|
Articolo
STORIA |
![]() |
|
L’ITALIA SI ARMO’ DURANTE LA GUERRA
LE CONSEGUENZE DELLA PASSIVITA’ DEI MLITARI E DEI POLITICI
Totalmente impreparato nel 1915, l’esercito italiano mise gradualmente in campo fino alla stretta finale forze rilevanti e grandi mezzi che gli permisero di chiudere vittoriosamente il conflitto.
Quando Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III il 22 maggio 1915 “ha decretato la mobilitazione generale dell’Esercito e della Marina e la requisizione dei quadrupedi e dei veicoli. Primo giorno di mobilitazione il 23 corrente mese”, il Regio Esercito era costituito, sulla carta, da 4 armate, dalle forze della zona Carnia (in seguito XII Corpo), dal Corpo di cavalleria e dalle truppe a disposizione del Comando Supremo. Nel complesso si trattava di 14 Corpi d’armata, 35 divisioni di fanteria, 1 di bersaglieri, 4 di cavalleria, 2 gruppi di alpini. A mobilitazione ultimata, si era ai primi di luglio, in prima linea erano schierati 31.037 ufficiali, 1.058.000 uomini di truppa, 11.000 civili militarizzati, 216.000 quadrupedi, 3.280 automezzi di vario tipo. L’armamento comprendeva: 760.000 fucili, 170.000 moschetti, 618 mitragliatrici (che formavano 309 sezioni), 1.797 pezzi di artiglieria di piccolo calibro (da campagna, montagna, a cavallo, someggiata, contraerei), 192 pezzi pesanti campali, 132 del parco d’assedio (calibro massimo 210 m/m; 6 cannoni da 305 m/m e 24 obici da 280 m/m dislocati nella piazza di Venezia). La Regia Marina era considerata quale esercito di seconda linea. La mobilitazione non era stata fluida e tanto meno rapida. Al momento dello scoppio delle ostilità, il 24 maggio 1915, era lungi dall’essere non solo completata, ma anche tale da consentire una qualche operazione efficace. La sorpresa era mancata completamente. Il nostro obbligo, sottoscritto negli accordi di Londra, firmati alle ore 15 del 26 aprile 1915 dagli ambasciatori d’Italia, di Francia, di Russia e dal ministro degli esteri britannico, era di entrare nel conflitto entro il 26 maggio.
La sorpresa mancata
Il 28 maggio la forza disponibile era di soli 800.000 uomini dei quali circa la metà schierata alla frontiera e non tutti organicamente. Risultavano mobilitati, a quel giorno, soltanto due Corpi d’Armata. Altri nove lo furono due giorni più tardi e le ultime grandi unità risultarono mobilitate tra l’8 ed il 12 giugno. I servizi subirono ritardi maggiori. Di fatto l’Esercito fu in condizione di entrare in operazioni soltanto a metà giugno. Vennero così fortemente compromesse le possibilità offensive offerte in quel periodo dalle difficoltà che caratterizzavano la situazione militare austriaca. Tra le cause dei ritardi, la mancanza di una effettiva collaborazione tra il Presidente del Consiglio, Salandra, ed il capo di stato maggiore, generale Cadorna. Quest’ultimo era stato tenuto all’oscuro dei negoziati di Londra. Si aggiunga che il nostro obbligo a scendere in campo entro il 26 maggio venne diffuso con grande risalto dalla stampa francese. Quelle che tecnicamente all’epoca venivano definite “deficienze organiche di forza” discendevano da antica data. Meno di un anno prima della dichiarazione di guerra, il numero degli ufficiali era insufficiente: erano 26.000 e ne mancavano più di 13.000. In particolare nell’artiglieria la deficienza era del 44% mentre superava il 50% nel corpo sanitario. Addirittura drammatica la situazione dei sottoufficiali. Le esenzioni, la mancanza di istruzioni preventive di molte classi della leva, peggioravano la già delicata situazione, per quanto attiene all’affidabilità dei Battaglioni di fanteria da impiegare nell’offensiva. Il personale dell’Artiglieria da fortezza era insufficiente rispetto alle fortificazioni da armare. La deficienza di materiali non era da meno, pochi mesi prima della dichiarazione di guerra. - Artiglieria – Batterie da campagna: secondo l’ordinamento, ogni Corpo d’armata avrebbe dovuto essere dotato di 96 cannoni. Un numero esiguo rispetto ai 120 del Corpo d’armata francese, ai 144 dei tedeschi e addirittura dei 156 previsti dagli austriaci. Una parte non marginale del materiale era obsoleto. Cannoni rigidi. Si decise di non entrare in guerra con tali pezzi di artiglieria, sicché la disponibilità per ogni Corpo d’armata scese da 96 a 64 bocche da fuoco. - Batterie a cavallo: armate con materiale datato formalmente 1912, in effetti erano cannoni del 1906 con qualche modifica, eccessivamente pesanti e non adatti a seguire la cavalleria. - Obici da montagna: si doveva ancora scegliere il tipo di arma e mancavano i mezzi per la formazione delle 12 batterie ritenute indispensabili. - Reggimenti pesanti campali: disponevano degli obici, ma non dei cannoni. Il Parlamento aveva stanziato i fondi. Ma lungaggini burocratiche e sottovalutazione del problema avevano paralizzato le procedure. Inoltre delle 28 batterie di obici disponibili, ben 14 erano inutilizzabili, in quel periodo, per la carenza di quadri, cavalli e materiali di supporto. - Parco d’assedio: mancavano 6 batterie di mortai da 260 m/m; non erano ancora disponibili i materiali per allestire 8 batterie da 210 m/m; si dovette rinunciare a 10 batterie di pezzi da 149 A ordinate a suo tempo alla Krupp. Carente anche il munizionamento. - Mitragliatrici: situazione a dir poco tragica. Numero di armi inadeguato, non più di 300. - Fucili: erano disponibili solo 750.000 fucili modello 1891 oltre a 1.200.000 modello Wetterly, antiquati. La fabbrica di Terni poteva produrre solo 2.500 fucili al mese. Si precisa che durante il conflitto si riuscì a portare la produzione a 100.000 fucili al mese, con una mobilitazione industriale senza precedenti nel nostro paese. Tra le altre lacune, la mancanza di 1.000 carrette per munizioni, di quattro sezioni di Corpo d’armata dei magazzini avanzati di materiale sanitario, mancanza totale di autoambulanza, e di 2.720 barelle, di 150 forni da montagna, 62 forni someggiati e 10.000 tonnellate di gallette. Inoltre era necessario acquistare 350.000 unità di vestiario ed un rilevante numero di automezzi. Rispetto alle esigenze organiche previste e cioè 324 autovetture, 1.508 autocarri, 106 ambulanze e 1.508 motociclette, il parco disponeva, nel periodo indicato, di 40 autocarri e 450 chassis, per completare questi ultimi sarebbero stati necessari almeno sei mesi.
Fortificazioni vulnerabili
Per la borghesia industriale e commerciale, l’esercito era un fardello fastidioso. Era indispensabile assegnare quote di bilancio statale il più contenute possibile. Addirittura vi fu in Parlamento chi definì quelle spese come del tutto improduttive. Ne derivarono antimilitarismo ed abbandono. E negli ambienti militari: demoralizzazione e sfiducia. La carriera delle armi era scarsamente ricercata a causa del misero trattamento economico e questo incideva negativamente sul livello dei quadri. Per oltre 50 anni si era discettato sulla costituzione di un parco d’assedio senza mai giungere ad una soluzione ed allo scoppio del conflitto l’esercito disponeva solo di poche batterie di medio calibro ed era totalmente privo, a differenza di tutti gli altri eserciti, di batterie di cannoni pesanti campali. Le deficienze di artiglierie pesanti rendevano ancor più vulnerabile le rare fortificazioni di confine e di quelle di seconda linea e non consentivano di poter battere efficacemente le fortezze modernissime realizzate dagli austriaci. Una situazione di abbandono protrattasi per lungo tempo e per altrettanto tollerata, anche se i capi di stato maggiore avevano fatto presente una situazione fortemente precaria, sollecitando senza successo gli interventi del governo. Per quanto riguarda poi la truppa, appare significativo quanto ebbe a scrivere sul Corriere della Sera del 29 settembre 1910 il generale Luigi Majnoni d’Intignano: “L’educazione nazionale è trascurata mentre è lasciato libero il passo ai sovversivi di qualunque specie (…) i nostri soldati sono giovani e per la maggior parte antimilitaristi; vengono malvolentieri alle armi, fanno il loro dovere, quando lo fanno, per tema di punizioni o per non avere noie, ma appena lasciano il servizio tornano ad essere quelli di prima”. L’Italia, dunque, era nel suo complesso moralmente impreparata ad affrontare una guerra. Sotto la spinta degli avvenimenti che si andavano evolvendo sui vari fronti, ebbe inizio un lavoro di recupero del tempo sprecato. Ciò nonostante, il 20 maggio 1915 le mitragliatrici disponibili erano meno di 700 e dei 107 reggimenti di fanteria solo 43 disponevano delle previste tre sezioni di arma automatica, 21 reggimenti ne avevano due, mentre 43 reggimenti una sola. LO sforzo organizzativo aveva consentito di colmare parzialmente le deficienze di ufficiali. I 7.500 ufficiali effettivi mancanti (sul totale di 13.000) erano stati sostituiti da ufficiali di complemento, con le intuitive conseguenze in fatto di preparazione, addestramento, prestigio ed affidabilità. Nel personale sanitario le carenze erano sempre attestate al 50%. Croniche le deficienze nel numero dei sottufficiali. Erano presenti solo 28 batterie di obici pesanti campali da 149 A. L’artiglieria di medio calibro era formata da 12 batterie di cannoni da 149 A, 7 batterie da 149 C e 12 batterie di mortai da 210 m/m (ogni batteria su quattro pezzi). Le batterie di grosso calibro, 280 e 305 m/m, erano scarse, formate da materiale di ripiego, cioè pezzi da batterie costiere, quindi scarsamente mobili,. Tuttora preoccupante la carenza di munizionamento. Tra i provvedimenti per uscire dalla crisi, si segnala la costituzione del Comitato Supremo per le armi e le munizioni, il 9 luglio 1915, affidato al generale Alfredo Dall’olio (nel 1917 ministro), con risultati decisamente positivi. Tuttavia non mancarono le fasi di ricaduta: nell’ottobre 1915 erano andati distrutti per scoppi prematuri circa la metà degli obici pesanti campali, 55 su 112; solo nel marzo del 1916 si riuscì a ripianare le perdite dei cannoni di piccolo calibro, ma non quelle dei medi calibri in quanto erano di produzione tedesca ed in Italia le industrie non erano attrezzate per produrne. Il consumo di proiettili nel 1915 aveva raggiunto quota 3.340.000 colpi di artiglieria, superando le capacità produttive ed imponendo l’acquisto all’estero. Si ebbe allora lo sforzo maggiore, con la costituzione di 19 brigate di fanteria, 3 reggimenti di bersaglieri, 26 battaglioni di alpini. I reggimenti di artiglieria campale passarono da 49 a 52, con un totale di 390 batterie; le batterie da montagna da 50 salirono a 82, quelle someggiate da 18 divennero 76; le batterie pesanti campali che in partenza erano 12 salirono a 98, precisamente 40 di obici da 149, 42 di cannoni da 105 m/m, 16 di cannoni da 102.
Una nuova fisionomia
Nel 1916 le artiglierie del parco d’assedio disponevano di 59 batterie di grosso calibro, 403 di medio calibro e 94 di piccolo calibro. La contraerea si articolava su 22 batterie, 315 pezzi isolati, 292 mitragliatrici e 4 treni blindati. Lo spazio non consente di seguire l’evoluzione registrata dalla produzione militare, che tuttavia anche se considerevole e caratterizzata da un impegno di tutto rispetto, fece registrare anche alcune manchevolezze, ad esempio materiali non rispondenti ai requisiti di contratto, un “orientamento” speculativo” che ebbe un seguito ancor più drammatico tra il 1935 ed il 1942. Nel 1918, a Vittorio Veneto, superati i tragici eventi di Caporetto, la ritirata sul Piave, stroncata l’offensiva austro-ungarica della tarda primavera (15-23 giugno), l’Esercito aveva mutato completamente fisionomia: 9 armate con 24 Corpi d’armata che inquadravano 57 divisioni (con 104 brigate di fanteria). Le compagnie di mitraglieri erano più di 300 con 21.000 armi leggere e pesanti. Poco meno di 5.000 le bombarde. Punta di lancia dell’Esercito un Corpo d’armata d’assalto, su due divisioni. Dal 1 novembre 1917 al 3 novembre 1918 erano stati sparati più di 18 milioni di colpi di artiglieria, 571.000 quelli di bombarde, oltre 11 milioni e mezzo di bombe da fucile e a mano. Erano stati mobilitati sei milioni di uomini tra il fronte e la logistica. L’esito vittorioso della guerra non cancella tuttavia gli interrogativi legati all’immobilizzo della classe dirigente, all’acquiescenza di certi ambienti militari, all’orientamento essenzialmente mercantile di una parte non marginale dell’industria, a quella che nel 1919 il professor Alfredo Rocco nell’articolo dal titolo “Dalla vecchia alla nuova Italia” (Rivista “Politica” fascicolo del 9 gennaio 1919) definì “un passato secolare di imbellicosità, di disgregazione e di servitù”. Il professore denunciava “il prepotere delle fazioni, l’egoismo cieco di categoria e di classe, l’inefficienza economica, l’incapacità della burocrazia, la degenerazione parlamentare ed elettorale, il dilagare delle dottrine e dei movimenti politici, che sotto formule varie e sotto nomi diversi: liberismo, democrazia, socialismo perpetuavano in pieno ventesimo secolo, la mentalità medioevale italiana, individualistica, antisociale, dissolvitrice”.
Di PIERO BARONI
|
Ultimo aggiornamento: domenica 08 maggio 2005