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IL TESORO INSANGUINATO

 

La tratta dei negri

 

Quando si parla della schiavitù e della «tratta» dei negri si ricor­dano sempre la Spagna, la Francia, la Danimarca, l'Olanda, il Portogallo; ma non si parla mai dell'Inghilterra.

Nessuno pensa, certo, a difedere la morale di Pizarro né i con­quistadores, ma é indubitato che, quanto alla schiavitù, la legislazione spagnola era molto più blan­da di quella inglese. E' stato l'in­glese Merivale a dire che le colo­nie spagnole erano già Commonwealth quando quelle inglesi erano soltanto fattorie e si hanno fondati motivi per ritenere che 'incrudelimento dello schiavismo spagnolo fosse precisamente effetto dello esempio degli inglesi e della con­correnza che questi potevano fare soltanto mediante un più feroce sfruttamento della mano d'opera nera. La schiavitù spagnola per­metteva al negro il matrimonio, la proprietà e l'acquisto, anche a rate, della libertà. Un magistrato, chia­mato «protettore degli schiavi», vigilava sulle loro condizioni fisi­che e civili. A Cuba, a Portorico, a Trinidad, la popolazione dei negri liberi era diventata più nume­rosa di quella schiava.

La Francia, nonostante la bruta­lità dei piantatori e dei negrieri, aveva almeno una parvenza di giu­stizia: il Code noir ammetteva gli schiavi a testimoniare in giudizio. I danesi, nelle loro piccole colonie di Vera Cruz, S. Tommaso, S. Gio­vanni, erano blandi e umani. Gli olandesi, definiti dagli inglesi Brougham e Stedman come la na­zione «più inumana» del mondo, avevano leggi migliori di quelle inglesi nella loro colonia di Gu­iana. I portoghesi si mostrarono, non di rado, umani: mulatti sali­rono ad alte posizioni, alcuni furo­no perfino ammessi nell'Ordine di Cristo, parecchi furono coman­danti di navi, interpreti e consiglieri di re indigeni e di autorità eu­ropee.

Ma l'Inghilterra - si veda la pubblicazione sulla tratta e lo schiavismo nella politica inglese di J. Sebezio, redatta esclusivamente su libri inglesi - una volta get­tatasi nello schiavismo, non conob­be né limiti né remore.

     Il fondatore dell'industria della tratta in Inghilterra fu John Haw­kins, parente e iniziatore del gran­de corsaro Drake, che nel 1562, con un gruppo di nobili signori, catturò trecento negri sul fiume Rokel in Sierra Leone e li barattò ad Hispaniola con oro, argento, perle e zucchero. Altri due viaggi nel 1564 e 1567, diedero ad Haw­kins grossi profitti e la regina Eli­sabetta, che era «azionista» della ditta ne fu tanto soddisfatta, che lo creò cavaliere. Hawkins ebbe il su­premo buon gusto di scegliere per il suo blasone «una mezza figura di moro legato con una corda» e fini la sua carriera col grado di am­miraglio e tesoriere della Marina reale.

 

Il "prezzo,, degli schiavi

  Il predominio spagnolo non per­mise agli inglesi un notevole in­cremento di tale industria fino a quando la rapida espansione nella prima metà del secolo XVII non riaprì loro le porte dei continenti. Nacque allora il grande commer­cio negriero, che arricchì l'Inghilterra durante due secoli gettando le basi formidabili del suo capitalismo. Nel 1618 re Giacomo concesse patente alla Company of Adventures of London into Afri­ca, fondata dal conte di Warwick che iniziò il commercio degli schiavi e dell'oro in Gambia; nel 1631 un'altra compagnia veniva fondata a Londra da Sir Richard Joung; nel 1663 un terza compagnia sorgeva fregiata del titolo so­lenne di Royal Company of Eng­land, che ebbe per azionisti la Re­gina Caterina e la Regina Madre, il Duca di York, il Duca di Buck­ingham e sessantasette gentiluo­mini.

Il prezzo medio di uno schiavo alle Barbados fu fissato in 17 ghi­nee, ma l'offerta superando la do­manda, migliaia di negri invendu­ti morirono nei «depositi» della Compagnia. Nel 1672 il capitale fu dovuto rifondere in lire sterline 110.000, di cui 5000 sottoscritte da Re Carlo II e il Duca di York, di­rigente attivissimo, ritoccò il «listi­no» dei prezzi tariffando i negri fra i 12 e 40 anni di età da 15 a 18 sterline.

Un grande trionfo per la Com­pagnia fu la concessione del­l'Asiento per le colonie spagnole, consacrato dal trattato di Utrecht del 1713, che fissò l'appalto a 144.000 «capi» in 30 anni, cioè 4800 all'anno.

     I principali centri, le «piazze» più famose per la tratta erano Bri­stol e Liverpool. Già nel 1709, ben 57 navi di Bristol erano adibite alla tratta. Ma nello stesso anno Liver­pool la distanziava e nel 1751 si as­sicurava l'indiscusso primato. Le navi passarono a 53, a 86 nel 1765, a 185 nel 1807. A questa data esse trasportavano 43.775 «capi» al­l'anno. La città aveva «operato» con grande abilità e con un piano razionale, attrezzando convenien­temente il suo porto. L'abolizione della tratta la trovò in possesso dei cinque sesti del traffico degli schia­vi, integrato da un'altra fiorente industria: quella dei «corsari », per la quale aveva armato, fra il 1778 e il 1779, centoventi navi con 1986 cannoni e 8754 uomini. Era tale la fierezza degli abitanti di Li­verpool per tali attività e per l'opu­lenza che ne derivava, che scelsero a motto della loro città - che lo conserva tuttora - una bella frase latina Deus nobis haec otia fecit.

Può sembrare cinica tale osten­tazione - e lo é - ma agli abi­tanti di Liverpool essa appariva in­nocente come il commercio delle aringhe affumicate. Grande dovet­te essere lo stupore del pubblico di Liverpool quando in un teatro, in una sera dei primi dell'Ottocento, un attore fischiato gridò al pub­blico di non sentirsi disonorato della cattiva accoglienza di una città, di cui ogni mattone era ce­mentato con sangue africano. «Su­dore e sangue - scrisse lo Shom­burg - erano tramutati, alla di­stanza di cinquemila miglia, in ca­ni da caccia e cavalli, in biblioteche e viaggi di piacere».

Gli orrori del "Middle passage„

E i metodi per procurarsi la «merce»? Le fattorie inglesi sulla costa occidentale dell'Africa erano quattordici e in esse gli agenti del­le Compagnie, d'accordo coi so­vrani indigeni, insegnavano ai ca­pi delle tribù i metodi più inge­gnosi per guadagnare denaro cat­turando il bestiame. Si inscenavano guerre artificiali per giustificare la cattura di prigionieri, che poi erano venduti alle fattorie; si punivano i reati più insignificanti per poter vendere i condannati: si favoriva l'adulterio per giustificare la con­danna e la vendita dei colpevoli; si affamavano intere zone per indurre i padri a disfarsi dei figli. Il terri­torio delle fattorie era una vera e propria riserva di caccia, dove qua­lunque negro poteva essere cat­turato.

     Le condizioni nelle quali si svol­geva questo traffico spaventevole erano indicibilmente raccapric­cianti. I tragitti dei «carichi» erano un vero supplizio per quelle povere vittime della cupidigia bri­tannica. La tappa centrale del viag­gio triangolare, conosciuta come il middle passage, era quella dal­l'Africa alle Indie occidentali. Il middle passage a bordo di una na­ve inglese era letteralmente un in­ferno. Ecco la descrizione della nave Brook: lunghezza metri 30, larghezza metri 8, altezza fra i porti metri 1,60, inferiore cioè, alla sta­tura di un uomo normale. Per con­seguenza, gli schiavi dovevano giacere, i maschi incatenati a due due, la testa verso i piedi del com­pagno, le donne e i bambini in gabbia a parte. Le bocche d'aria erano quattordici in tutto, bocca­porti compresi. Su questo basti­mento, il cui ponte non poteva avere una superficie maggiore di 200 metri quadrati, furono caricati, nel 1786, nientemeno che 609 schiavi.

Il middle passage durava da sei settimane a tre mesi, a seconda dei venti. Un bastimento che, fra cal­ma e tempeste, navigò circa tre me­si, ebbe il cinquanta per cento del «carico» morto per malattia, e all'arrivo uno dei membri di quasi tutte le coppie dei negri incatenati era già cadavere putrefatto. Un ufficiale di bordo dichiarò che, a causa dell'orribile fetore di putre­dine e di materie organiche, era impossibile scendere nella stiva e che il cibo era gettato alla rinfusa dal boccaporto. Altri testimoni ri­feriscono che il fetore di una nave negriera si sentiva a cinque miglia sottovento. Una statistica di Go­mer William dice che di una «par­tita» di 7904 negri, 2053 «capi  morirono durante il middle pas­sage».

Alcuni episodi, a caso. Gli uf­ficiali della nave Zong di Liver­pool nel 1783 gettarono in mare 132 schiavi vivi per carpire un premio di assicurazione, e gli avvocati in­glesi nel difendere l'armatore da­vanti a un tribunale inglese, sosten­nero tranquillamente trattarsi di normale gettito in mare di «mer­ce avariata». Un certo capitano Marshall fustigò a sangue un ra­gazzo che rifiutava da quattro giorni il cibo, ne immerse i piedi in acqua bollente e quando fu mor­to, ordinò alla madre, a furia di percosse, di gettarne il cadaverino in mare. Nel 1762 essendo la De­fence di Bristol in pericolo di nau­fragare, l'equipaggio si salvò la­sciando morire, incatenati nella stiva, 460 schiavi.

 

Torture e supplizi

Nella pratica mercantile inglese queste perdite erano «preventiva­te», sia agli effetti dei tassi di as­sicurazione e dei noli, sia per de­terminare i prezzi di vendita al­l'ingrosso e al dettaglio. Su cento «capi» era ammesso che 17 mo­rissero nelle prime nove settimane e, via via, si giungeva alla conclu­sione che soltanto il 50 per cento rimanesse in condizioni fisiche ido­nee al lavoro delle piantagioni. Se ne ha una riprova nel fatto che nel­la sola Giamaica su 800.000 «capi» importati dal 1680 al 1820, la po­polazione schiava dell'isola a que­sta data era di soli 340.000 inclusi, s'intende, i nati durante i 140 anni.

Questi orrendi misfatti non era­no affatto ignorati nella madrepa­tria. Nel 1780 fra dieci e ventimila schiavi esistevano proprio in In­ghilterra, nel territorio stesso dove Oxford e Cambridge distribuivano il «pane della scienza»; dove a Westminster legiferava il «Padre dei Parlamenti europei», dove Da­vide Hume ricercava i «Principii della morale» e Adamo Smith pubblicava una Teoria dei senti­menti morali.

    Nel Parlamento, secondo Lu­shington, 56 membri erano diretta­mente interessati alla tratta e fra i proprietari di schiavi nelle co­lonie figuravano i nomi più illustri del patriziato.

La «giustizia» inglese nelle co­lonie era addirittura inumana nel­l'applicazione delle pene agli schia­vi colpevoli anche di un nonnulla. La ribellione era punita col taglio di una gamba, dopo di che il con­dannato era arso vivo; oppure con la sospensione ad una forca fino al­la morte per fame. In alcuni casi la punizione era la castrazione e si sa che 42 schiavi subirono questa operazione per mano della signora Alice Mills.

Nel 1810 Mr. Edward Huggins, di Charlestown dichiarava a un magistrato essere più «economi­co» comprare nuovi schiavi che spendere troppo danaro per dar da mangiare a quelli invecchiati. Nel 1811 l'Hon. Arthur Hodge, di Tor­tola, membro del Royal Council per le Isole Vergini (uomo di edu­cazione liberale e di maniere raffi­nate », fu processato per avere cau­sato la morte, in tre anni, di 60 schiavi, soprattutto donne e bam­bini, mediante fustigazione e tor­tura, e fu assolto.

Nel 1826 i coniugi Enrico ed Ele­na Moss, delle Bahamas, dopo aver fustigato una ragazza, per tenerla sveglia, le gettarono pepe rosso negli occhi. La ragazza mori e i si­gnori Moss furono condannati a cinque mesi di carcere; ma la sen­tenza sembrò così «immorale», che tutti i notabili della colonia si recarono a visitarli nel carcere e i1 governatore generale Grand inter­cesse presso la Corona in favore de­gli «sventurati coniugi Moss»! Un vecchio taglialegna fu legato a un albero e lasciato morire di fame: i testimoni affermarono che i vermi avevano cominciato a roderlo pri­ma che morisse, ma la Corte as­solse l'imputato inglese per insuffi­cienza di prove.

Complicità della Chiesa anglicana

Fra i più feroci proprietari di schiavi si debbono collocare i pasto­ri protestanti. Nel 1813 il Reveren­do Davis di St. Kitts ammazza la sua schiava Elisa ed è assolto; nel 1818 i reverendi Padri Rawlins e Deaver commettono delitti analo­ghi e sono assolti; il Rev. Higgins di St. Kitts è assolto dall'accusa di avere mutilato cinque negri; nel 1829 il curate Bridgen alla Gia­maica è assolto per ben due volte dopo aver fustigato a sangue la sua cuoca Kitty Hylton che aveva bru­ciato l'arrosto.

     La chiesa anglicana perseguitava ferocemente i pochi eroici metodi­sti, che, soli, in tanta barbarie, si sforzavano di dare assistenza mo­rale ai negri. A questi missionari, che i pastori della religione uffi­ciale qualificavano come «odiosi ad ogni persona rispettabile», si dava una caccia spietata da villaggio in villaggio, incendiandone le case e il povero mobilio.

E l'abolizione della tratta - contro la quale si levò Gladstone, proprietario di 1012 «capi» di bestiame umano - non fu voluta dall'Inghilterra? Vero. Ma fu vo­luta quando lo schiavismo divenne inutile all'Inghilterra in seguito alla perdita delle colonie d'oltreatlan­tico, mentre restava un grande van­taggio per le colonie francesi e spa­gnole dell'America del sud, che le muovevano una pericolosa concor­renza coi bassi costi di produzione.

Un per finire.. Nel 1926 quan­do già la Lega delle Nazioni si oc­cupava dei casi della repubblica di Liberia e dell'Abissinia, l'Inghil­terra si accorse che nel suo protet­torato di Sierra Leone esisteva an­cora legalmente la schiavitù. Che fare? Come uscirne? Fu emesso un decreto che l'aboliva. Ma quel de­creto era talmente equivoco, che non era possibile interpretarlo, per­ché mentre impartiva le norme per l'emancipazione, consacrava il le­gal statuts of slavery come giuridi­camente esistente. Di modo che l'Attorney General di Sierra Leo­ne, Mr. Greenvood, poté scrivere: «Quantunque la legge inglese non riconosca la schiavitù e la politica inglese sia in favore della sua to­tale abolizione, ciò nonostante sa­rebbe ozioso voler sostenere che il Governo non riconosca la schiavi­tù nel Protettorato». Naturale!

 

 

1 piccoli schiavi bianchi

La storia dello schiavismo ingle­se non sarebbe completa, se, oltre allo schiavismo praticato nelle co­lonie, non si accennasse a quello nazionale. A questo punto si apre una delle pagine più orrende della storia dell'Inghilterra.

Lo schiavismo «nazionale» nac­que con l'introduzione delle mac­chine, che, dopo avere distrutto l'artigianato, non poté dare lavoro ai disoccupati. L'industria mecca­nizzata non richiedeva più mano d'opera scelta, ma lavoro non qua­lificato, con salari bassissimi. In questa vicenda orribile, la parte dei negrieri era rappresentata da geni­tori affamati, dagli ospizi parroc­chiali noti sotto il nome di work­house e da bande di incettatori. Gli industriali rappresentavano la par­te dei coloni e non mancavano nep­pure gli orrori del middle passage, perché gli orfanelli delle work­house, caricati su carri o su barche, erano spesso trasferiti in luoghi di concentramento in altre contee; né l'atteggiamento della chiesa e delle pubbliche autorità, era diverso da quello delle autorità coloniali ri­spetto ai poveri negri.

In breve si venne organizzando una vera e propria «tratta» di pic­coli schiavi bianchi. Il principale «mercato di origine» di questa carne umana era costituito dalle ricordate work-house, da quegli ospizi, cioè, che ricoveravano po­veri di ambo i sessi con l'obbligo di compiere certi lavori manuali.

Gli industriali, e specialmente i filatori del Lancashire, comincia­rono a richiedere orfanelli sotto la qualifica di apprendisti, che le work-house erano ben felici di con­cedere per alleggerire il carico della comunità per il mantenimento del­l'ospizio: questa pratica giovava sia all'industriale sia all'istituto, che si diedero ad incoraggiare cinicamen­te gli incettatori, sorti subito come funghi, che con metodi esattamen­te simili a quelli dei negrieri, e sotto la protezione di una legge del 1796, accumulavano «partite» di fanciulli in un qualche centro industriale dove li custodivano in immonde cantine, finché i filatori dei dintorni venissero a scegliere i più robusti. La cosa era giunta a tale punto di cosciente mostruosità, che le work-house, per disfarsi dei ricoverati idioti, imponevano per ogni venti orfanelli l'inclusione di un deficiente: la fine di questi mi­seri, inadatti al lavoro e quindi di carico passivo per l'incettatori, è ri­masta sempre un mistero, sepolto come i suoi innumerevoli cadaverini, nelle tenebre della orribile storia.

Al loro ingresso nelle officine, gli infelici diventavano piena ed asso­luta proprietà dell'industriale. Non c'è alcuna esagerazione in tale af­fermazione. La Camera dei Comu­ni, che già nel 1807 aveva abolito la tratta dei negri, dovette udire, nel 1815, il deputato Horner rac­contare che in un caso di banca­rotta di un industriale, una «par­tita» di fanciulli era stata messa in vendita ed elencata ufficialmente fra le attività del fallimento e che un'altra «partita», data da una parrocchia di Londra ad un indu­striale e da questo rivenduta, era stata trovata in uno stato di asso­luta inedia.

 

La sorte degli orfanelli

Chi si assunse il compito di de­nunziare di fronte al mondo l'or­rore della tratta dei piccoli bianchi, fu Riccardo Oastler nel 1830. Come al solito, egli fu osteggiato dagli economisti, dalla scienza uf­ficiale, dai fautori del liberismo, oltre che, s'intende, dagli indu­striali, che vedevano compromessa la produzione «nazionale». Ma le prove addotte dall'Oastler erano schiaccianti, terrificanti.

     I bambini mandati dalle fami­glie ricevevano una paga irrisoria, mentre gli orfanelli provenienti dagli ospizi perdevano ogni lega­me con la vita civile, diventavano poco meno che bestie da lavoro, coperti di cenci e nutriti, non di rado, con lo stesso cibo ammanni­to per l'allevamento dei maiali del padrone. Essi lavoravano sedici ore consecutive, sotto atroci torture; dormivano, senza distinzione di sesso e di età, in verminosi giaci­gli in comune; il vizio e le malat­tie contagiose facevano strage ed ai riottosi si applicavano catene dalle caviglie alla cintola anche du­rante il lavoro per impedirne la fuga. Numerosi casi di suicidio in­fantile si aggiungevano ai decessi per esaurimento e i cadaverini ve­nivano sepolti in segreto nelle campagne circostanti.

I fanciulli cominciavano il lavo­ro all'età di cinque o sei anni, era­no puniti con strumenti di tortu­ra, le femmine erano sottoposte ad ignominiose sevizie; le ore di la­voro, che per i negri della Giamai­ca erano soltanto nove, per i fan­ciulli inglesi erano da tredici a se­dici. Il deputato Sadler, che sosten­ne la campagna, raccolse le se­guenti informazioni: età in cui era permesso imporre il lavoro, an­ni cinque; orario, dalle 5 antime­ridiane alle 10 pomeridiane, con pochi minuti di intervallo per man­giare; ai fanciulli colti dal sonno, flagellazione per tenerli svegli; a Duntruin fu constatato che i fan­ciulli senza distinzione di sesso erano chiusi a chiave di notte in capanne per impedire le fughe; i fuggitivi erano puniti dalla legge col carcere; una fanciulla, dopo un anno di prigione, dovette lavora­re due anni senza mercede per rim­borsare al padrone le spese di pro­cesso; a Huddersfield un fanciullo zoppo per paralisi infantile dove­va recarsi al lavoro sostenuto per le braccia dal fratello e dalla sorel­la trascinando le gambe nella neve e nel fango ed era battuto a sangue per cinque minuti di ritardo; a Leeds una bimba raccontava di es­sere stata incatenata e poi fustiga­ta; a Keighley un padre narrò la morte della  sua bimba avvenuta sulla strada di notte, mentre tor­nava dal lavoro; bimbe di sei anni correvano nella neve e nella neb­bia per tre o quattro miglia, all'al­ba o di sera tardi, sotto l'incubo di trovare alla porta della fabbrica un aguzzino che le fustigava ed al­l'uscio di casa i genitori che atten­devano i pochi soldi di paga.

 

Gli inglesi giudicati dagli inglesi

     Ma tutto questo immenso mate­riale di prova valeva ben poco con­tro gli interessi che esso disturba­va: occorsero anni perché il lavo­ro fosse ridotto dalla legge a do­dici ore, nove per il sabato: e do­vette giungersi fino al 1874 perché l'età minima per il lavoro dei fan­ciulli fosse fissata a dieci anni.

     Queste non sono invenzioni. E' storia acquisita; é storia documen­tata dagli stessi scrittori inglesi: si legge nelle Memoires o f Robert Blincoe, che nella sua infanzia fu una delle vittime, riportate nella classica History of the Factory mo­vement di Samuele Kydd e nella Madern Factory Sistem di Taylor. Uno scrittore reputatissimo, H. de B. Gibbins chiude cosi un suo ca­pitolo: «E’ meglio non aggiunge­re altro, perchè non é possibile esporre con calma tutto ciò che dovrebbe dirsi su questa spavente­vole pagina della storia dell'Inghil­terra moderna ».

A questo proposito, non si può non ricordare che la lotta contro la tratta dei negri fu condotta da quel ceto industriale inglese, che teneva in schiavitù diecine di mi­gliaia di fanciulli bianchi e che ri­correva a tutti i mezzi per soffoca­re gli scandali delle sue manifat­ture. Viceversa fu il partito schia­vista dei proprietari conservatori, che, battuto nella votazione della legge di emancipazione del 1833 volle vendicarsi degli industriali, appoggiando la campagna in favo­re degli schiavi bianchi.

Questa e non altra è l'origine del movimento «umanitario» e «liberale» di cui menano gran vanto i pubblicisti inglesi. Ha ra­gione il già ricordato H. de B. Gibbins, quando scrive: «Lo spet­tacolo dell'Inghilterra, che compe­ra la libertà degli schiavi negri con le ricchezze estratte dal lavoro dei suoi schiavi bianchi, offre uno stu­dio interessante per il filosofo ci­nico».

 

 

 

Tratto da:

“EROI E AVVENTURE DELLA NOSTRA GUERRA” – N°7 (pag. 72 e seguenti)

Tipografia Novissima – Roma 1942 XX

Ultimo aggiornamento: lunedì 16 gennaio 2006