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APOCALISSE A CAPORETTO
COME LO STATO MAGGIORE SI LASCIO’ SORPRENDERE E TRAVOLGERE
Il colpo di maglio delle armate austriache e tedesche mandò in pezzi lo schieramento italiano. Ma la base dell’Esercitò restò solida e permise la vittoriosa battaglia di arresto sul Piave.
Alla fine dell’estate del 1917 prese corpo, da parte austriaca, l’idea di passare al contrattacco contro l’esercito italiano per assestare l’ultimo, definitivo colpo: lo imponevano la recente vittoria italiana della Bainsizza, che aveva convinto gli austriaci di non poter sostenere una nuova offensiva, nonché il latente segno di rivalsa per il fallimento della “Strafexpedition” dell’anno precedente (vedi SV, n. 13) e, soprattutto, la fine del conflitto sul fronte russo che consentiva lo spostamento di ingenti forze sul fronte italiano. Il 29 agosto il generale von Waldstatten sottopose all’attenzione del Capo di Stato Maggiore Arthur Arz von Straussenburg, del quale era primo aiutante di campo, un rapporto sulla situazione che conteneva, oltre al suggerimento di passare senza esitazioni alla controffensiva, un piano d’azione che prevedeva la conquista di Cividale lungo la valle dello Jundrio partendo da Tolmino, con azione complementare nella conca di Plezzo e una terza, dimostrativa, sugli altipiani. Forze occorrenti: tredici divisioni, di cui otto tedesche, cui andavano sommate ancora due, sempre tedesche, per l’azione dimostrativa. Tale piano era analogo al precedente formulato dal Generalissimo Conrad, che il 28 gennaio aveva lasciato la carica a von Arz. Dopo talune esitazioni da parte tedesca, e di Luderdorff in particolare, il progetto, che peò riduceva l’intervento germanico a non più di sei divisioni più l’Alpenkorp, ricevette l’approvazione del comandante supremo Hindenburg dopo scrupolosa ricognizione dei luoghi, tra il 2 e il 6 settembre. Fu ritenuto relativamente agevole il previsto forzamento della linea di fronte a Tolmino ma non furono sottaciute difficoltà per i due capisaldi dello Jeza e del Kolovrat, chiave quest’ultimo di tutto lo schieramento italiano. Nella conca di Plezzo difficoltà si sarebbero incontrate nella stretta di Saga, che andava aggirata per poi conquistare il monte Stol. Un’ultima, definitiva modifica al piano fu infine proposta (e poi approvata) dal Generale Otto von Below, il comandante della 14° Armata che avrebbe operato in quel settore: coordinare maggiormente le due azioni di Plezzo e di Tolmino escludendo la valle dello Judrio ed evitando l’attraversamento dell’Isonzo, che sarebbe stato invece risalito piegando a nord in modo da giungere più agevolmente a Caporetto ed alla stretta di Saga, per sfociare infine nella valle del Natisone, verso Cividale; i fianchi delle forze operanti sarebbero stati protetti dalla conquista a sinistra del Kolovrat e a destra del Merli e del Vodil. L’ala sinistra del nostro schieramento sarebbe così incappata in una terribile morsa. Quanto alla qualità delle forze prescelte, esse erano considerate “eccellenti a tutta prova”. Alla limpidezza strategica e tattico-operativa degli austriaci facevano riscontro, sul fronte italiano, gravi carenze nell’attività di comando e nel settore organizzativo. Sulla necessità di assumere un atteggiamento difensivo, dopo le tre grandi offensive italiane del 1917 (decima ed undicesima battaglia dell’Isonzo, Bainsizza) che avevano per altro prodotto uno spaventoso logorio di uomini e risultati certamente inferiori alle attese. Comandanti e stati maggiori apparivano formalmente tutti concordi soprattutto perché la fine della crisi russa induceva a ritenere più che prevedibile un attacco nemico in grande stile. Il 19 settembre, infatti, il generale Cadorna ordinava di predisporsi per la difensiva su tutto il fronte orientale, cosa a cui sui provvide nel mese di settembre ed in parte in ottobre. Il Generale Cappello, comandante della II Armata che avrebbe fronteggiato l’urto della 14° austro-germanica (Gruppi Krauss, Stein, Berrier e Scotti, per un totale di otto divisioni austriache e sette germaniche) e che prima di Cadorna, più preoccupato per il basso Isonzo aveva ipotizzato un’azione da Tolmino, ritenne per tutto quel tempo di realizzare uno schieramento parzialmente difforme da quello ordinato dal Comandante supremo: ad uno prettamente difensivo egli preferì una dislocazione delle forze che consentisse, al primo attacco, una rapida e vigorosa controffensiva dal lato nord della Bainsizza. Il dissidio tra i due, dietro reciproca stima formale, era in realtà profondo. Il Generale Cadorna non insistette nella sua doverosa opera di controllo; egli sembrò addirittura incline a condividere il piano di Capello fino a quando, il 20 ottobre, allorché le informazioni fecero pensare che l’offensiva fosse ormai imminente, ordinò nuovamente di abbandonare l’idea della controffensiva. Ma ormai era tardi e, nei due giorni successivi, il Generale Capello ritenne persino di assentarsi per curare la sua nefrite. Il 24 ottobre, giorno dell’attacco, le truppe italiane saranno colte in piena crisi mentre venivano effettuati i rischiaramenti imposti da Cadorna. Con tali responsabilità di vertice si incrociarono le colpe non meno gravi di un altro comandante in sottordine, quelle del Generale Badoglio cui era stato affidato il comando del 27° Corpo d’Armata, costituito da quattro divisioni , di queste, ben tre furono tenute, anziché davanti a Tolmino, sulla Bainsizza proprio dove Capello aveva supposto do effettuare la sua controffensiva; sembra, addirittura, che quest’ultimo non avesse nemmeno diramato l’ordine del rischiaramento più a nord, verso Tolmino. Seconda, e ancor più grave colpa di Badoglio fu il mancato impiego delle artiglierie (700 pezzi) in quel settore. Era noto ai nostri che vi sarebbe stato, prima dell’attacco, un primo bombardamento nemico di interdizione soprattutto contro le nostre artiglierie, anche con caricamento chimico, al quale sarebbe seguito un secondo di distruzione più breve ed intenso sulle prime linee. Fin dal 10 ottobre Cadorna aveva opportunamente ordinato di predisporsi per una “violentissima contro preparazione nostra” cui erano seguite altre, più dettagliate disposizioni d’impiego. L’atteggiamento equivoco dei due generali su tali ordini, specialmente da parte di Capello che continuava a persistere nella sua idea di difensiva-controffensiva, decadde soltanto poche ore prima dell’attacco, il 23 ottobre, quando Cadorna tardivamente usò tutta la sua autorità per imporre le direttive impartite. Ma il silenzio delle artiglierie davanti a Tolmino permarrà tragico, tra le sei e le sette del mattino successivo. Equivocando sull’ora di inizio del tiro che si sarebbe dovuto effettuare, in ciò indotto anche da talune alterazioni scritte del Generale Montuosi (vice di Capello) e verbali dello stesso Capello che modificavano le iniziali disposizioni di Cadorna del 10 ottobre, Badoglio ritenne di avocare a sé l’ordine esecutivo per l’inizio del fuoco, anche ai fini di un risparmio di munizioni; ma risiedendo egli in zona eccessivamente arretrata, non sentì il polso della situazione e la sua azione di comando mancò del tutto. Allorquando egli decise l’intervento, tutte le comunicazioni erano interrotte e molte batterie distrutte. Il terzo ed ultimo capo d’accusa riguarda l’impiego della Brigata Napoli, assegnata al suo corpo d’armata il 22 ottobre traendola dal 4° Corpo d’Armata schierato alla sua sinistra, allo scopo di assicurare la saldatura tra dette unità troppo distanti tra loro e a sbarrare la via di comunicazione Tolmino-Caporetto, sull’Isonzo,alla stretta di Foni. Dei sei battaglioni disponibili, solo uno fu mandato ad occupare il monte Pleiza, a ridosso della stretta, che restava di fatto sguarnita; tale battaglione, anche per la fitta nebbia, sarà subito catturato, malgrado la sua strenua difesa. La stretta sarà attraversata agevolmente dalla 12° Divisione salesiana e dagli altri attaccanti che avrebbero operato, a mezza costa, sui due versanti. In sintesi, le premesse per il disastro c’erano tutte: alle responsabilità di Cadorna per mancato controllo sull’operato dei subordinati vanno affiancate le colpe dirette del Generale Capello e di Badoglio il, quale, per motivi non ancora del tutto spiegati, uscirà di fatto indenne dalla successiva inchiesta e, dopo il disastro, sarà insediato nel nuovo Comando Supremo di Diaz in qualità di Sottocapo di Stato Maggiore. In tale quadro, emerge la superiorità della compagine nemica e soprattutto dei tedeschi, cui era affidata l’azione di rottura. Essi avevano concepito nuovi espedienti tattici applicati da truppe ben guidate, abili e piene di slancio. Tali procedimenti prevedevano circa due ore e mezza di tiri a gas contro le fanterie e le artiglierie, per paralizzarle, cui sarebbero seguiti tiri di distruzione, di un’ora, contro le prime linee e quindi lo spostamento del fuoco sulle linee successive, mentre aveva inizio l’attacco delle fanterie, con l’apertura di varchi e l’irruzione nelle trincee; quando possibile, incursioni a tergo del nemico. Al confronto l’esercito italiano, che ivi schierava circa la metà delle forze nemiche, appariva come una massa pesante, poco compatta e ancor meno agile. Il tiro nemico (a gas) iniziò alle ore 2 del 24 ottobre e terminò alle 4.30; dopo i tiri di distruzione, alle ore 8 ebbe inizio l’attacco delle fanterie a Tolmino e un’ora dopo a Plezo. Tra i primi a balzare dalle trincee di Tolmino, al comando di un grosso reparto dell’Alpenkorp, viene sempre ricordato un giovane tenente tedesco, Erwin Rommel, che passerà alla storia nella seconda guerra mondiale. Il nemico attaccò in due direzioni: risalendo l’Isonzo verso Caporetto, attraversando senza problemi il fondovalle alla stretta di Foni (la “Napoli” come già detto, venne in breve sopraffatta) con contemporanee azioni lungo il Kolovrat ed il Merli e, forzando lo Jeza, anche lungo la valle dello Judrio. La fulminea rottura permise in poche ore l’arrivo del nemico a Caporetto, dove la 12° salesiana giunse alle ore 15, aggirando il 4° Corpo del Generale Cavaciocch che presiedeva Plezo ed il saliente del Monte Nero. Qui la difesa era su tre linee successive, con la più arretrata alla stretta di Saga. Nella conca i tedeschi annientarono un intero battaglione, sperimentando l’impiego dei gas tossici mediante bombole; le due linee si difesero bene e la stretta veniva tenuta saldamente, ma la notizia della presa di Caporetto indusse la divisione di Plezo, minacciata a tergo, a sgomberare e raggiungere la linea dello Stol; ma gli austriaci riuscirono a conquistare il monte l’indomani prima che i nostri, pur reagendo eroicamente anche se stanchissimi, si sistemassero a difesa. Conquistate le due strette come due “porte aperte”, imboccata la valle Resia, presi il Kolovrat ed il Globkak e aggirato il Matajur, l’avanzata procedette spedita; il pomeriggio del 28 ottobre Udine veniva occupata. La tragica sequenza dei fatti non può far sottacere la lode che molti nostri reparti si meritarono nella loro eroica resistenza come nella difesa del Rombon, dove un battaglione della Divisione Edelweiss fu annientato, e nelle zone del Monte Nero, dello Jeza, del Globkak e dello Stol dove il privatissimo battaglione Argentera resistette per oltre due ore contro i freschi aggressori; o lungo il tratto da Luico a Idersko, dove i bersaglieri della 62° Divisione rallentarono con sforzi eroici l’avanzata della 12° salesiana; né va sminuito, ovunque, l’eroico comportamento dei reparti di cavalleria. Caporetto fu una disfatta della conduzione di vertice e la base rimase sostanzialmente solida; se così non fosse stato, non si sarebbe realizzata la battaglia d’arresto sul Piave a conclusione della ritirata, né si sarebbero verificati i successivi eventi vittoriosi. E ciò, pur a fronte dei drammatici dati (desunti dalla relazione ufficiale austriaca) che segnarono il consuntivo della dodicesima ed ultima battaglia sull’Isonzo: 700.000 uomini fra morti, feriti e catturati e la perdita di 1/6 delle artiglierie e di enormi quantità di materiali e derrate che servirono, per un certo tempo, a nutrire le truppe austriache al fronte ed i tanti affamati in patria.
Di PIETRO GRASSI
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Ultimo aggiornamento: domenica 15 maggio 2005