|
TIBET..oggi…
C’è qualcuno disposto ad armarsi per andare a
liberare il Tibet
strozzato dal giogo cinese? Si potrebbe approfittare, per esempio,
dell’anniversario dell’occupazione maoista materializzatosi giusto
quarantanni fa.
E basterebbero per giustificare un “intervento umanitario” o, a scelta,
un’operazione di “peace keeping” le condizioni miserrime in cui è
costretta a vivere la popolazione autoctona trattata come un gregge di
paria da un potere violento ed etnocida? Perché per chi no lo sapesse,
il governo di Pechino - a completamento del mucchio di altre nefandezze
di cui vi diremo poi - in questi quattro decenni ha favorito una lenta
ed efficacissima emigrazione di cinesi in Tibet proprio per fare dei
nativi una minoranza etnica (le donne tibetane sono state costrette ad
aborti forzati ed a sterilizzazioni) generando, per ciò stesso, un
enorme divario tra ricchi e poveri, con i ricchi sempre più ricchi e i
poveri sempre più poveri.
Qualche dato di questa tragedia: a causa della repressione comunista
cinese sono state imprigionate, uccise e torturate circa 1.200.000
persone tra civili, monaci e monache. Ai tibetani è stato negato il
credo religioso, la libertà di pensiero, l’uso della lingua e lo studio
delle tradizioni, un’adeguata assistenza sanitaria e gli è stato
imposto lo studio della lingua cinese. Decine di monaci sono ancora
detenuti e si hanno di frequente condanne a morte e casi di tortura: lo
scorso maggio, due monaci sono stati condannati a undici anni di
detenzione “per avere esposto una bandiera nazionale del Tibet”.
Ancora: i tibetani in possesso di un titolo di studio di scuola
secondaria superiore o di grado maggiore sono solo il 13%, contro il
50% dei cittadini di etnia Han, l’etnia cinese imposta dagli occupanti
come maggioritaria.
Il 40% della popolazione locale è analfabeta e il 70% della forza
lavoro di etnia tibetana è impegnata nell’agricoltura non avendo, per
ciò stesso, prospettive di cambiamento. Tutto questo nonostante il
governo di Lhasa abbia dichiarato un tasso di crescita economica del
12% negli ultimi quattro anni, come conseguenza dei massicci
investimenti provenienti da Pechino, miliardi di yuan investiti però
esclusivamente a vantaggio dei soli cinesi attraverso permessi di
residenza, licenze per negozi, costruzione di edifici moderni,
diffusione della lingua e della cultura cinese eccetera.
Proseguiamo: è di questi giorni la notizia della ormai prossima entrata
in funzione della linea ferroviaria che andrà da Xining a Lhasa per un
totale di 2.040 chilometri. Ebbene, questo collegamento che consentirà
di unire ancora di più il Tibet alla Cina e che è costato qualcosa come
4 miliardi di dollari, minerà definitivamente l’identità del popolo
tibetano.
Vado avanti? Vado avanti. In questi ultimi quarant’anni l’esercito
popolare cinese, quello che durante la cosiddetta “rivoluzione
culturale” mandava in brodo di giuggiole i maoisti nostrani (oggi
riciclatisi nell'Unione e dintorni), ha distrutto qualcosa come seimila
monasteri presenti sul territorio tibetano oltre ad un numero
imprecisato di testi sacri ed opere d’arte. Per tacere delle ferite
irreparabili inferte al delicato ecosistema di tutta la regione.
Ciliegina, si fa per dire, sulla torta ed offesa estrema ad un popolo
consustanziale alla natura sacra della sua guida spirituale come pochi
altri: Pechino ha di recente fatto sapere che è intenzione del governo
cinese scegliere il prossimo Dalai Lama se quello attuale dovesse
morire in esilio. Una vera e propria presa per il culo considerato che
tale rientro in patria verrà concesso solamente nel caso in cui il
Dalai rinunciasse all’indipendenza del Tibet.
Mi fermo qui e mi chiedo come mai lo zio Sam e il suo manifest destiny
non abbiano ancora avvertito l’esigenza di andare a liberare quel
popolo magari portandogli in dono la democrazia e i ludi cartacei
(leggi elezioni). Ah già, dimenticavo: nel Tibet non c’è petrolio né
gas naturali. Ma andate tutti a dar via i ciapp.
Alberto Fraja
|