio razionale, dobbiamo constatare che tutto sta andando per il peggio e che le "rivoluzioni colorate" otterranno la vittoria, anche con la distruzione della Russia e dello spazio postsovietico, poiché tutta quest'area è legata, unica, omogenea. Per questo la vittoria delle rivoluzioni antirusse in Kazakistan e Bielorussia significherebbe la fine della Russia: questa è la legge geopolitica, ben chiara a tutti gli analisti, se non a coloro i quali passano il loro tempo davanti alla televisione.
DS: I due maggiori prodotti delle "rivoluzioni colorate", Juščenko e Sâkašvili, hanno rilanciato il progetto del GUUAM. Alla luce del recente ritiro uzbeko, quest'iniziativa ha possibilità di pregiudicare l'egemonia russa nello spazio postsovietico?
AD: Il GUUAM è un classico "cordone sanitario", nato per separare la Russia dall'Europa creando una zona di conflitto tra questi due soggetti, così da privare l'Europa del gas e petrolio russo, e distruggere la Russia. E' chiaro. La prassi atlantista è antieuropea, ma molti europei non comprendono che il GUUAM è affine alla "Nuova Europa", strumento geopolitico non solo antirusso ma anche antieuropeo. Il GUUAM è un mezzo per distruggere lo spazio postsovietico, non solo lottando contro l'influenza russa, ma anche portando i processi "colorati" nel Caucaso settentrionale e nella Russia propriamente detta, secondo i dettami della strategia americana. E la strategia americana nel mondo unipolare non è cosa da poco, perché tutti ne seguono l'agenda. Il GUUAM non è solo una direttiva rivolta da Washington alla Georgia contro la Russia, ma anche a Mosca contro la Georgia. Gli USA non stanno semplicemente lottando con Tblisi contro la Russia: tutto è più complicato, e va visto nel quadro della lotta contro la creazione d'uno spazio eurasiatico unito e integrato strategicamente. A questo progetto antieurasiatico partecipano anche i Russi, e lo stesso Putin, perché Putin è costretto, come Sâkašvili, a seguire i piani americani. Sâkašvili è filamericano e antirusso, Putin è filamericano e russo, e perciò rappresentano due forme diverse di manipolazione, di un giocare con i "bianchi" contro i "neri". Ed è questo il gioco preferito, nonché l'unico possibile, nel mondo unipolare: il gioco americano dei Turchi contro i Greci a Cipro, degli Israeliani contro i Palestinesi - e non il gioco con gli Israeliani contro i Palestinesi, poiché non v'è un nemico. Il "nemico" è fittizio, il vero scopo è quello di creare una struttura manipolabile da Washington. Il senso dell'ingerenza americana nello spazio postsovietico non è quello di lottare a fianco di Sâkašvili contro Putin, ma anche al fianco di Putin contro Sâkašvili: perché Putin nel mondo unipolare non esiste, mentre l'Eurasiatismo è una possibilità. La lotta contro Putin e la Russia è in verità un attacco alla possibilità eurasiatista.
DS: In Kygyzstan s'è creata una situazione più ambigua che non in Georgia o Ucraina, poiché colà il governo "rivoluzionario" non appare altrettanto antirusso: tanto che Lyndon la Rouche ha persino avanzato l'ipotesi che i Russi siano riusciti a prevedere e controllare il colpo di stato innescato dagli Statunitensi, fino a renderlo inoffensivo verso i loro interessi.
AD: No, non è così: si tratta d'una rivoluzione organizzata e manipolata dagli Americani. Ma il Kyrgyzstan non è strategicamente molto influente in senso antirusso, poiché non vi confina direttamente: semmai può servire agli Americani come base di partenza per aggredire la Cina e, in un'ottica di futuro più immediato, l'Iran.
Daniele Scalea, http://www.eurasia-rivista.org/ |
Ultimo aggiornamento: sabato 21 maggio 2005