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IL COSTO UMANO DEL BOLSCEVISMO

 

UN INTERMINABILE MASSACRO SENZA PRECEDENTI NELLA STORIA

 

Parte dalla rivoluzione d’ottobre la scia di sangue, di dolore e di morte che attraversa tutto il secolo e che in larga parte del mondo continua ancora ad opprimere milioni di persone

 

        

            Sul costo umano del comunismo le cifre non concordano. Gli storici, gli studiosi ed i ricercatori forniscono dati che variano anche in modo notevole. Però sempre terrificanti. La spaventosa drammaticità dell’ecatombe toglie il respiro, è tale da impedire ogni valutazione a freddo. Anche limitandoci a considerare le cifre più basse si rimane sconvolti. Ha scritto Adrian Popa: “E’ indubbio che mai nella storia si è consumato, in circa mezzo secolo e con pretesto ideologico, un genocidio di così vaste proporzioni. Di fronte alle stragi perpetrate dal comunismo dal 1917 ad oggi (lo scritto è del 1973, la macchina della “morte rossa” non si è fermata) impallidiscono i massacri del millennio barbarico, che almeno non si ammantavano di giustificazioni dottrinarie”.

            Lo studioso londinese Robert Conquest, esperto di questioni sovietiche di fama internazionale, nel suo libro “Il grande Terrore” fornisce una serie di cifre relativamente ai fiumi di sangue versati dalle popolazioni dell’URSS nei periodi più infami del potere comunista. Dal 1919 al 1923, pur nella stretta della fredda ferocia leninista le “liquidazioni” non superarono il mezzo milione di vittime; durante il terrore staliniano non meno di due milioni di vite umane vennero soppresse; nei campi di lavoro e di sterminio, nel periodo 1930-1936, prima del controllo di Yezhov sulla repressione, altri 3 milioni e mezzo di russi trovarono la morte e ben altri 12 milioni con Yezhov al comando della macchina repressiva staliniana.

            Nel periodo delle migrazioni forzate, delle epurazioni e della carestia organizzata durante la collettivizzazione brutale delle campagne, il numero delle vittime si calcola intorno ad altri 3 milioni e mezzo. Fa notare Robert Conquest: “La cifra di 21 milioni e mezzo di vittime, di esseri umani giustiziati o liquidati in via amministrativa, oppure morti nei campi di lavoro forzato, è il minimo, una valutazione prudenziale certamente inferiore alla realtà. Le cifre effettive potrebbero essere del 40-50% maggiori”. Utile aggiungere che, valutandosi la cifra di 21 milioni e mezzo di morti, non si calcolano le vittime del periodo della guerra civile, ovviamente, né le moltitudini che il prezzo del comunismo, pur sopravvivendo ai campi di lavoro forzato, ha pagato con sacrifici, fatiche e dolori inenarrabili.

            Secondo altri storici e studiosi della macchina repressiva dell’URSS, la cifra di 21 milioni e mezzo di vittime è da considerarsi riduttiva oltre misura. Si parla –documentando con dati ed indicazioni molteplici- di una “forbice” che varia dai 35 ai 45 milioni di vittime. E questo entro i confini delle repubbliche sovietiche. Il costo umano del comunismo nei paesi dell’Europa dell’Est, occupati dall’Armata Rossa e divenuti poi satelliti di Mosca, è stato valutato (continua ad esserlo sulla base di sempre nuove documentazioni e testimonianze, ricerche e studi) lunghi decenni dopo, a fatica, con vergogna e sbalordimento, dagli stessi che gli effetti della bestiale ideologia sopportarono o che addirittura i regimi comunisti servirono.

            I tre volumi di Aleksandr Solzenicyn sull’”Arcipelago Gulag” potranno, da alcuni, essere criticati per la mancanza di alto valore letterario, di solido respiro narrativo. Non certo tali da illuminare i meriti di chi ricevette un Premio Nobel per la letteratura. Un giudizio placidamente imbecille.

            “Arcipelago Gulag” è un monumento, è la rappresentazione reale, documentatissima, concreta, sconvolgente di un inferno. L’inferno del comunismo sovietico con tutti i suoi bestiali ed infami gironi dove le anime dannate sono fiumane. E tutte innocenti. Sofferenze di decine e decine di milioni di vite umane che non si possono misurare. Ed anche non misurabile lo strazio dei genitori, delle mogli, dei figli, dei nipoti delle vittime del Gulag, con i costi delle denunce forzate, del terrore continuo, dell’orrore continuo d’essere a loro volta arrestati, ingoiati negli innumerevoli campi di quell’Arcipelago mostruoso.

            Tutto permette di stabilire che la popolazione abituale dei Gulag fosse in media tra gli 8 ed i 10 milioni. Per alimentare la forza-lavoro forzata, la sbrigativa giustizia sovietica applicava la decina, dieci anni di pena, per colpe immaginarie. La decina poteva venire rinnovata al condannato per via amministrativa. La percentuale dei decessi, nei campi, si valuta intorno al 10 per cento all’anno; dunque dagli 800 mila ad 1 milione di morti ogni anno.

            Sul costo in vite umane, in dolori, terrore e sacrifici del comunismo sovietico, pur non sapendo tutto, specialmente dopo che la bandiera rossa è stata ammainata dalle torri del cremino, si conosce molto. E del prezzo pagato dal popolo cinese al regime comunista, prezzo che ancor oggi continua a pagare?

            La definitiva vittoria di Mao nell’immensa Cina risale al 1949. Trascuriamo quanto hanno potuto fare l’armata del popolo, la polizia del popolo ed i tribunali del popolo durante la guerra rivoluzionaria, parliamo del terrorismo, delle stragi di massa e del numero sterminato di vittime del regime comunista cinese solidificandosi nella tirannide.

            Voglio dar voce ai sovietici. Quando, nel 1969, si accentuò la crisi tra Mosca e Pechino, l’autorità moscovita ufficialmente dichiarò: “Solo negli ultimi dieci anni sono stati sterminati in Cina oltre 25 milioni di esseri umani. E precisamente, secondo le comunicazioni, le documentazioni ed i dati attendibili: 2,8 milioni dal 1949 al 1952; 3,6 milioni dal 1953 al 1957; 6,7 milioni nel periodo 1958-1960; 13,3 milioni sono stati barbaramente soppressi dal 1961 al 1965. Durante il solo 1960, il governo di Pechino ha ucciso più cinesi di quanti ne morirono nel corso di tutta la guerra col Giappone”.

            Ho una documentazione di una dichiarazione ufficiale del ministero degli Esteri sovietico (febbraio 1959): “Per affrontare la resistenza popolare provocata dal cosiddetto “grande balzo”, sono state disposte repressioni di massa per rieducare mediante il lavoro forzato. I malcontenti e gli oppositori sono stati scaricati a milioni in immensi campi di concentramento”. Da che pulpito venisse la predica lo lascio giudicare ai lettori. Howard Fast ha calcolato (la valutazione era del 1972, venticinque anni or sono, quindi) che le vittime del comunismo in Cina potevano variare da un minimo di 34,3 milioni ad un massimo di 62,5 milioni di “liquidati” in massacri di massa, soppressi nelle forme più diverse, morti nei campi di lavoro forzato e nelle colonie penali in località desolate all’interno della Cina.

            E’ inutile attardarsi descrivendo gli effetti della cosiddetta “rivoluzione culturale”, sul lavoro forzato inteso come fondamentale misura rieducativi, sulla barbarie e infamie commesse secondo gli ordini del partito delle Guardie Rosse. Dovremmo piuttosto ricordare –invece lo abbiamo dimenticato- i “maoisti” di casa nostra, le scimmie politiche che nelle nostre strade manifestavano agitando il “libretto rosso” e inneggiando al Grande Timoniere . Scimmie politiche che esaltavano Mao tenendo concioni dal palcoscenico, chiamavano poi “fascisti” gli altri e sono finiti ramazzando un Premio Nobel come letterati.

            Il 24 agosto 1966, a Pechino, le Guardie Rosse incendiavano riducendolo in cenere il grande edificio dell’Istituto Centrale delle Arti distruggendo testi, volumi, sculture, dipinti, opere d’arte, immagini del Buddha. Era il culto di Mao che doveva regnare. Più tardi, era il Tibet che pagava il suo altissimo prezzo umano al comunismo: circa 1 milione e 200 mila “liquidati” per mano delle milizie di Pechino.

 

            Il terrorismo come sistema, le esecuzioni di massa, i campi di lavoro forzato e di sterminio, la tirannide sanguinaria, l’opposizione, e talvolta addirittura la follia, hanno caratterizzato i regimi comunisti là dove la fatale ideologia si è imposta.

            La prolungata violenza di Markos in Grecia; le “pulizie” dei governi rossi prima nel Vietnam del Nord e poi nel Paese riunito; il bestiale genocidio di Pol Pot in Cambogia; la “liquidazione” degli oppositori ed il sistema carcerario di Castro a Cuba, queste ed altre sono le realizzazioni pratiche del comunismo pagate ad un prezzo  umano tanto alto dall’essere quasi inconcepibile. Inconcepibile anche che, per lunghissimi decenni –in parte ancora oggi- il mondo Occidentale, e molti, troppi italiani nel nostro Paese, si siano rifiutati di credere ad una realtà tanto orribile.

            Le radici ideologiche del comunismo, da Lenin in poi, hanno nutrito l’immensa selva dei crimini di massa. Un numero sterminato di vittime, sofferenze umane senza misura. Farne un quadro completo è pressoché impossibile.

 

 

Di ADRIANO BOLZONI

 

           

Ultimo aggiornamento: domenica 10 aprile 2005