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Latini e slavi nell’Adriatico Storia di una pulizia etnica
di Pietro Sella
Ciampi e Fini a Trieste – L’Adriatico, ambiente e popoli – Roma, le invasioni barbariche e gli slavi – L’epoca d’oro di Istria e Dalmazia all’ombra del Leone di San Marco – Il dominio austriaco, prima e dopo Lissa – La guerra ’15-’18 e il Patto di Londra – La seconda guerra mondiale – Il Trattato di pace del ’47 e il Territorio Libero di Trieste – Ultimi cedimenti: Osimo, il riconoscimento e l’ingresso in Europa di Slovenia e Croazia
«Tito l’ho conosciuto e dico che era un grand’uomo. Bisognerebbe ricordare agli italiani di Trieste che fu il IX corpus dell’armata jugoslava che li liberò dal terrore tedesco». Francesco Cossiga
26 ottobre 1954. Il Governo Militare Alleato riconsegna all’Italia Trieste e la zona A di quello che, secondo il Trattato di pace, avrebbe dovuto diventare il Territorio Libero di Trieste, (TLT). L’occupazione di questa zona, il tratto di costa tra Monfalcone e Muggia, era durata nove anni. La popolazione è sulle rive ad accogliere i soldati italiani, a ogni finestra è esposto il tricolore. La guerra è finita anche per i triestini, ma la gioia per la liberazione, per il ritorno alla normalità, non è completa. Rimangono l’umiliante ferita lasciata dall’invasione slava del ’45, il ricordo delle deportazioni, delle foibe, l’amarezza per le sofferenze dei profughi dell’Istria e della Dalmazia. E poi, quale futuro può avere una città priva di retroterra e assediata dagli slavi che si affacciano ostili dal Carso? Trieste non ha un avvenire economico ed è strategicamente indifendibile. Quale potrà essere, inoltre, il destino della zona B del TLT, ossia della più significativa parte dell’Istria che rimane occupata dagli jugoslavi? * * * 26 Ottobre 2004. Cinquant’anni dopo, a Trieste, in Piazza Unità, a celebrare il ritorno della Città alla madrepatria, ci sono il Presidente della Repubblica Ciampi e il vicepresidente del Consiglio Fini. È l’occasione per presentare ai triestini e agli italiani un bilancio della politica estera per quel che riguarda lo scacchiere adriatico. Dai discorsi emerge però puntuale il vero scopo della manifestazione: sfruttare, con l’abituale cinismo dei politici, l’opportunità per convogliare nella direzione voluta gli umori dell’opinione pubblica. E infatti le alte cariche istituzionali non mancano di incensarsi presentando la dirigenza democratica come campione di patriottismo. Le accreditano il recupero della Città, ma vantano soprattutto una politica estera lucida e priva di sbandamenti, che ha già avuto il risultato di portare i vicini sloveni in Europa e avviato l’ingresso dei croati. Grazie a questa lungimirante azione – stando ai personaggi di cui sopra – si è potuto porre fine, e nel migliore dei modi, alla lunga, dolorosa vicenda del confine orientale; la nuova Europa ha cancellato tutto il contenzioso del passato. Ma è stata proprio così accorta la politica estera italiana? E la questione adriatica ha avuto davvero nei pensieri dei nostri governanti quella collocazione prioritaria che nella manifestazione di Trieste è stata tanto enfaticamente rivendicata? Quel che è certo è che i risultati non potrebbero essere peggiori. L’Italia non è stata in grado di tutelare in quella zona i suoi vitali interessi etnici e strategici, tant’è che, dopo due millenni di presenza, è stata completamente estromessa dalla sponda orientale dell’Adriatico. Come ha potuto succedere, e quali sono le tappe salienti del disastro? Di chi le responsabilità? Saranno queste le domande destinate a guidare la nostra indagine. Un’indagine che ci fornirà elementi di giudizio sul comportamento dei governanti che si sono avvicendati al potere dall’unità d’Italia ad oggi, e ci darà un’idea delle loro sensibilità, capacità, determinazione. Ma soprattutto ci consentirà di capire se almeno, al di là dello sconfortante esito di cui abbiamo detto, sono stati messi in campo tutta quell’onestà e quel coraggio dai quali non si dovrebbe prescindere quando si ha a che fare con scottanti controversie di confine. Specie se, come nel caso in oggetto, la disputa travalica problemi territoriali e interessi economici e assume, con violenza paragonabile allo slittamento di enormi zolle tettoniche, le caratteristiche proprie dello scontro tra razze e civiltà. Diceva Tacito: Feminis lugere honestum est, viris meminisse. Apprestiamoci dunque, respingendo le lacrime, a ricordare, prendendo, in questo viaggio nel tempo, le cose ragionevolmente da lontano.
* * * Per afferrare quanto nella questione adriatica l’azione politica potesse essere determinante per far pendere il piatto della bilancia da una parte o dall’altra è assolutamente preliminare un cenno alla natura fisica dei luoghi. La costa, oltre 700 chilometri affacciati sull’Adriatico tra Fiume a nord e Cattaro a sud, è una quasi ininterrotta barriera di roccia carsica che rende difficile l’accesso verso l’interno e permette l’esistenza solo a brevi, non navigabili corsi d’acqua. Il territorio, serrato com’è tra il mare e un retroterra brullo, praticamente desertico, battuto per mesi da un vento, la bora, che non lascia crescere un albero, nega dunque favorevoli condizioni a vasti insediamenti umani. E infatti, nonostante il clima, marittimo e temperato, fin dall’antichità il numero degli abitanti è sempre stato esiguo, non arrivando mai a superare le poche centinaia di migliaia di anime. Tant’è che neppure ai nostri giorni si tocca il milione. Stesso discorso vale per le isole; anche se l’interesse turistico e lo sviluppo delle attività relative sono crescenti, solo 66 su 1185 sono abitate. È evidente in conclusione la decisiva importanza, in un contesto demografico del genere, di un’agire politico teso a rafforzare una presenza etnica. Diciamo ciò con espresso riferimento all’Italia, che sulla sponda occidentale dell’Adriatico può contare su una popolazione quindici volte superiore, che nel secolo scorso ha sparso nel mondo milioni di emigranti e ha profuso, nelle sue colonie d’Africa, somme enormi. * * * La sponda orientale dell’Adriatico fu romana fin dal II secolo a.C. e vestigia imperiali sono presenti in tutta l’Istria: a Pola, con la grande arena (22.000 posti a sedere) costruita sotto Augusto, e con l’arco dei Sergi, e in Dalmazia, dove a Spalato sono ancora in piedi le strutture dello splendido palazzo di Diocleziano, l’imperatore romano originario di quei luoghi. Dopo la caduta dell’Impero, Istria e Dalmazia passano a Bisanzio. Si tratta di una sovranità più nominale che altro, anche se rimangono preziose testimonianze di quella cultura, come la Basilica Eufrasiana a Parenzo che contiene mosaici non inferiori a quelli di Ravenna. A quel periodo risalgono le invasioni barbariche di visigoti, ostrogoti, unni, avari, ma gli insediamenti latino-veneti sulla costa e sulle isole – relativamente defilati – rimangono protetti. Ciò anche perché le primitive tribù che dalle steppe asiatiche dilagano verso l’Europa, non avendo mai visto il mare, se ne tengono istintivamente a distanza. È solo tra il VI e il VII secolo che compaiono sulla scena della storia, pare a seguito degli avari, i primi nuclei di slavi. Essi vivevano allora ai confini settentrionali e orientali dell’Impero bizantino raggruppati in sklavinie, sorta di «riserve» in cui Bulgari e Bizantini potevano, senza alcun rischio, razziare schiavi. Per sottrarsi a queste incursioni gli slavi si spostano ad ovest raggiungendo l’Adriatico. Ma non è certo una conquista militare, la loro. Analfabeti, privi di un’organizzazione sociale, di una cultura, e persino di una religione, gli slavi affluiscono alla spicciolata e vengono accolti dagli autoctoni come lavoratori di bassa forza. Alla prima ondata ne seguono altre. Il flusso migratorio verso la fascia costiera prosegue infatti, disordinato, ma inarrestabile nei secoli successivi e aumenta quando, per sottrarsi alle vessazioni dei turchi ormai padroni – dal 1389 dopo la battaglia di Kosovo Polje – di quasi tutta la penisola balcanica, molti slavi scelgono di rifugiarsi nei dominii della Serenissima. Questi nuovi profughi si ritengono già fortunati per aver salvato la pelle e trovato un lavoro. Non creano problemi e vanno ad affiancare gli immigrati precedenti dei quali assumono anche lo status sociale. Uno status del quale troviamo non equivoche tracce linguistiche nel triestino sciavo, nel toponimo veneziano Riva degli Schiavoni e persino, a dimostrare la diffusione geografica del «prodotto», nell’inglese slavery (schiavitù). Il dominio dell’etnia latino-veneta non subisce scosse sostanziali fino all’epoca moderna. Nei centri abitati gli stranieri servono nelle case dei signori, nel contado sono occupati nell’agricoltura e nella pastorizia. Questi lavori consentono alle loro donne di portare nei mercati cittadini uova, pollame, caciotte, ortaggi e legna da ardere. Quanto ai padroni di casa, oltre alla nobile arte delle armi, monopolizzano tutte le attività liberali e intellettuali, controllano il settore delle costruzioni edili e navali, gestiscono il traffico commerciale e i depositi dove sono custodite le mercanzie orientali e quelle di origine locale: legname e sale. Il sale non serviva allora solo per insaporire: sostituiva in pratica i frigoriferi. Per conservare ogni alimento – carne, pesce, ma anche burro – lo si impiegava in grandi quantità. Venezia, che nelle sue lagune non poteva produrlo perché i numerosi fiumi riducevano la salinità dell’acqua, si riforniva prevalentemente nelle saline istriane. Alla periferia di Pirano si possono ancora vedere gli edifici dove il sale era immagazzinato prima di essere caricato sulle navi. Frequenti furono del resto le guerre causate, come accade oggi per il petrolio, dal controllo della produzione e del commercio del sale. Tutto gravitava attorno al mare; quella lungo il litorale dalmata rimase per secoli, fino all’avvento della navigazione a vapore, una rotta obbligata. Solo lì c’erano acque molto profonde rispetto alla costa italiana bassa e sabbiosa, e la certezza di trovare ogni sera, tra le infinite isole o penisole, un ancoraggio sicuro. Ecco perché, ad esempio, per andare da Bari a Venezia, si toccavano via via le Tremiti, Pelagosa, Lissa, Zara, si risaliva verso il Quarnaro e, sfiorata sotto costa l’Istria orientale fino a Pola, si passava finalmente a Venezia. Dal 1° settembre al 31 marzo, solo gente esperta poteva condurre le navi tra la nebbia e i banchi di sabbia della laguna, ed era quindi obbligatorio per chi era diretto a Venezia fare scalo in Istria. Qui, a Parenzo, salivano i piloti abilitati a guidare le navi nella traversata finale. Fiorente già da allora anche l’attività ittica, tanto che i veneziani erano in grado di rifornire per via fluviale – il Po e l’Adige – le principali città dell’Italia settentrionale. L’Adriatico, grazie alla linea frastagliata della costa e ai fondali protetti da isole e scogli è sempre stato un mare assai ricco di pesce. Ancora oggi, anche se la sua superficie è solo il 5% del totale, fornisce un quarto del pescato di tutto il Mediterraneo. Venezia per secoli dominò e difese questa via d’acqua, ma gli oligarchi della Serenissima non trascuravano di imporre a chi la percorreva minuziose regole commerciali. Regole destinate non tanto ad arricchire i propri armatori, quanto a mettere al servizio dello Stato un’industria cantieristica e un’economia sempre più forti. Ed ecco che, fino a tutto il 1700, vediamo nelle carte geografiche l’intero Adriatico figurare come Golfo di Venezia. I primi passi dell’espansione veneziana si registrano nell’anno 1000 quando il Doge Pietro Orseolo II, sconfitti i pirati Uscocchi, assume il titolo di duca di Dalmazia. Nel 1204 con la II crociata Venezia occupa Costantinopoli e presiede alla spartizione dell’Impero Bizantino. Dal 1420 San Marco consolida la sua presenza sulla costa dalmata e garantisce sicurezza alle navi che si muovono da e per le isole Ionie, Creta, il Peloponneso. L’Adriatico è il cuore pulsante che alimenta il corpo della Serenissima e le permette di farsi potenza europea. Col possesso del Veneto e di buona parte della Lombardia, i veneziani fanno un salto di qualità. Il Governatore di Bergamo apre un’ardita strada di montagna, la Priula, tutt’ora transitabile che, dal Passo San Marco sopra San Pellegrino, scende a Morbegno nella Valtellina allora dominio dei Grigioni. Il contatto diretto con la Svizzera libera i traffici veneziani dalle pressioni e dai balzelli degli imperiali austriaci a nord-est e da quelli del duca di Milano a ovest. Può sembrare limitante il fatto che i possedimenti di Venezia sulla sponda orientale dell’Adriatico fossero privi di contiguità col territorio metropolitano, ma a quell’epoca costruire strade non avrebbe certo velocizzato i traffici, ottimi e veloci per mare, l’equivalente delle nostre autostrade. E ciò è vero non solo per i collegamenti tra le opposte sponde dell’Adriatico, ma anche per quelli tra le stesse città costiere della Dalmazia. Questo spiega perché la presenza degli Asburgo a Trieste fosse di buon grado accettata dai veneziani. L’amministrazione imperiale a Trieste, destinata a durare per 500 anni fino al 1918, non creò impedimenti alle attività mercantili e ai contatti culturali via terra tra il porto asburgico e le vicine Istria e Dalmazia venete, e neppure pregiudicò l’italianità della popolazione. Gli uomini della Serenissima dunque governano il mare e le città lasciando testimonianze della loro forza e del loro ingegno; gli slavi, incapaci di imprimere alla loro esistenza una svolta che li trasformasse in protagonisti, recitano per secoli il ruolo dell’extracomunitario. Anche se può apparire strano, si trattava di una società in stabile equilibrio organico. Ma qual’era l’asse attorno al quale ruotava questo equilibrio? Certamente la buona gestione della cosa pubblica, e soprattutto il grande livello di umanità e civiltà dell’etnia dominante, il cui linguaggio, conosciuto e parlato anche dagli slavi come una seconda lingua madre, aveva una straordinaria forza unificante. Tant’è che ancor’oggi, quando da ormai 200 anni il vessillo col Leone d’oro ha cessato di sventolare, la lingua veneta è compresa e usata in tutto il litorale. Una lingua che non restava affatto confinata a livello di dialetto e occupava un posto di rilievo nella cultura della Penisola, come dimostrano i nomi di Niccolò Tommaseo, nativo di Sebenico, estensore del primo vocabolario etimologico della lingua italiana, e di Giovanni Moise, autore nel 1846 di una Grammatica in tre volumi stampata poi a Venezia nel 1867, che Giosuè Carducci ebbe a giudicare «la più completa che possieda l’Italia». Né il crescente peso demografico dell’elemento slavo impensieriva la controparte. È vero che il diffuso benessere economico spingeva i veneti a sottovalutare il pericolo insito nella politica di accoglienza, ma gli slavi non avanzavano irrealistiche pretese di integrazione e stavano al loro posto. Nessuno dunque aveva motivo di preoccuparsi di problematiche astratte, di là da venire. Non vi erano elementi per immaginare che un giorno potesse emergere la questione della rappresentanza politica popolare. Tanto meno nella forma di quel suffragio universale che oggi comunisti, cattolici, e non solo, vorrebbero estendere addirittura ai residenti stranieri. Ci pare a questo proposito interessante ricordare che ancora pochi anni or sono, nel 1973, Luis Borges, in un’intervista al quotidiano messicano Excelsior dichiarava: «La crisi politica argentina incominciò nel 1910 quando fu introdotto il voto obbligatorio. È assurdo che votino tutti». * * * Venezia, che nel corso della sua lunga storia non era mai caduta sotto la dominazione straniera, viene travolta dalla bufera della Rivoluzione Francese. Nell’ottobre 1797, col trattato di Campoformio, Napoleone la cede all’Austria. Torna nelle mani di Napoleone dopo la vittoria di Wagram, luglio 1809, ma con la Restaurazione, nel 1815, passa di nuovo all’Austria. Stesso destino tocca però in quel frangente anche all’Istria e alla Dalmazia, per cui i traffici e le relazioni umane e culturali tra il Veneto e l’altra sponda dell’Adriatico non devono registrare cambiamenti traumatici. È solo col 1866, quando il ritorno di Venezia e della Dalmazia alla madrepatria sembrava cosa fatta, che si verifica imprevista la catastrofe. Diciamo imprevista perché, dopo la proclamazione nel 1860 del Regno d’Italia, era comune sentire nella Penisola che l’unità delle genti italiane fosse ormai ineludibile e che, per conseguirla, una guerra vittoriosa contro l’Austria fosse assolutamente necessaria. Non passò mese in quegli anni senza che sulla stampa e nelle aule parlamentari si parlasse esplicitamente dell’annessione di Venezia, e di Roma capitale. Ma oltre a parlarne ci si preparava in modo scoperto alla guerra. Le spese militari, con grande sacrificio del popolo – è l’epoca della tassa sul macinato – erano assai rilevanti, specie quelle per la marina che doveva essere messa in condizione di battere la flotta austriaca, proprio in quegli anni riorganizzata dall’Arciduca Massimiliano, fratello dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Della minaccia italiana l’Austria era perfettamente conscia. Il clima tra i due Stati era dunque di aperta, conclamata rottura, al punto che tra Impero Austroungarico e Regno d’Italia non esistevano relazioni diplomatiche, neppure a livello consolare. All’attrito diretto contribuiva la questione religiosa. Dopo che lo Stato Pontificio era stato ridotto dai Savoia all’attuale Lazio, il Regno d’Italia non era stato riconosciuto dal Papato e la stessa posizione era stata assunta, per solidarietà verso la Chiesa, dalle potenze più cattoliche d’Europa, Austria e Spagna. È per questo che le due nazioni venivano da tutti considerate alleate fra loro e nemiche potenziali dell’Italia. Ma se la guerra che doveva portare all’unità d’Italia era prevista ed attesa con entusiasmo da un’opinione pubblica portata a sottovalutare ogni difficoltà perché con l’epopea garibaldina aveva visto realizzati grandi obiettivi in tempi rapidi e col minimo spargimento di sangue, era mancato, nelle alte sfere, il necessario impegno per prepararla. L’esecutivo era dilaniato da correnti politiche e rivalità personali; i ministeri venivano assegnati col «manuale Cencelli» dell’epoca e le responsabilità non erano ripartite con la necessaria chiarezza. Quando giunse il momento, lo Stato Maggiore non aveva per l’esercito alcun piano strategico. Per la flotta riuscirono difficili persino la mobilitazione degli equipaggi e lo spostamento delle navi nella zona d’operazioni. L’ammiraglio destinato al comando venne nominato, dopo lunghe discussioni, appena poche settimane prima dell’inizio delle ostilità. Ma quel che è più grave è che, quando la nostra flotta, invero modernissima e possente, prende a risalire l’Adriatico, non c’era alcun accordo tra chi la mandava (Ricasoli presidente, De Pretis ministro della Marina, Lamarmora Capo di Stato Maggiore Generale) e l’ammiraglio che ne aveva il comando (Persano) su come, dove e quando impiegarla. Dopo la battaglia di Custoza, 24 giugno 1866, gli italiani sono incerti sul da farsi. Non sanno neppure decidere se a Custoza hanno vinto o sono stati sconfitti. Il grande alleato germanico dell’Italia, la Prussia, fa invece tutta la sua parte. A Sadowa, il 3 luglio, gli austriaci sono pesantemente battuti. Per evitare il peggio, l’Austria è pronta a gettare la spugna e cerca un accordo: è disposta a rinunciare a Venezia, ma, come già era accaduto nel ‘59 per la Lombardia, propone di cedere il Veneto ai francesi, i quali poi l’avrebbero girato agli italiani. Vittorio Emanuele II, che aveva ancora da giocarsi la carta della flotta, ha un’impennata d’orgoglio e telegrafa a Napoleone III respingendo la proposta di Francesco Giuseppe. A questo punto la squadra italiana, che se ne stava rintanata nel porto di Ancona, deve uscire per cercare a tutti i costi un risultato. Ma il Persano – questa è la triste verità – non ha voglia di combattere. Ne aveva data ampia dimostrazione subito dopo Custoza quando il 27 giugno, davanti ad Ancona, erano improvvisamente comparse a sfidarlo le navi austriache dell’ammiraglio Tegetthoff uscite da Pola. L’alto ufficiale asburgico disponeva di un naviglio qualitativamente assai inferiore a quello degli italiani, ma era fornito in compenso di un’etica, di un progetto, di una volontà di ferro. Il nostro Persano invece era un fautore della fleet in being, quella dottrina secondo la quale una flotta è già utile, tiene cioè il nemico in iscacco, per il solo fatto di esistere. È questa la classica scuola di pensiero di chi non vuol rischiare e la guerra preferisce farla fare agli altri. Una scuola che purtroppo ha sempre trovato proseliti nelle alte sfere della marina italiana. Fattisi gli inviti dall’alto ad agire sempre più pressanti, il Persano si destreggia; non dice di no, e tuttavia esclude sia l’eventualità di mettere la prua a nord, sia i piani più specifici di bloccare Venezia o di cannoneggiare la base navale avversaria di Pola. Respinge insomma l’idea dello scontro aperto con la flotta nemica, anche se avrebbe dovuto essere chiaro che solo togliendola di mezzo si poteva acquisire il controllo dell’Adriatico e imprimere, con uno sbarco in Istria o in Dalmazia, una svolta all’andamento della guerra. Si decide alla fine, il Persano, per la modesta mossa di un’incursione verso l’isola di Lissa. L’obbiettivo è minimo ma, per l’ammiraglio, ha il grande vantaggio di permettergli di restare alla stessa longitudine di Ancona, e quindi abbastanza lontano da Pola. È dunque possibile fingere un lodevole attivismo senza doversi confrontare con il Tegetthoff. Se si riesce poi a sbarcare e a occuparla, Lissa potrà consentire all’Italia di sedere al tavolo della pace con un pegno di un certo valore. È incredibile quanto profonde siano nella mentalità, tanto politica che militare di noi italiani, le radici di questo modo di procedere: la tendenza a non affrontare mai le cose in modo diretto, a cercare sempre il compromesso, a pensare di poter fare la storia attraverso scorciatoie, non importa se cialtronesche. E ciò sebbene i risultati generati da questa prassi siano stati, di volta in volta, puntualmente catastrofici. Persano ha dalla sua 600 cannoni contro un centinaio appena posti a difesa di Lissa. Dispone anche di un contingente di fanti di marina adeguato a sopraffare la guarnigione austriaca. L’azione è però condotta in modo incerto: non si approfitta del successo ottenuto col bombardamento dei forti, non si sbarca in modo tempestivo. In attesa di farlo con calma il giorno successivo, si disperdono le navi della squadra. È questo il momento in cui il Tegetthoff sopraggiunge da Pola. E con le sue navi di legno, ardimentosamente schierate a cuneo, sfonda la linea di fila italiana e cola a picco due delle maggiori corazzate, la Re d’Italia e la Palestro. Alla sera del 20 luglio, con le sue altre 28 navi intatte, il Persano – coda fra le gambe – è già ad Ancona. La battaglia di Lissa deve essere valutata come uno degli episodi più funesti e densi di conseguenze di tutta la storia d’Italia: fummo costretti ad accettare la proposta austriaca respinta pochi giorni prima; il possesso dell’Istria e della Dalmazia rimase all’Austria. Dopo Lissa,Venezia è parte del Regno d’Italia, ma veneti e istriano-dalmati sono divisi, per la prima volta sudditi di Stati diversi. * * * L’Austria ha a disposizione tutto il tempo necessario per vendicarsi degli italiani i quali, anche se con scarso merito, nel giro di pochi anni, una volta servendosi dei francesi, l’altra dei prussiani, le hanno sottratto il Lombardo-Veneto, la regione più ricca dell’Impero, una gallina dalle uova d’oro che provvedeva ogni anno a fornire all’erario austriaco il 25% delle sue entrate. Nelle amministrazioni pubbliche – scuole, poste, ferrovie – si assumono solo slavi. Nel suo disegno punitivo, all’Austria dà una mano la Chiesa cattolica, sempre più ostile all’Italia. I sacrileghi invasori dello Stato Pontificio, nel 1870, le hanno sottratto anche Roma e i palazzi apostolici. Ed ecco che nei territori istriani e dalmati, i parroci, l’unica arma di potere espressa dalla scalcinata etnia slava, si divertiranno per decenni, sapendo di far cosa grata alla Chiesa e all’Imperatore, a storpiare nei loro registri di battesimo e di matrimonio i nomi e i cognomi latini e veneti e a dar loro forme, accenti e suffissi slavi. Ciononostante, in Dalmazia la cultura e la lingua italiana rimangono dominanti. Le città più importanti e le isole maggiori sono, ancora nel 1884, amministrate da sindaci italiani. Nel 1887, su 84 comuni, 59 usano esclusivamente la lingua italiana, 25 le due lingue. Nessun appoggio giunge però da Roma alla lotta del popolo di Dalmazia per il mantenimento della propria identità italiana. Nel 1882 l’Italia imprime anzi una svolta alla sua politica internazionale e diventa alleata degli Imperi austriaco e germanico. Con la Triplice, che comunque non reggerà la prova del fuoco, la madrepatria è schierata a fianco dell’occupante austriaco. L’irredentismo adriatico è inspiegabilmente abbandonato a se stesso. * * * Con la Guerra Mondiale, il momento del riscatto sembra finalmente giunto. Prima di entrare nel conflitto a fianco dell’Intesa contro l’Austria-Ungheria, l’Italia si era assicurata infatti col Patto di Londra – 26 aprile 1915 – oltre a Trento e Trieste anche la Dalmazia. Nel 1919, a guerra finita, mentre inglesi e francesi fanno indigestione delle colonie appartenute alla Germania in Africa e in Asia, nonché degli immensi territori strappati nel Vicino e Medio Oriente all’Impero Ottomano, all’Italia – nonostante il suo decisivo contributo alla vittoria – viene negato quanto pattuito. Questo voltafaccia era stato messo in atto, con particolare malafede, dai francesi in combutta coi russi, i quali sponsorizzavano il mondo slavo e in particolare la Serbia che aveva provocato la guerra. Ebbene, appena una settimana dopo la firma del Patto di Londra, francesi e russi danno vita a Parigi ad un Comitato composto da nazionalisti serbi e da elementi autoproclamatisi rappresentanti di quei croati e di quegli sloveni che allora fornivano, e sarà così fino agli ultimi giorni di guerra, le truppe più fidate dell’Imperial Regio esercito. Il Comitato era il seme dal quale doveva nascere un nuovo stato, la Jugoslavia, una creatura artificiosa e insensata, ma utilissima a contenere le ambizioni dell’Italia, a mutilarne la vittoria, a sostituire in Adriatico all’avversario austriaco, quello slavo. La nostra nazione era stata in sostanza raggirata da volgari truffatori, i quali l’avevano trascinata in guerra con la palese intenzione al momento buono di far sparire il compenso ufficialmente concordato. Che le grandi democrazie fossero costituzionalmente portate a non curarsi dei patti, lo sperimenterà sulla propria pelle, nello stesso conflitto, un altro popolo, quello arabo, spinto a ribellarsi agli ottomani con la promessa dell’indipendenza, ed anch’esso, a vittoria ottenuta, indegnamente turlupinato dagli anglo-sionisti. Con le conseguenze che ancora oggi il mondo sta pagando in Palestina, Libano e Iraq. All’attuazione del Patto di Londra si oppongono anche gli americani; essi sono gli ultimi venuti ma hanno il grande vantaggio di trovarsi di fronte un’Europa in ginocchio per le distruzioni della guerra e in preda a timore reverenziale a causa dei grossi debiti contratti oltreatlantico. Il presidente Wilson, che deve fra l’altro affrontare negli Stati Uniti le elezioni ed è interessato a blandire l’elettorato slavo, non ammette l’autodeterminazione neppure per Fiume. Città che nella visione degli Occidentali doveva farsi, come Danzica a nord, base di penetrazione per le loro merci verso il centro dell’Europa. Ma Fiume è occupata da D'Annunzio il 12 settembre 1919 in considerazione del fatto che il governo italiano si era «dimenticato», a suo tempo, di inserire l’italianissima città del Quarnaro tra le rivendicazioni del Patto di Londra e ora non voleva battersi per rimediare all’errore fatto. Va qui per inciso rilevato, a parziale scusante di quegli italiani che avevano condotto i negoziati del Patto, che nessuno nel 1915 poteva prevedere un esito del conflitto che portasse addirittura alla debellatio, alla completa cancellazione cioè, dopo oltre cinque secoli durante i quali era stato al centro della storia europea, dell’Impero Asburgico. Se questo fosse sopravvissuto, amputato per quanto riguarda l’Adriatico di Trieste, di Pola e della Dalmazia, così come era stato previsto dagli accordi con l’Italia, Fiume sarebbe stato il suo naturale, unico sbocco al mare. D’altra parte all'epoca del Patto di Londra, ministro degli Esteri italiano era l’ebreo Sidney Sonnino, il quale con ogni probabilità era al corrente del più radicale progetto di pace degli anglo-francesi e disposto ad anteporre gli interessi di costoro a quelli dell’Italia e del popolo di Fiume. Era tuttavia irrealistico che dallo sfacelo dell’Impero asburgico prendesse vita un’entità statale composta da popoli tanto diversi. Nell’eventuale Stato degli slavi del sud avrebbero dovuto convivere serbi, croati, sloveni e macedoni, ma anche bulgari, turchi, ungheresi, cechi, slovacchi, ruteni, valacchi, polacchi, nonché zingari ed ebrei; una marea di popoli e di lingue, con alfabeti latino e cirillico e una mezza dozzina di religioni. Popoli destinati a non poter vivere – come la storia successiva ha ampiamente dimostrato – se non divisi l’uno dall’altro. Quanto agli slavi destinati a passare, in caso di annessione della Dalmazia, sotto la sovranità italiana, non vi era motivo di pensare che avrebbero creato grossi problemi. Di questo parere erano gli stessi austriaci che da oltre un secolo amministravano la regione. Lo illustra un documento steso durante il conflitto da un ufficiale del controspionaggio dell’Imperial Regio esercito, il Barone de Wucherer e riguardante appunto la Dalmazia. Da esso si deduce che la potenza occupante non temeva affatto un’alzata di testa della componente etnica slava, mentre era assai preoccupata dalla vivacità politica e culturale della minoranza italiana e dalla sua capacità di farsi polo di aggregazione per le altre etnie presenti in luogo. Il documento è pubblicato integralmente in appendice. Ma torniamo a Wilson, il rappresentante di quei capitalisti nordamericani che avevano sovvenzionato l’Europa perché combattesse la loro guerra. Ebbene il presidente comunica ai governanti italiani che, nel caso si fossero intestarditi a pretendere Fiume e la Dalmazia, gli USA avrebbero chiuso ogni rubinetto di credito, grano, carbone e materie prime comprese. Così alla fine l’Italia dovette accontentarsi di Zara con un minuscolo insicuro retroterra, delle isole di Cherso e Lussino sotto Fiume, e di Lagosta e Pelagosa davanti al Gargano. La nostra nazione, che col sangue versato nella Grande Guerra pensava di essersi ormai guadagnata l’ammissione al club delle maggiori potenze, incassa invece dagli alleati un sonoro ceffone. Come se non bastasse, alla nuova Jugoslavia è assegnato anche il Montenegro, lo Stato dove regnava Nicola Petrovic, la cui figlia Elena aveva sposato Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia, uno dei vincitori della guerra. Il genero vince la guerra, il suocero perde il trono! * * * L’esito della prima guerra mondiale segna per il mondo slavo un grande balzo in avanti verso il centro dell’Europa. Ciò a dispetto della terribile sconfitta subita dal suo capofila, la Russia zarista. Da nord a sud traggono enormi vantaggi i polacchi, i cechi, i serbo-croati. Tutti questi popoli non solo avevano ottenuto l’indipendenza ma si erano allargati a dismisura a spese delle etnie vicine, germanici, ungheresi e latini. Si erano trovati a inglobare territori che mai nella storia avevano governato e che erano abitati da popoli appartenenti a civiltà assai più avanzate. La spiegazione di questi eventi sta nella lucida volontà dell’Occidente atlantico di servirsi dell’etnia slava per togliere respiro alle potenze dell’Europa centrale, per imbrigliare e indebolire il pilastro germanico-latino. I nuovi venuti slavi hanno il compito di completare da est l’accerchiamento della vecchia Europa e di fornire alle grandi democrazie la possibilità di intervenire negli affari altrui, recitando per di più, agli occhi dei meno smaliziati, la parte del disinteressato protettore. Il cappio che con la creazione dei nuovi stati slavi viene messo al collo dell’Europa verrà stretto al momento ritenuto più opportuno. Per quel che riguarda più da vicino l’argomento che stiamo trattando, la soluzione scelta per i territori già austriaci della Dalmazia, il premio concesso, sia pure con secondi fini, al giovane nazionalismo slavo, rompe l’equilibrio secolare di una convivenza pacifica tra razze diverse e pone le basi per eventi drammatici. Ed ecco che quegli abitanti di ceppo italiano che la madrepatria vittoriosa era stata costretta ad abbandonare si trovano di fronte a un dilemma: rimanere nei luoghi dove sono nati, ma in qualità di stranieri, discriminati e considerati con astioso sospetto dai parvenue slavi che hanno ora agguantato il potere, oppure rifugiarsi a Zara o a Trieste. Quale che sia stata la scelta, per tutti loro, vent’anni dopo il calvario è destinato a riaprirsi. Non restava a questo punto all’Italia che prendere atto dell’ostilità dei vecchi alleati del tempo di guerra e marciare su una diversa direttrice. Questa realtà era stata perfettamente colta da uno dei grandi protagonisti della vicenda adriatica, Gabriele D'Annunzio. Il 6 agosto 1919, sul Popolo d’Italia aveva infatti scritto: «Voltiamo le spalle all’Occidente che non ci ama e non ci vuole, che è diventato un’immensa banca giudaica al servizio della spietata plutocrazia transatlantica». * * * Nella primavera del 1939 si chiude la Guerra Civile spagnola. Le forze nazionaliste appoggiate da Italia e Germania hanno respinto il tentativo del giudeo-bolscevismo di mettere piede nel Mediterraneo. Le potenze democratiche, Inghilterra e Francia, mordono il freno. Già provate dalla conquista italiana dell’Etiopia, dall’Anschluss tra Germania e Austria, dal rospo che hanno dovuto ingoiare nel settembre ’38 a Monaco per i Sudeti, dalla dissoluzione nel marzo ’39 della Ceco-Slovacchia e dall’annessione nell’aprile ’39 dell’Albania al Regno d’Italia, accelerano il riarmo e puntano allo scontro armato. La guerra è giudicata l’unica ricetta praticabile per evitare il propagarsi del contagio fascista e l’aperta rivolta del mondo coloniale che, nel Vicino Oriente e in Asia, dà crescenti segni di insofferenza. In Italia Mussolini aveva fino a quel momento gestito il potere con grande abilità e si riteneva giustamente soddisfatto degli eccezionali passi avanti compiuti dal Paese, tanto nel campo sociale che nel contesto internazionale. Egli si rendeva tuttavia conto che 1) esistevano nei vasti territori africani appartenenti all’Italia, Libia, Eritrea e Somalia, ma soprattutto nell’Etiopia da poco conquistata, grandi problemi di sviluppo e quindi enormi spese da affrontare. Altrettanto dicasi nell’Adriatico per Zara, e nell’Egeo per il Dodecaneso. Tutto da rifare infine per l’Albania, un paese strategicamente interessante per il controllo dell’Adriatico e del retroterra balcanico, ma, senza dubbio, difficile da traghettare alla modernità. Le linee di rifornimento verso tutti questi territori erano esposte all’insidia dei britannici, padroni di tutti i mari. La Libia poi era presa tra la Tunisia in mano francese e l’Egitto occupato dagli inglesi. L’AOI, Africa Orientale Italiana, era circondata da colonie britanniche. Anche il Mediterraneo, il cosiddetto Mare Nostrum, era in realtà controllato dagli inglesi, che da Gibilterra lo chiudevano verso l’Atlantico, mentre da Suez bloccavano l’accesso al Mar Rosso e quindi all’Eritrea. L’uscita sud di questo stesso mare, passaggio obbligato verso l’Oceano Indiano e la Somalia, era sorvegliata da Gibuti, Aden, Berbera e Perim. Le posizioni italiane oltremare perciò erano non solo inadatte per sferrare una qualsiasi offensiva, ma difficilmente avrebbero potuto essere difese. 2) L’Esercito Italiano, anche per i recenti prolungati sforzi fatti in Africa e Spagna, era in condizioni di estrema debolezza, né poteva contare su un apparato industriale in grado di colmare in tempi ragionevoli le gravi lacune. Scarseggiavano, per di più, i mezzi economici. Gli «otto milioni di baionette» sbandierati dal regime erano in mano a soldati desolatamente appiedati; non esistevano divisioni motorizzate, né tantomeno si parlava di reparti corazzati. Il grosso dell’artiglieria era costituito da pezzi di preda bellica della prima guerra mondiale. Il nerbo dell’aviazione, che si faceva lustro di qualche prototipo di successo, era fornito dai lenti, ridicoli biplani CR-32 e, al massimo della produttività, nel corso della guerra, l’industria aeronautica fu in grado di consegnare ai reparti non più di trenta aerei al mese. Le città, prive di radar e di artiglieria contraerea, erano del tutto indifese contro le incursioni del nemico. Per quel che riguarda la flotta parecchie erano le navi da battaglia in allestimento, ma nessuna di esse era dotata di radar o comunque addestrata per il combattimento notturno. I sommergibili che per numero avrebbero dovuto essere un grande punto di forza erano in realtà, come purtroppo dimostrarono una volta entrati in azione, mezzi tecnologicamente superati. In conclusione l’Italia era sì diventata un impero, ma troppo rapidamente per riuscire a consolidare le posizioni conquistate. L’Italia «romana» si era allargata troppo per le sue possibilità e si trovava in crisi come può esserlo un esercito che, nell’avanzare, abbia allungato in modo sconsiderato le sue linee di rifornimento. Solo il futuro avrebbe detto se sarebbe prevalsa la forza di coesione, oppure quelle tendenze entropiche insite per natura in ogni costruzione storica. C’era bisogno di tempo e di tranquillità.
* * * Mussolini insomma sapeva che fino a quel momento tutto era filato liscio solo grazie alla modesta levatura militare degli avversari incontrati, e alla sua abilità nel presentare al mondo l'Italia e le realizzazioni del fascismo in una luce di elevatissima efficienza. Nessuno poteva allora immaginare che la retorica bellicista e il totalitario inquadramento organizzativo delle masse potessero essere unicamente una copertura propagandistica. E allora, prima che a qualcuno venisse in mente di andare a vedere il bluff, era necessario fare qualcosa: occorreva mettersi al riparo dal rischio di perdere la faccia. Lo strumento adatto per cogliere il duplice risultato è individuato dal Duce nel mettere a frutto gli ottimi rapporti esistenti con la Germania nazionalsocialista e la grande amicizia del Führer. Ed ecco che, su pressione italiana, viene firmato a Berlino il 22 maggio 1939 il Patto d’Acciaio. È una mossa magistrale, questa, che mette l’Italia e il fascismo – senza se e senza ma – a fianco e quindi sotto la protezione della Germania, una nazione compatta dietro il suo Capo e che da anni registrava una prepotente crescita in tutti i campi. È la strada migliore per lanciare all’Occidente democratico un segnale capace di bloccarne l’aggressività. Da quel momento non sarà più possibile spaccare l’Asse: gli avversari avrebbero dovuto tenere nel mirino contemporaneamente Berlino e Roma. La Germania aveva anch’essa grandi motivi per essere soddisfatta. Con la firma del Patto coglieva un obiettivo primario: non era più isolata, con l’Italia al suo fianco metteva gli avversari, qualora volessero contrastare con la forza la sua politica, nella condizione di scatenare un conflitto di proporzioni devastanti: una nuova guerra mondiale. Si era creato così in Europa un equilibrio tra blocchi di potenze di straordinaria efficacia dissuasiva. Un equilibrio congegnato in modo tale da poter durare per un periodo indefinito, e assicurare attraverso la pace stabilità alla pianificazione geostrategica, economica e militare delle potenze dell’Asse. In questo contesto l’Italia, per quanto riguarda l’argomento di cui ci stiamo occupando, aveva in programma di mettere al sicuro la testa di ponte di Zara, estendendo la propria sovranità al resto della Dalmazia. Per cogliere tale risultato bisognava agire senza precipitazione, onde evitare la reazione degli interessati tutori della Jugoslavia, e operare invece in quel Paese per linee interne, dando man forte alla nazione croata oppressa dai serbi. Si doveva insomma arrivare alla disintegrazione dello stato jugoslavo incoraggiando il desiderio di indipendenza delle sue diverse componenti etniche. A tal fine Mussolini da anni finanziava e faceva addestrare in Italia gli ustascia croati di Ante Pavelic. E questi avevano già dato buona prova della loro determinazione, eliminando in un agguato a Marsiglia il 9 ottobre ’34 Alessandro Karageorgevic, re di Jugoslavia. Nella nuova situazione creata dal Patto d’Acciaio, gli Occidentali restano spiazzati: è il caso a questo punto – si domandano inglesi e francesi – di scatenare una guerra mondiale per contrastare la volontà dei cittadini di Danzica di tornare in seno alla madrepatria tedesca? È il caso di continuare a spalleggiare gli incoscienti e arroganti polacchi? Purtroppo però negli ultimi giorni dell’agosto ’39, quando l’attacco tedesco alla Polonia è questione di ore, i nervi di Mussolini e di suo genero, l’inadeguato, vanesio Ciano, cedono. I due, invece di tener duro a fianco del Reich, invece di trincerarsi dietro al Patto da loro stessi inventato, voluto solo pochi mesi prima e sbandierato di fronte all’opinione pubblica mondiale come punto fermo irrinunziabile della politica italiana – una posizione sicuramente capace di raffreddare i bollori dei guerrafondai anglo-sionisti – preferiscono mettersi alla mercé degli avversari e confessare la debolezza dell’Italia. A chi si appresta ad attaccare l’alleato tedesco, l’Italia fa sapere che ha scherzato, che «non ha fatto niente», che i vertici fascisti non avrebbero esitato a rimangiarsi la parola data e a dichiarare la neutralità. La barriera predisposta col Patto a difesa della pace viene rimossa con irresponsabile superficialità. Se la guerra fosse scoppiata, l’Italia ne sarebbe rimasta fuori. Una scelta tragica e insensata, destinata a produrre effetti cui nessun aggiustamento successivo avrebbe potuto porre rimedio. Come gli eventi futuri si sarebbero incaricati di dimostrare. L’atteggiamento dell’Italia è vile e sleale, ma soprattutto miope. Eppure doveva essere evidente che in un’Europa dominata dalle demoplutocrazie vittoriose, non ci sarebbe più stato spazio per il fascismo. Neppure a San Marino. E poiché l’eventuale conflitto non avrebbe potuto avere che un esito favorevole agli Occidentali, grazie all’impressionante divario economico, industriale, energetico e di risorse umane, sarebbe stato necessario impegnarsi allo spasimo perché la guerra non scoppiasse. È per questo che i giorni che decidono la sorte dell’Europa non sono quelli del confronto militare, delle grandi battaglie di uomini e di mezzi, ma quelli che precedono la dichiarazione di guerra inglese e francese alla Germania. L’Italia fascista ebbe allora paura di avere coraggio: così neutralità, anzi, non belligeranza fu la decisione; la Germania è lasciata sola. Considerando con attenzione la cronologia e la logica degli eventi, ma soprattutto l’atmosfera anti-germanica che domina le alte sfere istituzionali italiane e influenza l’umore e le esternazioni dei gerarchi in tutto l’inverno 1940, è lecito affacciare l’ipotesi che l’attivarsi dell’Italia per dar vita al Patto d’Acciaio fosse stato finalizzato a trascinare in una trappola la Germania, cioè a spingerla a fare un passo falso in modo da consentire agli Occidentali di aggredirla. Ma neppure la neutralità, che avrebbe almeno tenuto lontani dall’Italia i bombardamenti e l’invasione degli eserciti stranieri, fu scelta ponderata e definitiva. L’anno successivo, dopo la grande vittoria della Wehrmacht sui francesi, giudicando che in quel momento ci fosse solo da guadagnare, il Duce decide di tornare nell’ovile dell’Asse. La situazione per le nostre forze armate è però la stessa del settembre ’39. Non è stato fatto nulla per rafforzarle: l’esercito si limita a presidiare i territori sotto la sovranità dello Stato, ma è sempre privo di qualsiasi capacità offensiva. Ciononostante il 10 giugno Mussolini dichiara guerra a inglesi e francesi. Non aveva compreso che per tutelare l’Italia e il fascismo sarebbe stato necessario stare coi tedeschi nove mesi prima, nel settembre ’39. Mettersi al loro fianco adesso non solo era squalificante, ma significava esporsi a grandi rischi. A Palazzo Venezia si pensa che la guerra debba finire in qualche settimana e quindi non si mettono in campo contro il nemico neppure i modesti mezzi a disposizione. Il Duce sperava in una soluzione di compromesso; si vedeva già al tavolo della pace dove aveva in animo di ammorbidire i tedeschi vittoriosi e incassare la gratitudine degli sconfitti. Avrebbe senz’altro rinverdito il prestigio di grande statista acquisito a Monaco nel ’38. In questa visione edulcorata della realtà, invece di gettare ogni uomo disponibile contro gli inglesi, che in Egitto possono essere facilmente respinti oltre il Canale di Suez, Mussolini brucia le sue scarse cartucce contro la Grecia. E un attacco a questo paese può essere spiegato solo in chiave anti-germanica. Sfuggiva al Duce che, per sottrarre qualcosa all’alleato-rivale di Berlino, bisognava prima impossessarsene e poi essere capaci di tenersela, e che per tenersela era necessario che l’Asse vincesse la guerra. Ma soprattutto Mussolini non aveva capito che né lui, né altri aveva i guanti adatti per mettere le mani in quel nido di vespe che da sempre sono i Balcani. La regione era allora tranquilla; l’Ungheria e la Romania erano con l’Asse, la Bulgaria neutrale. Quanto alla Grecia e alla Jugoslavia, a muoversi avevano tutto da perdere: nessuno avrebbe potuto andare in loro aiuto e la Jugoslavia era, come sappiamo, un incredibile e ingovernabile mosaico di popoli che mai alcuno storico è stato in grado di individuare con precisione su una carta geografica, sparsi come sono sul terreno a macchia di leopardo. Un’idea di quanto stiamo affermando possono darla le cartine etniche della Croazia-Slavonia e della Voivodina, la regione della Serbia a nord del Danubio, riportate qui accanto. Un villaggio è serbo e di religione ortodossa, gli insediamenti vicini sono di albanesi. In territorio croato, e quindi cattolico, ci sono paesi abitati da bosniaci di religione islamica o da minoranze ungheresi. La Jugoslavia, per di più, era circondata a nord dal Reich, a est dall’Ungheria, a ovest e a sud dall’Italia, dall’enclave di Zara, dall’Albania. Era quindi prevedibile che senza l’attacco alla Grecia tutto in quello scacchiere sarebbe rimasto com’era. L’azione di Mussolini rompe il vaso di Pandora. Le nostre truppe, spinte sui monti della Grecia nella stagione sbagliata, con una strategia dilettantesca e un armamento insufficiente, vengono dapprima respinte in Albania e corrono poi il serio rischio di essere ributtate a mare. Ma il flusso dei guai dal vaso di Pandora è impressionante e sembra non aver fine. Nel novembre, a Taranto, la flotta è sorpresa e decimata da una squadriglia di lentissimi Swordfish; nel dicembre, in Libia, l’armata di Graziani che era sconfinata in Egitto è travolta da pochi carri inglesi e lascia in mano nemica 130.000 uomini; nella primavera ’41, in AOI cade l’impero. Il vicerè Amedeo d’Aosta si arrende senza combattere. Ringalluzziti dalle disgrazie italiane, gli inglesi sbarcano a Creta e nella stessa Grecia continentale. È una sequela di vicende che mette in fermento l’intera penisola Balcanica. A Belgrado il governo aveva appena aderito all’Asse, ma inglesi e sovietici sanno muovere le loro pedine e hanno buon gioco nell’organizzare un colpo di stato. A questo punto i tedeschi sono costretti a intervenire; ottengono di transitare dalla Bulgaria, attaccano i greci, sfondano la linea Metaxas e colgono alle spalle l’esercito jugoslavo schierato per respingere un attacco da nord. I reparti croati, com’era prevedibile, rifiutano di battersi e i tedeschi entrano a Zagabria accolti da manifestazioni di entusiasmo e da lancio di fiori. In pochi giorni i tedeschi fanno prigionieri 430.000 soldati jugoslavi perdendo solo 150 uomini. La Slovenia meridionale diventa, con capoluogo Lubiana, provincia italiana. Il litorale e le isole da noi occupate costituiscono il Governatorato della Dalmazia con le nuove provincie di Spalato e Cattaro e capitale Zara. Qualsiasi ottimismo è però ingiustificato; lo si è capito sin dai primi giorni di guerra, quando reparti jugoslavi prendono l’iniziativa contro il nostro schieramento nell’Albania settentrionale, ma soprattutto quando da Zara non solo non scatta una nostra offensiva verso l’interno, ma l’intera popolazione civile deve essere frettolosamente evacuata ad Ancona. Amarissimo il paragone, se si pensa che all’attacco tedesco contro la Polonia del settembre ’39 avevano partecipato in modo determinante diverse divisioni provenienti dalla Prussia Orientale! La partita comunque non si decide nei Balcani. Poiché gli inglesi, sicuri dell’aiuto americano, rifiutavano qualsiasi trattativa di pace, Hitler è costretto a consolidare la Festung Europa e a pararsi le spalle a est, dove 5 milioni di soldati sovietici schierati a ridosso della linea di demarcazione attendono l’ordine di attacco. Il 22 giugno ’41 dà ordine alla Wehrmacht di invadere l’Unione Sovietica. Tre milioni di uomini, tedeschi, ma anche romeni, ungheresi, slovacchi e finlandesi, si muovono verso oriente dal Baltico al Mar Nero: il mondo è col fiato sospeso. Le ripercussioni di quanto accade all’est non si fanno attendere nell’Europa occupata dall’Asse. I comunisti, che fino a quel momento erano rimasti tranquilli, ligi alle direttive filo-germaniche di Mosca, danno ovunque inizio alla guerra partigiana. Quello scontro tra gli Occidentali e le nazioni dell’Asse che la propaganda sovietica aveva definito fino al giorno prima «guerra imperialista», si trasforma improvvisamente in «guerra di popolo contro il fascismo». Ed ecco che l’impegno militare nei Balcani diventa un duro conflitto di logoramento nel quale l’Italia è costretta a impiegare ben 7 divisioni, le quali, per anni, subiranno uno stillicidio di sanguinosi agguati. Ma non vengono presi di mira solo i militari stanziati in Slovenia, Croazia, Montenegro e Dalmazia. Anche i civili italiani di Zara e delle altre località della costa pagano l’avventato attacco alla Grecia e vengono a trovarsi in prima linea. Essi sono coinvolti in una guerra che vede tutti contro tutti. Ogni nazionalità è tenuta assieme dall’odio razziale e divisa dall’ideologia politica; da questa deriva la scelta se collaborare o meno con l’occupante. Nella resistenza ci sono partigiani monarchici, i quali a volte agiscono d’intesa con gli italiani, ma non con i tedeschi, e partigiani comunisti. è un regolamento di conti infinito, condotto con la ferocia paranoica tipica delle genti balcaniche. A paragone delle bande cattoliche degli ustascia croati che mettono sistematicamente a ferro e fuoco i villaggi abitati dagli ortodossi, gli integralisti musulmani di oggi sembrano boy-scout. Alla conversione di chi cerca di salvare la pelle provvedono sul posto i religiosi che spesso guidano in abiti talari queste sanguinose scorrerie. I musulmani seguono le direttive filo-germaniche del Gran Mufti di Gerusalemme e si arruolano a migliaia nelle divisioni delle SS. Sanno che, in caso di vittoria degli anglo-sionisti, l’invasore giudaico sarà libero di installarsi nei Luoghi Santi e in Palestina. Gli italiani che, come abbiamo visto, combattono una loro «guerra parallela», seguendo le direttive di Mussolini e dei suoi generali, strappano gli ebrei dalle mani dei tedeschi e li mettono in salvo facendoli espatriare verso la Spagna o la Turchia. Con l’entrata a fine anno nel conflitto di Giappone e Stati Uniti la guerra è davvero mondiale. A segnare il destino dell’Europa e dei nostri connazionali in Adriatico sarà la grande alleanza tra comunismo slavo e capitalismo atlantico.
* * * Una guerra ambigua, condotta senza onore e senza gloria, contrassegnata da scelte strategiche estemporanee e incoerenti, porta l’Italia alla vergognosa defezione dell’8 settembre ’43. Il primo degli alleati della Germania è anche il primo a staccarsene. Per la Dalmazia, ma anche per l’Istria, la resa ha effetti più gravi che altrove. La Germania è sola ad affrontare le forze della resistenza. Nell’ottobre il pronto affluire della Wehrmacht a Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara salva le città dalla calata degli slavo-comunisti. Nelle località più distanti dalla costa, dove i partigiani per tre settimane hanno mano libera, il bilancio per i nostri connazionali è assai pesante. Albona, Parenzo, Arsia, Dignano, Pisino e Pinguente sono le località dove maggiormente si accanisce il terrore croato. Le vittime, oltre 2000, sono prelevate dalle loro case e messe a morte perché fasciste, perché parlano italiano, perché la posizione sociale e culturale li identifica come nemici di classe. I loro corpi si ammucchiano a formare nelle foibe il primo strato di cadaveri. Gli strati successivi arriveranno nel ’45 con la «liberazione». Tito e le sue bande sono intanto abbondantemente riforniti di armi, munizioni e viveri dagli angloamericani. Molte di queste missioni sono affidate al governo del maresciallo Badoglio, il quale si fa così complice degli assassini slavi. Nel disegno di favorire l’etnia slava, vanno collocati i 54 bombardamenti subiti dopo l’8 settembre dalla città di Zara che ne esce distrutta. La presenza degli italiani deve essere cancellata persino nelle pietre. Le vittime civili, 4000 morti cui seguiranno altre 2000 vittime quando entrerà in città (novembre ’44) l’esercito di Tito, risultano percentualmente superiori a quelle registrate a Milano, Napoli o Palermo. La maggior parte dei sopravvissuti si rifugia a Trieste o nella penisola; è l’anticipo della pulizia etnica programmata dagli slavi d’intesa con gli angloamericani. Di pari passo procede la pianificazione per spartire il continente tra i nuovi padroni del mondo, le due superpotenze USA e URSS. Le operazioni militari che concludono la guerra riflettono questo accordo. Da qui la strategia occidentale di rallentare la propria avanzata verso il cuore dell’Europa per far entrare per prima l’Armata Rossa a Berlino, a Praga, a Vienna, a Budapest. Non può essere un caso, in tale quadro, che gli jugoslavi abbiano potuto precedere gli Occidentali a Trieste. È significativo che i britannici – temendo un loro colpo di mano su Trieste – avessero spostato in quei giorni le truppe italiane al seguito dell’8a Armata dal litorale adriatico alla Val Padana. La linea definitiva sulla quale gli eserciti d’invasione democratico e comunista si attestano, la cosiddetta «cortina di ferro», dividerà per cinquant’anni con la politica dei blocchi, NATO e Patto di Varsavia, l’Europa presidiata dagli Americani da quella in mano ai Sovietici. Mentre in Europa, per dare credibilità all’idea della «guerra fredda» le plutocrazie si fingono preoccupate per la profondità della penetrazione comunista, altrove l’intesa coi sovietici si consolida senza scosse. La spartizione del mondo resta il criterio guida e, come in Europa, anche in Asia, americani e russi per cogliere il loro obiettivo non guardano in faccia a nessuno, amico o nemico che sia. Questa nostra affermazione è documentata da quanto si verifica in Estremo Oriente nell’estate del ’45. Agli USA, avere i sovietici schierati militarmente al loro fianco contro il Giappone nell’ultima fase del conflitto non premeva affatto. Per loro la guerra era già vinta. Quel che contava era suscitare l’interesse dell’Unione Sovietica e irrobustirla perché potesse dignitosamente ricoprire, anche nello scacchiere del Pacifico, il suo ruolo di partner. L’intesa coi sovietici si perfeziona a Yalta dove viene stabilito il compenso per l’attacco al Giappone, compenso che, anche in questo caso, resta a carico di altri. Gli americani convincono infatti il loro alleato in loco, la Cina nazionalista di Ciang Kai Shek, a cedere ai russi tutte quelle posizioni su territorio cinese cui la Russia zarista aveva dovuto rinunciare a favore di Tokyo dopo la sua sconfitta nella guerra del 1905. Posizioni che era naturale i cinesi volessero recuperare. Dipendente dagli aiuti economici USA, il governo di Ciang Kai Shek non può esimersi dall’obbedire, e firma. I russi hanno di nuovo il controllo della Manciuria; la Mongolia, che i cinesi volevano ricongiungere alla Cina, rimane un satellite sovietico. Stalin ottiene anche le vecchie basi della marina zarista nella penisola di Liaotung, Port Arthur (Lushun) e Dairen (Dallian). La complessa operazione spiega come mai l’URSS avesse preferito riconoscere il governo anticomunista del Kuomintang invece di appoggiare apertamente i compagni di partito inquadrati da Mao Tse Tung. A costoro Stalin consiglia anzi in quei giorni, ricevendoli a Mosca, di moderare le proprie pretese e di bloccare la propria avanzata verso sud, oltre lo Yang Tse Kiang. Per la Cina l’epoca dei «trattati ineguali» – quelli che le avevano sottratto, a vantaggio dei colonialisti russi, l’intera Siberia tra l’Amur e il Pacifico – rimane dunque di grande attualità. è un conto ancora in sospeso che l’odierna Cina nazional-capitalista non mancherà nei prossimi anni di presentare.
* * * La fine delle operazioni militari, invece di portare la pace, dà il via nelle località «liberate» a un’orgia di feroci uccisioni. Sono eliminati, dopo che si erano già arresi, non solo gli ultimi avversari rimasti in uniforme, ma anche quei civili che avevano avuto un qualche incarico politico o amministrativo, le loro donne, le loro famiglie. A Fiume, in Istria e a Gorizia il bilancio è aggravato dall’odio razziale, dal desiderio di ripulire il territorio dagli italiani per creare spazio all’avanzata slava. I primi a farne le spese sono i combattenti della RSI, cui in occasione della resa era stata promessa salva la vita. A Villa del Nevoso è liquidato un intero battaglione della Guardia Nazionale Repubblicana che si era ritirato da Fiume, difesa fino a quel giorno. I militari vennero depredati di ogni avere, furono tolte loro persino le scarpe. Legati a due a due per i polsi col fil di ferro vennero portati sull’orlo di una grande buca e qui mitragliati; se cadevano sull’orlo venivano spinti dentro a calci. In Istria sono decimati e infoibati gli uomini della Milizia di difesa territoriale e quelli di molti presidii, senza distinguere se si trattasse di appartenenti a reparti in armi o incaricati di mantenere l’ordine pubblico. A Gorizia, ma la stessa cosa si verifica anche in altri luoghi, vengono prelevati dall’ospedale militare, sito nel Seminario Minore, i feriti. Una cinquantina di uomini vengono caricati su automezzi e precipitati ancor vivi in una foiba. Migliaia di prigionieri vengono avviati a Prestrane, una località a occidente di Postumia sulla tratta ferroviaria Trieste-Lubiana. Fra di loro ci sono circa 10000 italiani di cui, come da schedario della Croce Rossa, 4768 civili. Quelli sfuggiti alle esecuzioni di massa avvenute in questa località furono poi trasferiti nel famigerato campo di Borovnica, una trentina di chilometri a sud ovest di Lubiana. Qui il lavoro forzato e la denutrizione, ma soprattutto la crudeltà degli aguzzini comunisti, fecero il maggior numero di morti. Per dare un’idea dell’odio slavo basterà dire che a Borovnica finirono anche alcuni italiani che, già internati in Germania, avevano scelto di rientrare in patria passando per la via più breve, la Slovenia. Fermati dai partigiani comunisti videro ignorate le loro proteste: «siete italiani bastardi; di voi, più ne muore meglio è». Di fronte a comportamenti tanto efferati, stupisce il giudizio degli antifascisti di casa nostra. Costoro, per giustificare i responsabili, sostengono che gli slavi abbiano ripagato i soprusi subiti sotto il regime fascista nel periodo tra le due guerre. È questo un grossolano falso storico; il regime fascista coincideva con lo Stato e l’Italia fu sempre, in tutte le sue provincie, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara comprese, uno Stato di diritto. Non vogliamo certo negare che la politica di Roma sia stata di stampo nazionalista e privasse le minoranze di quella tutela che oggi si ritiene politicamente corretto loro concedere, tuttavia è un fatto che nessun cittadino italiano di etnia slava subì, solo a motivo della sua identità nazionale, una qualche persecuzione o vide i propri averi messi in pericolo. * * * Il vergognoso voltafaccia che aveva visto l’Italia passare, nel corso della guerra, dalla parte del nemico, non le assicura dai vincitori alcuna indulgenza. Col Trattato di pace di Parigi del febbraio ’47 le vengono tolti tutti i possedimenti d’Africa e, nell’Egeo, il Dodecaneso con Rodi. Nella penisola le viene sbocconcellato il confine verso la Francia e alla Jugoslavia passano le provincie di Pola, Fiume e Zara, oltre alla maggior parte di quella di Gorizia. Stesso destino tocca alle isole adriatiche, tra cui Cherso e Lussino. Trieste e la contigua fascia costiera a sud, un vasto tratto dell’Istria fino al fiume Quieto, abitato in modo compatto da italiani, con le città di Capodistria, Isola, Pirano, Portorose, Umago e Cittanova, non vengono assegnate agli slavi, ma neppure rimangono all’Italia. Andranno a costituire un nuovo Stato, il TLT (Territorio Libero di Trieste). Di interpellare su questa decisione la popolazione locale neppure se ne parla. I vincitori, i cui obiettivi contrastano con quelli della maggioranza degli abitanti, fingono di ignorare il principio di autodeterminazione. Il governatore del TLT non sarà eletto dai cittadini ma verrà nominato dall’ONU, come se triestini e istriani fossero sudditi coloniali. Quello di Trieste è il primo caso in cui le Superpotenze, per imporre la loro volontà, demandano la questione all’ONU. Di lì a pochi mesi, nel novembre ’47, l’Assemblea dell’ONU – incurante di non avere alcun diritto di farlo – decide per conto di USA e URSS la spartizione della Palestina. La maggior parte del Paese, che nel 1922 la Società delle Nazioni aveva affidato all’Inghilterra perché la guidasse all’indipendenza, viene attribuita a una minoranza di immigrati stranieri, gli ebrei, il cui unico titolo di legittimazione era, e resta, il fanatico integralismo veterotestamentario. L’idea di dar vita al TLT è la conseguenza dell’intricata situazione che si era determinata con la fine delle operazioni militari. Trieste, dal 1° maggio, era rimasta per 45 interminabili giorni in balia della soldataglia di Tito che aveva derubato, arrestato e infoibato migliaia di italiani. Va qui ricordato il comportamento dei comunisti italiani schierati a fianco dei compagni di partito sloveni e croati. Dietro a ogni partigiano che spingeva uno sventurato verso una morte atroce, c’era un rinnegato italiano che glielo aveva segnalato. La città considera contro natura la presenza degli slavi, rifiuta di partecipare alla sagra delle belve partigiane, espone alle finestre il tricolore, scende a manifestare nelle strade. Gli jugoslavi reagiscono sparando. La grave insostenibile situazione dell’ordine pubblico spinge gli angloamericani che si erano fermati dopo Monfalcone, alle foci del Timavo, a subentrare agli jugoslavi con un loro Governo Militare. Ma il ripiegamento dei reparti di Tito, spinto a cedere dal silenzio di Stalin che, d’intesa con gli americani preparava l’attacco al Giappone, è ben poca cosa; gli jugoslavi si fermano appena dopo Muggia, a due passi da Trieste. Il TLT si trova, con Trieste e la sua periferia, sotto amministrazione inglese (zona A), tutto il resto sotto occupazione slava (zona B). Scatta in quei mesi in Europa una gigantesca operazione di pulizia etnica che, spostando enormi masse umane, porta gli slavi dall’est al centro del continente a sorreggere il nuovo equilibrio voluto dai vincitori. Dalle terre tedesche sono messi in fuga 13 milioni di persone. Gli italiani costretti a lasciare le loro case in Dalmazia e in Istria sono 350 mila, quasi tutti quelli che c’erano. A Pola, 30 mila abitanti, il 90% dei residenti, si imbarcano per l’Italia. Da Dignano fuggono 6 mila abitanti su 7 mila, da Rovigno 8 mila su 10 mila. A Parenzo, di 5 mila, rimane qualche centinaio di persone. Montona, Portole, Pinguente, si svuotano. I profughi sono autorizzati a portare con sé non più di 50 chili di effetti personali e, in denaro, 20 mila lire per il capo famiglia e 5 mila lire a testa per ogni familiare. Le vittime, messe in fuga da una feroce pulizia etnica, nella recente trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa, sono state etichettate come «sfollati»! L’avanzata degli slavi a spese di tedeschi e italiani ripete in peggio quanto già si era visto dopo il primo conflitto mondiale. * * * La firma del pur duro trattato di pace non mette fine per l’Italia alle perdite territoriali. L’arroganza slava e la remissiva insipienza dei nostri governanti nei confronti degli Occidentali rimettono in discussione un altro brandello di terra italiana, quello che doveva costituire il Territorio Libero di Trieste. Politica dell’Italia a questo proposito avrebbe dovuto essere quella di insistere per l’integrale applicazione del Trattato di pace, e quindi per lo sgombero contestuale dal TLT di tutte le forze occupanti, inglesi e jugoslave. Ne sarebbe derivata l’unificazione delle due zone, A e B, con la piena salvaguardia dell’identità italiana della popolazione e il mantenimento delle sue proprietà. E invece, ancora una volta, l’Italia sbaglia il calcolo e accetta nel 1954 la restituzione da parte degli anglo-americani della sola città di Trieste con la piccola zona A che viene ulteriormanete ridotta a vantaggio della Jugoslavia. Si parla di rettifiche, in realtà è un consistente arretramento che interessa tutta la periferia di Muggia e condanna all’esilio altri 2748 italiani. L’operazione viene presentata dai governanti italiani come un successo; in realtà, a trionfare è la logica della spartizione: la zona B resta agli slavi. Una spartizione che non aveva alcuna ragione d’essere in quanto, nel TLT, la Jugoslavia non ci aveva messo nulla di suo. Il territorio era sì diviso e occupato da truppe straniere, ma la sua sovranità spettava indiscutibilmente all’Italia. La restituzione di Trieste è dunque una trappola tesa a danno dell’Italia, ma essa poteva scattare solo con la complicità del governo di Roma. Era il marchingegno per liquidare il TLT e assegnare – di fatto almeno se non di diritto – alla Jugoslavia la parte più sostanziosa di quel territorio. È il premio dell’Occidente – a spese dell’Italia – per la dissidenza anti-staliniana di Tito. E così tutta l’Istria si vede risucchiata nel buco nero dei Balcani. Altre migliaia di italiani, che erano rimasti abbarbicati alla propria terra aspettandosi quanto meno l’attuazione del Trattato di pace, vedono cadere ogni speranza. Avevano resistito per anni alle angherie dell’OZNA, la polizia politica, e degli onnipresenti Comitati Popolari Antifascisti, ma inutilmente. I nostri sfortunati compatrioti sono traditi da una classe politica che, al dovere di tutelarli, antepone la servile sottomissione ai desideri del ricco padrone atlantico. Le case degli italiani sono invase e deturpate – sovviene il destino dell’umanità descritto nel film «Il pianeta delle scimmie» – dai nuovi arrivati che, dal medioevo del Kosovo e della Bosnia Erzegovina, vengono trapiantati sulle rive di quello che era stato il mare di Roma e di Venezia. Eppure, anche in questa nuova disastrosa situazione, esisteva una qualche via d’uscita, la possibilità di evitare la resa totale. La logica giuridica era infatti dalla nostra parte. L’occupazione slava della zona B non aveva alcuna legittimità, equivaleva al possesso che il non proprietario può vantare su un bene rubato. Il diritto – e la tesi è stata ripetutamente confermata dalla suprema Corte di Cassazione – indicava con chiarezza che la sovranità italiana sul TLT sarebbe cessata unicamente quando la nuova entità statale avesse preso vita. Fino ad allora si trattava di terra italiana sulla quale nessuno poteva affacciare pretese. Solo la popolazione residente avrebbe potuto, una volta libera di farlo, esprimere la propria volontà. E allora, se il TLT fosse per un qualsiasi motivo abortito, l’unica soluzione corretta sarebbe stata l’integrale ritorno all’Italia di tutto quanto essa si era dichiarata disponibile a cedere per quello scopo. Nessuna eccezione poteva sollevare in particolare la Jugoslavia, la quale, col Trattato di pace, aveva avuto con precisione fissati i propri confini e se ne era, con la firma apposta sul documento, dichiarata soddisfatta. Questo ineccepibile indirizzo avrebbe dovuto guidare, senza tentennamenti, la condotta politica e diplomatica dei governi italiani. È vero che non si poteva cancellare il dato di fatto dell’occupazione jugoslava; tuttavia, alla rivendicazione di quella terra che per la storia e per il sangue resta italiana (Capodistria aveva dato sei Dogi alla Serenissima) mai si sarebbe dovuto rinunciare. Ad aspettare, senza cadere in ulteriori cedimenti, non c’era nulla da perdere; il tempo, anzi, avrebbe giocato a nostro favore. Eventi quali la morte di Tito, il crollo del comunismo, la disintegrazione di un paese, la Jugoslavia, che non era mai stato unito, erano nell’ordine delle cose. Tali eventi avrebbero potuto rimettere tutto in discussione. E invece, il presidente del consiglio Aldo Moro e il ministro degli esteri Mariano Rumor, uomini dello stesso stampo di quelli che si sono autoincensati a Trieste, hanno deciso nel 1975 che non si poteva più aspettare, e che la parte del TLT in mano jugoslava andava consegnata all’occupante con tutti i sigilli della legalità. Ossia con il nostro benestare. Quella che fino a quel momento era stata una semplice linea di demarcazione, doveva diventare un confine internazionale. Questo fu lo spirito del Trattato di Osimo, col quale, all’insegna della cordialità e delle relazioni di buon vicinato, abbiamo consegnato allo straniero, una parte del territorio nazionale: senza essere obbligati a farlo, ma come se nel 1975, in piena pace, avessimo perso un’altra guerra. È giusto rimarcare infine che la cessione dell’Istria agli slavi è avvenuta senza la minima contropartita. È stato un gesto di squisita liberalità messo in atto dietro suggerimento e con la benedizione del proconsole USA a Roma. A Osimo è stata tale la fretta di «sbracare» che non sono stati discussi né il problema, assai intricato, della delimitazione delle acque territoriali – le navi per entrare a Trieste sono oggi obbligate a complicate deviazioni di rotta – né la questione dei diritti di pesca nell’Adriatico. Non si è parlato neppure di risarcimento per le proprietà italiane incamerate dallo Stato jugoslavo. Evidentemente gli americani non ci hanno concesso il tempo necessario per discuterne. E tuttavia nessuno dei partiti rappresentati in parlamento si è opposto con decisione a questo scempio. Nessuno ha ritenuto il caso di fare dell’ostruzionismo che avrebbe potuto mettere a disagio gli alleati americani. La stampa, imbavagliata dagli interessi cui è asservita, ha passato la cosa sotto silenzio. Nessun magistrato ha messo i responsabili sotto accusa per Alto Tradimento. Il Trattato di Osimo ha dunque peggiorato i disastri del ’47 e del ’54. Dopo vent’anni di illegittima occupazione jugoslava, nel 1975 l’Italia democratica ha dichiarato pubblicamente il suo gradimento per come erano andate le cose. Le ultime migliaia di italiani d’Istria, quelli che testardamente avevano atteso tempi migliori, devono andarsene o rassegnarsi a diventare cittadini jugoslavi. Dai moli di Trieste, invece dell’Istria, ora si vedono i Balcani. * * * Ma il fallimento della politica estera italiana nell’Adriatico non ha ancora scritto il suo ultimo capitolo. Negli anni ’90 finalmente arrivano quei cambiamenti che in cuor loro le genti giuliano-dalmate, e tutti i buoni italiani, avevano atteso. Tutte le più rosee previsioni si avverano. Crolla il comunismo e si disintegra l’Unione Sovietica. Anche i popoli balcanici, sloveni, croati e bosniaci, macedoni, vogliono l’indipendenza. Tito non c’è più – è morto solo cinque anni dopo Osimo –, la Jugoslavia perde i pezzi e si sfalda. La fortuna, a volte, aiuta anche i cretini. I nostri governanti avrebbero potuto approfittare dell’occasione e rimediare al malfatto. Senza la Jugoslavia, che aveva firmato a Osimo, gli accordi non hanno più valore. E poiché non esiste più nemmeno l’Unione Sovietica, non c’è più alcun bisogno di far regali agli eredi di Tito. Ma questa volta i cretini non sanno approfittare delle circostanze nemmeno se hanno dalla loro, com’è nella fattispecie, un rapporto di forze tale da non lasciare dubbi. I due staterelli fortunosamente venuti alla luce ai nostri confini orientali, la Croazia e la Slovenia, non solo contano rispettivamente 4 e 2 milioni di abitanti contro i nostri 60, ma sono economicamente devastati da cinquant’anni di utopia comunista. Hanno dunque assoluto bisogno di aiuti economici e dell’indispensabile assenso dell’Italia per entrare nell’Unione Europea. Se la Jugoslavia poi, alla fine del conflitto, poteva vantare un credito politico verso l’Italia che l’aveva aggredita, nessun valido argomento contro di noi potevano mettere in campo la Slovenia e la Croazia. La Slovenia, mai nella storia era esistita come Stato. Per la Croazia, è ancora peggio: essa era infatti nata nel 1941, grazie all’Italia fascista e alla Germania nazionalsocialista, a fianco della quale aveva combattuto fino al maggio del 1945. Che potesse pretendere dunque confini migliori di quelli ottenuti a suo tempo dall’Asse è assolutamente fuori da ogni logica. Cosa succede invece? L’Italia, con governi di sinistra, ma poi anche di destra, è succube dei minuscoli vicini, esprime persino il proprio sciocco compiacimento perché Slovenia e Croazia accettano di subentrare nei diritti della Jugoslavia. Ed ecco i governi italiani firmare per accettazione, senza nulla chiedere in cambio, senza riesaminare tutto il contenzioso in sospeso, tutto quello che può interessare ai nuovi venuti. Quella classe politica che con Ciampi e Fini ha avuto l’impudenza di vantarsi per un bilancio fallimentare, non ha neppure avuto il coraggio di contestare a Slovenia e Croazia la violazione del trattato di Osimo nel punto in cui esso garantiva all’Italia che nesssun ostacolo sarebbe stato introdotto a intralciare in Istria il traffico delle persone e delle merci. Il nuovo confine tra Slovenia e Croazia taglia invece orizzontalmente in due la penisola istriana a pochi chilometri da Trieste, con una frontiera nella quale i controlli, su entrambi i lati, sono ancora quelli fiscali e macchinosi del tempo della guerra fredda. Ci pare, in conclusione di queste nostre note, di poter tranquillamente negare la tesi che la pulizia etnica avvenuta a nostro danno sulla sponda orientale dell’Adriatico vada attribuita a un’ineluttabile deriva storica, alla spinta incontenibile di una civiltà superiore. E se nel corso di appena 150 anni l’etnia italiana è stata cancellata da quelle terre, la colpa non può nemmeno essere imputata alle popolazioni locali dell’Istria e della Dalmazia che, anzi, hanno dato continua prova del loro attaccamento alla madrepatria; col sangue versato nella lotte risorgimentali e in ogni guerra combattuta dall’Italia nel secolo scorso in Europa e in Africa. Un popolo, quello istriano e dalmata, che ha scelto in massa l’esilio perché quello di restare italiano era il suo bene più prezioso. Il disastro, sia pure con la concomitanza di sfavorevoli eventi storici, va dunque messo a carico dell’improvvida azione dei governanti italiani che, da una generazione all'altra, si sono passati di mano il testimone dell’incompetenza e dell’insensibilità verso un problema che invece era per la nazione di assoluta centralità. * * * Ma quale può essere l’utilità, nell’Europa di oggi, di queste nostre riflessioni storiche? Nessun desiderio innanzitutto di perpetuare sterili recriminazioni. È evidente che nuove priorità ci devono guidare verso il futuro. Alle ambizioni, agli interessi delle singole componenti nazionali deve sostituirsi una prospettiva di scala europea più ampia e lungimirante. Non ci pare tuttavia in tale visione privo di costruttività chiedere all’Unione Europea di mettere in guardia le matricole dell’Est spingendole a un esame autocritico e a proponimenti capaci di inquadrare in una strategia comune le proprie attese. È un fatto che, per espandersi verso ovest gli slavi si siano serviti, nella prima guerra mondiale, delle mire egemoniche dell’Occidente e, nel secondo conflitto abbiano tratto vantaggi dall’essersi accodati alla crociata antieuropea delle Superpotenze statunitense e sovietica. È stata una doppia scelta la loro che ha duramente penalizzato il Continente nel suo complesso, ma in particolare quelle nazioni che da sempre costituiscono lo zoccolo duro dell’identità europea, Germania e Italia. È uno schieramento, quello dei popoli slavi, che non deve ripetersi più. Per tutte queste ragioni non ci sembra coerente che chi ha collaborato all’avanzata dell’Armata Rossa e del Comunismo pretenda oggi di essere rifuso dall’Europa per i danni collaterali di tipo economico subiti nel corso dell’operazione. Il discorso deve essere rivolto a tutti gli Stati della fascia geografica slava a contatto col mondo germanico e latino; e cioè da nord a sud, alla Polonia, alla Repubblica Ceca, alla Slovenia, alla Croazia. Questi Paesi non possono da un lato manifestare la volontà di affrancarsi dai vecchi criteri di giudizio, rinunciando ai nazionalismi più esasperati, dall’altro agire in modo contraddittorio, aprendosi a egoistiche intese economiche e strategiche con gli Stati Uniti. E ciò proprio mentre l’Europa si dibatte per liberarsi dai lacci della NATO. Queste nazioni, ma il loro cattivo esempio è stato seguito anche da baltici, romeni, bulgari e albanesi, stanno purtroppo offrendo basi all’esercito americano, e non ci pare corretto che esse pretendano dall’Europa un trattamento di riguardo mentre stipulano accordi militari con potenze che potrebbero un domani trovarsi in attrito con l’Europa. Perché si possa procedere senza intoppi nel cammino unitario verso una Nuova Europa pare dunque necessaria un’azione di rinnovamento che porti ogni Paese europeo a liberarsi delle vecchie classi politiche, di quei figuri che hanno puntualmente anteposto agli interessi dei loro popoli quelli dei loro tutori ideologici, economici e militari. Questo vale per gli ex comunisti all’est. Questo vale, nei paesi della vecchia Europa, per gli uomini della demoplutocrazia da sempre eterodiretti dal sionismo e dalle sue lobby locali.
Piero Sella
I. e R. COMANDO DELLA DIFESA COSTIERA TENENTE MARESCIALLO BARONE DE WUCHERER
Ufficio Informazioni
L’Irredentismo Italiano in Dalmazia Sguardo retrospettivo storico
Nel far valere le aspirazioni dell’Italia sulla Dalmazia fu accennato in numerosi opuscoli ed articoli del giornale alla circostanza che l’intera civiltà della Dalmazia è italo-romana. Questa comunanza di civiltà con l’Italia, che realmente esiste per quanto concerne la costa e le città delle isole, forma una delle pietre angolari dell’Italianismo e delle aspirazioni irredentiste in Dalmazia ed è talmente marcata che il viaggiatore, che percorre fuggevolmente la costa, deve involontariamente ritrarre l’impressione di trovarsi in un territorio italiano. Si tenterà pertanto di caratterizzare più da vicino e di motivare in un breve schizzo storico-culturale questo fenomeno. Le prime triremi romane toccarono le coste della Dalmazia all’epoca delle guerre puniche. Nell’anno 168 a.C. il re illirico Genzio fu vinto dai romani ed il territorio al sud della Narenta divenne una provincia romana. Nel periodo fra gli anni 168-163 a.C. vi furono continui combattimenti fra i dalmati ed i romani che finirono con la piena colonizzazione della Dalmazia. Scoppiarono bensì ancora pericolose rivolte dei dalmati, ma questi vennero alla fine sconfitti e dall’anno 12 dopo Cristo la Dalmazia fu indiscusso possesso romano. La civiltà romana che allora si trovava all’apogeo penetrò in Dalmazia. Colonie quali Jadera (Zara), Salona, Aequum, (Citluk presso Knin), Narona, Non, Epidauro ed altre sessanta città della Dalmazia erano popolate da cittadini romani. Sorsero numerosi edifici, quali templi, teatri, anfiteatri, bagni e cimiteri le di cui reliquie fanno fede ancor oggi di un’alta fioritura artistica. La Dalmazia ebbe uno speciale sviluppo artistico e culturale sotto l’imperatore Diocleziano, il quale fabbricò a Salona il magnifico palazzo nelle cui mura è oggi rinchiusa tutta la città vecchia di Spalato. Anche il cristianesimo prese per tempo piede in Dalmazia e vi troviamo (anche) molti segni dell’arte primitiva cristiana, certamente ancora improntati all’arte romana. Nei secoli successivi trasmigrarono in Dalmazia Goti, Avari, Slavi, Croati, Serbi, Ungari, Mongoli e Turchi. Di fronte alle incursioni di questi popoli primitivi, alcuni dei quali, come i Croati, i Serbi, gli Ungari e i Turchi, fondarono anche in Dalmazia uno stabile dominio, l’elemento romano rimase ristretto alle città della costa, la civiltà romana fu soppressa e molte opere d’arte distrutte. Il crollante impero romano era impotente a fare alcunché per la salvezza delle proprie colonie. Al posto della lingua latina, si formò nel medio evo in Dalmazia, indipendentemente dall’italiano, dal «volgare» frammisto a parole slave, una lingua dalmata, il cui ultimo conoscitore morì pochi anni fa. Questa lingua prevalse per secoli nelle città della costa. Allorché nell’anno 1481 Venezia si stabilì nel territorio costiero della Dalmazia, la lingua italiana vi fece il suo ingresso. Nell’anno 1699 Venezia ottenne nella pace di Karlovitz anche il territorio interno dell’attuale Dalmazia, eccettuata Ragusa, in seguito a che la lingua italiana si diffuse in modesta misura anche nell’interno. Nelle città dalmate, in onta ai mutevoli domini, si mantenne nel medio evo una certa connessione giuridica ed economica col passato. Fino all’epoca napoleonica le città furono oligarchie di possidenti nobili. Il sistema economico era quello, ancor oggi sussistente, della colonia, che metteva una marcata barriera sociale e spirituale fra i signori ed i coloni, fra la città e la campagna. Venezia mantenne questo stato di cose, collocò propri rappresentanti ed introdusse nelle città la propria lingua, la propria arte, i propri usi e costumi, che nel corso dei secoli diedero alle città quell’impronta che conservano in gran parte ancor oggi. D’altra parte però anche lo slavismo seppe penetrare nelle città ed assuefarsi ai costumi cittadini. Le superiori forme di vita, che penetravano dall’Italia, esercitavano una grande forza di attrazione sugli abitanti delle città della Dalmazia. Sotto il loro influsso si svilupparono in Dalmazia l’arte e la letteratura. Dacché furono sciolte sotto il dominio napoleonico le repubbliche civiche e i nobili proprietari italiani caddero in povertà, il ceto degli impiegati, dei negozianti e dei possidenti borghesi |