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AA.VV.
“Sul terrorismo israeliano”
Documentazione raccolta da Serge Thion
Scritti di N.H. Aruri, R. Atelier, U. Avneri, P. Barnard, R. Bleier, N.
Chomsky,
N. Giladi, O. Yinon, L. Rokach, I. Shahak, A. Weinstein
€ 22,00
A giorni l’uscita per i
tipi delle Edizioni Graphos di Genova
Di seguito riproduciamo la nota editoriale.
A
proposito di antisemitismo
È difficile che passi giorno senza che si sia invitati a ricordare che,
oltre all’America di Bush, di Cheney, di Rumsfeld, di Abu Ghraib e di
Guantanamo, delle multinazionali vampiresche, delle mille e mille
nefandezze perpetrate in ogni angolo della terra, c’è un’altra America
che non si rassegna, che protesta, che si oppone.
È vero. è altrettanto vero che lo stesso non si può dire di Israele, se
non con molte riserve.
Si obietterà: ma come, non c’è anche là gente che non si rassegna, che
protesta, che si oppone? Forse che per popolare il paese sono stati
clonati in milioni di esemplari quei figuri con il loro grifo immondo,
perfetta incarnazione della politica che perseguono?
No, non sono certo cloni quelli che adesso abitano la Palestina. E quei
dissenzienti, quelle coscienze che si rivoltano, anche se in numero
limitatissimo, salvano l’onore del loro popolo. Sappiamo perfettamente
che tra il refusenik e Ariel Sharon passa un’incommensurabile
differenza. Il punto, tuttavia, non è questo.
Il punto è che, almeno da un punto di vista, il refusenik e Sharon sono
sul medesimo piano: l’uno e l’altro stanno là dove non dovrebbero stare.
Tutto considerato, questo non si può dire della popolazione
statunitense. L’estirpazione dei pellirosse fu qualcosa di abietto,
nessun dubbio su ciò, ma è un fatto che questo qualcosa fu
l’irreparabile rovina di un’etnia cui possiamo, sì, guardare con
ammirazione e con rimpianto, ma che, per i suoi modi di vita sociale,
rimaneva pur sempre attardata in una lontana preistoria. Il genocidio
dei pellirosse non perciò riesce meno ripugnante, ma fu parte di un
processo assai più vasto del quale in via obiettiva non si può negare il
carattere di progressività storica.
Se il refusenik israeliano e Sharon stanno là dove non dovrebbero stare,
ciò accade invece come risultato di una politica che era, nonostante il
suo mascheramento in senso socialista, storicamente reazionaria nella
premessa da cui partiva – l’inconsistente interpretazione dell’ebraismo
come nazionalità. L’attuazione di tale politica -perseguita per decenni,
molto prima di Sharon, con l’inganno, il ricatto, la prepotenza, la
violenza, l’oppressione, e sempre in un’atmosfera di intollerabile
ipocrisia- ha implicato come conseguenza necessaria e puntualmente
prevista una guerra di stampo razziale e la catastrofe di quella che
era, e in qualche misura rimane ancora oggi, la frazione del popolo
arabo più laica, dunque più refrattaria alle suggestioni del
fondamentalismo religioso.
Il perseguimento della linea suddetta è stato reso possibile,
specialmente dopo la guerra del 1967, solo dalla capacità dell’ebraismo
americano, il più numeroso del mondo, di condizionare, grazie al proprio
ingentissimo peso economico e sociale, la politica di Washington.
Altrettanto efficaci sono state la multiforme rete protettiva stesa
intorno allo Stato sionista dalle comunità ebraiche del mondo intero, e
-elemento essenziale, ieri e oggi, di manipolazione dell’opinione
pubblica- l’aureola di intoccabilità creata intorno all’ebraismo
dall’imposizione come indiscutibile verità storica (con la complicità,
per quanto riguarda il proletariato, delle socialdemocrazie e dallo
stalinismo) di una visione radicalmente falsata dei fini, delle modalità
e dei costi umani dell’infame persecuzione di cui si macchiò
l’antisemitismo hitleriano.
Oggi, in Europa e fuori d’Europa, un’opinione pubblica esente nella sua
grande maggioranza da ogni preconcetta ostilità al sionismo è, giorno
dopo giorno, indotta a chiedersi in che cosa la condizione del popolo
palestinese sia diversa da quella dei polacchi sotto il tallone di ferro
del nazismo.
E, allora, per difendere l’indifendibile, per far sì che l’evidenza non
sia tale, ecco i continui rilanci del cosiddetto olocausto, ecco la
caccia agli ultimi cascami umani processabili, pretesi «responsabili
nazisti», dei quali i più giovani stanno tra gli ottantacinque e i
novant’anni: il che basta a lasciar pensare che, durante la seconda
guerra mondiale, di ben poco potessero essere «responsabili», se si
prescinde dal dovere dei militari di non obbedire a ordini palesemente
ingiusti. Questo principio è applicato retroattivamente ai tedeschi
vinti, ma non si dovrebbe, chissà perché, applicare ad americani e
israeliani, destinatari per definizione di quegli ordini palesemente
giusti in conseguenza dei quali i secondi -per non parlare di ciò che
fanno gli americani in Iraq- uccidono terroristi di 4, di 5, di 6 anni,
lasciano morire ai posti di blocco malati bisognosi di urgenti cure
ospedaliere, massacrano gente che difende la poca terra che le rimane,
demoliscono migliaia di case palestinesi, tolgono ogni libertà di
movimento al presidente, internazionalmente riconosciuto, dell’Autorità
Nazionale Palestinese. Ecco, soprattutto, levarsi alte strida per
l’antisemitismo che starebbe dilagando.
A meno di considerare antisemitismo la valutazione oggettiva espressa
dalla maggioranza degli europei secondo la quale lo Stato di Israele
costituirebbe il maggior pericolo per la pace mondiale, l’antisemitismo
non dilaga affatto, oggi, e di questo siamo i primi a rallegrarci. Ma,
se qualcosa gli può aprire la strada, è precisamente l’atteggiamento dei
dirigenti delle comunità ebraiche (e, per la verità, non solo loro) di
identificazione con lo Stato sionista: identificazione magari anche
critica -cosa ben possibile, quando c’è di mezzo uno Sharon-, ma non
perciò meno totale.
A seguito del venir meno del movimento rivoluzionario proletario per
tutta una fase storica della quale sappiamo con certezza che finirà,
senza però poter ancora prevedere quando, le condizioni odierne nelle
metropoli non meno che nelle aree marginali sono tali da non permettere,
considerando questioni come quella del Vicino e Medio Oriente, di
adottare un’ottica socialista e di indicare, conformemente a
quest’ultima, strade che sarebbero proponibili solo in una situazione
contraddistinta dalla presenza effettiva, qui e ora, di quel movimento
rivoluzionario. Siamo perciò obbligati a non andare al di là di
un’ottica di democrazia conseguente: non è l’ottica socialista, ma non
comporta nulla che non sia contemplato in quest’ultima.
In questa sede ci limitiamo a sottolineare che per la soluzione
democratica della questione palestinese, ammesso che tale soluzione sia
possibile prima della ripresa di un movimento rivoluzionario di classe,
l’esistenza del sionismo costituisce un ostacolo non aggirabile e che
esso sarebbe un impedimento anche all’accoglimento della minoranza
nazionale israeliana (dato che una nazionalità israeliana, oggi, volere
o volare, esiste) all’interno di un autentico Stato di Palestina.
Nell’ottica di democrazia conseguente di cui abbiamo parlato, ai vertici
ebraici fuori di Israele e alle loro comunità devono essere ricordate
cose molto semplici. Per esempio, che il Portico di Ottavia non fa
ancora parte dei Territori occupati e che dunque non può venirne
estromesso a calci e spintoni un cittadino che si è reso sgradito per
ciò che pensa e dice della politica israeliana (ci riferiamo alla
disavventrura occorsa tempo addietro a Vittorio Agnoletto, anche se il
personaggio non suscita certo le nostre simpatie politiche).
Va ricordato che l’occupazione di un’aula di tribunale a seguito di una
sentenza -quella del primo processo Priebke- che non è quella desiderata
è un atto sedizioso, anche se un ministro della giustizia
inammissibilmente servizievole arriva trafelato ad accomodare tutto. Che
quando si appoggia una politica come quella sionista non ci si può
permettere di porre sotto accusa il mondo intero per aver consentito che
negli anni Trenta la Germania al proprio interno desse corso a un’odiosa
discriminazione razziale (e, del resto, che cosa avrebbe dovuto fare il
mondo? dichiarare guerra alla Germania nel 1935?). Infine, che il
problema della «doppia fedeltà», a Israele e al paese di residenza, sarà
vecchio quanto si vuole, ma non ha ancora ricevuto da parte ebraica
neppure un principio di risposta.
Si finga pure di non vedere cose come queste, ci si lasci incensare da
chi, per ragioni non confessabili senza imbarazzo, trova opportuno
ergersi a paladino dell’«unica democrazia del Vicino Oriente», ci si
compiaccia magari del fatto che qualcuno -l’onorevole Gianfranco Fini-
spinga il proprio occhiuto servilismo fino a coniare la formula
dell’«Europa delle cattedrali e delle sinagoghe», mirabile sintesi in
chiave di fantastoria; si continui così, e prima o poi, per nostra
comune disgrazia, l’antisemitismo dilagherà per davvero.
30 giugno 2004
Ed.
Graphos
il volume sarà reperibile
anche su
www.libreriaislamica.it
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