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La “Folgore”: come e perché fu distrutta

(retroscena della disfatta)

seconda parte

 

Di NINO ARENA

 

 

         Ancora una volta, come nella primavera del 1941 in Grecia, Mussolini rientrava avvilito in Italia dopo aver constatato che le rosee previsioni dei generali non rispondevano alla realtà; qualcosa non funzionava nell’ingranaggio fra il Comando Supremo e Superesercito, fra le direttive impartite e i risultati.

            Rommel aveva anche tentato di muoversi subendo alcuni rovesci e la situazione era ormai mutata. Non restava che riprendere il piano originario di SuperASI, realizzabile dopo adeguata preparazione logistica e rafforzamento dell’ACIT.

            Nel clima d’incertezza anche Cavallero dovette adeguarsi alle possibilità offerte da Roma e autorizzò il trasferimento della divisione paracadutisti proposta dallo SM/RE, In tal modo veniva negativamente condizionato il futuro dell’operazione C.£ (Malta) e in più disatteso un preciso accordo stipulato con Rommel di “non inviare più in A.S. unità italiane appiedate giudicate più dannose che utili”.

            I reparti paracadutisti di una parte e dell’altra non avevano operato in A.S. secondo il naturale impiego dal cielo, poiché il terreno e l’ambiente sconsigliavano operazioni di aviolancio: desertico e privo di risorse, tatticamente allo scoperto e ostile per condizioni climatiche. Vale la pena in proposito, accennare che i tre battaglioni di paracadutisti italiani impiegati sino al 1941 in Libia (fra cui il famoso battaglione libico del 1938) erano stati utilizzati come fanteria di linea ed erano andati distrutti rapidamente nel confronto con le forze motocorazzate nemiche. I 160 arditi-sabotatori che verranno poi lanciati nel giugno 1943 fra l’Algeria e la Libia, saranno neutralizzati entro le successive 24 ore dal lancio, anche per una serie di macroscopica di valutazioni errate dell’Ufficio Operazioni dello SM/RE, che aveva fornito loro valuta fuori corso, carte topografiche inesatte e, indicazioni incomplete. In taluni casi erano attesi dagli inglesi già informati probabilmente da intercettazioni radio.

            L’impiego dei paracadutisti come fanteria era poi sconsigliabile oltre che per l’inadeguato armamento, soprattutto per la mentalità formatasi nel particolare addestramento. Le operazioni inglesi “Compass”, “Battle Axe”, “Crusader” doveva pur aver insegnato qualcosa ai comandi italiani per gli attacchi a largo raggio condotti con forze mobili motocorazzate, distruzioni a distanza fatte con artiglieria motorizzata, annientamento di unità appiedate rimaste isolate nel deserto: una fine questa che non poteva essere stata prevista a Roma da chi aveva deciso l’invio della “Folgore” in A.S..

 

 

            C’è la testimonianza di Don Giovanni Scantaburlo, valoroso cappellano della “Folgore”, sacerdote degno di stima, in visita al Ministero della Guerra alla vigilia della partenza per salutare un amico, alto funzionario civile. Si sentì raggelare allorché ebbe da questi una confidenza sul futuro dei paracadutisti: “…la tua bella divisione sarà soffocata come un bambino nella culla, anzi nella sabbia. C’è molta più gente disposta a perderla questa guerra che a vincerla”. Ed aggiunse: “è un tragico errore quello che stanno commettendo. Per rovesciare un regime non si rovina un paese intero” e abbracciandolo commosso concluse il colloquio con la frase: …tu partirai con la tua bella “Folgore”, con i tuoi meravigliosi ragazzi. Forse non ci rivedremo più. Dimentica le mie parole. Che Dio vi protegga”.

            Come potevano i buoni italiani accettare queste rivelazioni e conservare l’ottimismo e la speranza nel clima di sfiducia che aleggiava nei palazzi di Via XX Settembre nell’estate del 1942, tempo in cui le sorti della guerra sembravano tutte favorevoli ad una vittoria dell’Asse? Ma per completare gli elementi da valutare ed esprimere un giudizio definitivo ed obiettivo, aggiungiamo altri interessanti particolari.

            La divisione paracadutisti, considerata unità d’élite, era composta da giovani militari di leva, da richiamati, da ufficiali e sottufficiali provenienti da ogni Arma, Corpo e Specialità del R.E.. Tutti avevano scelto volontariamente d’essere paracadutisti, sottoponendosi ad una severa selezione attitudinale, a un duro tirocinio di preparazione ginnica, prelancistica, addestrativi con l’unico intento di servire la Patria in guerra in una specialità, rischiosa ma affascinante da ogni punto di vista: militare, personale, psicologico e morale. Pochi gli ufficiali in SPE (nel giugno 1942 il Capo di SM/RE Ambrosio invitava ancora con una circolare gli ufficiali in SPE a presentarsi come paracadutisti per colmare i vuoti negli organici assegnati agli ufficiali di carriera) segno questo del clima di prevenzione verso i paracadutisti e in realtà una sconfessione per coloro che avevano favorito tale preconcetto. Numerosi invece gli ufficiali di complemento, i sottufficiali reduci da più fronti; molti i decorati al valore e una massa entusiasta di soldati armoniosamente accomunati, dagli aristocratici come i Ruspali, i Visconti, i Marengo, i Bechi Lucerna, i Vagliasindi ai modesti popolani, ai rudi montanari provenienti dagli alpini, dagli eleganti ufficiali di cavalleria ai giovani di ogni ceto sociale. Tutti animati da spirito di emulazione e senso di responsabilità, legati da vincoli di cameratismo, fin dall’inizio alla scuola di Tarquinia. Un corpo scelto di istruttori, in buona parte provenienti dalla famosa Accademia della GIL della Farnesina curava la preparazione psicofisica. Il risultato era al di sopra di ogni aspettativa, anche la più ottimistica e costituiva un aspetto inconsueto e rivoluzionario confrontato col grigiore dominante nelle tetre caserme del R.E.. S’era creato al di fuori degli schemi soliti, uno strumento bellico e di compattezza morale di grande affidabilità e di eccezionale volitività, pronto ad affrontare qualsiasi prova, anche la più impegnativa e rischiosa.

            Il merito va in gran parte alla personalità eccentrica e anticonformista del comandante della scuola colonnello pilota Giuseppe Baudoin, ben conosciuto da Mussolini. Egli si era fatto molti nemici al vertice militare (verrà sostituito nel novembre 1942) per il suo modo chiaro e franco di esporre i problemi e di affrontarli, quando necessario, con l’aiuto del Duce con cui aveva vissuto politicamente l’atmosfera della vigilia, l’avvento al potere e l’ascesa del movimento fascista.

            Si deve aggiungere il lusinghiero giudizio espresso sui paracadutisti italiani da prestigiosi comandanti tedeschi come i generali Kurt Student e Bernard Ramcke, i quali con sincero e inconsueto entusiasmo, manifestarono in più occasioni ammirazione e piena fiducia nell’impiego: una fiducia che troverà conferma nelle giornate di El Alamein e durante il prosieguo del conflitto da Anzio-Nettuno a Roma, di Filottrano alle Alpi occidentali.

 

 

            La divisione paracadutisti era considerata  pronta ad affrontare la grande prova per conquistare Malta, lanciandosi dal cielo sulla munita piazzaforte nemica.

            Poteva considerarsi politicamente condizionata la “Folgore” come supponevano taluni responsabili del vertice militare? Nelle scuole di Tarquinia abbondavano le frasi mussoliniane, ma esse non potevano avere che un effetto psicologico considerando che scritte identiche erano visibili in tante altre caserme senza suscitare giudizi e prevenzioni caratterizzanti, come nel caso dei paracadutisti.

            Nel comportamento vivace, frutto dell’esaltazione tipica della gioventù dell’epoca, emergevano caratteristiche individuali ben diverse da quelle espresse nelle caserme severe ma amorfe del R.E.; si manifestavano in spontanee dimostrazioni di esuberanza giovanile come nelle adunate di massa del fascismo, si udivano canti patriottici e grida d’incitamento dannunziane, ma tutto ciò esaltava lo spirito combattivo della truppa.

            Più che una oggettiva valutazione dei fatti sussisteva una particolare prevenzione contro una forza militare vitale e anticonformista, il che pesò nel decidere il destino della ingombrante e impaziente divisione.

 

 

            Vi furono altri fatti che meritano di essere considerati.

            Prima della partenza dall’Italia (la divisione si trovava in esercitazione nelle Puglie per condizionarla al modello A.S./42 e completarla nell’ordinamento previsto) venne distaccato dagli organici divisionali il 3° rgt. Paracadutisti (l’unità era una delle poche G.U.  del R.E. su tre rgt.) riducendo così di circa 1.300 effettivi (due btg. Operativi) la forza dell’unità. Venne poi modificata la definizione d’impiego divisionale con il nominativo convenzionale di “Divisione Cacciatori d’Africa”, per impedire, si disse, al nemico d’individuare l’unità paracadutisti; si fece partire la divisione senza assegnare le bandiere quasi che i paracadutisti non meritassero di avere, al pari di tutti gli altri reggimenti del R.E., il sacro simbolo della Patria da difendere (una pregiudiziale questa usata in precedenza soltanto col rgt. Volontari “Giovani Fascisti” che combatté la sua lunga guerra in A.S. senza bandiera, quasi sicuramente per la sua denominazione a giudizio dello SM/RE politicizzata).

            Una riserva criminale che colpiva militari di ben diversa caratterizzazione morale e individuale non graditi al vertice militare del clan Badoglio. Ma altri inconsueti aspetti, che potremmo definire veri e propri sabotaggi, si manifestarono al momento della partenza.

            La raccomandazione avanzata dal maresciallo Cavallero sugli “aviotrasporti intensificati al massimo” venne apertamente disattesa da coloro cui incombeva tale compito, poiché pur contando sulla disponibilità di carburante avio per il viaggio di ritorno (ottenuta con i sacrifici dei sommergibilisti) un insensato ordine di Superesercito disponeva l’invio di circa metà degli effettivi divisionali in Grecia a mezzo ferrovia sul percorso  Puglie-Veneto-Venezia Giulia-Slovenia-Croazia-Serbia-Macedonia-Grecia fino all’aeroporto Tatoi di Atene.

            Un viaggio in ferrovia di circa 10 giorni, con il pericolo di attentati ferroviari da parte dei partigiani titini e conseguente notevole ritardo dei tempi tecnici di trasferimento. A ciò aggiungasi lo spostamento del terminale di scarico da Tobruk a Derna/El Feteja (più lontano dal fronte) riservando a Tobruk/K.2 una parte delle incombenze di scarico di uomini e materiali.

            In più la divisione venne gravemente appesantita dal trasporto effettuato dal 260 aerei S.M. 82 del materiale lancistico: 4.500 paracadute IF.41/SP, aviocontenitori, materiali aviolanciabili, guantoni, ginocchiere, attrezzature speciali per circa kg. 170.596. materiale questi del tutto inutile in A.S., ma inviato con ingiustificato zelo, perché “sarebbe tornato utile ai paracadutisti”. Fu necessario immagazzinare precariamente questo prezioso materiale nei pressi di Derna dove il 70% andrà perduto durante l’abbandono della Pirenaica.

 

 

            Fra il 15 luglio e il 6 agosto gli aerei del S.A.S. trasportarono in A.S. in 485 voli-missione partendo da Galatina e Tatoi, 324 ufficiali, 461 sottufficiali, 5.309 paracadutisti e militari dei servizi divisionali (940 ufficiali, sottufficiali, truppa). Nonostante il misterioso e inutile invio del materiale lancistico, non venne provveduto invece a dotare i paracadutisti della indispensabile borraccia per l’acqua, aspetto questo che comportò un pesante intervento dello stesso Cavallero e l’apertura di un’inchiesta. Occorsero altri due giorni d’attesa per reperire le borracce prima di trasferire i paracadutisti verso il fronte con autoveicoli militarizzanti e del Supercomando ASI. Fra l’altro, la notizia che il materiale aviolanciabile era stato inviato in A.S. suscitò speranze e pericolose suggestioni: si sparse ad arte la voce di un prossimo aviolancio sul Canale voluto da Rommel, il che creò illusioni dure a morire.

            Il 1° agosto, dopo che radio Londra  aveva diffuso la notizia dell’arrivo in A.S. dei paracadutisti italiani, venne meno il ridicolo camuffamento in “cacciatori”, scomparve il “segreto militare” e si costituiva ufficialmente la 185° divisione di fanteria paracadutisti assegnando il nominativo di “Folgore” all’unità. Essa era ordinata sui rgt. 186°/187° e sul 185° artiglieria con reparti speciali di guastatori, genieri, artieri/minatori, sezioni CC.RR., sussistenza, sanità incamerando alcune strutture della disciolta “Sabratha”. Gli organici erano del 20% inferiori alla consistenza prevista per le divisioni paracadutisti (pari al 45% delle normali G.U. di fanteria), così come ridotte erano le armi collettive; mancava completamente l’artiglieria divisionale con i cannoni da 75/27 e gli obici da 100/17 sostituiti malamente dai mediocri pezzi c.c. da 47/32 (24 cannoni) cui andavano aggiunti altri 12 c.c, in dotazione alle Cp. Cannoni di rgt.. Non disponeva che di pochi automezzi appena sufficienti per le quotidiane esigenze di sussistenza (viveri/acqua) e nemmeno di attrezzature campali, materiali del genio, apparati tecnici, strumenti, binocoli, telefoni da campo, carte topografiche precise e attendibili, segnalatori, apparecchi radio in misura sufficiente, bussole, filo spinato, paletti, razzi da segnalazione; in parole povere la “Folgore” mancava di tutto, anche se a parere di Superesercito e del Comando Supremo, “poteva considerarsi idonea ad operare nel deserto egiziano”.

 

 

            Da un giorno all’altro i paracadutisti si ritrovarono a vivere e combattere in un ambiente completamente sconosciuto e ostile, in cui la sopravvivenza era legata all’esile filo dei servizi e della disponibilità irrinunciabile di automezzi; scarsi il cibo e l’acqua, la legna da ardere (venne utilizzata la palificata di Sidi Abd el Raham a Quattara accorciando i pali telegrafici giorno dopo giorno); difficile anche curare le numerose malattie gastrointestinali che ridussero in poco tempo aitanti soldati in deperiti ed emaciati individui, tanto che gli organici scesero al 60% di quelli iniziali.

            Intatti l’entusiasmo e la carica combattiva, sì che il nemico dopo i primi scontri (venne catturato il generale Clifton comandante di brigata neozelandese) si fece cauto.

            Il problema dell’impiego in battaglia della “Folgore” costituiva la maggiore preoccupazione del comando per gli impegni che si richiedevano in fase offensiva/difensiva, da assolvere senza avere i mezzi idonei.

            Mancava soprattutto, e tale problema era particolarmente sentito, l’artiglieria divisionale,  evidentemente non sostituita dal cannone controcarro da 47/32, progettato da un tecnico austriaco e prontamente acquistato dall’Italia, ignorando gli effetti psicologici sui fanti posti di fronte ad in nemico più dotato.

            In conseguenza furono assegnati in uso alla “Folgore” gruppi di artiglieria di altre GG.UU.: due da 88/55 della “Trieste”; due della “Pavia” e uno della “Brescia” da 75/27; uno da 100/17 della “Trieste”; uno misto tedesco da 105/32 e 210/36; due del x C. d’Armata da 105/28 e 149/28; complessivamente un centinaio di bocche da fuoco per coprire il settore assegnato alla “Folgore” ossia i 15 km finali del settore meridionale dello schieramento di El Alamein.

 

 Fallito il tentativo di Rommel di penetrare nello schieramento inglese a fine agosto ad Alam el Halfa, con gravi perdite in uomini e mezzi, non restò altra soluzione che interrare l’ACIT in attesa di ricostituire forze e materiali per una nuova offensiva, schierando 8 divisioni di fanteria italo-tedesche rinforzate nel retro da 4 GG.UU. corazzate per l’eventuale intervento nei punti minacciati dello schieramento.

            Alla vigilia della battaglia finale, lo schieramento dei paracadutisti che andava da Deir el Munassib ad Haret el Himeimat, venne rinforzato dal 31° btg. Guastatori del ten. Col. Caccia Dominioni e da un btg. Del 28° rgt. “Pavia” nell’estremo del settore sud.

             La linea difensiva era stata rinforzata da ostacoli passivi, reticolati, cavalli di frisia, campi minati su 360°, caposaldi di settore, centri di fuoco, osservatori avanzati, postazioni protettive di seconda linea, posti rifornimento munizioni, punti di protezione degli accessi ai varchi dei campi minati con cannoni c.c. avanzati.

            Erano schierati circa 4.000 paracadutisti, 1.800 artiglieri, 1.500 fra guastatori e fanti, un migliaio di altri militari dei servizi distaccati dal X Corpo d’Armata – in totale poco meno di 10.000 uomini. Di fronte avevano 58.000 soldati del XIII Corps (Gen. Horrocks) con le div. ftr. 44° e 50°, la 7° corazzata (i famosi “topi del deserto” protagonisti recentemente nella “Desert storm” in Kuwait), il 1° gruppo di brigate “France libre”, la reale brigata greca e numerosi reparti autonomi di carristi, artiglieria, genieri, segnalatori suddivisi in 25 btg., 23 rgt. Di artiglieria campale, pesante e controcarro con 420 pezzi da 88/27 e 140/30, c.c. da 6 e 14 lbs., cannoni automatici Bofors da 40/56 mentre la componente corazzata disponeva di 450 carri fra “Sherman”, “Stuart”, “Crusader A. 15”, semoventi “Grant”, un gruppo di carri sminatori su scafo “Mathilda” mk II “Skorpion” e poi ancora Bren Carriers, autoblindo Marmont-Herrington-Humber, Daimler. Una sproporzione che non richiede nella sua evidenza alcun commento considerando che la sola artiglieria disponeva di 300.000 granate a piè d’opera.

            Il piano d’attacco per il settore sud, denominato “light foot”, era stato completato dal servizio informazioni, che a mezzo del sistema ULTRA e delle decodificazioni con la decifratrice “Enigma”, aveva accertato l’esatta consistenza della “Folgore” in 3.440 paracadutisti schierati in prima linea e l’esatta disposizione dei btg, di primo schieramento.

            Il piano prevedeva l’ampiezza del fronte da attaccare (12/14 km) e dopo lo sfondamento, l’aggiramento della linea difensiva fra el Taqa-Qarit el Kadim-Gebel Khalak convergendo sul rilevo tattico el Kharita (p. 355).

            Era previsto lo scontro con le forze motocorazzate dell’Asse (circa 120 carri fra M.14 e pz. III/IV)se non avesse funzionato l’attacco alternativo a nord fra Miteirya e Kidney Ridge, forte di larga disponibilità di cannoni controcarro da 57 a 76 (120 pezzi). Fra le altre valutazioni favorevoli la presenza sul fronte sud di soli soldati italiani, la cui capacità combattiva era ritenuta modesta, sia per lo scarso armamento pesante che per l’irrilevante capacità reattiva agli attacchi motocorazzati per limitazioni di organici e mobilità.

            Una serie di apprezzamenti e valutazioni che sarebbero state successivamente smentite dai fatti.

            La “Folgore” schierava in prima linea 3.500 paracadutisti, 500 in seconda linea mentre nelle retrovie sostavano circa 800 militari dei servizi. Un centinaio erano spedalizzati e non meno di 700 erano stati avvicendati per ferite o malattie contratte nei precedenti mesi.

            Il piano per il nord, preparato dal generale Bernard Montgomery e denominato “Super-charge”, prevedeva un attacco con 5 GG.UU. di ftr. E 3 divisioni corazzate con l’appoggio di 800 aerei da battaglia della RDAF.

            L’appoggio aereo per il settore sud si sommava al piano di fuoco predisposto dal generale Kirchmann con 400 cannoni campali, che si articolava su salve continuate sulla terra di nessuno e allungate di 100 yds. In 100 yds ogni 15’ per coprire con la barriera progredente di ferro e fuoco l’avanzata delle truppe.

            L’attacco ebbe inizio alle ore 20,40 del 23 ottobre 1942 e, salvo brevi interruzioni, si protrasse ininterrottamente sino all’alba, con alcune varianti in taluni settori interessati ad operazioni di sminamento e bonifica con intervento di carri “Skorpion”. Le fanterie investirono le posizioni tenute dalle cp. 6°, 24°, 19° prima e poi quelle delle cp. 20°, 22° ma furono dapprima bloccate dal tiro delle artiglierie perdendo numerosi carri, distrutti dagli attacchi individuali dei paracadutisti dei btg. 2° ( Zanninovich), guastatori (Burzi), 7° (Ruspoli), 5° (Izzo), 4° (Bechi-Luserna). Successivamente l’intervento dei btg. 7° e 5° bloccò definitivamente l’avanzata inglese, mortificando prestigiosi reggimenti della Royal Army, onusti di gloria e di campagne di guerra: Greys, City of London, Yeomanry, Derbyshire, Queens, Buffs, Royal West Kent. Almeno 300 i morti accertati, un centinaio i carri distrutti sì da costringere Horrocks, sorpreso e preoccupato da tale imprevista reazione, a rinnovare gli attacchi con l’impiego dei legionari francesi e dei reggimenti del XIII Corps Hussards, Green Howards, Household Cavalry, Royal Rifles King, che si dissanguarono senza ottenere alcun serio risultato. La “Folgore” non cedeva, resisteva, contrattaccava, catturava prigionieri, causava perdite tanto da costringere all’intervento il Comandante supremo generale Alexander, che ordinava a Montgomery di sospendere gli attacchi poiché insistere “non avrebbe portato che ad altre gravi perdite che non potevano essere accettate”. Una preziosa dichiarazione che faceva giustizia sommaria dei mortificanti giudizi sul soldato italiano, riabilitato da combattenti decisi e coraggiosi, che suscitavano l’ammirazione e il rispetto dell’altezzoso nemico.

 

 

            Il fronte crollò invece a nord coinvolgendo ovviamente anche quello a sud: Rommel ordinò la ritirata, che Hitler bloccò dapprima e poi autorizzò fino al meridiano di Fuka. Fu così segnato il prevedibile destino delle unità italiane appiedate come “Trento”, “Bologna”, “Brescia”, “Pavia”, “Folgore”, mentre subivano gravissime perdite “Ariete”, “Trieste”, “Littorio”; si salvarono in parte il DAK motorizzato che lasciava velocemente la zona minacciata di accerchiamento e abbandonava al loro destino le fanterie italiane.

            Il 3 novembre la “Folgore” iniziava il ripiegamento fra le vibrate proteste dei paracadutisti che volevano mantenere le posizioni, consci che l’ordine avrebbe significato la distruzione dell’unità. Fu una marcia lunga e sofferta, in un continuo stillicidio di uomini lasciati esausti lungo le piste con una borraccia d’acqua e una coperta, di feriti non curati, di morti seppelliti nel deserto, di soldati fisicamente provati dal traino a braccia dei pezzi controcarro, dal trasporto di cassette di munizioni ne di bombe a mano. Si può dire che questo fu il vero dramma della “Folgore”, una battaglia disumana sorretta solo dall’orgoglio e dalla volontà di non cedere. Ma tutto fu inutile poiché il 6 novembre rimanevano in armi soltanto 300 folgorini, circondati a distanza dal nemico, che rispettava quegli uomini indomiti. Radunati in quadrato e resi gli onori militari ai loro comandanti, distrutte le armi e resi inutilizzabili i congegni di tiro, i paracadutisti chiusero con grande dignità il breve ciclo combattivo della divisione “Frattini”.

            L’episodio che segue dimostra il comportamento che caratterizzava i paracadutisti tutti per risolutezza, intelligente interpretazione del rischio e iniziativa. Tutto riassunto nello spirito di corpo, che faceva della “Folgore” non l’unità indocile e insofferente alla disciplina, secondo il superficiale giudizio dei comandi a Roma, ma un complesso armonico, compatto e sensibile: una magnifica divisione del R.E., che premiò generosamente con le sue gesta la scelta di chi volle comandarla a dispetto della prudenza e dei timori dei carrieristi che l’avevano rifiutata.”Scendono da una vettura un generale e due colonnelli della Folgore: sono Frattini comandante, Bignami vice comandante; Boffa comandante l’artiglieria. Si avvicina un interprete: “Lei è il comandante della Folgore? Un generale inglese desidera salutarla”. Si presenta il generale Hugues; i tre italiani sull’attenti e l’inglese rigido si salutano militarmente. L’inglese accenna a tendere la mano: Frattini resta immobile e la mano si ritira. “Si è sparsa la voce che il comandante della Folgore  fosse caduto. Ho saputo che non è vero e voglio dirvi che sono contento” dice l’inglese. Frattini: “Grazie”. “Voglio aggiungere”, prosegue Hugues, “che nella mia lunga vita militare, mai avevo incontrato soldati come quelli della Folgore”. Un elogio e un riconoscimento manifestato con lealtà da un avversario che aveva costantemente disprezzato il soldato italiano, ora riscattato dal sacrificio e dal valore dei folgorini.

            Questo fu anche il significato morale delle vicende africane della “Folgore”; non solo aver arrestato e snaturato la “light foot” su cui Montgomery faceva tanto assegnamento, ma aver dimostrato che si può anche perdere una battaglia onorevolmente senza perdere la propria dignità di soldati.

            La conclusione era scontata e si verificò esattamente come nelle previsioni dei congiurati di Roma.

            Ma con la perduta battaglia di El Alamein non finì la guerra della “Folgore”, poiché fu necessario combattere nel dopoguerra una battaglia ancor più subdola, manifestamente settaria, ordita antistoricamente dal nemico di sempre con l’appoggio della più deteriore classe politica. Si negava ai folgorini ed ai paracadutisti tutti, anche quelli della guerra di liberazione la loro genuina connotazione e i sacrifici compiuti sui campi di battaglia. L’Italia della resistenza elargiva a piene mani medaglie d’oro a città e paesi senza storia e a uomini senza morale e civico coraggio, mentre la “Folgore” veniva disconosciuta perché etichettata politicamente con assurde motivazioni di parte e col tacito assenso della casta militare ereditata dall’armistizio, ferma nel rifiutare riconoscimenti e decorazioni.

 

 

            Furono necessari 21 lunghi anni di mortificante attesa e di sopportazione per avere giustizia con la concessione postuma delle medaglie d’oro al valore militare a tutti i reggimenti della “Folgore” ed ai 23 paracadutisti morti o sopravvissuti che avevano ugualmente meritato il massimo segno del valore. Per ottenere questo doveroso riconoscimento, fu necessario mobilitare ancora una volta i quadri divisionali ed aprire uno spiraglio con apposito decreto-legge, onde riaprire, in un limitato lasso di tempo il termine sulla concessione delle ricompense al v.m.. Cadeva così il disegno di escludere la “Folgore” dal ricevere quanto meritato a El Alamein, pur nella constatata scomparsa della documentazione inspiegabilmente distrutta.

            In soli tre mesi furono approntate relazioni, ricostruiti fatti d’arme, elaborate situazioni operative con l’aiuto di tanti superstiti e dello S.M. divisionale: Frattini, Bignami, Boffa, Tantillo, Camosso che comandarono i reggimenti, Verando che fu il Capo di S.M. e tanti altri tra cui l’apporto prezioso del generale Giuseppe Baudoin.

            Il 4 novembre 1963, presente il Presidente della Repubblica Antonio Segni, furono consegnate le M.O. v.m. alle bandiere della divisione alla presenza di moltissimi folgorini e migliaia di paracadutisti. Mai nella storia delle FF.AA. italiane, una singola unità aveva ottenuto tante decorazioni per i suoi reggimenti e i suoi uomini per un singolo fatto d’armi. Eppure questo evento che avrebbe inorgoglito qualsiasi altro esercito del mondo, anche il più modesto, era stato disatteso, osteggiato e occultato. Non esiste alcuna documentazione sulla “Folgore” presso l’Archivio Militare Italiano, quasi che una misteriosa congiura avesse fatto scomparire ogni traccia di così importante avvenimento.

            La giustizia aveva trionfato e la Storia registrava in forma indelebile l’evento, salvando un grande patrimonio morale consegnato intatto all’Italia.

            “Io vengo con sonora musica, con trombe e tamburi, non per suonare le marce dei vincitori illustri, ma per cantare la gloria degli uomini vinti e caduti. Vi hanno detto che era bene vincere la battaglia? Io vi dico che è bene altresì soccombere e che le battaglie si vincono e si perdono con identico cuore. Io faccio rullare i tamburi per tutti i morti e per Essi faccio squillare le trombe in tono alto e lieve. Viva coloro che caddero, viva chi perde i propri vascelli, viva coloro che affondano con essi e non perdono l’onore, viva tutti i generali sconfitti e tutti gli eroi schiacciati cui la sconfitta non può togliere la gloria”.

 

 

            Una elogia appropriata per i ragazzi della “Folgore” quella di Whitman. Hanno vissuto una sola estate la loro breve ma gloriosa stagione di guerra. Si erano preparati a lungo per scendere dal cielo sul nemico ma non fu concesso loro questo privilegio, poiché andarono nel deserto arido per combattere la loro ultima battaglia. Era stato deciso che dovevano morire ma non previsto che avrebbero salvato l’onore delle armi italiane. Fu l’ultima beffa giocata a coloro che avevano decretato la loro fine.

 

 

RICOMPENSE AL VALOR MILITARE

 

ALLE BANDIERE                               INDIVIDUALI

 

3 Medaglie d’Oro                                                         6 Ordini Militari d’Italia

  

5 Medaglie d’Argento (*)                                          47 Medaglie d’Oro

 

1 Medaglia di Bronzo (**)                                       424 Medaglie d’Argento

 

1 Croce di Guerra (**)                                             464 Medaglie di Bronzo

 

 

(*)       Una fregia la Bandiera del 183° btg. mecc. “NEMBO”

(**)     Fregiano la Bandiera del 183° battaglione meccanizzato “NEMBO”

 

(Dal calendario della Brigata “FOLGORE” 1977

 

 

 

29/03/06

           

Ultimo aggiornamento: domenica 02 aprile 2006