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CINQUE ANNI NELL’INFERNO SOVIETICO
INTERVISTA CON IL GENERALE FRANCO PAOLO MARTINI
Un superstite dell’Armir racconta l’allucinante vicenda sua e dei suoi camerati, quasi tutti periti di freddo, di fame e di stenti, nella durissima prigionia in un campo di concentramento russo.
“Sono
stato imprigionato in un campo di concentramento russo per quasi cinque
anni, ho preso il contagiosissimo tifo esantematico, sono diventato una
larva umana…ma sono tornato per Giuliana”. E’
la sconcertante storia del Generale Franco Paolo Martini, giorni e
giorni di completa privazione, sottoposto al freddo, alla fame, alla
mancanza delle più elementari norme igieniche. Alla fine ce l’ha fatta.
A dargli forza è stata la sua donna, incontrata nel ’41 e sposata al suo
ritorno. Lei lo ha atteso fiduciosa per tutti quegli anni ed è legata a
lui da un matrimonio che dura da più di cinquant’anni. “Ridotto in
condizioni pietose nel lazzaretto – ha proseguito Martini – l’unica cosa
che mi teneva in vita è stato il pensiero
Tantissimi sono stati gli italiani mandati in Russia, una “spedizione senza ritorno”, per inferiorità di mezzi ed inidoneità dell’equipaggiamento, a causa del clima così rigido. Non si può partire che da un riferimento alla lettera scritta da Palmiro Togliatti, nel febbraio ’43, a Vincenzo Bianco, ispettore generale dei campi di prigionia degli italiani: “…se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni, di fatto non ci trovo assolutamente nulla da dire…il fatto che per migliaia di famiglie la spedizione contro la Russia si concluda con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore ed il più efficace degli antidoti…non sostengo affatto che i prigionieri si debbano assassinare, tanto più che possiamo ottenere certi risultati in altro modo”. Basta dare un’occhiata al “Rapporti sui prigionieri di guerra italiani in Russia” dell’Unione Nazionale Italiani Reduci Di Russia, per avere dati ufficiali. Dei prigionieri di guerra italiani nella Seconda Guerra Mondiale, sono rimpatriati dall’Inghilterra il 98%, dagli Stati Uniti il 99%, dalla Francia il 99%, dalla Germania il 98%, dalla Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Grecia e Svizzera il 91%, e solo il 14% dall’Unione Sovietica(soldati dell’Armir, Armata Italiana in Russia), dove sono stati catturati circa 70 mila italiani, morti quasi tutti in prigionia. Il numero dei prigionieri fu altissimo ed altrettanto imponente il numero dei morti in prigionia. Dei 95 mila uomini assenti alla fine della ritirata: 25 mila sono morti nel corso della medesima, 70 mila sono stati catturati. Di questi ultimi: 60 mila sono morti in prigionia, ossia nei lager e durante le marce ed i trasporti ferroviari; 10 mila sono sopravvissuti e sono stati rimpatriati. Per fare un esempio, nel campo Nkvd n. 188 di Rada, si calcola siano entrati, dal 1° dicembre ‘42 al 10 giugno ’43, 24.036 prigionieri (tedeschi, rumeni, italiani ed ungheresi), 10.639 dei quali sono morti.. la causa principale è stata il tifo. Su 10.118 italiani ne morirono 6.909. Ma sentiamo direttamente dal Generale Martini come ha vissuto questa terribile esperienza di prigione e com’è riuscito a salvarsi.
Generale Martini, qual è il particolare più significativo che ricorda al momento della cattura? “Era il 21 dicembre 1942. I carri sovietici avevano cominciato l’azione di “schiacciamento”. Non c’era tempo da perdere, non dovevamo far cadere la bandiera in mano al nemico. Strappammo il drappo con le unghie e con i denti e ciascuno di noi ne prese un pezzo e lo mise sul petto. Spezzammo l’asta e seppellimmo la freccia scavando nella neve e nella terra. I sovietici, infatti, si dilettavano a trascinare nel fango la bandiera del nemico, in segno di vittoria e di forza. Alla fine della guerra i russi fecero sfilare per le strade di Mosca la massa dei prigionieri tedeschi, e poi buttarono nel fango tutte le bandiere naziste. Ancora oggi sono tenute in mostra nei musei sporche di fango, così come ci sono ancora le bandiere prese a Napoleone, perché loro non dimenticano mai. Ma i musei della ex Unione Sovietica non espongono bandiere italiane, perché non sono siusciti mai a prenderle”
Cosa accadde appena catturati?
“Con la baionetta gelida ci strapparono subito di
dosso il cinturino dell’orologio, poi ci disarmarono, e iniziò la marcia
del “davai” (avanti). Eravamo sfiniti dalla fame, dal freddo e dalla
tensione nervosa. Per fortuna i “valenchi” che mi aveva portato il mio
attendente a Popowka mi tenevano i piedi caldi. In Albania, avevo avuto
il congelamento di 2° grado. Fin dagli inizi ebbi la sensazione che ben
pochi saremmo rientrati in Italia. Oggi so che degli italiani fatti
prigionieri tra il ’42 ed il ’43, dopo quattro lunghissimi inverni
trascorsi nei “gulag” sovietici,
E finite le marce del “davai”? “Arrivammo ad una stazione. Ci stiparono come bestiame, cento per vagone, stretti come sardine e partì il secondo travaglio. Il 21 gennaio ’43 iniziò il “lavaggio naturale del cervello”, o meglio “la fase di rinascita biologica”, termine più appropriato, perché i sovietici sapevano benissimo che il tifo ha la caratteristica particolare di far rinascere a nuova vita i soggetti che, riusciti a superare la fase critica, sopravvivono alla malattia. Indubbiamente, già in precedenza, i sovietici avevano sfruttato scientificamente quelle caratteristiche della malattia nei loro gulag politici di rieducazione.Si trattava di saper sfruttare gli effetti biologici determinati dalla malattia sui malcapitati superstiti. Arrivati a destinazione, dopo tutte le misure preliminari quali la schedatura, fecero chiudere le porte del monastero che ci “ospitava”, dopo di che ci riunirono in un salone sull’ingresso del quale campeggiava lo stemma con la scritta “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Quel locale venne chiamato “club”, e come tale, con l’aggiunta della dicitura che ne mascherava la reale funzione, di centrale della propaganda comunista, “gruppo antifascista”. Ridotti a larve di uomini, eravamo molto più vulnerabili ed il rischio di assimilare le teorie del marxismo-leninismo era alto, c’erano altoparlanti inneggianti al comunismo e volti ad infangare la dottrina fascista. Aprirono anche una biblioteca e crearono un gruppo “cosiddetto” antifascista, che poi era l’anticamera per diventare comunisti”.
Come era la vita nei gulag? “Era un inferno e i prigionieri, eccetto quelli che si vendevano per un tozzo di pane, erano diventati larve umane. Le condizioni igieniche erano terribili, i parassiti continuavano a tormentarci, avevamo sia la barba che i capelli lunghi, le unghie dei piedi e delle mani incarnite, il naso gocciolante. Quando nel nostro campo di Suzdal n. 160, in provincia di Vladimir, vennero riuniti tutti gli alti ufficiali provenienti dagli innumerevoli lager sparsi in Europa e in Asia, appresi simili sventure patite da altri prigionieri provenienti dai gulag. Nel campo di Suzdal fummo sistemati in 15-20 per ciascuna delle celle dove una volta i frati alloggiavano singolarmente. Nudi e tremanti, ci rendemmo conto di essere ridotti a quattro ossa appena attaccate tra di loro dai tendini ormai anch’essi rilassati; non più muscoli, ma pelle attaccata alle ossa…”
Come si è salvato? “Se io in questo momento le sto parlando lo devo a un uomo che era prigioniero con me in Russia, il capitano Emilio Lombardo, classe 1912, del Distretto di Messina. Allora Lombardo aderì al comunismo, entrò nel gruppo antifascista e fu mandato a Mosca. Aveva percorso tutte le tappe per diventare un uomo di fiducia di Paolo Robotti, il cognato di Togliatti, il quale aveva la sovrintendenza a tutti i prigionieri. Quando siamo arrivati a Vienna, Palmiro Togliatti, alias Ercole Ercoli, alias Mario Correnti, disse a Robotti che non voleva veder tornare gli ufficiali italiani, per non far raccontare loro l’accaduto. Purtroppo non ci sono documentazioni scritte, ma Togliatti, nei primissimi giorni del luglio ’46, decise di dirottarci in Jugoslavia, nelle foibe di Tito, dov’era facilissimo far scomparire ogni traccia. Per fortuna Lombardo, grande amico e confidente di Robotti, riuscì a capire la vera destinazione della nostra tradotta e si precipitò al comando alleato, per chiedere aiuto. Mi ricordo una gran frenata del treno a Vienna, gli inglesi, con le armi spianate contro i russi, hanno fermato la tradotta e ci hanno liberato. Eravamo più di 570, tutti ufficiali italiani, tutti scampati alla morte”.
Com’erano i russi? “Vi era una netta distinzione tra i russi comunisti e i non comunisti. La massa della popolazione era anticomunista, ospitale, rispettosa. I russi iscritti al partito, invece, erano in gran parte violenti e sanguinari, a causa della propaganda loro impartita che descriveva gli occidentali, cioè i borghesi capitalisti, come tiranni”.
E l’Esercito Rosso? “Nell’Esercito Rosso la differenza era ancora più netta. Ecco perché chi cadde prigioniero di truppe regolari subì una sorte migliore di chi finì in mano alle truppe della Nkvd, la polizia segreta russa, equivalente alle SS naziste”.
I famosi “vagoni della morte”? “Da quei carri si levava l’urlo implorante “vadà! Vadà!” (acqua! Acqua!). Io so che cosa accadde sulla tradotta ove mi trovavo, che fece scalo alla città di Vladimir. Lungo il tragitto, durato circa quindici giorni, le scorte aprivano i vagoni solo per scaricare i morti: li buttavano giù sul marciapiede ghiacciato. Il rumore dei loro crani che battevano a terra è un altro incubo per la mia memoria. Allo scalo di Vladimir scaricarono circa cinquecento cadaveri che vennero sepolti in una fossa comune che ora è diventata un parco pubblico”.
Ci sono ancora vivi, in Russia, soldati dell’Armir? “Una crudele e subdola propaganda comunista per oltre cinquant’anni ha fatto credere ancora vivi ed eventualmente con famiglia moltissimi degli italiani che non avevano fatto ritorno. D’altra parte molte famiglie preferivano credere a quelle inverosimili bugie, piuttosto che sapere e realizzare che i loro cari non c’erano più”.
Qual è la differenza tra un campo di concentramento russo e uno nazista? “Quando gli italiani che erano prigionieri dei tedeschi sono stati liberati dai russi, ciascuno di loro aveva ancora: un tascapane, un cucchiaio, una gavetta, una forchetta, un gavettino. Dopo due giorni che passavi in mano ai sovietici spariva tutto, non avevamo più un cucchiaio per mangiare la minestra. Noi in prigionia non avevamo nulla. Tanto per fare un esempio, le mie unghie crescevano e non sapevo come tagliarle, e non avrei nemmeno avuto il tempo per pensare di tagliarle anche se avessi potuto, perché l’unico mio pensiero era quello di trovare qualcosa da rosicchiare per sopravvivere. Non c’era nemmeno la possibilità di lavarsi, eravamo delle bestie, io camminavo a quattro zampe. I sovietici eliminarono tutte le salme dei prigionieri di guerra, perché gettate nelle fosse comuni. I nazisti uccisero barbaramente milioni di ebrei, mentre Stalin ne uscì con le mani pulite, perché non ha usato le camere a gas, ma li ha fatti morire per via naturale. Inoltre, siccome l’Inghilterra e l’America erano alleati, hanno avuto tutto l’interesse che non trapelasse nulla di quanto accaduto in Unione Sovietica, tutti sapevano, ma a nessuno è convenuto parlare. Dai lager nazisti arrivava regolarmente la posta, meno che nelle grandi battaglie o durante l’occupazione tedesca a Roma, dai prigionieri dei lager russi non è quasi mai arrivata né una lettera, né una cartolina. Molti degli italiani che morirono per malattia mentre erano nei lager nazisti nell’Europa dell’Est sono stati regolarmente seppelliti in cimiteri, e non in fosse comuni, vicino ai campi di concentramento. Caduto il muro di Berlino queste salme italiane sono rientrate, perché sono state ritrovate non solo le documentazioni di morte, ma anche le singole tombe con le rispettive ossa. Vuol dire che i tedeschi seppellivano umanamente le loro vittime”.
Di MARIA PAOLA GIANNI
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Ultimo aggiornamento: sabato 08 ottobre 2005