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Riproponiamo un articolo di Piero Sella

 

MAFIA E AMERICA

 

(L’influenza degli USA negli affari italiani)

 

 

Dopo i marines in assetto da combattimento sull’Etna sono comparsi in Sicilia, per partecipare alle indagini sul delitto Falcone, gli uomini dell’F.B.I..

Il nostro esercito e la protezione civile non sono evidentemente in grado di provvedere da soli e la polizia scientifica risulta incapace di stendere una perizia incentrata sul tritolo, il più semplice e quindi conosciuto degli esplosivi.

L’intervento di tecnici stranieri in un paese che pur figura tra le principali potenze industriali del mondo è già di per se umiliante, ma i due episodi prestano il fianco a rilievi di altra ed ancor più sostanziale natura. Essi infatti non sono per nulla isolati e si collocano in quel clima di sudditanza verso gli USA per cui qualsiasi indicazione politica on economica d’oltre oceano viene regolarmente accolta in Italia con la più deferente acquiescenza. Vanno in tale quadro registrati il disappunto per la riunificazione della Germania, manifestato, a più riprese, da Andreotti e la ritrosia del nostro ministero degli esteri a riconoscere l’indipendenza dei popoli baltici e di quelli dell’ex impero sovietico. Ecco seguire poi lo sconcio balbettio diplomatico sulla questione jugoslava, destinato,  senza alcun corrispettivo per noi, a coprire le spalle all’aggressione serba.

Il sabotaggio degli interessi nazionali ed europei a vantaggio degli USA si è ulteriormente aggravato con l’assurda partecipazione – neppure inquadrabile nell’Alleanza Atlantica – alla guerra del Golfo e con il sostegno delle ormai boccheggianti strutture NATO, al fine di conservare all’America quel che rimane della sopraffazione di Yalta. Si è da ultimo respinta, senza neppure discuterla, la pur logica decisione delle altre libere nazioni del continente di dare vita ad un esercito europeo.

L’orientamento della nostra classe politica è dunque quello di prestare comunque ossequio alle centrali di potere che da oltre atlantico intendono esercitare sul mondo il loro dominio.

Appare a questo punto decisione certamente coerente ma niente affatto opportuna, l’aver voluto associare gli americani allo staff incaricato di indagare sul recente “giallo” politico siciliano. Ed il giudizio di inopportunità deve rafforzarsi trattandosi con ogni probabilità di delitto mafioso a largo respiro internazionale: sull’argomento mafia gli americani non possono certo vantare una fedina penale pulita. A questo proposito, per coloro che ignorano, o hanno dimenticato la vicenda, per i giovani che si sforzano di capire cosa sta succedendo nel nostro disgraziato paese, non ci pare cosa inutile ricostruire, almeno per sommi capi, il comportamento d’oltre oceano nei confronti dell’”onorata società”, descrivere la fattiva collaborazione avviata con essa, chiarire insomma quanto i due soggetti avessero l’un l’altro da mettersi a disposizione. Nel 1942 l’Italia è il “ventre molle” dell’Asse dal quale iniziare l’attacco alla “fortezza Europa”. Per facilitare lo sbarco e creare al tempo stesso nella popolazione civile un’atmosfera favorevole ai reparti d’invasione, lo spionaggio USA pensa alla mafia siciliana della quale valuta appieno il potenziale e con la quale, nonostante il conflitto, non ha difficoltà a stabilire contatti grazie al gangsterismo americano. E’ questo il motivo per cui la scelta dello Stato Maggiore alleato cade sulla Sicilia.

L’uomo chiave dell’operazione è Lucky Luciano, purosangue siculo, capo indiscusso della malavita di New York. Il bosso è in carcere, ma i contatti con i personaggi che Luciano deve avvicinare sono assicurati dallo spionaggio navale, il Naval Intelligence, che, su autorizzazione diretta di Roosevelt e del ministro della marina Knox, si muove attraverso il capitano Haffeden.  I contatti materiali tra i servizi segreti e Luciano sono tenuti da Meyer Lansky, socio di Luciano e stella del gangsterismo ebraico. Il Lansky, che negli anni ‘60con lo stesso Luciano arriverà a controllare il mercato degli stupefacenti tra Medio Oriente, Sicilia, Cuba e Stati Uniti, è manovrato per conto dei “servizi” dal suo difensore, l’avvocato Allen Dulles, lo stesso che dirigerà per tutta la guerra le operazioni europee dello spionaggio americano e sarà poi capo della CIA. I “servizi” sono autorizzati a promettere ai gangster incarcerati, in cambio della loro collaborazione, la libertà, ma ad ingolosire la malavita americana è soprattutto la prospettiva di assicurarsi con un protetto, privilegiato insediamento in Sicilia, una base per i propri traffici nella futura Europa Libera e democratica.

Ed ecco che Lansky, il suo braccio destro Benjamin Siegel e lo stesso Luciano, mobilitano per l’operazione Sicilia tutti i capi mafiosi d’America. E’ il caso di ricordarne almeno i nomi più prestigiosi: Adonis, Costello, Anastasia, Profaci. Da questi galantuomini sono distillati circa tremila nominativi di informatori, i quali, a loro volta, attraverso emissari sbarcati clandestinamente in Sicilia ed accolti fraternamente dai mafiosi locali, riescono a mettere a disposizione dell’esercito di invasione migliaia di “uomini d’onore” dei quali al momento buono i “liberatori” potranno servirsi.

L’operazione di sbarco dal luglio ’43 con l’appoggio di questo picaresco esercito ausiliario supera ogni più rosea aspettativa. Le truppe della prima ondata sanno tutto sulla dislocazione delle batterie e dei reparti. Sono persino informate del nome e del cognome degli ufficiali italiani che comandano le truppe incaricate della difesa. Quanto alla popolazione civile essa è stata ben preparata ad accogliere con favore le truppe americane. Queste del resto sono costituite per il 15% da oriundi siciliani; il nemico parla quindi il dialetto del paese e spesso vi ha parenti.

In ogni città e villaggio, mentre l’esercito italiano ed i tedeschi ostacolano come possono la penetrazione degli “alleati”, l’invasore è accolto con fiori e applausi. I soldati siciliani catturati sono separati dai commilitoni continentali, cui toccheranno in Africa o negli Stati Uniti lunghi anni di prigionia e, con le più ampie, benevole assicurazioni del comandante nemico, generale Patton, avviati alle loro case.

A Mussomeli, dove entrano senza colpo ferire, gli americani sono accolti da Genco Russo che è il luogotenente di Calogero Vizzini, capo della mafia siciliana. Lo stesso Vizzini accoglie i “liberatori” a Villalba, un paese vicino a Lercara Freddi, patria di Luciano.

Come Genco Russo, anche Calogero Vizzini è scelto dagli americani  per la carica di sindaco. Non importa che il Vizzini abbia conti in sospeso con la giustizia per cinquantuno delitti di mafia né è di ostacolo all’assunzione della carica il fatto che sia analfabeta. La fiducia degli americani è tale che lui ed i suoi uomini, tra cui vi sono diversi parenti di Luciano, sono autorizzati a portare armi da fuoco.

Il sostegno dell’organizzazione mafiosa da parte degli americani è pieno, sistematico ed immediato. Cinquecento uomini della mafia, confinati ad Ustica, sono immediatamente liberati e tornano a casa. Ed a casa c’è bisogno di loro: ci sono da occupare in tutta la Sicilia i posti liberi di sindaco e quelli nelle amministrazioni comunali, ma anche lo stesso governo civile alleato, che è guidato dal colonnello Charles Poletti, ha problemi per completare il proprio organico. Li risolve pescando nel ricco serbatoio mafioso: Damiano Lumia, nipote di Calogero Vizzini, diventa interprete del Civil Affairs; a Vincenzo Di Carlo, capo della mafia di Raffadali, è affidata la responsabilità dell’ufficio requisizione grano. Il capomafia di Corleone, Michele Navarra, è incaricato di raccogliere gli automezzi militari abbandonati.

Né si agisce a casaccio, gli incarichi affidati soddisfano tutti i requisiti di efficienza e di competenza. Ed ecco che Max Mugnani, che si farà nel dopoguerra un nome nel mondo dei narcotrafficanti, è nominato depositario dei magazzini farmaceutici americani in Sicilia.

Grazie all’appoggio americano la Sicilia è ormai tutta in pugno alla mafia la quale, costituita una struttura politico-militare, quella separatista, è in grado di assicurare, comunque le cose vadano a finire  in Italia, il controllo della Sicilia e del Mediterraneo al proprio sponsor. Ed è proprio grazie all’appoggio, alla copertura degli americani che il matrimonio tra mafia e separatismo produce fruttuosi risultati. Mentre qualsiasi attività politica nell’isola è vietata, i separatisti possono  spostarsi con camion dell’esercito USA e affiggono manifesti autorizzati dal governo “alleato”.

L’E.V.I.S., l’esercito volontario per l’indipendenza siciliana, si avvale di una struttura cittadina che agisce alla luce del sole e di nuclei armati alla macchia agli ordini del bandito Giuliano. Il tutto con la benedizione degli USA.

Scrive il colonnello Donovan, capo dell’O.S.S.: “La Sicilia è il cuore strategico del mediterraneo e il cuore strategico dell’Europa, dell’Africa, del medio Oriente. La nostra stessa sicurezza è legata alla libertà e all’indipendenza della Sicilia”.

Si spiega così che Vito Genovese, il celebre gangster italo-americano, amico personale del governatore Poletti, sia fotografato in divisa americana a fianco del bandito Giuliano. Lo stesso Poletti mette a disposizione dei capi separatisti, il barone Lucio Tasca, Concetto Gallo e Finocchiaro Aprile,  grosse partite di armi.Il materiale bellico è fatto pervenire ai nuclei dell’esercito separatista a cura di Salvatore Sciortino, cognato di Giuliano, il quale svolgerà in seguito anche missioni di collegamento negli USA e verrà, quando le cose volgeranno al peggio, accolto nelle stesse forze armate USA con le quali si batterà in Corea raggiungendo il grado di sottufficiale.

Partecipa a questi traffici, conquistandosi i primi galloni della sua carriera, un astro nascente della mafia, Michele Sindona, arruolato dallo stesso Luciano. Sindona acquista grano e farina da Baldassarre Tindara, nominato sindaco di Regalbuto dagli alleati su segnalazione di Calogero Vizzini. Le merci sono cedute dal Sindona alla stessa amministrazione alleata la quale si sdebita con armi e munizioni che vengono passate ai separatisti.

La sinergia, l’associazione a delinquere tra alleati, mafia e separatismo ha ragione d’essere e funziona fino a quando i vertici politici americani che l’hanno posta in atto decidono che l’emergenza del separatismo può essere sostituita con qualcosa di più adatto alla nuova realtà geopolitica europea. Alleati e mafia, con l’appoggio calibrato delle forze politiche democratiche, escono, a partire dagli anni ’50, dai ristretti confini regionali e si assicurano il controllo del potere a livello nazionale. Il separatismo, privo delle sue coperture politiche, può finalmente essere affossato. L’ala militare, il banditismo, è messa prudenzialmente, col piombo e con i caffè avvelenati, in condizione di non poter parlare. Ma quelle stesse forze mafiose che del separatismo e del banditismo si erano servite, non sono affatto battute, sono anzi radicate nel tessuto sociale ed attraverso la Democrazia marciano verso un grande avvenire. I partiti politici ed il rinnovato favore degli americani aprono alla mafia la strada della gestione clientelare della politica. E’ il via libera alla caccia dei pubblici appalti, allo sperpero delle pubbliche risorse, al saccheggio sistematico della ricchezza nazionale.

Ai Giuliano ed ai Pisciotta subentrano localmente i Ciancimino e i Lima mentre a livello nazionale, a Roma, le leve del potere statale sono presidiate da amici sicuri, da quegli stessi uomini cooptati dagli americani per avallare la politica dei blocchi militari e la spartizione del continente.

L’America, a difesa dell’impero del male che, con la complicità comunista, ha introdotto in Italia ed in Europa, ha dunque arruolato il peggio della politica: classi dirigenti prive di scrupoli, caratterizzate da incompetenza, irresponsabilità e servilismo, classi politiche indegne della nuova Europa e che non possono pensare di sottrarsi all’ormai avviato, necessario, severo processo di epurazione.

 

Ultimo aggiornamento: lunedì 06 marzo 2006