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KATYN: UN COLPO ALLA NUCA PER 10.000 UFFICIALI POLACCHI

 

UN LIBRO-DOSSIER CURATO DAL GENERALE WLADYSLAW ANDERS

 

 

Nel 1967, per le Edizioni del Borghese, l’ex generale polacco Wladyslaw Anders ha curato la pubblicazione di un libro dossier sulle fosse di Katyn di cui pubblichiamo qui di seguito alcuni stralci con brani della sua prefazione.

 

 

         La strage di Katyn narra, con una documentazione ampissima, la tragica storia di migliaia di militari polacchi, in maggioranza ufficiali, che hanno travato la morte mentre erano prigionieri dei sovietici. Questa è la storia di una grande tragedia nazionale, per il grave colpo portato alle Forze Armate ed alla cultura della Polonia, ma anche di tante tragedie personali, giacché il lutto colpì famiglie, parenti e amici delle vittime…

         Scrivo queste parole di introduzione con la piena fiducia che questo libro sarà accolto con sincero interesse e comprensione dal pubblico italiano. La secolare tradizione di amicizia fra la Polonia e l’Italia, tanto felicemente rinnovata dal II Corpo d’Armata Polacco, durante l’ultima guerra, mi sembra che dia diritto a questa speranza…

         Infine, spero anche nell’appoggio dell’opinione pubblica italiana alla nostra richiesta. Noi vogliamo che un Tribunale internazionale di Giustizia si occupi  del massacro di Katyn e su esso emetta un verdetto.  Questa strage fu uno dei più gravi delitti della seconda guerra mondiale. Eppure questo delitto non è stato mai giudicato, i colpevoli di questo delitto non sono mai stati puniti. La posizione dell’Italia, nel mondo e quella di Roma nella Cristianità sono fattori che possono contribuire in maniera importantissima a far trionfare la verità e la giustizia, in questo orrendo delitto, ancora velato dal silenzio.

 

 

Le prove materiali dirette indicano i colpevoli

 

         Un delitto come l’assassinio in massa della foresta di Katyn, una strage di migliaia di ufficiali prigionieri di guerra, poteva essere promossa soltanto dallo Stato che, al momento del massacro, controllava il territorio in questione. E poiché sappiamo quando questo territorio ha cambiato padrone, se si riesce a stabilire la data del crimine, si stabilisce automaticamente chi ne è stato l’autore.

         Ora, sui corpi della maggior parte degli uccisi sono stati rinvenuti carte personali, lettere, ricevute, diari e giornali, parecchi di questi ultimi con la data chiaramente stampata. Questo è stato stabilito senza alcun dubbio. E l’enorme importanza di questa prova irrefutabile sta nel fatto che tutti i documenti trovati dimostrano che l’ultimo mese in cui le vittime erano ancora in vita fu il mese di maggio 1940. Nessuna delle carte trovate  (lettere, giornali, etc.) porta una data posteriore. Ciò concorda con un altro fatto accertato, e cioè che le vittime proprio da quell’epoca cessarono di scrivere lettere ai parenti in Polonia, i quali si allarmarono fortemente.

         Tutte queste prove materiali indicano direttamente la primavera del 1940 come la data della strage di Katyn, vale a dire un periodo in cui la zona era controllata dalle autorità sovietiche. Ciò smentisce nettamente l’asserzione sovietica e la tesi contenuta nel relativo rapporto, secondo cui le vittime di Katyn erano ancora in vita nell’autunno del 1941.

         In che modo ha reagito la “Commissione speciale” sovietica a questa contraddizione? Inventando una nuova storia sulla falsificazione dei documenti da parte dei tedeschi. In maniera peraltro piuttosto laconica, il rapporto sovietico dice:

         “Mentre erano in cerca di “testimoni”, i tedeschi procedevano alla preparazione delle tombe nella foresta di Katyn: toglievano dai vestiti degli ufficiali polacchi che avevano ucciso, tutti i documenti con date posteriori all’aprile del 1940, e cioè al momento in cui, secondo la versione provocatoria dei tedeschi, i polacchi sarebbero stati uccisi dai bolscevichi, ed eliminavano ogni prova materiale  che avrebbe potuto contraddire questa versione provocatoria. Nel corso delle sue indagini, la Commissione speciale ha rivelato che a tale scopo i tedeschi si sono serviti di circa cinquecento prigionieri di guerra russi, appositamente presi dal campo di prigionia n. 126”.

         Siccome quest’ultima affermazione è di notevole importanza, esaminiamola accuratamente.

 

 

Dove sono le tombe dei cinquecento prigionieri di guerra?

 

         Il rapporto prosegue asserendo che tutti i prigionieri sovietici utilizzati per l’esumazione dei cadaveri e per la sostituzione dei documenti autentici con altri falsi, sono stati poi uccisi dai tedeschi. E dove ha avuto luogo questa esecuzione? Il rapporto sovietico non dice una parola. Sorge quindi la domanda: dove sono stati sepolti i cinquecento prigionieri russi? La scoperta di queste tombe avrebbe costituito un elemento importante per la versione sovietica. Pure, nonostante le autorità sovietiche avessero il pieno controllo della zona e disponessero di ottimi servizi di informazione, non sono mai stati in grado di indicare il posto in cui i cinquecento prigionieri sovietici sarebbero stati sepolti.

         Ciò porta alla conclusione che tutta la storia dei cinquecento prigionieri sovietici è una pura invenzione.

         Il comitato dà il nome dei testimoni, i quali hanno dichiarato che effettivamente cinquecento prigionieri sono stati prelevati dal campo n. 126 di Smolensk, ma è tutto quello che avrebbero detto. E’ possibilissimo che questi prigionieri siano stati trasferiti dal campo n.. 126, ma dov’è la prova che hanno scavato fosse o hanno falsato documenti, e che in seguito furono uccisi?

 

Di WLADISLAW ANDERS

 

Ultimo aggiornamento: sabato 10 settembre 2005