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«Chiagni e fotti»
Come “soffrirono” gli
Ebrei in Polonia
Maurizio Blondet
effedieffe
È un luogo comune accusare i polacchi, e in generale gli slavi dell’Est
di «antisemitismo».
Non mancano mai le occasioni perché ci vengano descritte le «sofferenze
degli ebrei nell’Est», i pogrom, le persecuzioni zariste e così via.
Ora, un lettore mi manda un lungo saggio di un autore americano, E.
Michael Jones, che fa una luce sorprendente sulla natura e le cause
dell’antisemitismo slavo.
Jones ha avuto la costanza di leggersi gli undici volumi della
monumentale «Storia degli ebrei» di Heinrich Graetz (1819-1891), un
ebreo tedesco considerato fondatore della storiografia ebraica.
Illuminista e razionalista, Graetz è fra l’altro un critico inflessibile
della gnosi kabbalistica, alla cui egemonia nel mondo giudaico
attribuisce le più dissennate speranze messianiche (incarnate da
«messia» come Sabbatai Zevi e Jacob Frank) e, peggio, i vizi della
mentalità giudaica, fra cui «una sorta di trionfale delizia
nell’ingannare e frodare» (sic).
Graetz ricorda che con lo statuto di Kalisz (1251) la Polonia diede ai
suoi ebrei diritti ignoti a tutte le altre comunità giudaiche europee:
l’amministrazione autonoma della comunità e un sistema giudiziario
indipendente dalla magistratura cristiana polacca, il Kahal, che aveva
l’esclusiva giurisdizioni sulle liti fra ebrei.
E’ dal Kahal che si
sviluppa la «sapienza» talmudica (il Talmud è essenzialmente un codice
penale) e la cultura casistica delle dispute rabbiniche, con la
caratteristica tendenza (riporto parole di Graetz) a «contorcere e
distorcere, all’ingegnosa sofisticheria, e all’ostilità per tutto ciò
che non entrava nel loro campo di visione».
Ciò che secondo lo storico ebraico «ha minato il loro senso morale»
creando una vera abitudine alla «sofisticheria e alla vanteria».
A causa dello Statuto di Kalisz, la Polonia fu definita in Europa «paradisum
judaeorum». Inevitabilmente, nel corso delle fiammate di persecuzioni
che avvennero nella cristianità tra l’undicesimo e il 16mo secolo, una
quantità di ebrei, per lo più tedeschi, emigrarono là, portando la loro
lingua, il «juedische Deuych» o Yiddish: subito approfittando della
totale indipendenza che la Polonia consentiva loro per non integrarsi
affatto alla popolazione, evitare di impararne la lingua, astenersi da
ogni contatto con essa a parte il commercio e (dice Graetz) occasionali
e illecite attività sessuali.
Quanto soffrirono gli ebrei in Polonia, lo suggerisce la loro
demografia.
Tra il 1340 e il 1772 la popolazione polacca cristiana aumenta di cinque
volte; quella ebraica di 75 volte.
Nel 1795, al tempo della terza ed ultima spartizione della Polonia,
viveva là l’80 % degli ebrei askenazi, ossia non medio-orientali.
Alla crescita demografiche
corrispose, come dubitarne?, una crescita della ricchezza e del potere
dei sofferenti figli di Giuda.
E la loro età d’oro polacca coincise con l’espansione «imperiale» della
Polonia, avvenuta tra il 1500 e il 1650.
Nel 1634 la Polonia era infatti divenuta lo Stato più vasto d’Europa,
esteso dal Baltico fin quasi al Mar Nero, dalla Slesia tedesca a quella
che oggi è nota come Ucraina, 200 chilometri oltre il fiume Dnepr. Il 60
% della popolazione della Polonia non era polacca e nemmeno cattolica
ma, ampiamente, ortodossa.
In questi territori conquistati, oggi parte di Ucraina e Bielorussia giù
fino alla Crimea, la nobiltà polacca (esempio storico di inconcludenti
vanitosi) si ritagliò proprietà vaste a volte come l’attuale Svizzera:
immensi latifondi in mano a una microscopica oligarchia nullafacente,
sulle cui zolle lavorava, mal compensato e sull’orlo della miseria
perenne, il contadiname polacco.
Questi contadini, originariamente cittadini-soldati delle immense
conquiste imperiali, furono rovinati dalle guerre che erano stati
costretti a fare; passarono dunque ai latifondisti nella condizione di
servi.
Per di più nel 1633 il parlamento polacco dominato dai nobili, il Sejm,
vietò per legge all’aristocrazia polacca di occuparsi di affari e
commercio di ogni genere; non parve decente a lorsignori dedicarsi ad
attività produttive o anche volgari come vendere la vodka.
Perciò, affidarono
l’amministrazione dei loro immensi latifondi, di cui non potevano
occuparsi (avete indovinato?) agli ebrei.
Di fatto glieli affittarono con contratti a breve termine, in cambio di
un canone fisso e anticipato; stava poi agli ebrei rifarsi sui contadini
con esazioni e prelievi.
E’ il sistema detto dell’«arenda»; nella lingua dei contadini polacchi,
«arendarz» (o esattore) e «ebreo» divennero sinonimi.
Di fatto, l’80 % dei capifamiglia ebrei nelle campagne, e il 15 % nelle
città, erano impiegati come «arendarz».
A peggiorare la situazione, il kahal ebraico aggiudicò i contratti
d’arenda agli ebrei più ricchi, che poi li subappaltavano agli ebrei più
poveri e perciò più famelici.
L’oggetto dell’arenda («affitto di beni o diritti immobiliari») potevano
essere i terreni agricoli, ma anche le taverne, i mulini, l’esazione di
pedaggi su strade e ponti, il diritto di raccogliere pagamenti di ogni
tipo di monopolio.
I nobili polacchi (cattolicissimi ovviamente) giunsero a locare agli
ebrei le chiese di loro proprietà, ossia quasi tutte le chiese di
campagna.
Ciò significa che l’ebreo aveva le chiavi della chiesa, che apriva solo
per le cerimonie richieste dai contadini - matrimoni, battesimi e
funerali - ovviamente a pagamento.
E poiché il contratto
d’arenda era a breve termine e poteva non essere rinnovato, gli ebrei
locatari avevano tutto l’interesse ad estrarre dalle loro vittime quanto
più denaro possibile nel più breve termine.
L’incentivo del cuore ebraico a rendersi umani o almeno miti verso i
contadini, odiati cristiani, era già debole; l’incentivo finanziario,
così importante per loro, mancava del tutto.
Tanto più che lo Stato polacco - che dall’arenda ricavava il 70 % dei
suoi introiti fiscali - poneva tutta la forza della legge dalla parte
degli ebrei (i suoi esattori) anziché del popolo.
Dal 1633, quando gli ebrei assunsero il controllo dello spaccio
dell’alcol, contadini che osavano distillarsi la vodka di nascosto nelle
loro isbe, non pagandovi le tasse, subivano l’irruzione degli esattori:
ebrei armati, che parlavano una lingua semi-tedesca, autorizzati a
spaccare le storte e le botti e ad imporre multe esose, cosa che faceva
con delizia un popolo che - come sanno i palestinesi - tratta il resto
dell’umanità con disprezzo e, quando può, con l’angheria più gelida e
insensibile.
L’arenda e il modo in cui gli ebrei la gestirono è la causa profonda
della perenne miseria e secolare arcaismo dell’agricoltura polacca.
Gli esattori «arendarz»,
affittuari a breve, non avevano nessun interesse a mantenere in buono
stato le fattorie, gli attrezzi agricoli, a non sfruttare oltre i limiti
i terreni e i lavoratori.
Per di più, acquisirono la lucrosa abitudine di manipolare i prezzi del
grano in modo tale da sottrarlo all’uso alimentare per destinarlo alla
distillazione, più lucrosa per loro; e naturalmente promossero
intensamente il consumo della vodka, che dava profitti alti e che si
dovevano ricavare a breve termine.
Col tempo fra i contadini polacchi, «non si sa perché», si sviluppò un
certo sentimento «antisemita». Non così fra i nobili cattolicissimi
della Polonia, Cristo delle nazioni.
Scrive Graetz: «l’ebreo in qualche misura controbilanciava i difetti
nazionali: l’incostanza impulsiva, la leggerezza, la prodigalità della
nobiltà polacca trovavano il loro contrappeso nella prudenza, sagacia
economica e cautela ebraica. Per il nobile polacco l’ebreo era più che
un finanziere; era il suo consigliere prudente, quello che lo cavava dai
debiti, il suo tutto in tutto…un’alleanza utilitaristica unica fu
formata tra il latifondista polacco e l’elite finanziaria giudaica».
Nel 1572, alla morte di re Sigismondo (che aveva abbandonato loro la
gestione del regno: rabbi Mendel di Brest era chiamato «il segretario
del re»), gli ebrei sofferenti avevano raggiunto abbastanza potere da
decidere il successore.
E lo fecero in
consultazioni con la «sublime porta» di Costantinopoli, la Francia
ugonotta e i protestanti britannici, interessati anch’essi alla
successione polacca.
Il grande mediatore in quest’affare (in cui si distribuirono miliardi)
fu Solomon ben Nathan Askenazi, già medico di Sigismondo, poi emigrato a
Costantinopoli dove servì il sultano così fedelmente come aveva servito
il re polacco.
Presso la «porta», del resto, Solomon non fece altro che succedere a
Joseph Nasi, consulente del sultano e sorta di capo non-ufficiale
dell’ebraismo mondiale di quei tempi.
Ma quell’età d’oro fu anche l’inizio in cui sul «paradisus judaeorum»
polacco cominciò ad addensarsi qualche nube minacciosa.
Ciò, a causa di una delle etnie che l’espansionismo imperiale polacco
aveva incorporato: i cosacchi. Anche ad essi fu esteso, tanto per
cominciare, il regime latifondista dell’arenda.
Anche i cosacchi scoprirono di dover pagare una tassa per entrare nelle
loro chiese ortodosse. Subire il dominio dei signori polacchi cattolici,
pazienza; ma dover pagare vodka e battesimi agli ebrei, non è da
cosacchi.
I polacchi, questi antisemiti civilizzati, subivano.
Ai cosacchi, selvaggi, cominciarono a prudere le mani.
Presto fra loro nacque un
capo, Bogdan Chmielnicki.
Il suo grido: «i polacchi ci hanno reso schiavi della razza maledetta
dei giudei» non fu accolto con sospiri di rassegnazione «à la polonaise».
Rapidamente, Chmielnicki si trovò a guidare un’orda di cosacchi e
tartari alleati che sconfisse l’armata polacca il 16 maggio 1648: da
allora l’orda ebbe davanti una strada sgombra fino al cuore della
Polonia, e la percorse in un’orgia di saccheggi, stupri, massacri «à l’asiatique»,
come usa (e gli americani in Iraq lo stanno imparando) da quelle parti.
Cosacchi e tartari dedicarono una speciale attenzione agli ebrei; pare
che ne abbiano fatti fuori 100 mila.
Allora, per ammissione dello storico ebreo Henryk Grynberg, «le armate
polacche (in ritirata) furono la sola difesa degli ebrei».
Quando l’armata cosacca investì le mura di Lwow, Chmielnicki intimò agli
assediati: consegnateci gli ebrei che avete in città, e noi leviamo
l’assedio.
Che cosa fecero gli antisemiti polacchi in gravi difficoltà, assediati e
affamati?
Risposero di no.
Non consegnarono alcun ebreo, resistettero, e così salvarono quelli che
erano rimasti chiusi a Lwow.
Ecco fino a che punto i polacchi hanno perseguitato gli ebrei.
Ecco quanto hanno fatto soffrire i loro benefattori (1).
Maurizio Blondet
Note
1) Non voglio guastare lo stile aulico di questo excursus storico con
un’espressione rivoltante della volgarità napoletana e romanesca.
L’espressione però mi viene alle labbra, e perciò la metto in nota: si
vede qui ancora una volta applicata la metodologia che Israele ha
adottato verso gli arabi, anzi verso il mondo intero dei goym: «chiagni
e’ffotti». Perseguita, e strilla che sei perseguitato. Opprimi, e
lamentati che soffri. |