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IL
POPOLO GUERRIERO DELL’ANTICA “FIDES” NON
FU SOLTANTO L’ABILITA’ MILITARE A PREMIARE L’ESPANSIONE
DELL’IMPERO L’espansione
di Roma può essere interpretato secondo l’analisi marxista
dell’imperialismo moderno solo a costo di enormi forzature che non
trovano alcun riscontro nella storia della civiltà dell’Urbe
Se si fosse domandato ad un Romano quale era a suo avviso
l’elemento distintivo del carattere del suo paese, ciò che gli
sembrava il segreto della sua fortuna, egli avrebbe esaltato non tanto
il valore militare, il coraggio dei soldati, il genio dei comandanti, ma
molto probabilmente il rispetto degli dei – la pietas.
Più
o meno con queste parole nel 1964 lo studioso francese Pierre Boyancé
cominciava un articolo (raccolto nel volume Etudes
sur la religion romaine,
pubblicato nella Collection
de l’Ecole Francaise de Rome)
dedicato alla grande importanza attribuita da parte dei Romani al culto
della Fides. Nonostante una certa enfasi, il modo in cui Boyancé ha
tratteggiato la consapevolezza dei Romani riguardo la propria
disposizione nei confronti degli dei, ci è sembrato utile per
introdurre un tema con cui il pubblico dei non addetti ai lavori non ha
molta dimestichezza. Si è soliti infatti rappresentare la civiltà di
Roma, il suo impressionante processo di espansione e la eccezionale
continuità del suo impero (caso unico in tutta la storia del genere
umano) come il frutto esclusivo di una grande abilità politico
militare, unita ad una predisposizione “naturale” per le cose
pratiche e mondane, corrispondente ad una scarsa consuetudine con le
“cose dello spirito”. Una simile immagine, accreditata a volte anche
a livello accademico, ha rappresentato (lo notava molto acutamente
Julius Evola) uno dei luoghi comuni più dannosi per una vera
comprensione della civiltà romana.
Ben
altra era la percezione del proprio destino che troviamo celebrata a
Roma, ad esempio nel famoso Carmen
speculare di
Orazio o nella, altrettanto celebre, praefatio
alla
“Storia di Roma” di Tito Livio. Solo a titolo di esempio, scegliamo
da quest’ultima un brano che, pure in un’atmosfera culturale già
permeata di razionalismo, merita davvero di essere annoverato tra le
pagine letterarie più belle che siano mai state scritte: “se
v’è un popolo –scrive
Livio- cui si deve
consentire di divinizzare le proprie origini e di attribuirne la causa
prima agli dei, il popolo romano ha tale gloria militare che, quando
esso vanta soprattutto Marte come padre suo e del suo fondatore, le
genti accettano di buon animo questa sua debolezza così come ne
accettano il dominio”.
Il
passo di Livio non va interpretato, semplicemente, come espressione
dell’atteggiamento scettico e sospettoso verso il soprannaturale,
tipico dello storico moderno: infatti, lo sguardo disincantato con cui
l’autore degli Ab
Urbe condita Libri sembra
guardare agli antichi racconti tradizionali sulle origini della città
si accompagna al profondo convincimento che la grandezza del popolo
romano non è riducibile al mutevole gioco delle forze umane. Una
lettura attenta dell’opera liviana (si vedano ad esempio il discorso
di Furio Camillo sulla necessità di non abbandonare il suolo della
patria dopo l’incendio dei Galli o quello di Fabio Massimo al senato
sulla sconfitta subita da Flaminio ad opera di Annibale presso il
Trasimeno)conferma l’idea che il senso di una missione sovrannaturale
affidata dagli dei a Roma fosse ben radicato e non un puro artificio
letterario. Il
volere degli Dei
Si consideri, d’altro canto, il fatto che il Proemio degli Ab
Urbe condita (dal
quale abbiamo già tratto il brano succitato) si apre con un ritmo
esametrico, ovvero con il ritmo del verso caratteristico della poesia
epica, la quale aveva un valore quasi sacrale e costituiva, già solo
nella sua forma stilistica, un linguaggio diverso da quello umano e
profano, dotato di una sapienza e di una verità non accessibile
all’uomo comune.
La
concezione della storia di Livio, che pure aveva vissuto i tempi
terribili delle guerre civili e avvertiva con amarezza i sintomi della
crisi del suo tempo, illustrava con evidenza il senso che i Romani
attribuivano al predominio da loro raggiunto: esso era la ricompensa per
l’obbedienza prestata, sempre e costantemente al volere degli dei,
ovvero per la capacità di essere conseguenti ad un destino che
oltrepassava le generazioni e le impegnava in una missione della quale
ciascuno era depositario e protagonista.
Requisito
irrinunciabile di tale atteggiamento era ciò che i Romani chiamavano Fides,
parola che ha un senso molto diverso da quello che per noi moderni ha la
parola fede:
si tratta, piuttosto, di un modo di agire che esprime, secondo la
definizione elaborata da Boyancè, una disposizione
permanente alla volontà,
la fedeltà verso i propri doveri e specialmente verso gli impegni
assunti. La nozione di fides
si
fonda sull’accordo tra le parole e le azioni, nel
senso che le azioni sono conformi a ciò
che
hanno annunciato le parole, soprattutto nel caso delle parole
pronunciate nei giuramenti. L’ordine romano –scrive lo storico
francese- possiede, sia all’interno, che all’esterno, un fondamento
morale troppo spesso mal conosciuto, e questo fondamento è la fides.
A Roma Fides era
anzitutto una divinità, onorata nel culto dai tempi più antichi.
La
storiografia moderna ha cominciato, da non molto tempo, a rivalutare lo
studio dell’identità culturale dei popoli antichi e a porsi quindi il
problema della specificità “ideologica” dell’espansionismo
romano, apparendo chiaro che esso solo a costi di enormi forzature può
essere spiegato attraverso l’analisi marxiano dell’imperialismo
moderno. La rilevanza della nozione, anzitutto religiosa, della fides
per
i Romani, va quindi ben al di là dell’ambito degli studi di
antropologia antica o di storia delle mentalità: essa ci appare come un
elemento indispensabile per una comprensione profonda di quella civiltà.
Ciò era stato compreso già da Polibio, lo storico greco, giunto a Roma
come ostaggio nel 167 a.C. in seguito alla battaglia di Pidna in cui i
Romani avevano sconfitto la falange macedone. La
realtà della Grecia
Polibio, che nella sua vita aveva ricoperto importanti incarichi
politici e militari (era stato, tra le altre cose, Ipparco
della
Lega achea) aveva colto in tutta la sua pienezza il valore della fides
presso
i Romani. Egli, del resto, avendo presente la realtà della Grecia di
quel tempo, fatta di inganni, di rivalità estenuanti e di corruzione,
non ebbe difficoltà ad esaltare la fides
romana
rispetto ai costumi dei suoi compatrioti, poco avvezzi a rispettare i
giuramenti e disonesti nell’amministrazione pubblica. A differenza di
Livio, lo storico gerco ci appare davvero come un vero e proprio
razionalista, scettico rispetto alla religione tradizionale ed alle
“superstizioni”; non di meno egli si rende perfettamente conto di
come il sistema di norme religiose e morali vigenti a Roma avesse
prodotto risultati eccezionali nella formazione dei cittadini comuni e
di quanti venivano chiamati al governo della cosa pubblica. Gli
italiani e i latini
Le difficoltà e le crisi del conflitto contro Annibale misero in
evidenza la peculiarità del carattere dei Romani, spesso del tutto
incomprensibile ai loro vicini ed avversari. In questa luce,
probabilmente, deve essere visto il comportamento di Annibale dopo la
clamorosa vittoria di Canne: per un comandante educato alla scuola dei
condottieri ellenistici una vittoria, simile a quella ottenuta a Canne,
avrebbe certo indotto il nemico alla resa ed all’accettazione della
supremazia del vincitore. Non così per i Romani, Fides
lo
impediva. Osserviamo, inoltre, come tale nozione si rivelò fondamentale
proprio nel momento più delicato della guerra, quando Annibale si
avvicinò alle porte della città nella speranza di sollevare una
generale ribellione contro Roma. Come è noto, gli Italici ed i Latini
rimasero fedeli a Roma: il rispetto dei patti stipulati, fondato sulla
garanzia sacra del giuramento, creava un vincolo indissolubile,
stabiliva un rapporto di reciprocità, la cui rottura sarebbe stata
sacrilega. Non a caso i Romani per indicare l’azione di rottura di un
trattato utilizzavano l’espressione “ferire (ferire, icere) il
patto”.
Le
guerre puniche hanno tramandato esempi famosi di uomini romani fedeli
alla parola data fino alle estreme conseguenze e contrapposti alla
condotta subdola e d infida dei Cartaginesi, che con disprezzo veniva
definita la fides
Punica.
Anche se non si è sicuri della sua effettiva realtà storica, è
rimasto vivido anche nella memoria il gesto di Attilio Regolo: catturato
dai Cartaginesi fu inviato come ambasciatore a Roma per proporre uno
scambio di prigionieri. Avendo promesso di ritornare in ogni caso, egli,
giunto a Roma, si dichiarò contrario ad ogni trattativa con il nemico e
pur sapendo di andare incontro alla morte, per non mancare alla parola
data tornò a consegnarsi a chi lo aveva catturato.
Il
culto tributato dai Romani a Fides
è
molto più antico degli esempi ora riportati. Come ha dimostrato Dumézil
esso è patrimonio comune dei popoli indoeuropei: corrispondenze precise
con rituali e racconti mitistorici romani possono essere individuate
nella più antica religione vedica (si veda in proposito Idee
romane pp.
47-59) ed in quella degli antichi irlandesi. A prescindere da ciò, sia
l’antichità degli edifici templari dedicati a Fides,
sia il rito in cui la dea veniva onorata dai tre flamini maggiori
(sacerdoti di Giove, Marte e Quirino – l’antica triade
latino-italica), sia l’attribuzione della fondazione del suo culto al
re Numa Pompilio, attestano l’antichità della devozione dei Romani
per Fides.
Tale
caratteristica della religione romana ci appare tanto più
significativa, quanto più consideriamo l’influenza che essa esercitò
sul diritto, pubblico e privato (abbiamo osservato che a Fides
e a
Giove spettava la tutela dei giuramenti), sul modo di condurre le guerre
e sui rapporti internazionali. E tuttavia essa ci è apparsa,
soprattutto, come uno degli strumenti principali di formazione di quel
carattere peculiare del cittadino romano, che non ha cessato di
interrogare, e di sorprendere, gli uomini del nostro tempo. Di
VITTORIO VERNOLE Da
“Storia verità” Ed
Settimo Sigillo Editrice
Europa-Roma
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Ultimo aggiornamento: sabato 05 marzo 2005