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San Miniato: 60 anni
di menzogne partigiane
di
Harpocrates
In occasione delle "celebrazioni" [?] del 25 aprile un
curioso sindaco ha delegato due studiosi di far luce sugli episodi
relativi alla morte di 56 persone nella chiesa di San Miniato (Pi) nel
luglio 1944. Una targa di marmo e 60 anni di carnevalesche
commemorazioni avevano consegnato alla storia un eccidio dei tedeschi
che mai vi fu... Un recente articolo del Corriere della Sera ha
riportato alla luce i risultati sorprendenti [???] dell'indagine
affrettandosi a sottolineare l'importanza del rifiuto del revisionismo
storico.
Sorprendenti [???]
I veri responsabili dell'eccidio sono ben noti da tempo e di seguito
riportiamo, ad esempio, un articolo apparso su La Nazione sette anni
orsono. Il curioso sindaco, costernato difronte alla incontestabile
realtà emersa dalla ricerca commissionata, ha tuttavia incoraggiato e
promosso la prosecuzione della pagliaccesca commemorazione dell'eccidio
nazista che non è mai esistito, sostenendo che nonostante la storia non
abbia corrispondenza con quanto riportato sulla lapide, le celebrazioni
debbano proseguire negli anni per "continuità morale" [?]
QUESTA
LAPIDE RICORDA NEI SECOLI
IL GELIDO ECCIDIO PERPETRATO DAI TEDESCHI
IL 22 LUGLIO 1944
DI SESSANTA VITTIME, INERMI, VECCHI, INNOCENTI
PERFIDAMENTE SOLLECITATI A RIPARARE NELLA CATTEDRALE
PER RENDERE PIÙ RAPIDO E PIÙ SUPERBO IL MISFATTO..
NON NECESSITÀ DI GUERRA, MA PURA FEROCIA
PROPRIA DI UN ESERCITO IMPOTENTE ALLA VITTORIA
PERCHÈ NEMICO DI OGNI LIBERTÀ, SPINSE GLI ASSASSINI
A LANCIARE MICIDIALE GRANATA NEL TEMPIO MAGGIORE.
ITALIANI CHE LEGGETE, PERDONATE MA NON DIMENTICATE !
RICORDATE CHE SOLO NELLA PACE E NEL LAVORO
È L'ETERNA CIVILTÀIL COMUNE NEL X° ANNIVERSARIO
da LA NAZIONE Quotidiano del 24 Luglio 1997
È AMERICANA LA VERITA' SU SAN MINIATO. Nuove rivelazioni sull'eccidio di
San Miniato avvenuto il 22 Luglio 1944 e su quel colpo di mortaio E'
"americana" la verità sulla notte di San Lorenzo. Fu una granata degli
"alleati" e non delle truppe tedesche ad entrare nel rosone del Duomo e
a causare 56 vittime. Gli archivi confermano il tragico errore.
Paolo Paoletti
Dopo il film dei fratelli Taviani, «La notte di S. Lorenzo», i 56 morti
accertati e le decine di feriti rimasti colpiti nel Duomo di S. Miniato
al Tedesco, il 22 luglio 1944, sono ormai entrati a far parte
dell'immaginario collettivo degli italiani. Ma la verità del film è ben
lontana da quella storica. Anzi vien da dire che ancora una volta la
realtà supera leggermente la fantasia. Non solo quella scenica.
La verità storica venne "marmorizzata" nel decimo anniversario della
strage e recitava Così: «Questa lapide ricorda nei secoli il gelido
eccidio / perpetrato dai tedeschi il 22 luglio 1944, di 60 vittime
(sic!), / inermi, vecchi, innocenti, perfidamente sollecitate a /
riparare nelle cattedrale per rendere più rapido e più superbo il
misfatto».
Il sindaco
Secondo il sindaco di allora quella lapide fu un atto dovuto in quanto
nel 1945 il giudice fiorentino Carlo Giannattasio, incaricato dal Comune
di stendere una relazione finale a conclusione dell'inchiesta
amministrativa, aveva dichiarato che: «la Cattedrale fu colpita da due
granate... una tedesca e l'altra americana... Ma l'eccidio fu causato
esclusivamente dalla granata germanica». Bisogna aspettare gli anni '80
per assistere ad un'evoluzione dalla vecchia tesi del «colpo di mortaio
tedesco di calibro medio», oggettivamente difficile da spiegare, visto
che la Wehrmacht avrebbe scelto un espediente piuttosto complicato per
compiere una strage, all'accusa più comprensibile della «responsabilità
di aver concentrato... un'enorme massa di persone in un luogo esposto ai
colpi dei mortai e dei cannoni». Nel 1984 col libro «S. Miniato. 22
luglio 1944» si cominciava a mettere in dubbio l'importanza di stabilire
se si trattava di granata tedesca o americana. Ma perché la verità dei
fatti non era più importante? Per il semplice motivo che la «vulgata»
nascondeva un bluff durato 53 anni. Vediamo come. Prendiamo la
testimonianza del 6 ottobre 1944 resa davanti alla Commissione comunale
dal Maresciallo dei Carabinieri Conforti; questi dichiara di aver
consegnato «al capitano americano Ruffo due schegge». L'ufficiale
appartiene alla 91a divisione americana ed è colui che ha fatto il
rapporto preliminare prima dell'insediamento della Commissione ufficiale
d'inchiesta statunitense. La relazione fa parte degli atti investigativi
da noi reperiti nel febbraio 1994 ai National Archives di Washington.
Stranamente (o ovviamente) in questo rapporto non si fa cenno a reperti
acquisiti. Possiamo presumere che l'ufficiale, rendendosi conto di avere
in mano una spoletta americana, intuì immediatamente che quella era la
prova provata della responsabilità colposa degli artiglieri della sua
divisione.
Per uscire da questa situazione quanto meno imbarazzante decise di non
segnalare ai superiori il ritrovamento della spoletta ma non se la senti
neppure di distruggerla. Al di là di queste illazioni, è un fatto che
due settimane dopo la segnalazione del maresciallo Conforti arrivava
alla commissione comunale la «perizia» del tenente di fanteria americano
Charles Jacobs. Il poverino per far quadrare il cerchio aveva dovuto
inventarsi una granata tedesca assassina ed una innocua americana. A
riprova della sua buona fede (e della sua ignoranza) forniva anche il
DNA della bomba statunitense: spoletta «Fuse P. D. M43». Trattandosi di
materia tecnica ci siamo rivolti a due generali, Sabino Malerba e
Ignazio Spampinato e ad un colonnello, Massimo Cionci, tutti
d'artiglieria, ma con specializzazioni diverse (balistica, esplosivi e
munizionamento). Il responso dei tre è stato unanime, quella «spoletta
Fuse a percussione (P. D.) avente il numero di modello 43 non è mai
esistita». Inoltre, dice l'esperto di munizionamento, col. Cionci, «è
impossibile che il proietto munito spoletta del tipo PD fosse un
fumogeno». «La scritta punzonata sulla spoletta poteva essere soltanto
"P. D. M48"».
L'equivoco
La spiegazione è semplice: con gli urti l’«8» era stato scambiato per un
«3» e da qui era nato l'equivoco. Dunque la prova del DNA diceva che
l'unica spoletta rinvenuta in chiesa apparteneva ad un proiettile
«scoppiante» americano. Ma perché si dovette inventare il fantomatico
proiettile tedesco? Semplicemente perché in quel giorni di guerra
americani e italiani morivano combattendo contro l'occupante nazista. E
nel 1944- 1945 quella verità non si poteva dire. A nostro avviso con la
«perizia» Jacobs i membri della commissione d'inchiesta italiana
intuirono subito la verità e cercarono in tutti i modi di venire
incontro alla tesi americana, che contentava gli americani e, tutti i
partiti politici dell'epoca. Il 21 settembre 1944, giorno
dell'insediamento della commissione comunale d'inchiesta, questa
all'unanimità dava incarico all'ing. Aurelio Giglioli di presentare una
descrizione dello stato attuale del fabbricato della Chiesa del duomo
con relativa pianta». Il 10 ottobre lo stesso ingegnere veniva
incaricato di prendere anche «delle foto all’interno e all'esterno del
Duomo». Ma cinque giorni dopo arrivava la verità confezionata dal
tenente americano: gli schizzi e le foto dell'ingegnere socialista non
servivano più, anzi diventavano estremamente pericolose. Si sarebbe
potuto vedere quello che noi scopriremo 52 anni dopo nelle carte della
Curia: l'intelaiatura in ferro che sostiene la vetrata del rosone e
l'intelaiatura lignea della finestra da cui era entrato il supposto
proiettile assassino tedesco, non presentavano segni di effrazione.
Erano rimasti intatti, mentre quello da cui era entrato il proiettile
americano abbisognò dell'intervento del fabbro!
Il fatto incontrovertibile è che l'ing. Giglioli non solo non consegna
né schizzi né foto ma dal 21 ottobre abbandona i lavori della
Commissione.
L'ing. Giglioli non è il solo a lasciare la commissione. Si dimette,
questa volta ufficialmente, anche l'azionista Ermanno Taviani,
l'assessore alla Cultura che ha ideato e fortemente voluto quella
commissione amministrativa.
La commissione
E, guarda caso, presenta le dimissioni solo da membro della commissione,
ma mantiene la carica di assessore all'Educazione e alla Cultura.
Insomma più si scava e più vengono fuori misteri. Torniamo all'enigma
delle foto richieste all'ing. Giglioli e mai consegnate: il 29 maggio
1945 la Giunta approvava l'acquisto di 62 foto di Cesare Barzacchi per
la somma di 16.000 lire. Perché spendere una cifra così spropositata
(tra i 15 e i 20 milioni di oggi!) quando le stesse foto si potevano
avere a prezzo di costo 8 mesi prima? Si doveva forse coprire la magagna
che si stava formalizzando con la relazione Giannattasio? Il dubbio è
che il Comune, conscio di aver imboccato una strada senza uscita, quella
di sostenere un falso imposto dalla guerra appena finita, era costretto
ad acquistare i negativi e a togliere dalla circolazione le altre
possibili prove della responsabilità americana.
Le prove
I misteri sulle foto Barzacchi non finiscono qui. Come mai nella
primavera 1984 il Comune è costretto a riacquistare quelle foto che 39
anni prima aveva profumatamente pagato? Succede che quando
l'amministrazione decide di celebrare il quarantennale dell'eccidio non
trova più i negativi e deve pagare 5.726.000 lire alla foto-ottica
Gallerini per 60 positivi. Nel 1996 le nostre ricerche ci hanno portato
a ritrovare l'album originale con le fotografie firmate dal Barzacchi:
due pagine risultano vuote. O meglio, due foto sono state evidentemente
scollate. Secondo noi, distrutte quelle due foto compromettenti l'album
perdeva qualunque interesse e così poteva anche uscire dall'archivio
comunale. Per amore della verità storica rispondiamo alla tesi
dell'assessore Marianelli e dell'attuale sindaco Alfonso Lippi, che nel
50' anniversario della strage, aveva dovuto metter da parte la «verità»
del Giannattasio del 1945 del «colpo di mortaio di calibro medio»,
oggettivamente difficile da spiegare e da capire, e ripiegava
sull'accusa più comprensibile e rappresentabile all'opinione pubblica
del "colpevole concentramento della popolazione nel punto più esposto";
intanto non fu il Comando tedesco a decidere di concentrare la folla in
Duomo, ma fu il vescovo Giubbi a offrire l'ospitalità della Chiesa. Si
veda la lettera inviata in Vaticano ed in copia alla Commissione
d'inchiesta. «Il Vescovo -scrive in terza persona, ndr- fece osservare
al capitano Tedesco: ... che la popolazione non avrebbe potuto per le
ore 8,00 essere tutta radunata in piazza dell'Impero. Allora l'ufficiale
tedesco dispose che la radunata avvenisse, oltre che in quella piazza,
anche nella piazza della Cattedrale e che, entro la Chiesa si fermassero
soltanto i vecchi, i malati e i bambini. Gli altri rimanessero fuori».
Se qualcuno avesse letto la deposizione resa il 14 agosto 1944, davanti
alla Commissione Militare americana, da don Guido Rossi avrebbe capito
che: «... a seguito delle richieste del Vescovo la folla entrò in
chiesa». Il 31-10-1944 Armando Colombini ribadiva lo stesso concetto
davanti alla commissione d'inchiesta comunale: «Successivamente il
Vescovo disse che oltre ai bambini, alle donne aveva ottenuto il
permesso di fare entrare in chiesa anche gli uomini».
Dunque i tedeschi volevano far sgombrare la popolazione verso la
campagna, ma siccome i vecchi, le donne e i bambini avrebbero rallentato
la marcia, ordinarono che fossero lasciati indietro. Ma il vescovo per
non smembrare le famiglie ottenne che tutti fossero raccolti
provvisoriamente tra le mura sicure del Duomo. L'ultimo baluardo di
assessori e sindaci è questo: in ogni caso i tedeschi sono i
responsabili perché il Duomo era il luogo più esposto. In verità il
Duomo sarebbe stato «pericolosamente esposto» solo se a sparare fosse
stato il cannone di un carro armato, che spara «con una traiettoria
talmente tesa da potersi assumere come rettilinea», per usare le parole
del gen. Malerba. Anzi, nonostante le apparenze, il Duomo si dimostrò
luogo sicuro perché le bombe cadute sul tetto e sulle cappelle non
causarono morti e solo per un caso irripetibile un colpo centrò un
rosone. Ed il fato volle che quel maledetto proiettile fosse a scoppio
ritardato e che dopo due rimbalzi scoppiasse per aria, nel punto più
affollato della cattedrale. E' corretto allora il testo della stele,
sistemata nel 1994 dall'amministrazione sul prato del Duomo, dove si
legge: "A ricordo delle 55 (!) persone uccise dalla barbarie della
guerra in questa cattedrale il 22 luglio 1944". Un testo che non si
concilia perciò con la faziosa lapide del 1954.
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