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Gennadij A. Zjuganov,
Stato e potenza
Edizioni all'Insegna del
Veltro, Parma 1999
"Chissà che cosa diranno a Ravenna, alla sede del club interista-
leninista. Chissà che dolore. Non bastava la crisi della beneamata
nerazzurra, il trauma dell'esonero di Gigi Simoni e il salto nel
buio col romeno Mircea Lucescu. Ci mancava pure la rivelazione che
uno dei soci più autorevoli del club ha tenuto rapporti con la
destra neonazista europea ed italiana. Il colpevole? Il leader del
partito comunista della Federazione russa Gennadij Andreevic
Zjuganov. (...) Proprio lui che il 7 settembre 1998 aveva ricevuto
dalle mani di Armando Cossutta, allora ancora presidente di
Rifondazione comunista e capo di una delegazione del partito a
Mosca, la tessera di interista-leninista. Ma come è possibile che
l'ex consigliere speciale di Gorbaciov ed ex viceideologo del Pcus
sia entrato in contatto con la destra più estremista?"
Questi interrogativi non se li è posti la "Gazzetta dello Sport", ma
il "Corriere della Sera" del 9 dicembre 1998 (in una pagina di
politica interna, non in una pagina sportiva), in seguito alla
pubblicazione di un ben documentato articolo del qui presente Marco
Montanari sul periodico di geopolitica "Limes". Quell'articolo
tracciava una sintetica storia dei rapporti di Zjuganov con ambienti
politici dell'Europa occidentale che sia il "Corriere" sia
un "cappello" redazionale di "Limes" definivano sbrigativamente,
demagogicamente e falsamente come "neonazisti".
Un tentativo di rispondere in maniera seria agli interrogativi
formulati dal "Corriere della Sera" venne effettuato, dopo la
pubblicazione di Stato e potenza presso le Edizioni all'insegna del
Veltro, da Adriano Guerra su "L'Unità" del 30 maggio 1999.
"Che ci fa un libro di un comunista russo - scriveva Adriano Guerra -
in una collana diretta da Mutti? Basta aprire il libro e leggere la
prefazione dello stesso Mutti (...) per capire che non siamo di
fronte ad una stranezza, ad un'operazione editoriale particolarmente
spregiudicata. No, Stato e potenza ci sta bene fra i libri di Mutti
perché nelle sue pagine circola davvero - filtrata forse attraverso
gli scritti di Aleksandr Dugin (...) - quel pensiero "rosso-nero"
che in Occidente ha avuto i suoi maestri, più che in Evola, in Jean-
François Thiriart (...)".
Effettivamente, come scriveva il collaboratore dell'"Unità", nel
catalogo delle Edizioni all'insegna del Veltro ci sono diversi
titoli che possono ben rappresentare il retroterra culturale su cui
si innesta il libro di Zjuganov.
Potremmo citare La setta mondialista contro la Russia, edizione
italiana di Rusofobija dell'accademico Igor Safarevic, che assieme a
Zjuganov fu uno dei dirigenti del Fronte di Salvezza Nazionale;
potremmo citare la raccolta di documenti del gruppo Pamjat
intitolata La rinascita del nazionalismo russo; oppure potremmo
citare il volume collettaneo La Russia che dice di no, che tra
l'altro comprende il manifesto intitolato La parola al popolo,
diffuso in Russia dieci giorni prima del cosiddetto putsch
dell'agosto 1991 e firmato da dodici esponenti dell'opposizione
nazionalpatriottica: intellettuali, politici e militari di varie
tendenze, tra i quali appunto Gennadij Andreevic Zjuganov.
Preferiamo invece parlare di Bizantinismo e mondo slavo di
Konstantin Leont'ev e de La Terza Roma, uno studio dello slavista
Aldo Ferrari sul pensiero di Leont'ev, ambedue pubblicati dalla
nostra casa editrice tra il 1986 e il 1987.
La nostra edizione di Bizantinismo e mondo slavo è stata l'unica
edizione in una lingua diversa dal russo, finché, nel 1999, ne è
apparsa una traduzione romena, nella collana di un editore
bucarestino che, oltre ai documenti di Pamjat, ha pubblicato anche
lo studio di Aldo Ferrari dedicato a Leont'ev, La Terza Roma.
Significativa riscoperta del pensiero di un dottrinario del
tradizionalismo ortodosso in un paese dell'Est europeo sottoposto
alla cocacolonizzazione e allo strangolamento usurocratico.
Aleksandr Yanov, un ebreo sovietico che, come si soleva dire alcuni
anni fa, "scelse la libertà" trasferendosi negli Stati Uniti, in un
suo saggio pubblicato nel 1978 dalla University of California
attribuì proprio all'opera di Leont'ev un ruolo di primo piano
nell'elaborazione dottrinale sviluppata da alcuni circoli russi non
ufficiali, sia di ispirazione neobizantina sia di orientamento
neostalinista e nazionalbolscevico.
Da Berkeley, Yanov informava che nel settembre 1968, su un giornale
influente e popolare come "Molodaja Gvardija" (il mensile ufficiale
del Komsomol, attestato su posizioni decisamente nazionaliste), era
uscito un articolo che indicava esplicitamente nell'"idea bizantina"
difesa da Leont'ev l'unico mito ("mito" in senso soreliano) in grado
di far uscire la Russia dalla "flaccidità e dal torpore" dell'epoca
brezhneviana, per prepararla allo scontro finale contro quella
civiltà della "sazietà volgare" e della "prosperità materiale" che è
l'americanismo.
Da parte nostra, in una nota editoriale preposta allo studio di Aldo
Ferrari su Leont'ev, richiamavamo pure noi l'attenzione su quelle
idee di Leont'ev che venivano rielaborate e tradotte in termini di
prospettive attuali in alcuni circoli russi, sia del potere
sovietico sia della stessa "dissidenza".
E quando, tredici anni fa, scrivevamo che "il rifiuto del
supernazionalismo panslavista si accompagna in Leont'ev (...) a una
scelta di campo in favore di un'alleanza della Russia con
l'Oriente", indicavamo implicitamente in Leont'ev l'esponente della
tendenza eurasiatista; quella tendenza che poi sarebbe stata
consapevolmente rappresentata, nel catalogo della nostra casa
editrice, da Aleksandr Dugin, con la raccolta di saggi che
intitolammo Continente Russia.
In tale raccolta, dopo aver delineato le prospettive di uno studio
della "questione russa" dal punto di vista della geografia sacrale,
l'ex consigliere di Zjuganov affronta lo stesso tema traducendolo in
termini geopolitici. Ed è così che egli ha modo di collocarsi nel
solco dell'eurasiatismo, del quale pone in risalto l'aspetto più
propriamente spirituale e tradizionale.
"Gli euroasiatisti e i loro predecessori, - scrive - come il barone
Ungern Sternberg o il dottor Badmaev, non solo svilupparono il
progetto teorico della rinascita dello spirito turanico all'interno
delle frontiere dell'impero russo, ma anche pensarono di stringere
le relazioni con la Mongolia e la Cina (...). Simili piani
geopolitici (...) pretendevano di scoprire metafisicamente
l'Oriente, restituire alla Russia antichi insegnamenti indù,
taoisti, confuciani, buddhisti. Ciò avrebbe cambiato la coscienza
russa, portando da un contesto ateo, utilitario, strettamente
razionalista e già da molto tempo spiritualmente estenuato (...) al
mondo vivo ed integro della tradizione totale d'Oriente (...) Questo
progetto elaborato dagli euroasiatisti radicali non presupponeva
affatto la scristianizzazione della Russia. Al contrario (...)
dialogando con le tradizioni orientali, la Chiesa Ortodossa sarebbe
tornata alle fonti metafisiche della fede (...)".
Il grande nemico del progetto imperiale nutrito dall'eurasiatismo -
scrive Dugin - è il mondialismo cosmopolita, la cui manifestazione
politico-militare consiste nell'atlantismo. Ecco dunque che Dugin
osserva l'America, il vero "impero del male", dalla prospettiva del
simbolismo geografico, sicché l'America, l'isola occidentale, ci
appare come la terra del tramonto, della decadenza e della morte.
Oggi Aleksandr Dugin ha poco più di quarant'anni; tuttavia è una
personalità molto importante, perché rappresenta il principale punto
di intersezione tra il piano della pratica
politica "nazionalpatriottica" e il cosiddetto pensiero tradizionale
(quale esso è stato formulato in Russia soprattutto da Konstantin
Leont'ev e fuori dalla Russia da autori come René Guénon e Julius
Evola).
Dopo essere stato vittima della repressione del KGB, che lo
perseguitò in quanto colpevole di "deviazionismo mistico", Dugin fu
tra i fondatori del Centro Storico Filosofico EON e dell'omonima
casa editrice, specializzata nella pubblicazione di libri che vanno
dai testi sacri dell'antichità fino alle opere filosofiche di autori
quali Nietzsche e Heidegger. Inoltre Dugin è stato redattore
di "Den", il periodico dell'opposizione nazional-patriottica diretto
dal narratore Aleksandr Prochanov, e ha fondato una rivista di
geopolitica, "Elementy".
Nel comitato di redazione di "Elementy" figuravano inizialmente:
Viktor Alsknis, Alain de Benoist, Dimitrij Makarov, Claudio Mutti,
Aleksandr Prochanov, Andrej Sokolov, Robert Steuckers.
Successivamente Alain de Benoist chiederà a Dugin di essere
cancellato dalla lista dei redattori; gli subentrerà il giornalista
serbo Dragos Kalajic.
In ogni caso, la rivista "Elementy" si è occupata di politica e
cultura russa, ha tracciato accurati profili di dottrinari e uomini
politici quali Moeller van der Bruck ed Ernst Jünger, Carl Schmitt e
Julius Evola, e soprattutto ha pubblicato consistenti inserti di
argomento geopolitico.
Nello specifico settore della geopolitica, Dugin si è potuto
avvantaggiare della collaborazione del colonnello Evgenij Morozov,
associato della cattedra di studi militari e strategici
dell'accademia militare "Frunze" di Mosca, il quale ha introdotto
nei quadri dell'esercito lo studio della geopolitica,
precedentemente condannata come "pseudoscienza" (anche se Stalin
dopo il 1937 liberò tutti i geopolitici sovietici che erano stati
internati nel Gulag).
Il colonnello Morozov, così come gli altri geopolitici della nuova
generazione, ritiene che al tentativo occidentale di porre l'ex URSS
sotto controllo non sia realistico replicare con ripiegamenti
piccolo-nazionalistici o con progetti panslavistici, ma che si
imponga la necessità di creare una più vasta unità eurasiatica,
attualizzando in tal modo l'idea del Kontinentalblock difesa da
Haushofer. Le strade per giungere a ciò sarebbero essenzialmente
due: una stretta intesa dell'Europa coi paesi musulmani e la
creazione di un asse russo-tedesco, inteso come più salda e più
leale ripresa del patto Ribbentrop-Molotov.
Per quanto concerne l'Islam, il col. Morozov concepisce il complesso
dei popoli ex-sovietici come un blocco russo-turco, o, se si
preferisce, come un condominio islamo-ortodosso. Morozov ci disse
testualmente che una Unione Sovietica restaurata e rifondata su
nuove basi avrebbe dovuto immediatamente sollecitare la propria
ammissione nella Lega Islamica. Per quanto in particolare riguarda
l'Iran, il col. Morozov lo definì "il nostro alleato geopolitico".
Per tornare a Dugin, quest'ultimo ci illustrò nei termini seguenti
la linea di pensiero alla quale si ispirava l'azione culturale del
Centro Storico Filosofico EON, del quale abbiamo fatto cenno.
"Il nostro punto di riferimento è costituito essenzialmente dal
magistero di René Guénon e dall'opera di quanti, in un modo o
nell'altro, ne hanno sviluppato le indicazioni, vale a dire autori
come Julius Evola, Titus Burckhardt, Frithjof Schuon ed altri. Tra i
pensatori russi, l'unico che possa essere accostato a questi
interpreti delle dottrine tradizionali è, con qualche riserva,
Konstantin Leont'ev".
Di Evola, in particolare, Dugin ha fornito una lettura alquanto
diversa da quella che ne è stata data in Italia. Innanzitutto,
nell'opera evoliana egli apprezza la formula ghibellina, perché,
dice, "una veduta analoga si ritrova anche presso i Russi, il cui
destino storico è profondamente legato all'Impero. (...) Per gli
Ortodossi russi l'idea stessa di Roma rappresenta la sacralità e
l'immanenza del sacro, quasi una 'sinfonia' necessaria e
inseparabile di autorità spirituale e potere temporale. Per un
tradizionalista ortodosso, la separazione cattolica tra il Re e il
Papa non è immaginabile e costituisce un'eresia: l'"eresia latina",
per l'appunto. Anche qui - conclude Dugin - si nota la convergenza
perfetta tra la dottrina di Evola e la posizione 'normale' del
pensiero conservatore russo".
Inoltre Dugin pone in risalto un altro aspetto di Evola: quel
radicalismo intransigente che da un lato caratterizza gli aspetti
distruttivi della sua "rivolta contro il mondo moderno" e dall'altro
si manifesta sia nelle opere giovanili sia nel conclusivo Cavalcare
la tigre. Questo risvolto di Evola, dice Dugin, "ricorda il
paradosso politico della Russia attuale, dove i neocomunisti
antiliberali fanno fronte comune coi conservatori cristiano-
ortodossi. Si pensi anche a certi aspetti storici del bolscevismo
russo, nei quali hanno trovato sviluppo, per vie eterodosse e
contraddittorie, certe tendenze profonde dell'Ortodossia russa:
l'odio per il mondo occidentale e borghese, la ricerca del Regnum,
le attese escatologiche, l'esperienza diretta, rivoluzionaria e
immediata della Verità". Da ciò Dugin conclude che "tra Evola e la
Russia esistono delle corrispondenze relative alla
corrente 'conservatrice', 'di destra', ma anche che certi aspetti
della 'sinistra' russa, nella sua dimensione profonda e paradossale,
possono essere confrontati con gli scritti di Evola".
Si ammetterà che questa lettura del pensatore tradizionalista
italiano si colloca esattamente agli antipodi della lettura che ne è
stata fornita, ad esempio in Italia, dagli ambienti della destra
politica.
Quanto a Konstantin Leont'ev, Dugin vede in lui un esponente di
quella linea eurasiatista che arriva fino a Zjuganov e costituisce
un aspetto fondamentale del retroterra culturale di quest'ultimo.
Crediamo dunque che valga la pena ricostruire la linea di sviluppo
della tendenza eurasiatista. Dopo Leont'ev, l'idea eurasiatista si
manifesta in maniera organica e, direi, ufficiale nel 1921, quando
il gruppo degli emigrati nazionalbolscevichi di Smena-Vech (accusato
dagli altri gruppi dell'emigrazione russa ora di filofascismo ora di
filocomunismo) pubblica a Sofia una raccolta di articoli che reca
appunto il sottotitolo Manifesto degli eurasiatisti. L'idea centrale
degli eurasiatisti era data dalla convinzione che la Russia
costituisse un sistema culturale autonomo, né europeo né asiatico,
ma, per l'appunto, euroasiatico. Un sistema, cioè, incentrato sulla
specifica natura culturale, etnica e geografica della Russia, che,
se nei suoi vertici culturali è "bizantina", nella sua base etnica è
invece slavo-turanica.
D'altronde già il neobizantino e turcofilo Leont'ev, polemizzando
contro gli slavofili aveva scritto in Bizantinismo e mondo
slavo: "Non è opportuno auspicare una nostra fusione con gli Slavi";
e si era detto convinto che per i Russi "la fusione con popoli
asiatici e di religione non cristiana {sarebbe} molto più
conveniente, per il semplice fatto che tra di loro non è ancora
irrimediabilmente penetrato lo spirito moderno".
Tornando agli eurasiatisti di Smena-Vech, questi insistevano sulla
necessità dell'autarchia geoeconomica del continente eurasiatico in
rapporto alle potenze marittime e talassocratiche; per loro ogni
questione doveva essere considerata innanzitutto in una prospettiva
continentale. Mentre Coudenhove-Calergi voleva unificare l'Europa
contro l'Asia, gli eurasiatisti di Smena-Vech volevano unificare il
continente eurasiatico contro l'Occidente anglosassone, portatore di
una cultura materialista, individualista e liberale. Quanto alla
Rivoluzione d'Ottobre, gli eurasiatisti nazionalbolscevichi di Smena-
Vech oscillavano tra due posizioni: da un lato vedevano in essa una
rivolta dell'anima russa contro l'Occidente materialista e
capitalista, una rivolta proveniente dalle profondità dell'Eurasia;
dall'altro accusavano l'utopismo marxista di avere imposto al popolo
russo un altro modello di sviluppo altrettanto occidentale quanto il
capitalismo. Accusando il marxismo di essere occidentale e
materialista e rifiutando simultaneamente di considerare la
Monarchia prerivoluzionaria come un modello politico ideale (la loro
parola d'ordine era "né bianchi né rossi"), i nazionalbolscevichi di
Smena-Vech rappresentarono, col loro tentativo di dar luogo a
una "terza via" e ad un "socialismo eurasiatico", una sorta
di "rivoluzione conservatrice" russa.
In seguito, elementi che potrebbero essere qualificati
come "eurasiatisti" sono sempre esistiti nella storia sovietica,
fino alla Perestrojka, ma è il periodo di Stalin quello più
caratteristico sotto questo profilo.
Gli eurasiatisti, in particolare Vernadskij (autore di una Storia
della Russia tradotta in varie lingue europee), videro nello
stalinismo, soprattutto nella fase successiva al 1937, una forma di
sviluppo naturale dello Stato russo. D'altronde è noto che anche
Rodzaevskij, il capo dei fascisti russi di Kharbin, riconobbe Stalin
come il Volksführer russo. (Vittorio Strada ha pubblicato
recentemente la lettera di Rodzaevskij a Stalin).
La tendenza eurasiatista toccò invece i minimi livelli storici nel
periodo di Khrushcev, il quale manifestò un maggiore interesse per
la politica "oceanica" (Cuba, America Latina, Africa).
Breznev ritornò in qualche modo al modello staliniano, anche se in
una forma fiacca ed inerte. Nel periodo brezneviano, la
partecipazione dell'URSS ai conflitti euroasiatici (Vietnam, Vicino
Oriente ecc.) e soprattutto la guerra in Afghanistan sono segni
eloquenti di una coscienza geopolitica.
Si può aggiungere che le dottrine strategiche dell'URSS hanno sempre
avuto un certo carattere euroasiatista, perché il nemico principale
dell'URSS sono stati gli USA, la potenza oceanica e talassocratica
per eccellenza. Lo stesso Patto di Varsavia aveva caratteristiche
nettamente continentali, in contrasto con una NATO che si basava
sulle potenze atlantiche.
La prospettiva euroasiatista è stata ripresa e divulgata negli
ultimi decenni dell'era sovietica dallo storico Lev Gumilev,
principale ispiratore del nuovo eurasiatismo. Gli attuali
eurasiatisti hanno ben poco in comune con l'indirizzo dominante nel
nazionalismo russo e in particolare con lo sciovinismo revanscista
di uno Zirinovskij. Infatti, oltre a riprendere le tesi di
Danilevskij, Leont'ev e Trubeckoj sulla natura "slavo-turanica"
della Russia, il nuovo eurasiatismo sviluppa gli elementi della
geopolitica attraverso l'acquisizione delle dottrine di Mackinder,
Kjellén, Haushofer, Schmitt e, appunto, di Jean Thiriart, il quale
nell'agosto 1992 ebbe a Mosca una serie di incontri con gli
esponenti dell'opposizione nazional-patriottica e pubblicò sul
periodico "Den" un lungo articolo di geopolitica dal titolo
tipicamente eurasiatista: Evropa do Vladivostoka, "L'Europa fino a
Vladivostok".
L'ultima generazione di eurasiatisti riprende così la dicotomia tra
la terra e il mare, tra potenze continentali e potenze marittime,
dicotomia che è posta alla base di due atteggiamenti psichici e
quindi storici assolutamente inconciliabili: da un lato lo spirito
imperiale, organico e tradizionale; dall'altro lo spirito del
traffico, della mobilità, del progresso; da un lato Roma (o la Terza
Roma), dall'altro Cartagine (gli Stati Uniti). In quest'ottica la
Russia costituisce il nucleo di quella "Terra centrale", di quel
Heartland (secondo la terminologia di Mackinder) il cui possesso è
decisivo per il controllo dell'"Isola mondiale", del World Island.
La prospettiva geopolitica induce gli attuali eurasiatisti a
minimizzare la frattura rappresentata dalla Rivoluzione d'Ottobre,
sottolineando invece la continuità tra Impero zarista e Stato
sovietico, e rivendicando alla nuova Russia lo stesso ruolo di "asse
della storia universale" recitato in passato. Ciò, peraltro, non
determina in teoria alcuna contrapposizione tra la Russia e le altre
nazioni della "Terra centrale". L'eurasiatismo infatti preconizza un
blocco continentale esteso da Dublino a Vladivostok, includente
anche la Cina, l'India e il Vicino Oriente islamico.
Quest'ultimo punto è particolarmente importante, in quanto
l'eurasiatismo vorrebbe una sorta di "santa alleanza" tra Ortodossia
e Islam contro l'Occidente atlantista e mondialista. Il
filoislamismo dei nuovi eurasiatisti deriva sì da Leont'ev (che già
ai suoi tempi auspicava un asse russo-ottomano contro l'Occidente
razionalista e liberale), da Trubeckoj e da Gumilev, i quali hanno
sottolineato gli stretti legami etnici e culturali esistenti tra i
Russi e i popoli turchi delle steppe eurasiatiche, ma si nutre anche
del tradizionalismo di René Guénon, penetrato in Unione Sovietica
già negli anni Sessanta.
Per quanto riguarda l'Islam, bisogna ricordare che le tesi
eurasiatiste sono accolte da numerosi intellettuali musulmani, tra i
quali mi limito a citare il politologo Shamil Sultanov, uno dei più
stretti collaboratori di Aleksandr Prochanov nella redazione del
periodico "Den", e soprattutto il filosofo Gejdar Dzemal, che è
stato tra i fondatori del Partito della Rinascita Islamica ed ha
avuto una parte di grandissimo rilievo nella formazione culturale di
Aleksandr Dugin.
Che molti dei temi caratteristici dell'eurasiatismo siano presenti
nel pensiero di Zjuganov, appare evidente a chi legga con attenzione
Stato e potenza. È vero, come osserva Montanari nel suo saggio
introduttivo, che lo scenario geopolitico disegnato da Zjuganov in
questo libro è diverso da quello prospettato da Dugin, in quanto
all'impero eurosovietico viene preferito il rapporto privilegiato
con Pechino e Nuova Delhi. Tuttavia - e Montanari non manca di
riconoscerlo - Zjuganov mantiene intatti i princìpi ispiratori
dell'eurasiatismo, allorché afferma la necessità di costituire un
Kontinentalblock avverso ai progetti delle potenze oceaniche.
Quanto ai temi caratteristici del nazionalbolscevismo, vorremmo
ricordare alcune considerazioni che Zjuganov ebbe modo di svolgere
nel corso di un'intervista rilasciataci il 17 giugno 1992, quando
era presidente del Soviet di coordinamento delle forze
nazionalpatriottiche di Russia.
Data l'incredulità e lo stupore suscitati in Occidente dal fatto che
il Partito Comunista si era alleato, nel quadro del Fronte di
Salvezza Nazionale, con forze politiche di destra, chiedemmo a
Zjuganov di spiegare il senso e la ragione di tale alleanza. Ci
rispose testualmente: "Tutti coloro che hanno costituito questo
blocco, siano comunisti o monarchici, cristiani o conservatori,
hanno capito che solo le idee di Stato e di Nazione possono salvare
il nostro Paese".
E qui Zjuganov sviluppò un tema che poi ricevette ampio sviluppo nel
nuovo statuto del Partito Comunista: il tema della sintesi del
nazionale e del sociale.
"La nazionalità - disse - è una coordinata verticale nella struttura
psicologica di un popolo. Il tipo russo è individuato da un profondo
carattere comunitario, quello che si è espresso tradizionalmente
nelle grandi assemblee religiose. Ma il tipo russo si esprime anche
nella fedeltà, nella lealtà. Queste nostre principali qualità
nazionali sono state gravemente colpite dalla Perestrojka. Ora, la
giustizia nazionale consiste nel ridare al popolo russo, prima di
qualunque altra cosa, ciò che gli appartiene intimamente: le sue
basiliche, la sua architettura, le sue canzoni, la sua musica. Il
potere che circonda Eltsin è antinazionale. Manca totalmente ad esso
il colore russo. E questo discorso - continuò - vale perfettamente
anche per la televisione e i mezzi d'informazione. L'altra
coordinata, inseparabile dalla giustizia nazionale, è la giustizia
sociale: il popolo russo non può esistere se non c'è la giustizia.
Non può esistere nemmeno il collettivismo. Ebbene, se non si
risvegliano queste due componenti, quella nazionale e quella
sociale, io non riesco a vedere nessuna possibilità di rinascita". |