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STORIA |
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UN PUGNO DI UOMINI CHE SBARAGLIO’ UNA FLOTTA
DA CORTELLAZZO, A BUCCARI, A PREMUDA LE GRANDI IMPRESE DEI MAS
Le prime straordinarie prove dei mezzi d’assalto della marina italiana. Motoscafi e siluri alla conquista dell’Adriatico. Come la flotta austriaca restò bloccata nei porti.
La Regia Marina
distribuì, durante la prima guerra mondiale, meno di venti medaglie,
onorificenze che nella metà dei casi andarono a uomini dei mezzi
d’assalto, i celebri Mas. Ancora più indicativo converrà forse ricordare
che con medaglie d’argento al valor militare vennero ricompensate azioni
come la Beffa di Buccali o l’ardita sortita di Cortellazzo nel novembre
1917. Si è quindi di fronte ad un fenomeno così vasto da sfuggire
all’ambito dell’occasionalità. Tuttavia, i ripetuti exploit delle unità
più piccole della nostra marina nel corso della
In primo luogo, decisivo per il largo utilizzo da parte italiana dei Mas fu lo scenario di guerra, relativamente ristretto, offerto dall’Alto Adriatico. Praticamente per quasi tutta la guerra la marina imperiale austro-ungarica non poté uscire dalle acque dell’Adriatico bloccato, in corrispondenza del Canale di Otranto, da un articolato sbarramento (fatto di cavi d’acciaio e reti subaquee ma anche di continui pattugliamenti) organizzato congiuntamente dalle flotte alleate. Se, occasionalmente, poteva accadere che qualche sommergibile riuscisse a passare il blocco e a scorazzare per il mediterraneo così non era per le navi austriache che pure tentarono varie volte di infrangere lo sbarramento italo-franco-inglese. L’ostinazione mostrata verso lo sbarramento allestito nel Canale di Otranto non deve però trarre in inganno sulla vocazione offensiva della marina austro-ungarica. La tradizionale prudenza di qualsiasi ammiragliato a rischiare in aperta battaglia le proprie costosissime navi maggiori, negli austriaci era ulteriormente incrementato da due fattori: la sostanziale parità di forze con gli italiani da un lato e dall’altro l’indiscutibile vantaggio che offriva loro la sponda sinistra dell’Adriatico. A svantaggio degli italiani pesava poi il fatto che per molti anni il sistema delle alleanze di Roma aveva indotto gli alti comandi della nostra marina a considerare più probabile uno scontro nel Tirreno con la Francia piuttosto che in Adriatico con l’alleata Austria. In quel senso si erano quindi orientati gli studi strategici, lavori di fortificazione e l’apprestamento di basi militari. Così, lungo le coste adriatiche, l’impreparazione tecnico-militare si assommò allo svantaggio naturale. Mentre infatti le coste italiane sono lineari e sabbiose quelle opposte sono frastagliate, in buona parte rocciose e protette in più punti da isolotti: questo faceva sì che per tutta la guerra la flotta di Vienna poté godere di porti ben protetti e attrezzati e di collegamenti, tra una base e l’altra, resi abbastanza sicuri dal fatto di essere effettuati per linee interne. Dai propri porti (soprattutto Trieste e Pola) le navi austriache partivano per veloci puntate offensive, sfruttando i grossi calibri delle proprie corazzate, per bombardare le coste italiane e per appoggiare le offensive di terra. E’ quest’ultimo il caso del novembre 1917 quando le corazzate “Wien” e “Budapest”, uscite dal porto di Trieste, presero a cannoneggiare le posizioni italiane all’altezza di Cortellazzo fino a che una sezione di Mas guidata dal Comandante Costanzo Ciano non le attaccò con i propri siluri costringendole, anche se incolumi, alla ritirata. L’azione di Ciano è uno degli esempi più importanti di una tattica di guerra che la Regia Marina si trovò quasi costretta ad adottare. Fin dalle prime battute della guerra fu chiaro che l’Austria non aveva molta voglia di concedere all’Italia la rivincita per la sconfitta subita dalla neonata marina militare italiana a Lissa, nel 1866, durante la terza guerra d’indipendenza. Resa sempre più improbabile quindi l’ipotesi di una classica battaglia navale in mare aperto, la Regia Marina si trovò di fronte al problema di impegnare comunque il nemico sia per motivi militari sia di prestigio visto che il comando italiano su tutte le navi alleate nel Mediterraneo orientale veniva periodicamente messa in discussione da francesi ed inglesi. Non potendo sfruttare la leggera superiorità della propria flotta, i vertici della nostra Marina, comandata dal Duca degli Abruzzi ma di fatto guidata da un contrammiraglio (poi ammiraglio e Duca del Mare oltre che ministro) Paolo Thaon di Revel, avevano dovuto puntare fin dalla fine del 1915 tutto sull’audacia e sulla “qualità” di mezzi e, soprattutto, di uomini. In quel periodo entrarono in linea i primi Mas costruiti a tempo di record durante l’estate: infatti al momento dell’entrata in guerra la Regia Marina non ne schierava neanche uno. Durante l’intero conflitto ne vennero costruiti 247 esemplari e ne furono persi solo 15. Meno del previsto tanto è vero che a fine 1918, il numero di Mas ordinati dalla Regia Marina raggiunse quota 422, molti di più cioè di quelli poi effettivamente impiegati. Alla stessa data infine risultavano dipendenti dall’Ispettorato Mas 4.500 uomini, di cui i tre quinti erano rappresentati dal personale imbarcato. Fu alla fine del 1914 che l’ingegnere Attilio Biso, per conto della Società Veneziana Automobili Navali (SVAN) aveva messo a punto il suo progetto di “motobarche armate con due tubi di lancio fissi poppieri”. In realtà, da subito, i Mas “Motobarca anti siluri” da un lato vennero intesi come mezzi anti-sommergibile mentre dall’altro prevalse spesso la tentazione di farne scafi puramente offensivi, fatti per attaccare audacemente obiettivi importanti e, sovente, ben protetti.
Sagacia congiunta all’audacia
Nonostante i primi, non esaltanti, test condotti a guerra già iniziata sui primi due Mas realizzati (che prevedevano inizialmente una dislocazione di 9,28 tonnellate, una lunghezza di 16 metri, due motori a scoppio da 225 hp, scafo in legno e un equipaggio di 8/10 uomini), fin dai primi giorni di guerra, era emersa la necessità di avere a disposizione barche economiche ed agili per sostituire sia nei compiti di pattugliamento che in quello di sorveglianza antisottomarino le più grandi torpediniere, chiamate a più impegnativi compiti di agguato nei pressi delle basi nemiche. Ma nella tarda primavera del 1916 i Mas, con le loro prime ardite azioni, vinsero completamente la concorrenza delle torpediniere, stravolgendo di fatto l’assetto tattico-strategico del confronto tra le flotte italiana e austriaca in Adriatico. Benché fossero presenti Mas nell’Egeo ed in Libia, all’Isola d’Elba ed in Sicilia, sulla costa laziale ed in Sardegna, a Ischia e sul Garda, in Liguria e in Puglia, il teatro principale d’azione dei Mas fu l’Alto Adriatico, teatro d’operazioni per le cui particolari caratteristiche (fondali bassi, molti canali di navigazione interni) erano stati essenzialmente pensati. Curiosamente, il padre spirituale dei Mas, Thaon di Revel, attese il 10 luglio 1918 per emanare una circolare che codificava i concetti di impiego dei Mas che, non va dimenticato, a quella data avevano già conseguito la maggior parte dei loro successi: “I criteri di impiego dei Mas in Adriatico devono essere diversi da quelli opportuni fuori di questo mare (…). In Adriatico i Mas sono armi da adoperare senza risparmio e senza tema di sacrificarli, quando ricorre il momento bellico opportuno (…). I Mas siluranti dell’Adriatico debbono considerarsi armi offensive (…). Nell’impiego dei Mas la sagacia sia sempre congiunta all’audacia; i Comandanti osino l’inosabile, e sappiamo che tale condotta sarà sempre onorevole e altamente stimata, anche quando la fortuna non corrisponda al valore, e l’unità di loro comando vada perduta”. Quello che fu un fenomeno essenzialmente italiano in entrambe le guerre mondiali aveva iniziato a mostrare le proprie potenzialità quando, il 22 maggio 1916, il Mas 19 attaccò è catturò il motoscafo austriaco “Leni”. Ma che la musica stesse per cambiare fu chiaro la notte tra il 6 e il 7 giugno sempre del 1916, quando i Mas 5 e 7, al comando del tenente di Vascello Pagano di Melito forzarono la rada di Durazzo affondando il piroscafo austriaco “Lokrum”. Pagano di Melito tornò poi alla carica (dividendosi tra Durazzo e la rada di San Giovanni di Medua) il 15 e il 25 sempre di giugnoe poi ancora il primo d’agosto, ma la fortuna non fu più dalla sua: o non trovò prede o i suoi siluri andarono a vuoto. Ma per gli austriaci il messaggio fu chiaro comunque: non potevano più ritenersi sicuri in nessun porto. Come infatti fu perché tra il giugno 1916 e il primo novembre 1918, quando a tre giorni dall’armistizio, venne affondata nel porto di Pola l’ammiraglia austriaca “Viribus Unitis”, furono migliaia le uscite di questi mezzi che ora avevano compiti d’assalto e perlustrazione, ora di scorta, collegamento ed agguato. Dell’impresa di Cortellazzo si è già detto: l’azione di Ciano venne però letteralmente offuscata, meno di un mese dopo il 10 dicembre 1917, dal primo affondamento di una corazzata nemica, effettuato da Luigi Rizzo che, penetrato nottetempo nel porto di Trieste, affondò la “Wien”. Mentre le forze di terra, ancora sotto choc per lo smacco terribile di Caporetto (fine ottobre 1917), segnavano il passo, costrette alla difensiva, l’Italia mostrava proprio sul mare le proprie capacità offensive. Come dimostrerà l’impresa di Buccali (febbraio 1918), quando due Mas guidati da Ciano, D’Annunzio e Rizzo scorazzarono per una notte in acque nemiche, penetrarono nella baia di Buccali, silurando (a vuoto) un paio di bastimenti e rientrando incolumi alla base. Quello che non fecero i siluri lo fece comunque, nei giorni seguenti, D’Annunzio con una serie di articoli sul Corriere della Sera, poi raccolti in volume, che trasformarono l’impresa di Buccali (fatto in sé militarmente secondario) in un’azione leggendaria. Ma i Mas non tennero da solo la scena: infatti, ad esempio, nel maggio 1916 la Torpediniera 24 O.S. aveva forzato il porto di Trieste ed il mese successivo la nave “Zeffiro” era entrata a Parenzo facendo anche dei prigionieri. Entrambe le azioni furono condotte da Nazario Sauro, più tardi catturato ed impiccato dagli austriaci. Nella primavera del 1918 venne invece messo a punto il “barchino saltatore”, ideato sempre dall’ingegner Bisio. Si trattava di un piccolo mezzo anfibio, a propulsione elettrica, dotato di tenaglie per portare siluri e di cingoli rostrati per arrampicarsi e superare eventuali ostruzioni. Con questo strano marchingegno, la notte tra il 14 ed il 15 maggio 1918, il tenente di vascello Mario Pellegrini con i marinai Antonio Dilani, Giuseppe Corrias e Francesco Angelino, forzò il porto di Pola. Superati quattro successivi sbarramenti, al momento di affrontare il quinto il barchino venne scoperto e colpito dall’artiglieria nemica e gli incursori fatti prigionieri. Il loro obiettivo, l’ammiraglia austriaca “Viribus Unitis”, sarebbe comunque colata a picco sei mesi più tardi ad opera di Raffaele Paolucci e di Raffaele Rossetti, ideatore della “mignatta” (una specie di mina magnetica) applicata allo scafo del nemico dopo ore e ore passate nell’acqua gelida. Paolucci e Rossetti erano giunti fino a Pola con i soliti Mas anche se questa volta non erano serviti i siluri. Siluri che invece, poco prima, avevano consentito al solito Luigi Rizzo di ottenere la maggior vittoria tattica conseguita dalle marine alleate in tutto il Mediterraneo nel corso della prima guerra mondiale e che, significativamente, è stata dimenticata da tutta la stampa nelle varie rievocazioni della Grande Guerra. Al largo dell’isolotto di Premuda, all’alba del 10 giugno, dopo lunghe settimane di agguati andati a vuoto, i due Mas comandati da Rizzo si imbatterono in una squadra navale austro-ungarica decisa ad infrangere lo sbarramento di Otranto. Infilatosi tra le navi di scorta, Rizzo colpì con i suoi due siluri la supercorazzata “Santo Stefano” (oltre ventimila tonnellate), colandola a picco, costringendo i nemici ad annullare tutta l’operazione e inducendoli a non mettere più il naso fuori dai propri porti per tutto il resto della guerra. Quello che Churchill disse dei suoi aviatori, impegnati nel 1940 nella battaglia d’Inghilterra contro la Lutwaffe di Hitler (“Mai così pochi fecero così tanto”) vale, a ben vedere, anche per gli uomini della Regia Marina che nella prima guerra mondiale dimostrarono ad alleati e nemici (uniti nel sottovalutare le capacità italiane) di cosa fossero capaci, con mezzi ridotti, i soldati italiani.
Di FABIO ANDRIOLA
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Ultimo aggiornamento: sabato 17 settembre 2005