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LUGLIO 1943: PARTITA APERTA

 

RETROSCENA E CONSEGUENZE DEL COLPO DI STATO

 

Solo con il bombardamento di Peenemunde gli angloamericani fermarono la realizzazione delle armi segrete tedesche e rovesciarono le sorti del conflitto. Quello che veramente Hitler disse a Mussolini nel convegno di Feltre.

 

 

         Sulle tragiche vicende del 1943, vorrei abbordare l’intera questione da un punto di vista totalmente nuovo: forse indispensabile per quella rielaborazione critica che sin qui è mancata presso tutti gli storici di questo ultimo mezzo secolo, più o meno impiccati su versanti conformisti.

            Comincio con una domanda centrale che non è mai stata posta sul tavolo, benché sia la proverbiale scarpa nella minestra. Dal momento che vi è stato un armistizio, esso deve essere stato perseguito in base ad una convinzione; quella (pare ovvio) che la guerra fosse sicuramente perduta, e che quindi convenisse interromperla o, in seconda battuta, proseguirla ma a fronti rovesciati. Ma “quando” e “chi” maturò questa convinzione? Ed in base a quali elementi di fatto?

            Intanto, si vede subito che si tratta di domande semplici solo in apparenza, poiché la guerra, dalla fine del 1941 riguardava in pratica tutte le Grandi Potenze, e non soltanto noi. Una decisione parziale, che cioè facesse riferimento alla nostra situazione soltanto, poteva anche essere presa, ma poneva problemi di grandissima taglia: il primo dei quali era che se il conflitto globale si fosse poi risolto o nella vittoria tedesco-giapponese, o in una “pace bianca”, magari a breve scadenza, l’Italia avrebbe avuto – come si suol dire – il male, il malanno e l’uscio addosso. Per questa ragione, oltreché per quelle di moralità storica, offendendo la quale si ipoteca comunque quel patrimonio intangibile che costruisce il credito di una collettività, una decisione responsabile poteva essere presa soltanto dopo un’analisi accurata delle sorti globali del conflitto.

            C’è voluto in gran tempo per scoprire che le prime “avances” verso gli Alleati della Principessa Maria Josè  e di Badoglio risalgono all’agosto 1942, e che quelle di Ajmone di Savoia sono di poco più tarde, forse dell’ottobre-novembre dello stesso anno, come si deduce dalle due lettere in proposito che Anthony Eden scrisse al collega americano Cordell Hull. Dobbiamo dunque chiederci quale fosse, in quel momento, la bilancia del conflitto, e scoprire in base a quali elementi i due personaggi si decisero a compiere i loro passi, indubbiamente gravi.

 

 

Crisi dell’Armata Rossa

 

         Nell’agosto 1942, nessuno avrebbe scommesso un soldo sulle possibilità di resistenza dell’Armata Rossa, ed infatti nessuno scommise, primo fra tutti Roosevelt. Anzi, è oggi possibile concludere che i grandi sbarchi Alleati in Africa del Nord, nel novembre 1942, furono appunto l’unica risposta praticabile di fronte alla prospettiva di una uscita della Russia dalla guerra, o per una sconfitta secca, o per una pace separata. Sappiamo assai poco di cosa passò per la mente di Stalin in quei frangenti, ma possiamo identificare il periodo suo di massima incertezza tra il 25 agosto ed il 12 settembre, giorno nel quale venne silurato Timoscenko e giunsero a Stalingrado i “duri” dell’Armata e del Partito, fermamente intenzionati a cavalcare una crisi che era morale e politica. Tuttavia, noi oggi sappiamo che essa aveva anche due altri aspetti ugualmente gravi, il primo dei quali era l’enormità delle perdite umane già sostenute ed ancora da sostenere: e l’altro, il chiarissimo dislivello intellettuale tra le capacità dell’O.K.W. da una parte e dello Stava dall’altro. Finché l’Armata avesse dovuto combattere in difensiva, dove il sangue poteva in qualche modo far da contrappeso, lo squilibrio era poco avvertibile. Ma se per ipotesi l’Armata avesse dovuto passare all’offensiva contro il cuore della Germania, era chiaro sin da quel momento, che non ce l’avrebbe mai fatta se fosse rimasta sola.

            Nascono da questo punto preciso le insistenze russe, spinte fino al ricatto, per un “secondo fronte”, capace di attrarre all’ovest una parte consistente delle forze tedesche. E nasce qui, tra gli Alleati occidentali, la disgustata ambiguità, specie inglese, di dover accettare “obtorto collo” una trappola politica chiarissima ma inevitabile: battere Hitler è possibile soltanto aiutando “il diavolo e sua nonna”, come Churchill ha già detto in modo esemplare. Il che significa ovviamente staccare una cambiale sul futuro dell’Europa, e non solo di quella.

            Esistono dunque, in questo agosto-settembre 1942 elementi che giustifichino i passi di Maria José e Badoglio, visto che le notizie dal fronte principale sembravano preludere ad una schiacciante vittoria tedesca? Non esistono: l’Asse è alla portata di Alessandria, il Mediterraneo è vuoto di navi pesanti avversarie, i giapponesi dilagano in tutta l’area del Pacifico meridionale, ed il Capo di Stato Maggiore Imperiale britannico, Alanbrooke, scrive nel suo diario, proprio in quei giorni: “Sono convinto che sulle nostri sorti abbia pesato un grande aiuto della Provvidenza”. Il che è un modo come un altro per dire che, durante una guerra, nessuna intelligenza, per quanto acuta, è in grado di prevedere come andrà a finire.

 

 

Il “Consiglio” che non ci fu

 

         Andiamo più in là. Vi fu mai, fino al colpo di stato del 25 luglio 1943, qualcosa che abbia anche lontanamente rassomigliato ad un Consiglio di Guerra – magari clandestino – nel quale siano state esaminate freddamente e con competenza le opzioni via via praticabili per l’Italia? Non ci fu nulla di simile, né palese, né clandestino. Per quanto si frughino le “Memorie” del periodo, sempre si rintracciano soltanto pareri, per lo più ambigui e circospetti. Persino i “Diari” privati venuti alla luce nel dopoguerra evitano le analisi di fondo, e si limitano, in genere, ad un “così non possiamo andare avanti”. In altre parole, non ci fu alcuna decisione collettiva presa responsabilmente, ma soltanto il confluire di pareri individuali che divennero azione comune sotto la pressione della perdita della Tunisia e della minaccia d’invasione della Penisola.

            Si suol dire che queste decisioni ed azioni furono giustificate da quel che successe poi. Ma allo storico questo non basta, in primo luogo perché presta alle capacità intellettuali degli uomini il dono di una antiveggenza che non si riscontra quasi mai. E poi per una ragione più sottile: che gran parte di “quel che succede poi” nasce perché si sono prese certe decisioni, senza le quali il “poi” sarebbe risultato diverso. E questo va detto per il delicato problema costituito dal legame, apparentemente ragionevole, che si ritiene ben saldo tra colpo di Stato ed armistizio. Nessuna prova è fino ad oggi a disposizione che ci permetta di giurare sul fatto che gli “uomini del 25 luglio”, fascisti e non fascisti, intendessero davvero giungere, con la defenestrazione di Mussolini, ad un armistizio. Anzi, ve ne sono di assolutamente contrarie, prima fra tutte la chiusa del comunicato reale stesso del 25 luglio, nella quale si diceva “La guerra continua”, ma aggiungendo una frase pesante come una pietra, “L’Italia, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni rimane fedele alla parola data”. Questa frase viene di solito omessa nelle “ricostruzioni” di questi ultimi cinquant’anni, proprio perché è impossibile giustificarle col consueto Machiavelli, il quale, tra l’altro, ben sapeva che le Nazioni, come per gli uomini, tutto sta in piedi sul prestigio. E Vittorio Emanuele, questo Re arido e forse cinico, ma di certo ben accorto nel valutare le conseguenze lontane delle parole e dei fatti, ma di certo ben accorto nel valutare le conseguenze lontane delle parole e dei fatti, non avrebbe mai consentito ad impegnare così lapidariamente il suo prestigio e quello dell’Italia se già avesse avuto in seno l’intenzione di “tradire la parola data”. Pare dunque logico, serenamente logico, accettare l’idea opposta: che cioè la “consecutio temporum” tra il 25 luglio ed 8 settembre non sia affatto stata così automatica come si è sempre sostenuto, ma che si tratti in realtà di due “momenti” di una vicenda ben altrimenti complessa, e, tra l’altro, assai più interessante storicamente. Vi fu, in quella caldissima e tragica estate, un elemento “in più”, la cui esistenza e tale da gettare luci nuove su un panorama che per troppi anni è rimasto bloccato da interpretazioni tanto di comodo quanto inaccettabili a termini razionali. Accendiamo dunque queste nuove e completamente inedite luci: inedite, si capisce, non come fatti in sé e per sé, quanto per i legami tra di essi ed il nostro problema.

 

 

Due mostri di quattordici metri

 

         Il 29 giugno 1943 dal poligono di Peenemunde partono la 63° e la 64° A4, poi chiamata V2. Alla presenza di uno stupefatto Himmler i due mostri di 14 metri si alzano in un rombo di tuono, accelerano e scompaiono tra le nubi, andando a cadere a 300 chilometri da lì, con una precisione “altamente soddisfacente”. Von Braun è raggiante: la prima A4 è stata sperimentata il 18 ottobre 1942, appena otto mesi prima, durante i quali sono state apportate alla nuova arma 64.000 modificazioni, ma ora è operativa, si può passare alla produzione industriale.

            Sbalordito, Himmler si mette in tasca le due “pizze” a colori dei lanci e parte per Berlino. Riesce a bloccare Hitler, di ritorno da Rastenburg, soltanto l’8 luglio, nel pieno della gigantesca battaglia del saliente di Kursk. Mancano due giorni agli sbarchi alleati in Sicilia, e tutto è sospeso su una la ma di coltello. Hitler si siede nella saletta di proiezione e si pietrifica per alcuni minuti sulla sua poltrona, ammutolito dallo stupore. Quando si riscuote, fa convocare Speer per il giorno dopo, promuove Von Braun a professore, ed elabora quel progetto sul quale gli storici – domani – discuteranno a lungo, poiché in esso si rinvengono le prime tracce di quel percorso anomalo che la “grande strategia” della Germania seguirà sino alla fine.

 

 

Precedenza per le V2

 

         Con Speer, difatti, Hitler varia tutte le priorità dell’industria tedesca degli armamenti, collocando al primo posto “precedenza su tutte le precedenze”, la costruzione delle V2. Per la fine dell’agosto e la prima settimana del settembre, vuole averne 300 da lanciare su Londra e sui porti meridionali inglesi, non solo per ripagare il nemico con la stessa moneta del terrorismo aereo, ma anche per interdire la costruzione logistica del “secondo fronte”. Se i grandi sbarchi previsti in Francia non avvenissero neppure nel 1944, Stalin dovrebbe ripensare ai casi suoi, ed anzi sarebbe forse possibile batterlo definitivamente ritirando senza pericolo un consistente gruppo di Divisioni dalla Francia.

            Sulla validità di questo piano, specie in funzione dell’affidabilità e potenza reale delle V2 del 1943, si possono sollevare tutte le critiche che si vogliono. Ma non si può utilizzare il “poi” per contestare l’esistenza, non la giustezza, del prima. Ed il prima è appunto che Hitler vide nelle nuove armi la possibilità di rinsaldare quella deterrenza tedesca che stava sbriciolandosi, e di alterare il corso della guerra in modo significativo. Da eccellente tecnico quale era, si rendeva esattamente conto che gli armamenti, suoi e del nemico, si trovavano ad un punto di svolta. Per svilupparli, e persino per capire l’affidabilità, il peso, di ciascuna arma nuova, ci voleva tempo e spazio, più un tipo di decisioni assai ardue da prendere per la interdipendenza di troppi fattori.

            Ad esempio, il carico esplosivo di una V2 era limitato a poco meno di una tonnellata. Nulla però vietava di costruire ordigni con due ed anche tre tonnellate di carico pagante, ma essi non sarebbero stati trasportabili né per ferrovia, né su strada ordinaria, ponendo problemi irrisolvibili in pratica: e del resto risolti soltanto nel “primo tempo” dei grandi ICBM, ma non nel secondo, quando si dovette ripassare dal criterio delle postazioni fisse a quello – vedi caso – ferroviario o navale.

 

 

Pranzo a quattr’occhi

 

         Se anche diamo per scontato, quindi, che la variazione nelle priorità degli armamenti tedeschi a favore delle V2 sia stato un errore, a scapito, per esempio, delle nuove armi contraeree e degli stessi caccia a reazione, sta ed è che questa decisione venne effettivamente presa il giorno prima dello sbarco in Sicilia. Bastarono tre giorni per convincere Hitler che la situazione italiana stava rapidamente degradando e che occorreva prendere decisioni immediate. La prima, fu quella di convocare Mussolini, il quale dal canto suo stava per recapitargli per lettera una richiesta di colloquio, nel quale – secondo le memorie dei sopravvissuti – egli avrebbe dovuto rappresentare al potente alleato che l’Italia desiderava sciogliere il sodalizio, ponendo termine alla guerra. La lettera non fu spedita, poiché giunse prima la proposta di Hitler. Va precisato che la richiesta di Scorza e del gruppetto degli altri gerarchi fascisti a Mussolini per una immediata convocazione del Gran Consiglio è del 14 luglio.

            Il convegno di Feltre, che poi avvenne a Villa Gaggia, porta la data del 19 luglio, ed è stato narrato molte volte. Ciò che non è mai stato analizzato è lo scostamento tra il programma e la realtà quale fu. Difatti, avrebbero dovuto aver luogo due riunioni, una al mattino ed una al pomeriggio, con una interruzione destinata a coagulare opinioni e decisioni delle due delegazioni. In realtà ci fu soltanto la riunione mattutina, nella quale parlò soltanto Hitler. Essa fu interrotta dall’annuncio che Roma era sotto bombardamento, e poi dal “gong” per il pranzo.

            Mentre i militari italiani e tedeschi sedettero ad una tavola comune, Mussolini ed Hitler mangiarono da soli in una saletta. Qui, sotto il sigillo del segreto più assoluto, il tedesco fece quello che in altre circostanze probabilmente non avrebbe mai azzardato: rivelò ad un Mussolini certamente stupefatto l’intero panorama delle armi nuove in approntamento. Delle armi e dei piani, compreso il disegno di schiacciare Londra alla fine dell’agosto, o durante la prima settimana di settembre. Come sappiamo, non mentiva, e possiamo dedurre la completezza e persuasività del suo discorso, dal fatto che Mussolini, dopo essersi ritirato per pochi minuti, ordinò ai suoi che si ripartisse subito per Roma, abolendo la riunione pomeridiana. Quando il suo Capo di Stato Maggiore, generale Ambrosio, gli chiese se avesse parlato con il Fuhrer dello sganciamento italiano dall’alleanza e dalla guerra, Mussolini rispose brusco, “Non ve n’è stato bisogno. Manderà tutto il necessario”.

 

 

Convocato il Gran Consiglio

 

         Non c’è storico che non abbia attribuito questa mussoliniana rinuncia a mettere le carte in tavola, ad una insormontabile timidezza o peggio. Ma questa interpretazione, oltretutto assai facile, è contraddetta sia dalla mancata ripresa dei colloqui al pomeriggio, nei quali si sarebbe potuto e dovuto organizzare e disciplinare, presenti i militari, l’asserito intervento tedesco in Italia: sia dal fatto che appena giunto a Roma, la sera stessa, Mussolini sciolse la riserva sulla convocazione del Gran Consiglio, fissandolo per il giorno 24, alle ore 17. Aveva detto a coloro che lo richiedevano “ci penserò”: appare evidente che dopo il convegno ci aveva effettivamente ripensato. Tutto quel che sappiamo sul suo stato d’animo e sui suoi propositi nei giorni successivi fino al sabato 24, testimonia della sua sicurezza di superare la crisi. Non certo il contrario.

            Il 22, Mussolini fu da Vittorio Emanuele, per un colloquio sul quale entrambi fornirono poi così striminziti ragguagli, da non permettere ragionevoli ricostruzioni dirette di cosa effettivamente venne detto. Sta però di fatto che il 18 ottobre, dopo la tragedia dell’armistizio, il Maresciallo Badoglio, in un discorso tenuto agli ufficiali del piccolo esercito del Regno del Sud in Agro San Giorgio Jonico, rivelò che in quel colloquio Mussolini aveva assicurato il Re che comunque si sarebbe sganciato dalla Germania al più tardi entro il 15 settembre. Questa notizia, che del resto circolava a Roma già il 20 luglio, non venne mai smentita, ed anzi Badoglio ammise più tardi di averla ricevuta “probabilmente” dallo stesso Sovrano, per di più alla presenza di Ambrosio.

            Come per tutti gli ossi fossili, anche questa frase-promessa di Mussolini va collocata sullo scheletro giusto, scartando però subito l’idea che potesse trattarsi di qualche trattativa armistiziale sottobanco messa in piedi da Mussolini. In primo luogo risulta ben poco di simile, né Mussolini poteva realmente credere di essere la persona adatta a gestire una tale manovra. In secondo luogo, il tempo a disposizione non poteva essere indicato a priori, ma era anche troppo ristretto, per scendere dal velleitario al pratico.

            Non c’erano neppure avvenimenti militari “in fieri” davvero significativi da attendere. Non un “secondo fronte”, per il quale la stagione era già troppo tarda, e di certo non uno sbarco in Italia, visto che la battaglia di Sicilia avrebbe impegnato per parecchie settimane ancora il forte nerbo di Divisioni alleate che vi erano discese. E nulla, di sicuro, in Russia: la battaglia di Kursk era appena terminata, ed i due avversari ansimavano spossati, in attesa di ricostituire le loro forze e di imbastire nuovi piani. L’unica spiegazione in chiave logica rimane dunque che la “proposta” Mussolini al Re fosse correlata all’impiego delle V2 su Londra alla fine di agosto, o inizio di settembre. In altri termini, il discorso completo deve essere stato “c’è questo fatto nuovo, del quale non dubito. Poiché la data ne è certa e vicina, non conviene precipitare. Fissiamoci un limite al 15 settembre: se non è successo nulla, ci sganceremo”. Se così fu, ben si comprende la ragione per la quale Mussolini uscì dal colloquio “disteso e sereno”, lasciando invece il Sovrano “scuro in volto ed inquieto”. E’ anche possibile che tutti e due nutrissero dubbi magari consistenti sulla fattibilità e sul successo di quanto Hitler aveva rivelato. Ma è evidente che il far finta di nulla era pericoloso ed improvvido. Tra i due, fu forse il Re ad inghiottire male la novità: aveva già deciso di sostituire Mussolini, ed ora il “fattore nuovo”appena comunicatogli creava una complicazione macroscopica.

 

 

Le rivelazioni di Hitler

 

         Se poi era un fattore davvero nuovo. La prima V2 era stata collaudata nell’ottobre del 1942, e molte persone erano al corrente dell’esistenza di queste armi straordinarie. Sappiamo, per esempio, che un ufficiale del Genio italiano, catturato in Tunisia nel maggio, ne portò agli inglesi una descrizione di prima mano. E’ dunque possibilissimo che le rivelazioni di Hitler siano cadute su un terreno già parzialmente coltivato, e che di nuovo ci sia stato soltanto il piano ed il tempo di esecuzione.

            La seduta del Gran Consiglio contiene la risposta ai quesiti sin qui avanzati. Mussolini vi arrivò con la fiducia poi da lui stesso definita “ingenua”, che avrebbe potuto dominare gli incerti animi dei convenuti. Ma quando, dopo la breve sospensione della seduta a mezzanotte, si accorse che la realtà politica era diversa, in una parola che i giochi, quali che fossero, erano già stati fatti, comprese di trovarsi, e da solo, di fronte ad un fattore interamente nuovo. Tentò di rimandare la votazione sugli ordini del giorno alla mattina seguente, ma la violenza con la quale Grandi impose una soluzione immediata dovette persuaderlo che la sua crisi personale era già un dato di fatto. Lo disse con molta chiarezza ma aggiunse queste parole rivelatrici: “senonché, noi vinceremo la guerra. La mia fiducia nella vittoria della Germania e nostra è oggi intatta, così come lo era all’inizio della guerra. Io non intendo rivelare al Gran Consiglio (forse l’avrei fatto se la discussione avesse preso un corso diverso) gli importanti segreti di carattere militare, che al Fuhrer ed a me non fanno dubitare un solo momento della vittoria. E’ prossimo il giorno nel quale i nostri nemici saranno inesorabilmente schiacciati. Io ho in mano la chiave per risolvere la guerra. Ma non vi dirò quale”.

            La prima osservazione, rilevantissima, è che questo testo è noto soltanto dal 1983, da quando, cioè, Dino Grandi dette alle stampe le sue memorie sulla notte del Gran Consiglio. Nelle innumerevoli descrizioni precedenti di altri partecipanti o di storici e commentatori, compare unicamente un breve accenno mussoliniano ad “armi nuove”, e ad una “misteriosa chiave” per vincere la guerra. E’ evidente che questo ritardo e questa discrepanza pongono una cascata d’interrogativi, il primo dei quali poggia sulla verità stessa di quelle parole. Furono davvero pronunciate, e furono davvero così?

            I dubbi sono pochi, proprio in funzione del quarantennale ritardo di Grandi nel rivelare un elemento così consistente, ed anzi risolutivo del pensiero mussoliniano. A parlarne subito, già nell’immediato dopoguerra, tutti i commentatori si sarebbero chiesti non soltanto cosa intendeva dire Mussolini con quelle frasi, ma anche perché il Gran Consiglio, specie Grandi e Ciano, non ne avessero tenuto alcun conto. In realtà il Gran Consiglio non ne volle tener conto: è presumibile che una parte dei firmatari dell’ordine del giorno non abbia neppure fatto caso al valore esplicito ed implicito di quelle parole, e che un’altra parte le abbia attribuite ad un estremo tentativo del Duce di trarsi d’impaccio con misteriose allusioni. Ma è certo che Grandi, e forse anche Ciano, videro in esse un così gran pericolo potenziale da scegliere di non parlarne mai. Il secondo non lo fece neppure quando si trattò di difendersi al Tribunale di Verona, nel gennaio 1944. E ben si capisce il perché.

 

 

Responsabilità dei congiurati

 

         Neppure Mussolini ne parlò mai, mantenendo fermo l’atteggiamento che aveva preso in Gran Consiglio. Tacque – si può dire – in eterno, il che è una prova molto interessante della sua rinuncia a difendersi con i pur notevoli argomenti che aveva in mano. Per molti versi, essi alleggerivano o comunque ponevano in altra luce le sue responsabilità, mentre aggravavano quelle dei “congiurati”. Potevano persino spiegare – lo vedremo – il suo sostanziale assenso al “colpo di Stato”, e perfino quel famoso biglietto che egli scrisse subito dopo il suo fermo a Vittorio Emanuele, nel quale dichiarava la sua lealtà alla Corona. Sicuramente non dettato da timore o prostrazione, ma dalla speranza, forse proprio dalla certezza, tutta politica, di poter essere “l’uomo buono per un’altra volta”, se e quando si fossero verificatigli avvenimenti sui quali contava.

            Non c’è dubbio che ci contasse. Se quelle frasi furono realmente pronunciate, Mussolini, in Gran Consiglio, era ragionevolmente sicuro degli sviluppi seguenti: 1) che esistevano importanti armi segrete, delle quali era stato incerto se parlare o meno; 2) che esse erano tali da dare la sicurezza della vittoria; 3) che il giorno di tale vittoria era “prossimo”; 4) che la vittoria sarebbe stata ottenuta “schiacciando inesorabilmente” il nemico.

            Se si accetta la verità della “stesura Grandi”, se cioè quelle cose vennero effettivamente dette, è impossibile non riferirle proprio al piano di Hitler sulla distruzione di Londra alla fine di agosto e nella prima settimana di settembre. Se così è, diviene anche chiarissimo cosa realmente disse Mussolini a Vittorio Emanuele il 22 luglio: aspettiamo e vediamo, se non succede nulla, si prenderanno altre decisioni il 15 settembre come data limite.

 

 

Seicento aerei all’attacco

 

         Senonchè il Re, quel pomeriggio del 25 luglio, aveva già preso le sue decisioni. Che tuttavia non erano così drastiche e totali come poi è stato fatto credere. Mussolini venne accantonato, ma non eliminato dallo scenario. Non venne messo in piedi un Governo antifascista, ma di militari. Non venne cercato un immediato contatto con gli Alleati, ed anzi si procedette con rivelatrice trascuratezza a tastare il terreno attraverso emissari tardivi, di basso profilo e sprovvisti di credenziali. Venne posta in funzione una censura estremamente rigida, mirata a scoraggiare qualsiasi richiesta ultimativa di una “pace subito a qualsiasi costo”. Soprattutto, si contrasse quel pesante impegno morale sulla “parola data” del quale ho già parlato, ma che occorre richiamare proprio perché testimonia dell’assenza, almeno in quel momento, di una effettiva intenzione armistiziale. Persino gli spostamenti di Mussolini da Ponza alla Maddalena, cioè da una località molto esposta al nemico, ad una assai meno esposta e meglio guardata, possono acquistare significato in questo quadro.

            Fa parte dell’inerzia mentale di troppi storici, non essersi mai accorti che tra il 25 luglio e l’8 settembre cade un discrimine essenziale, e cioè il grande bombardamento di Peenemunde nella notte tra il 17 ed il 18 agosto, da parte di 600 apparecchi della R.A.F.. Esso era stato deciso alla metà di luglio, sulla base di informazioni provenienti dalla Germania, e forse anche dall’Italia: ed era mirato non tanto agli impianti, quanto alle palazizine che ospitavano i “cervelli” del poligono, secondo quel senso pragmatico tutto inglese per cui una fabbrica distrutta si rifà in poche settimane, ma ci vogliono decenni per riottenere un cervello. Sfortunatamente per il Bomber Command, furono distrutte quasi soltanto le baracche che ospitavano i lavoratori stranieri, con perdite assai forti. Oltre a questo, i tedeschi avevano già provveduto a creare rapidamente altri quattro centri di produzione, assai dispersi: per cui lo sviluppo delle V2 fu considerevolmente rallentato, ma non interrotto.

 

 

Le trattative per l’armistizio

 

         Quel bombardamento distrusse in un sol colpo la possibilità della “vendetta” hitleriana di fine agosto, e le connesse speranze sia di Mussolini che, probabilmente, di Vittorio Emanuele. Noi non sappiamo in che misura questo avvenne, ma possiamo arguirlo dal fatto puro e semplice che “vere” trattative d’armistizio presero inizio soltanto il 18 agosto, con l’invio a Lisbona del generale Zanussi e con la missione Grandi, poi non mandata ad effetto. Nel conto, va inserito anche un altro elemento fortemente anomalo, l’ondata di grandi bombardamenti sul “triangolo industriale” che gli inglesi lanciarono nella seconda decade dell’agosto, interrompendola bruscamente il 17. Mirati ad ottenere la resa italiana, essi debbono essere visti come parte di un “pacchetto” di misure destinato a precedere avvenimenti di segno contrario, quali lo scatenarsi su Londra di rappresaglie delle quali poco si sapeva, ma che appunto per questo apparivano clonate da sinistri bagliori. Soltanto la liberazione, augurabile, di documenti britannici ultrariservati potrà – domani – chiarire quali raccordi esistettero o poterono esistere tra Londra ed alcuni uomini in Italia, in quel delicatissimo ed oscuro frangente.

            Su quella calda estate è sceso un silenzio dopotutto straordinario, che si è poi riempito con interpretazioni che stanno in piedi soltanto perché nessuno ha mai avuto interesse a contraddirle, o abbastanza spirito critico per dimostrarne l’inverosimiglianza. Ora, è possibile ricondurre il tutto in un quadro logico, nel quale gli avvenimenti, i silenzi, i ritardi e gli atteggiamenti trovano una loro razionale spiegazione. Ci fu, senza dubbio, una speciale “gara di velocità” tra tedeschi ed inglesi sul punto delle V2, e questa gara ebbe riflessi di grande momento nella condotta dell’Italia, sia prima che dopo il 25 luglio. Né è accettabile il giudicare quella gara sulla sorte complessiva delle V2 durante il restante conflitto. Prova ne sia quanto scrisse Arthur Bryant, biografo di Lord Alanbrooke in “Tempo di guerra”: “il 17 agosto, una incursione di 600 bombardieri Harris aveva mandato all’aria i suoi (di Hitler) piani che prevedevano la distruzione di Londra, ed il risultato di rendere impossibile l’utilizzo dei porti inglesi per almeno sei mesi”.

            Questa cauta frase ci dice che i piani esistettero, che gli inglesi li conobbero e li temettero, ed infine che tempi e dimensioni del previsto attacco erano in accordo con tutto quanto si è allineato sin qui. Sta ora a noi orientare la ricerca ulteriore secondo queste linee maestre, allo scopo di capire più e meglio la struttura intima di quella lontana ma ben presente nostra tragedia.

 

Di FRANCO BANDINI

 

Nelle foto:

- Missile V2

- Werner von Braun

             

 

 

Ultimo aggiornamento: sabato 16 luglio 2005