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RIVOLTA DEI SEPOY: REPRESSIONE SENZA PIETA’

 

COSI’ NACQUE L’IMPERO INGLESE DELLE INDIE

 

Quando le fanterie indigene insorsero contro l’intollerabile oppressione e contro lo sfruttamento commerciale dei dominatori britannici furono annientate con un immane ed indiscriminato massacro

 

 

            Cosa è peggio tra gas, cannone, forca e plotone di esecuzione? I severi censori delle imprese coloniali italiane, sia di quelle volute da Crispi e Giolitti che di quelle ordinate da Mussolini, dovrebbero paragonare le azioni dei soldati italiani con quelle di eserciti che in tempi non troppo lontani da quelli scelti da Roma per “trovare un posto al sole”, imposero con le armi la propria bandiera ed “i valori cristiani” ad altri popoli.

            Uno dei momenti più oscuri dell’imperialismo colonialista europeo è quello della repressione inglese della rivolta dei sepoy indiani, le truppe indigene di fanteria arruolate sotto l’Union Jack dai responsabili della Compagnia delle Indie Orientali. Infatti se una cosa ha distinto l’azione degli inglesi nell’edificazione del loro immenso impero è stato il carattere principalmente commerciale del loro dominio. Mentre altri popoli (francesi, spagnoli, portoghesi, belgi, tedeschi e, nel loro piccolo, gli italiani) miravano all’immediata saldezza dei possedimenti territoriali, gli olandesi e gli inglesi, come nel caso dell’India, non disdegnavano di essere rappresentati per oltre un secolo da un’impresa commerciale, che per modi e concezione ricorda certe multinazionali statunitensi che, in tempi recenti, hanno fatto il bello ed il cattivo tempo in molti paesi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia. Il viceré delle Indie arriverà solo dopo la repressione della rivolta dei sepoy (1857-1859). “Arriverà” per modo di dire: perché il primo viceré inglese del Raj britannico sarà quello che fino ad un attimo prima era stato l’ultimo governatore generale della Compagnia delle Indie.

            Un governo, quello di Lord Charles Canning, senza soluzione di continuità anche se tra il “prima” ed “il dopo”, come vedremo, non mancano significative correzioni di rotta e di sostanza, la più evidente delle quali è che Lord Canning “governatore”, aveva giurisdizione su alcune centinaia di migliaia di indiani in più rispetto ai sudditi del Lord Canning “viceré”. E la cosa non fu dovuta a mutamenti territoriali ma al fatto che la repressione inglese costò alla popolazione dell’India una cifra impossibile da definire con certezza (nessuno si preoccupò di tenere la contabilità) ma che gli storici quantificano in “diverse centinaia di migliaia” di vittime. Uno dei tanti genocidi dimenticati e che arrivò al termine di quasi due secoli di lotte portate avanti dagli inglesi contro le popolazioni native ma soprattutto contro i concorrenti europei, portoghesi prima ed olandesi poi.

 

 

Il mercante guerriero

 

         In India, come altrove e forse meglio che altrove, emerge con nettezza l’immagine del “mercante guerriero”, la figura chiave che spiega secoli di colonialismo anglosassone fino a tempi molto recenti e che, in una visione tanto spregiudicata quanto moderna, già dal ‘600 si era posta come obbiettivo il raggiungimento del potere strategico e della ricchezza commerciale attraverso il monopolio dei traffici marittimi e delle colonie.

            Uno studioso degli imperi mercantili, James Tracy (autore di The Political Economy of Merchant Empires, Cambridge 1991), ha osservato che gli europei “organizzarono le loro maggiori imprese commerciali o come un’estensione dello Stato (…) o come compagnie autonome che avevano molti dei caratteri tipici dell’autorità statale”. E, poiché ogni “Stato” che si rispetti ha un suo esercito, la Compagnia Inglese delle Indie non poteva certo fare eccezione. Tuttavia, almeno fino alla prima metà dell’Ottocento non si può dire che le armi inglesi in India fossero particolarmente rappresentate: “Il possesso dell’India è mantenuto più con un bluff che con la forza – ha osservato a questo proposito Gianni Bonadonna, autore de Il vento del diavolo (Rizzoli, 1994), uno dei pochi testi italiani dedicati alla rivolta dei sepoy. Alla metà dell’Ottocento, infatti, a fronte di quasi 200 milioni di indiani, l’esercito coloniale della East India Company ammonta a circa 350 mila uomini. Per proteggere i 200 mila europei vi sono meno di 40 mila baionette britanniche (…). In quell’epoca, in parte anche a causa delle recente guerra di Crimea, il classico rapporto di 1 a 4 tra militari britannici e indigeni è sceso ulteriormente, cioè ad un rapporto di 1 a 9”.

            Nonostante i pregiudizi razziali gli inglesi si erano accorti che gli indiani potevano essere dei buoni soldati, disciplinati, coraggiosi e per di più convinti del fatto che entrare in un reggimento dell’esercito inglese rappresentasse un significativo avanzamento sociale. Nella fanteria i soldati semplici (i sepoy, quasi sempre di livello sociale medio-alto) erano sia di origine hindù che musulmana mentre le truppe a cavallo erano per lo più composte da islamici. Gli indigeni potevano diventare ufficiali subalterni ma mai capo artigliere: i cannoni dovevano restare sotto il controllo esclusivo degli inglesi che, oltretutto, nelle caserme e negli accampamenti hanno alloggiamenti comunque separati dagli indiani. Questi ultimi ricevevano una paga inferiore di due terzi rispetto a quella di un soldato britannico: tuttavia, rapportato al costo della vita in India nel secolo scorso, il denaro che finisce in mano ad un sepoy è sempre una cifra ragguardevole. Perché allora ribellarsi? “A partire dalla terza decade dell’Ottocento, i rapporti tra indiani ed inglesi  stanno mutando – ha scritto ancora Bonadonna – I dominati hanno la netta sensazione che i dominatori stiano assumendo una serie di atteggiamenti intolleranti nei confronti delle religioni e dei costumi locali (…) le abitudini personali degli ufficiali e dei subordinati erano così vistosamente differenti che ognuna delle parti guardava l’altra con un certo disgusto”.

            In questo clima aggravato dall’accrescersi di sentimenti razzisti e di integralismo religioso da parte degli inglesi, bastò la classica scintilla per fare esplodere l’intera regione già provata da una serie di piccole e meno piccole provocazioni: dall’abbattimento di templi hindù allo smantellamento dell’artigianato tessile fino alla rivoluzione nella legislazione sul latifondo e sulla successione ereditaria.

            Agli occhi di un indiano, il potere inglese aveva ormai preso la strada di un atteggiamento dichiaratamente ostile alla tradizione ed alla dignità nazionale. E a far cambiare rotta ai dirigenti di Londra non bastò neanche il ricordo delle rivolte dell’esercito della Compagnia a Chapra nel 1764, a Vellore nel 1806 e a Barrakpur nel 1824. Né, del resto, la memoria della durissima repressione inglese a quelle rivolte locali fu sufficiente a fermare la rivolta che passerà alla storia come la “Grande rivolta”, i cui primi sintomi si presentarono nel gennaio 1857.

            La scintilla è rappresentata dalle pallottole per un nuovo fucile, il Lee Enfield. I proiettili sono custoditi in un involucro di carta fortemente impregnato di grasso per tenere asciutta la polvere da sparo. La tecnica suggerirebbe di liberare le cartucce dall’involucro di carta con i denti: è questo infatti il modo più veloce per caricare. Il problema è che si sparge la voce (solo in parte vera) che il grasso usato per le cartucce sia di provenienza animale. E non di animali qualunque, ma maiali (animali intoccabili per i musulmani) e vacche (sacre per gli induisti).Tra le truppe, in modo velocissimo ed incontrollabile, si diffonde l’opinione che dietro tutta la faccenda ci sia un subdolo tentativo di convertire l’India al cristianesimo e le assicurazioni di senso contrario degli ufficiali non hanno nessun effetto. Perché credere a chi, fino a poco prima, ha avuto un atteggiamento sprezzante e freddo, si chiedono gli indiani?

            Uno dopo l’altro interi reggimenti si ammutinano a partire dal marzo 1857, uccidendo ufficiali inglesi, assaltando le abitazioni dei civili, assassinano gli indiani ancora fedeli alla Gran Bretagna, rapinando le casse dei reparti e liberando i detenuti delle carceri. L’urlo di guerra, non a caso è “Din, Din!” (“Religione, Religione!”).

            La rivolta si estende anche alle città: a Delhi, Bahadur Shah II, ultimo imperatore della dinastia moghul che vive nel suo palazzo e percepisce una ricca pensione dalla Compagnia delle Indie ma non ha alcun potere effettivo, viene quasi costretto a prendere la guida della rivolta. La lotta che ne seguirà sarà sanguinosissima: molti inglesi, comprese donne e bambini, fanno le spese dell’odio a lungo covato. E la vendetta europea sarà durissima, spietata.

            La storia della Grande Rivolta attraversa tre momenti principali: da maggio ad agosto 1857 c’è la sollevazione della maggior parte delle guarnigioni del Centro-Nord. Dal settembre dello stesso anno fino al marzo 1858, c’è la controffensiva inglese, rinforzata da ingenti aiuti fatti convergere da un po’ tutto l’Impero. Per il resto del 1858 e i primi mesi del 1859, le energie inglesi sono infine dedicate a liquidare definitivamente la ribellione, eliminando le ultime bande di ribelli  spesso sostenute da signorotti locali, ridimensionati in precedenza dagli inglesi.

            “La violenza dello scontro razziale – scrive Bonadonna – fa ritenere a molti europei che i nemici debbano essere sterminati e non esitano a macchiarsi di delitti spaventosi sui sepoy disarmati e sulla popolazione inerme”. Il metodo preferito dagli inglesi (in una guerra che, da ambo le parti, non prevedeva la possibilità di fare prigionieri) era quello di legare i nemici catturati ai cannoni: “con il dorso appoggiato alla bocca del fuoco e le mani annodate alle ruote – ha raccontato un testimone diretto, Michael Edwardes – ad un segnale del capo pezzo il servente esplodeva il colpo. L’occhio era colpito da una vista orribile: attraverso il fumo appariva nell’aria una pioggia di frammenti di testa, braccia, gambe (…) frammenti di hindù e di musulmani giacevano sul terreno misti gli uni agli altri (…). Il disgusto per le atrocità consumate dai ribelli era così profondo da non lasciar spazio nei nostri cuori ad alcun senso di pietà”. A volte, le membra dei giustiziati imbrattavano i vestiti degli spettatori che, in qualche caso, rimasero anche feriti da crani ed ossa vaganti.

 

 

Migliaia di impiccati

 

         In quei frangenti alcuni ufficiali inglesi, per altro valorosissimi sul campo di battaglia, si distinsero anche per ferocia. Il brigadiere generale John Nicholson ordinò migliaia di impiccagioni. Ma indiani finiti nelle sue mani, o in quelle del colonnello scozzese James G. Neill, furono anche impalati, scorticati e decapitati o fucilati in massa. In poche settimane Neill riuscì a massacrare circa 6 mila persone nella sola Allahbad nel giugno 1857. Questo prima che venga consumato il massacro di Kanpur (luglio 1857) quando i sepoy trucidarono alcune centinaia di inglesi, compresi donne e bambini. Al grido di “Remember Kanpur”, si soldati inglesi superarono se stessi: prima di impiccare i prigionieri Neill, ad esempio, ordina di ingozzare gli hindù con carne di vacca ed i musulmani con carne di porco per poi appenderli alle forche. Lo stesso comandante supremo dell’esercito di Sua Maestà, Colin Campell, definirà molti massacri “indegni del nome inglese e di un governo cristiano”.

            Ma non bastarono le parole a frenare la furia inglese che ben presto ha ragione della resistenza dei sepoy, privi di ufficiali superiori che sappiano interpretare strategicamente la situazione e di capi politici decisi e capaci. Praticamente non c’era stato uno scontro in campo aperto che non sia stato vinto dagli inglesi, sistematicamente inferiori per numero ma meglio organizzati e disciplinati. Almeno fino al momento del saccheggio e della depredazione dei cadaveri: le scene sono simili a quelle delle soldataglie mercenarie del medioevo ebbre di violenza, dedite alla spoliazione sistematica e all’ubriacatura. A volte i soldati, totalmente sbronzi, si rifiutarono ripetutamente di seguire gli ufficiali che pure prendono parte attiva al saccheggio di Delhi, nell’autunno del 1857, che occupa per vari mesi i soldati inglesi e i loro alleati locali. I soli fucilati, o impiccati, saranno 25 mila contro 3.800 anglo indiani feriti o uccisi durante la riconquista della città. Le ricchezze derubate sono in proporzione visto che, secondo un testimone inglese, dopo Delhi molti soldati ritennero di aver “messo abbastanza da parte” per andare subito in pensione. Stesse scene a Madras: “Com’erano crudeli i soldati bianchi – ha ricordato nelle sue memorie il sacerdote bramano Vishbu Godse – Uccidevano la gente per crimini che non aveva commesso (…). I soldati inglesi non solo scannavano tutte le persone che capitavano a tiro, ma entravano nelle case ed inseguivano quelli che si erano rifugiati nei granai, nelle soffitte, negli angoli più oscuri. Hanno frugato nei più intimi luoghi dei templi, lasciando ovunque cadaveri di sacerdoti e fedeli”.

            Nel novembre 1858, a rivolta ormai virtualmente domata, la Regina Vittoria decise di assumere la corona dell’India e di liquidare la Compagnia delle Indie. Niente sarebbe stato come prima: dai rapporti tra dominati e dominatori ai metodi di governo imposti fino a che, sulla scena, non comparirà un certo Mahatma Gandhi. Gli inglesi se ne andranno nel 1947 (le truppe indiane facevano troppo comodo fino a che c’era da combattere la Germania di Hitler ed il Giappone) non prima di aver fatto abbastanza guai da lasciarne il ricordo e le conseguenze fino ad oggi ed oltre.

 

 

La corona della Regina

 

         Due storici inglesi dell’India, Edward Thompson e G. T. Garret, hanno descritto i primi anni dell’India sotto l’Union Jack come “forse il punto più alto mai raggiunto dal guadagno illecito(…). Una brama d’oro paragonabile solo a quella degli spagnoli dell’era di Cortés e di Pizarro si impadronì degli inglesi. Il Bengala, in particolare, non avrebbe ritrovato la pace finchè non fosse stato dissanguato”. Non è quindi un caso, hanno concluso Thompson e Garrett, che una delle prime parole hindù entrate nel vocabolario inglese sia stata “loot”: cioè “saccheggio”.

 

 

Di FABIO ANDRIOLA

 

 

Ultimo aggiornamento: sabato 09 luglio 2005